COLONIZZAZIONE

COLONIZZAZIONE. - La storia della c. moderna comincia con la scoperta delle terre oltre oceano, alla cui ricerca mossero gli esploratori portoghesi e spagnoli. Uno dei principali motivi delle loro imprese avventurose, oltre che estendere il dominio nazionale, fu quello di dilatare la fede. Così i sovrani dei due principali popoli colonizzatori del sec. XVI come i navigatori non riuscivano a separare i motivi politici ed economici dal motivo religioso, e perciò uno spirito di crociata alitava su tutta la rischiosa opera di esplorazione, del quale resterà sempre un simbolo Cristoforo Colombo, che, non appena sbarcato sulla nuova terra, vi inalberò il vessillo della Croce e la bandiera di Castiglia.

Per effetto di questo atteggiamento spirituale, conforme alla religiosità del tempo, la c. tendeva alla dilata-

LE GRAND OCEAN DE MER DE NOAT.

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(da V. T. Harlowe, Colonising expeditions on the West Indies and Guiana [1623-67]. Londra 1925)
COLONIZZAZIONE - Carta dell'isola di S. Cristoforo. Incisione di A. Peyrounin (Parigi ca. 1667).
Londra, British Museum Maps. 82170 (1).

zione della civiltà cristiana, per la quale i sovrani stessi sollecitavano l'invio di missionari nei nuovi sessi ed entusiasti affinché si dedicassero all'educazione degli'indigeni. Grazie a questo interessamento sovrano, sciamarono dall'Europa schiere numerose di missionari, sovvenzionati dal pubblico erario. Insieme con i conquistatori presero il mare Agostiniani, Francescani, Domenicani e Gesuiti, diretti verso tutti gli angoli dei vasti imperi coloniali che andavano formando. Per espressa richiesta del re di Portogallo, Giovanni III, salpa per le Indie Francescane Saverio, e dietro le sue orme si incamminano i numerosi missionari del nuovo Ordine religioso cui egli apparteneva. La stessa politica segue la Spagna in America. Ai primi Domenicani e Francescani, approdati subito dopo la scoperta, seguono gli Agostiniani, e tutti iniziano l'inclinamento delle tribù barbare.

In queste direttive della politica coloniale spagnola e portoghese non tutto fu puro ideale; resta però sempre che la c. non venne allora intesa come semplice opera di sfruttamento, ma insieme come una sacra missione di civiltà. Le istruzioni di Isabella a Cristoforo Colombo in occasione del suo secondo viaggio mettono in rilievo tale significato, giacché ingiungono all'ammiraglio di considerare come primo e principale negozio la conversione degli'indigeni al cristianesimo, nulla importandole se, per ottenerla, l'erario ne avesse gravame. La Chiesa non mancò di incoraggiare e di confermare questo indirizzo politico. Le concessioni dei papi al Portogallo e alla Spagna erano a ciò dirette. Due atti di Alessandro VI documentano quest'azione. Nel 1497 egli concedeva alla corona portoghese il diritto di esclusività sulle colonie dell'Africa occidentale e una serie di privilegi, con la clausola restrittiva dello spostamento assoggettamento degli indigeni. Una simile concessione, fatta alla Spagna nel 1493, in tre atti consecutivi, ingiungeva a Ferdinando, con la bolla del 3 maggio «di inviare nelle terreferme e nelle isole menzionate uomini proibiti, timorati di Dio, abili, capaci di istruire gli abitanti delle dette regioni nella fede cattolica e nei buoni costumi».

Non mancarono certo nella c. spagnola e portoghese gli abusi, contro i quali si sollevarono i missionari. Ciò tuttavia non toglie che le direttive delle corti fossero sane ed umane, come dimostra la legislazione coloniale spagnola. Non si può non riconoscere, leggendo la collezione delle senti sempre alla mente del legislatore spagnolo come un problema di civiltà e di umanità. L'indigeno non viene disprezzato, nessun odio di razza lo separa dai dominatori, nessuna ordinanza lo inabilita al matrimonio con i bianchi; solo da Madrid si insiste che si regolino col matrimonio legittimo le unioni contrae con donne di colore. A causa di questa larga politica colonizzatrice nacque nella nuova Spagna una popolazione mista, che divenne la culla delle moderne nazioni dell'America latina e della loro cultura.

Come termine di contrasto può servire la parcellata legislazione della Virginia nell'America del nord. L'Assemblea generale di questo Stato nel 1660 concedeva ai bianchi il potere di catturare gli indigeni e di venderli come schiavi in riparazione di eventuali danni da essi arrecati; nel 1663 stabiliva il principio della responsabilità collettiva di tutto il villaggio, nel caso che un bianco fosse stato ucciso nelle vicinanze; nel 1665 privava gli indiani del diritto di eleggersi i capi; nel 1676 decretava che ogni indiano fatto prigioniero cadeva nella condizione di schiavitù perpetua; nel 1692 interdiceva qualsiasi unione matrimoniale tra bianchi e genti di colore, mentre con un articolo del codice privava negli mutati e indiani del diritto di possedere.

L'effetto ultimo di questa politica coloniale, dalla quale esula ogni senso di umanità, fu lo sterminio delle popolazioni indigene, contro le quali venne condotta una guerra spietata. Nell'America del nord non sorsero per conseguenza nuove nazioni dalla fusione delle popolazioni indigene e immigrate, ma la razza bianca, dilatandosi, spense intorno a sé la vita. Gli abusi dei colonizzatori non furono dunque meno gravi nell'America del nord; ma mentre qui ebbero sanzione legale, nel sud rimase quasi sempre illegali e vennero in parte corretti dall'opera dei missionari e dell'intervento della Chiesa.

La storia delle missioni nell'America del sud si intreccia intimamente con la storia della c. L'incresciosa e spesso barbara condizione degli indigeni, ridotti in schiavitù, venne combattuta dai missionari con un ardimento che ancora oggi riscuote l'ammirazione dello storico. Nel Brasile, dove la legislazione è meno coerente, lavorano e lottano per la causa degli indiani il p. M. Nobrega e il P. Anchieta, tuttora ricordati nei fasti della storia brasiliana.

La medesima battaglia combattono nei possedimenti spagnoli altre nobili figure, scese in campo contro il regime dell'Encomienda, degenerato in larvata schiavitù, tra le quali più note sono quelle dei domenicani Antonio Montesinos e Bartolomeo Las Casas.

La Chiesa appoggiò col suo intervento l'opera di questi pionieri. Nel 1537 Paolo III pubblica la celebre bolla Veritas ipsa, nella quale, dopo aver riconosciuto negli indiani dei veri uomini, vieta che siano privati della libertà, del godimento dei loro beni o che siano ridotti in schiavitù. Più tardi Benedetto XIV, nel 1741, riconfermando quanto avevano già disposto Paolo III e Urbano VIII, comincia la scommessa latae sententiae contro tutti coloro che avessero privato gli indiani della libertà, includendo nella condanna, non soltanto chi in modo diretto pigliava parte a negozi tendenti a spogliarli dei beni e a ridurli in schiavitù, ma persino quelli che indirettamente avessero concorso a mantenere e a favorire tali pratiche.

Le concezioni cambiano col sec. XVIII, durante il quale le potenze europee si lanciano a gara alla conquista delle terre ultramarine definite nullius, per estendere la loro influenza, aumentare il prestigio nazionale, rafforzare posizioni strategiche e soprattutto per accaparrarsi nuove fonti di materie prime per le industrie nazionali in crescente sviluppo, e sbocchi commerciali per i loro manufatti. In conformità dello spirito egoistico, dal quale venivano suggeriti i motivi accennati, la c. viene impostata sul principio del massimo sfruttamento delle ricchezze del suolo e del mercato, ad esclusivo vantaggio della potenza colonizzatrice e con scarso riguardo alle popolazioni indigene, assoggettate sovente ad un duro servaggio, come merce tra le altre merci. Questa mentalità mercantesca è perdurata quasi fino ai nostri giorni, sebbene non siano mancati movimenti di idee per far prevalere una concezione più umana.

Questi movimenti condussero nel sec. XIX all'abolizione della schiavitù e indussero le potenze ad accettare, con l'Arto generale di Berlino del 1885, principi alquanto più elevati. In esso, rispetto alla c. dell'Africa centrale, le potenze che ne erano interessate si obbligarono a rivolgere la loro opera all'accrescimento del benessere materiale e morale delle popolazioni indigene e a stabilire le condizioni più

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(Int. UStS)
Colonizzazione - Chiesa di Williamsburg, capitale della Virginia, all'epoca della c., eretta nel sec. xviri, ricostruita sulla pianta originale da J. P. Rockfeller iuniora nel 1930.

favorevoli allo sviluppo del commercio e della civiltà. Tali disposizioni vennero poi confermate dall'Arto generale di Bruxelles, nel 1890, e a St-Germain, nel sett. del 1909, con qualche mutamento. Nondimeno, con le convenzioni rammentate le nazioni non andavano oltre ad una comune dichiarazione di intenti umanitari, alla cui attuazione si impegnavano singolarmente, senza creare organo alcuno di vigilanza sull'adempimento degli obblighi assunti.

Soltanto con la Società delle nazioni, il regime coloniale dei paesi sottratti al dominio delle potenze vinte nella prima guerra mondiale, viene decisamente fondato sulla preminenza del benessere delle popolazioni arretrate e nuovamente la c. viene intesa come una sacra missione di civiltà. Per attuare tale nuovo programma, fu creato col Patto della Società delle nazioni l'istituto del Mandato, che ha introdotto nell'ordinamento internazionale la nuova figura giuridica del regime tutelare, ripreso dalla Carta delle Nazioni Unite, dopo la seconda guerra mondiale, sotto il nome di amministrazione fiduciaria. In questa ultima convenzione, tuttavia, il concetto che la c. è una missione di civiltà confidata alle nazioni più progredite, è stato accettato da tutte le potenze coloniali, come principio che va applicato, non solo ai territori ceduti in amministrazione fiduciaria, ma anche alle colonie soggette alla loro sovranità, e ciò segna un sensibile progresso sul Patto societario.

Le idee però, che sono riuscite finalmente a penetrare nell'ordinamento internazionale dopo così lunga e lenta evoluzione, rimontano alla lontana tradizione del pensiero cattolico. Già nella legislazione spagnola si affaccia la figura dell'indiano come di un immutato da sottoporsi a tutela. Il concetto che la c. è una missione di civiltà preordinata nelle memorie scritte dal Las Casas in favore degli indigeni. Egli vi sostiene che gli abitanti originari delle Indie erano uomini liberi prima della conquista, e tali sono rimasti dopo di essa. Essi in tanto sono sudditi del re di Spagna in quanto sono disposti a riconoscerlo come tale, e solo su questo atto di soggezione volontaria si appoggia il suo diritto di governarli, e non sopra un diritto inerente alla sua potenza. La c. non è, dunque, conquista arbitraria, ma sottomissione spontanea di popolazioni arretrate ad una signoria più evoluta, affinché questa provveda alla loro educazione civile e religiosa. Questi principi, appena abbozzati dal Las Casas, ottennero una sistemazione teorica dalla mente lucida di Francisco de Vitoria, col quale si inizia propriamente il ciclo dottrinale.

Il problema generale sollevato dalla c. involge due questioni: la prima riguarda la legittimità dell'occupazione, la seconda le norme etico-giuridiche che devono regolare le relazioni tra colonizzatore e popolo colonizzato. La dottrina cattolica si è soffermata di preferenza sulla prima di più difficile soluzione. Il primo ad occuparsene in modo sistematico fu il Vitoria nelle sue celebri Relections de Indis insulani. L'anima del suo sistema è il principio di eguaglianza tra gli Stati, i quali hanno gli stessi diritti fondamentali, cui immediatamente fa seguito quello dell'interdipendenza, avendo bisogno i popoli della collaborazione altrui per vivere e progredire, e perciò esiste una società universale delle genti voluta dalla natura.

Tale comunità è retta da leggi speciali, le quali derivano parte dalla natura, parte dal consenso e dalle convenzioni, e tutte hanno come principio comune quello della giustizia. Posti questi principi generali, il Vitoria passa a discutere la questione dell'espansione coloniale, che non condanna in modo assoluto, ma ammette se sorretta da causa giusta, riducendo il problema particolare a quello più generale della giustizia della guerra. Conseguentemente egli rigetta molti dei titoli, a suo tempo allegati

COLONIZZAZIONE - Carovana di emigranti sotto le Montagne Rocciose. Litografia del 1849.

dagli aulici, perché non sorretti dalla giustizia; né il dominio dell'Imperatore su tutto il mondo, né il pretesto di ritto universale del Papa, né la dilatazione della fede, né i costumi barbari, né la scoperta possono validamente fondare l'occupazione delle colonie.

Ammette il titolo della scelta volontaria, perché volentieri non fit iniuria, e tuttavia nel caso degli indiani non la ritiene sufficiente, perché mancano i requisiti alla stipulazione di un vero contratto di soggezione a causa dell'immaturità di uno dei contraenti. L'espansione coloniale può solamente fondarsi su alcuni diritti universali, quali sono quelli di libero transito, di commercio e di scambio, posseduti da tutti i popoli, e la cui violazione da parte dei popoli arretrati può far sorgere la causa giusta per assoggettarli mediante l'uso della forza, dopo aver esauriti i mezzi pacifici. Ammette inoltre come titolo legittimo la salvezza delle persone innocenti, perché del loro aiuto la legge naturale incarica il prossimo; rimane, invece, dubbioso rispetto al titolo di civiltà, a proposito del quale precorre i tempi, proponendo per il conseguimento di questo scopo un regime tutelare, i cui termini sono notati a rivivere nel sistema del mandato. La dottrina dei padri Francesco Suárez e Taparelli si allontana di poco da quella del Vitoria; essa si mostra soltanto più decisa nel respingere il titolo di civiltà, sostenendo che il progresso individuale e sociale non può essere imposto con la forza, perché non è un dovere giuridico, la cui trasgressione possa recare offesa agli altri.

La teoria si è mantenuta sulle posizioni descritte fino a pochi anni addietro, quando in Francia particolarmente e in Belgio si è cercato di sganciare l'espansione coloniale dalla dottrina generale della guerra giusta. A tale scopo si sono proposti nuovi titoli. Movendo dal principio, già sostenuto dal Vitoria, che i beni della terra sono stati originariamente dati all'umanità, affinché li usasse per raggiungere gli scopi della vita e avanzasse nel progresso, se ne è concluso che i popoli non sono veri proprietari dei loro territori, ma semplici amministratori a nome dell'umanità. Se quindi le loro risorse rimangono infruttuose nelle mani di un popolo, questi ne può essere privato giustamente da un altro più progredito, affinché il loro sfruttamento concorra al benessere generale.

Su questo argomento si sono fondati due nuovi titoli: la necessità economica delle nazioni fortemente industrializzate, bisognose di materie prime e di sbocchi commerciali, l'espropriazione per causa di utilità pubblica. Contro di essi si è fatto osservare che il principio, secondo il quale i popoli sono soltanto amministratori dei loro beni, è errato. I popoli, come gli individui, sono veri proprietari, sebbene subordinati alle leggi che regolano l'uso della proprietà, giacché la comunità originaria dei beni, sulla quale la leva l'argomento, fu semplicemente negativa e non positiva, e il modo stabilito dalla natura, affinché i beni terreni servissero all'umanità, consiste nella divisione della proprietà, mediante l'atto di occupazione, che lega tali beni alla persona fisica o morale, generando un vero diritto.

È stato inoltre riproposto il titolo di civiltà, fondando solo sopra una supposta delega, che la nazione colonizzatrice riceverebbe dalla società delle genti, di educare il popolo arretrato. La tradizione, come si è accennato sopra, è contraria a questo titolo. Esso si appoggia sopra un doppio equivoco: immagina una delega inesistente, giacché la società delle genti, come società inorganica, non possiede né personalità né organi per esercitare poteri; lascia al giudizio soggettivo della nazione progredita l'opportunità dell'occupazione a scopi di civiltà; dimentica che il proprio perfezionamento non è un dovere giuridico, la cui osservanza possa essere imposta con la forza.

Più recentemente si è fatto appello alla necessità vitale. Dal fatto dell'esistenza di territori scarsamente popolati e ricchi di risorse lasciate ineriti e della contemporanea esistenza di nazioni sovrappolate, con suolo povero e incapace di nutrire l'eccedenza demografica, appoggiando

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Colonizzazione - Carovana di emigranti sotto le Montagne Rocciose. Litografia del 1849.

dagli aulici, perché non sorretti dalla giustizia: né il dominio dell'Imperatore su tutto il mondo, né il preteso diritto universale del Papa, né la dilatazione della fede, né i costumi barbari, né la scoperta

dosi sul principio che questa condizione può far sorgere un caso grave di necessità, alla quale la natura collega il diritto di occupare il bene altrui, entro i limiti della stessa necessità donde il diritto procede, si è concluso che una nazione sovrappolata può legittimamente espandersi in territori coloniali con scarsa popolazione e abbondanti risorse non utilizzate.

Nemmeno questo argomento è ammesso da tutti. Il Codice di morale internazionale lo respinge, ritenendo che l'enigrazione sia il mezzo più adatto per alleggerire la pressione demografica e sciogliere il caso di necessità. In contrario, tuttavia, si è fatto osservare che l'enigrazione non è un mezzo severo di danni per la nazione costretta ad adottarla, giacché porta via i migliori impoverendola di forze valide e capaci, e non risolve poi il problema. È chiaro, infatti, che un popolo prolifico sarà sempre tormentato dalla pressione demografica, nonostante la valvola dell'enigrazione. Nessuna legge naturale infine lo costringe a fare la funzione di vivaio umano, per disperdere i suoi figli nel mondo, costringendoli a rinunziare al patrimonio della loro lingua e della loro cultura.

La dottrina cattolica rimane quindi tuttora incerta su questi ultimi sviluppi teorici, mentre è unanime nel sostenere che, avvenuta l'occupazione dei territori coloniali, la c. deve provvedere innanzitutto al benessere delle popolazioni assoggettate. È obbligo dello Stato colonizzatore di amministrare le colonie in modo da armonizzare il proprio vantaggio con gli interessi materiali e culturali delle popolazioni indigene, verso le quali deve adempiere tutte le funzioni dell'autorità pubblica, che provvede al bene comune del paese passato sotto il suo controllo. Avvenuta l'occupazione, entrano cioè in vigore le leggi morali e giuridiche del retto governo, che nel campo coloniale non sono differenti da quelle esistenti all'interno della stessa potenza colonizzatrice. - Vedi tav. I.

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