CLASSI. - L'identità delle posizioni sociali, delle professioni e delle attività svolte nella collettività, in confronto con la diversità delle attitudini, dell'educazione e delle condizioni economiche, spingono i cittadini a formare dei gruppi distinti, creando tra quelli del medesimo gruppo più stretti legami, sia per la tendenza innata in ogni uomo ad associarsi con quelli a lui più simili, sia per la necessità di provvedere più efficacemente nell'unione delle forze alle esigenze individuali. Il fenomeno presenta tuttavia caratteristiche e nomi diversi, secondo che il motivo per cui i cittadini sono spinti a riunirsi risponde ad esigenze d'ordine prevalentemente civile, militare, religioso, ovvero economico.
Nell'antichità e nel medioevo, ed anche oggi presso alcuni popoli meno evoluti, la società appare divisa in "ceti", "stati" o "caste", che hanno origine da motivi di nascita (patriziato, nobilità, caste guerriere) o di religione (ceto sacerdotale, clero), mentre le considerazioni economiche conservano un'importanza del tutto secondo la cultura. Al contrario, specialmente nei periodi moderno e contemporaneo, grazie al progresso economico, la difesa degli interessi individuali prende senz'altro il sopravvento sugli altri motivi, dando luogo alle corporazioni d'arti e mestieri e, dopo la rivoluzione industriale, alle c., nel senso specifico con cui la parola è oggi adoperata: le c., a differenza delle corporazioni, riuniscono strettamente insieme non solo i cittadini che occupano nella società posizioni economicamente privilegiate (borghesia capitale, liscia), ma anche quelli che si trovano in posizioni inferiori (proletariato), facendo sorgere ugualmente negli uni e negli altri una "coscienza di c.", ossia una profonda consapevolezza dei propri interessi di categoria e della necessità di difenderli con un'azione fortemente solidale. Inoltre le c. tendono ad agire non più nel solo campo economico, come le corporazioni, ma anche nel campo politico, per impossessarsi del pubblico potere, allo scopo di imporsi in maniera decisiva sulla c. avversaria.
I. DOTTRIANE SOCIALISTE
Il concetto di c., come espressione di una solidarietà di puri interessi materiali omogenei, in contrasto con gli interessi di altri gruppi contemporanei, è proprio delle moderne dottrine socialiste, preso in un significato generico, che ripongono nel fattore economico l'elemento determinante dei rapporti sociali e della loro evoluzione nel corso dei secoli. Tale concetto fu diversamente elaborato dalle varie correnti del socialismo, tra le quali va particolarmente ricordata la teoria marxista, che lo intese in un senso assolutamente materialistico (materialismo storico), portandolo alle sue estreme conseguenze politiche ed economiche. Per essa i rapporti sociali sono totalmente ed esclusivamente dominati dal fattore economico e si evolvono a causa di un insanabile e brutale conflitto tra le categorie dei proprietari dei mezzi di produzione e dei semplici lavoratori. Il conflitto attraverserebbe fasi diverse, assumendo diverse manifestazioni nelle varie epoche della storia, seconda della struttura della vita economica, e passando dall'una all'altra in forza di un determinismo evoluzionistico immanente nella vita sociale, per trasformarsi nella presente società capitalistica in "lotta di c." Questa lotta però è destinata a finire in una società nuova, che secondo Marx, dovrà fatalmente succedere alla società capitalistica. Nella società dell'avvenire, soppressa la proprietà privata dei mezzi di produzione e attribuita allo Stato, saranno eliminate anche le c. e con esse i conflitti e le disuguaglianze sociali tra i cittadini, divenuti tutti lavoratori. Frattanto, strettamente uniti tra loro sul piano nazionale ed internazionale, i lavoratori di tutto il mondo dovranno far uso dell'azione violenta e rivoluzionaria, diretta ad espropriare la c. detentrice della ricchezza e ad assicurare la vittoria della loro c., conquistando temporaneamente il potere politico (dittatura del proletariato), allo scopo di accelerare il processo dinamico dell'umanità verso una società senza c.II. DOTTRINA CATTOLICA
La dottrina cattolica riconosce come naturali e necessarie le ineguaglianze sociali, giacché "non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia; non la sanità, non le forze in pari grado; e da queste inevitabili differenze nasce necessariamente la differenza delle condizioni sociali" (Leone XIII, nell'enc. Rerum novarum, n. 9). Il sorgere e il costituirsi delle c. non è quindi un momento del divenire sociale, come vorrebbe la tesi socialista e in particolare il marxismo, che pretende livellare le posizioni sociali dei cittadini, ma in realtà non può che sostituire altre ineguaglianze ed altre c. a quelle soppresse nella società capitalistica. Le c. sono al contrario effetto delle differenze individuali, che in parte le esigenze storiche, in parte e più le attitudini naturali stabiliscono tra gli uomini, anche a vantaggio della società, la cui vita esige appunto diverse capacità e servizi. L'opposizione tra la concezione cattolica e la concezione socialista non riguarda soltanto l'origine delle c., ma anche il loro fine e la posizione che l'individuo occupa nella c. Il fine per cui i cittadini si organizzano in c. è di promuovere mediante l'unione delle forze il proprio sviluppo personale e di tutelare dinanzi allo Stato e alle altre c. ogni legittimo diritto della persona. Non si tratta quindi di affermare i soli interessi economici contro altri interessi, ma di procurare efficacemente tutto ciò che conduce al perfezionamento dell'uomo e che non potrebbe essere conseguito convenientemente dal cittadino isolato. Né può l'individuo essere subordinato alla c., quasi a qualcosa avente in se stessa la propria ragione di essere, ma la c. deve essere subordinata all'individuo, che nell'ordine sociale possiede esclusivamente un valore assoluto. L'opposizione tra le due concezioni si estende anche ai mutui rapporti tra le c. e tra queste e la collettività e lo Stato che giuridicamente la rappresenta. Le c. sono legate tra loro con vincoli di complementarietà e di vicendevole dipendenza. Parlando segnatamente dei proprietari dei mezzi di produzione e dei lavoratori, Leone XIII osservava che "l'uno ha bisogno dell'altro; né il capitale senza il lavoro, né il lavoro può stare senza il capitale" (ibid.). Per conseguenza non la subordinazione, né tanto meno la discordia e la lotta devono regnare tra le c., ma la coordinazione, l'armonia e la collaborazione, come tra le membra dello stesso corpo sociale, nel rispetto degli altrui diritti e nel compimento dei propri doveri. La Chiesa perciò, nel condannare la supremazia economica e politica della c. capitalistica a danno della c. lavoratrice, respinge la rivoluzione sociale come mezzo nelle mani di quest'ultima per rivendicare i propri diritti, instaurando una supremazia del lavoro a danno dei possessori dei beni produttivi. Entrambe infatti sono oppressive e contrarie ai principi della giustizia sociale. Qualora poi tutto il capitale fosse attribuito allo Stato, si avrebbe l'annullamento completo della dignità della persona umana, sotto il peso di una dittatura senza confronti con qualsiasi altra supremazia di privati cittadini o di categorie.Al posto di una rivoluzione distruggitrice di valori materiali e morali, la Chiesa propugna una "evoluzione progressiva e prudente, coraggiosa e consentanea alla natura, illuminata e guidata dalle sante norme cristiane di giustizia e di equità" (Pio XII, nel discorso agli operai sulla Pace nel mondo e collaborazione delle c.), che apra alle categorie del lavoro il cammino per acquistare one-
stamene la loro parte di responsabilità nella direzione economica e politica della vita nazionale. Compito dello Stato, secondo la dottrina cattolica, è di conservare nella collettività una situazione di pace sociale fondata sulla giustizia. A tale scopo lo Stato avrà cura di sostenere i diritti di tutte le c., proteggendo particolarmente quelle inferiori ed economicamente più deboli, affinché la diversità delle posizioni sociali e delle professioni non porti ad altre ingiustificate ineguaglianze, soprattutto economiche, tra i cittadini. La diversità delle posizioni sociali non implica infatti una parità diversità nei diritti civili (democrazia), per cui in una società bene ordinata a tutti i cittadini indistintamente deve essere permesso di godere dei vantaggi della vita associata e devono essere offerte a quelli delle c. inferiori reali possibilità di migliorare le proprie condizioni economiche e sociali. Le c. infine, qualunque esse siano, sono tenute a provvedere stabilmente al bene comune della collettività, sia procurando la loro mutua collaborazione, sia superando i propri particolari interessi, che eventualmente si rivelassero contrastanti con gli interessi più alti dell'organismo sociale, al quale esse appartengono e in cui agiscono in funzione di organi parziali. A tal fine si richiede pertanto che la stessa costituzione interna, i rapporti scambievoli e l'azione delle c. siano disciplinati da opportuni provvedimenti legislativi. Le c. si organizzano «su basi legittime», allorché esse tendono all'unione con le altre c. I loro fini particolari di fatto non stanno al posto supremo della gerarchia naturale dei fini sociali. Con queste riserve l'organizzazione cristiana delle varie c. sociali può tendere ai fini legittimi di aiuto scambievole, di collaborazione, d'assistenza, d'apostolato» (Codice sociale di Malines, Roma 1943, n. 169).
Pertanto, pur senza essere «classista», la dottrina sociale della Chiesa ha una concezione «pluralistica» della vita sociale, nel senso che ammette la legittimità e l'opportunità di gruppi eterogenei aventi una loro autonomia e una propria attività nel complesso sociale; tale concezione tuttavia è nello stesso tempo «organica», in quanto riunisce ed associa i diversi gruppi nella comune subordinazione al bene della società, dalla vitalità e dal benessere della quale trarranno vantaggi tanto maggiori quanto più solidale ed armonica sarà l'azione che essi esplicheranno nel contribuirvi.