CIVILTÀ. - L'idea di c. si riferisce ad un oggetto così complesso, alla cui composizione concorrono tanti elementi disparati e di natura diversa, che non può recar meraviglia l'esistenza di definizioni spesso contrastanti. Nella loro formulazione, infatti, hanno un peso preponderante i presupposti ideologici, dai quali, consciamente o inconsciamente, si muove all'analisi del dato, e che determinano la scelta di questo o di quell'elemento a preferenza di altri. Per riuscire, dunque, a cogliere l'essenza della c. e assegnare contemporaneamente un ordine gerarchico tra i valori di cui risulta composta, occorre insistere di preferenza sull'analisi obbiettiva, innestandovi quel tanto di speculazione razionale che giova a facilitare l'ascesa dell'ordine puramente empirico a quello dei valori più universali.
Se si considera la genesi etimologica (da civis o da civitas), il termine espressamente indica una relazione ineliminabile di qualsiasi forma di progresso con l'uomo sociale o con la società, dai quali si svolge e nei quali risiede. In questo senso c. equivale alla condizione di vita materiale e spirituale raggiunta dall'uomo entro la convivenza collettiva in un determinato periodo storico, e si oppone genericamente a barbarie. Non è facile tuttavia stabilire un'esatta linea di separazione tra genti civili e barbare, per determinare dove cessi la barbarie e cominci la c., essendo indubbio che anche presso le società considerate come barbare si trovano alcuni elementi, specialmente morali, i quali appartengono all'anima della vera c. Su questo rilievo si fonda l'uso delle scienze etnologiche, che attribuiscono il nome di c., senza distinzione di concetto a di ampiezza, allo stato sociale dei popoli, distinguendo le varie fasi della loro organizzazione politica ed economica in c. primarie, secondarie e miste, secondo la prevalenza o meno di alcuni caratteri stimati originari di una determinata cultura. Tuttavia, se l'aderenza al senso etimologico può giovare ad una classificazione dei popoli primitivi, secondo un criterio empirico dedotto dallo sviluppo delle loro istituzioni sociali, non può essi bastare alla formazione del concetto adeguato, per raggiungere il quale occorre riferirsi alla sua causa prossima. Tale causa, come la stessa etimologia suggerisce, è l'uomo sociale. L'idea di c. infatti, ha una relazione essenziale con la creatura razionale, in quanto ordinata a svolgere la propria vita entro un organismo collettivo, necessario al suo pieno svolgimento. Il fine al quale mira il progresso dell'incivilimento, è l'uomo: soggetto su cui si riversa il benessere della c., è la vita collettiva, donde poi rifluisce sulla sua fonte prima e originaria, la persona umana. Tale è la dipendenza del concetto di c. dalla persona in quanto parte di un aggregato umano, che non si può concepire progresso senza relazioni stabili, né c. avulsa dall'uomo. L'uomo sociale ne è insieme il produttore e il portatore. Stando a questa relazione, la c. potrebbe definirsi col Sombart e la creazione dell'uomo, che si contrappone alla divina creazione della natura, oppure col Guizot e lo sviluppo dell'attività sociale ed individuale nel progresso della società e dell'umanità, o ancora con un autore più recente, il Maritain: «l'insieme organicamente determinato, che ha una forma e fisonomia propria, di valori sociali per sé comunicabili». Espressioni assai vaghe, alle quali intanto è possibile attribuire un contenuto, in quanto in modo generico significato che la c. si riferisce all'uomo sociale, che si evolve e si compie con le conquiste della scienza, le applicazioni della tecnica, le creazioni dell'arte, la formazione delle tradizioni, la costruzione delle istituzioni, dei codici e delle leggi.
Per riuscire ad ottenere un concetto di c. alquanto più determinato e insieme graduale, secondo una precisa gerarchia dei valori di cui essa si compone, occorre riferirsi a qualche cosa di più obbiettivo e analizza-
bile scientificamente. Tenendo fermo che la c. indica relazione alla convivenza collettiva, questo elemento può scoprirsi nel bene comune, e allora, col Taparelli, si dirà che la c. non è altro che perfezione sociale, ossia perfezione del bene comune. La perfezione di ogni ente consiste nel tendere al fine suo proprio, nel conseguirlo e attuarlo in sé, così che sarà esso tanto più perfetto quanto più integralmente avrà attuato il fine, al quale naturalmente tende. Ora il fine naturale dell'aggregato sociale consiste nel bene comune, e quindi ne segue che la vita sociale potrà dirsi perfetta soltanto quando essa corrisponde a tutte o quasi tutte le esigenze del bene comune. Il bene comune poi, in quanto rappresenta il fine da conseguire, richiede l'unione delle volontà e degli sforzi dei singoli; in quanto è bene già acquisito, postula la massima estensione e dilatazione. Sarà, dunque, civile una società, secondo il concetto obbiettivo accettato, quando l'unità sociale è salda, l'attività efficace, il progresso naturale e tranquillo. È questa in sostanza la conclusione alla quale arriva il Romagnosi, che definisce la c. come la migliore e più culta convivenza acquisita da uno Stato.
Per conoscere gli elementi che si assommano nella composizione di una cultura convivenza, basta analizzare i bisogni e le esigenze fondamentali della natura umana, alla cui soddisfazione è ordinata la società. L'uomo si muove naturalmente verso il bene, nel quale la facoltà operativa trova il suo appagamento e la sua quiete. Essa quindi assumerà diversi aspetti, secondo le varie tendenze e facoltà umane. Nell'ordine spirituale l'intelligenza tende al bene sotto l'aspetto del vero, la volontà invece riguarda il bene, essenzialmente umano, ossia il bene morale. Nell'ordine sensibile l'oggetto comune delle varie facoltà è il bene dilettevole, al quale esse tendono senza ulteriore scopo che il loro appagamento. Gli elementi pertanto che entrano a comporre la c., intesa come perfezione del bene comune, sono il vero, il bene morale e il bene dilettevole. Una società allora potrà dirsi civile quando nel suo seno si saranno attuati la più ampia dilatazione della verità, nelle sue molteplici forme, religiosa, speculativa, scientifica e pratica, il più incontrastato dominio del bene morale nella vita privata e pubblica, con l'osservanza delle leggi di natura e delle norme positive ispirate alla giustizia, la più larga diffusione del benessere materiale, che faciliti insieme la ricerca del vero e il trionfo della moralità. A questi tre ordini di bene, intellettuale, morale e materiale si possono e si devono ridurre tutti gli altri mezzi, che aumentano lo splendore e il benessere della vita associata, tutte le svariate forme di vita civile, in cui si attua la tendenza alla società, secondo l'indole, le esigenze e le attitudini di ogni popolo.
Nella c. devono distinguersi elementi costanti ed elementi variabili; dai quali ultimi dipende la particolare fisonomia che essa assume col mutar dei tempi e delle circostanze. Gli elementi costanti sono rappresentati dai beni sopra nominati, i quali, essendo le componenti essenziali, devono necessariamente trovarsi in qualsiasi forma particolare di vita civile. I variabili dipendono o dal grado di perfezione raggiunto nel loro possesso dai vari popoli, o da sovrastrutture accidentali, che derivano dall'ambiente, dall'indole e attitudine psicologica di coloro che ne sono gli operatori, o dai contatti culturali con altri popoli. Ogni popolo reagisce diversamente agli stimoli esterni e diversamente si atteggia nell'espressione del vero, del bene e del bello. Donde la grande varietà negli atteggiamenti del pensiero, nell'arte, nelle leggi e nei costumi, nelle tradizioni e nelle istituzioni.
Resta anche così implicitamente determinata la gerarchia tra i valori che compongono la c. Al sommo grado stanno i valori spirituali, che ne costituiscono l'anima, al grado

Civiltà Cattolica (La) - Frontespizio del fasc. II del I vol. (3* sabato di apr. 1850 ) - Napoli.
inferiore tutti gli altri, ai quali è riservata la funzione di mezzo per il graduale elevamento intellettuale e morale dell'uomo. Il progresso tecnico e della scienza applicata, il benessere materiale, come aspetti meno nobili della c., in tanto hanno valore in quanto ad essi si accompagna un eguale e maggiore progresso nel campo dei valori morali e spirituali. Se questo non si avvera, si avrà una cultura e non una c., la quale anzi entra in crisi e si dissolve. Il dominio dell'irrazionale segna il tramonto della c. Il mito, di qualsiasi natura esso sia, nazionale, razziale o classista, la distrugge, come il materialismo la soffoca insieme con qualsiasi concezione che disconosce il valore e la nobiltà dell'uomo, giacché la c. è il frutto più squisito dell'attività spirituale, operante in collaborazione con gli altri esseri intelligenti nella convivenza sociale.
Antonio Messineo