CLASSICI PAGANI, QUESTIONE DEI

CLASSICI PAGANI, QUESTIONE dei. - È il problema dell'opportunità e della liceità dell'uso dei c. p. nel cristianesimo.

SOMMARIO: I. Nei primi tempi della Chiesa. - II. Nel Risarcimento. - III. Nel sec. XVII. - IV. Nel sec. XIX.

I. NEI PRIMI TEMPI DELLA CHIESA

Fin dai primi tempi i cristiani si posero la domanda, fino a qual punto si potesse conciliare la loro vita culturale e morale, così opposta al paganesimo, in mezzo a cui vivevano, con la lettura, lo studio e l'imitatione dei classici latini e greci. Le risposte furono varie e la questione s'arroventò parecchio prendendo la tinta di una battaglia aspra e forte.
Non si può negare che, sia in Oriente che in Occidente, moltissimi cristiani (al 1900 l'epistolario, dice S. Gregorio di Nazianzo, In laudem Basilii magni: PG 36, 508) si dichiaravano paghi della loro sola fede e del loro libro, la Bibbia; e pensavano che si doveva fare a meno, indiscriminatamente, di tutta l'eredità letteraria dei classici di Grecia e di Roma. Anche in molti monasteri, i religiosi, intenti soprattutto al problema della salvezza dell'anima, depreavano le opere degli scrittori pagani come fatali al loro compito (cf. Cassiano, Collat., XIV, 12-13; PL 49, 974; e il detto arguto di S. Girolamo, Contra Vigilantium: PL 23, 367; «Monachus... non doctoris habet sed plangentis officium»). La propaganda di questo stato d'animo era forte ed appoggiata anche da molti scrittori ecclesiastici (ad es., Tertulliano, De spectac., 18: PL 1, 650; De anima, 3: PL 2, 651; Teofilo di Antiochia, Ad Autolycum, I, 2: PG 6, 1025), presso alcuni dei quali la denigrazione della cultura classica si fece sicuramente (ad es., Taziano, Oratio adversus Graecos, 1-3: PG 6, 803-11; Ermia, Irrisio philosophorum qui extra sunt: PG 6, 1169-80). Contro questa intransigenza fanatica dovettero difendersi Clemente di Alessandria (Strom., I, 11, 11-14 e VI, 11: PG 8, 693-92 e 9, 304-37), S. Girolamo (Epist., 70: PL 22, 664-68), S. Gregorio di Nazianzo (PG, loc. cit.) Sinesio di Cirene (Epist., 53: PG 66, 1553) e Socrate (Hist. eccl., III, 16: PG 67, 420).
La diffidenza contro la cultura classica era in parte fondata: tutto intorno, il circo, il teatro, le feste, le istituzioni, ogni attività pubblica e privata, collettiva e individuale, richiamava l'idolatria e trasudava sensualità. E questo naturalmente si rifletteva nella letteratura con le sue narrazioni immorali, accarezzanti ogni compiacenza, anche la più turpe; con la sua filosofia ateia e dissolvitorie; e attraverso l'incanto dello stile e delle immagini filtrava nelle anime il suo veleno micidiale. Basta ricordare Agostino in lacrime leggendo in Virgilio gli infelici amori di Enea e Didone (Confess., I, 13); e che cerca di trattenere l'amico Licenzio dal descrivere le vicende di Piramo e Tisbe (De ordine, I, 3-8: PL 32, 977-979) o s. Paolino di Nola, che tenta di stimolare alla conversione il poeta Giovio, sempre incerto e titubante perché irretito dall'amore alla poesia classica (Epist., 16, 6: PL 61, 227-34) o s. Girolamo che descrive alla vergine Eustochio il suo rimorso perché, pur immerso nel digiuno e nella penitenza, si sentiva attratto dalla lettura di Cicerone e Plauto, e il tremendo giudizio subito in sogno, in cui si sentì rinfacciare: «Tu sei ciceroniano e non cristiano» (Epist., 22, 30: PL 22, 416-17). Gli accenni si potrebbero facilmente moltiplicare; ma essi, mentre dicono la penosa tragedia di tanti cristiani, in quei primi secoli, manifestano pure che i più dotti e istruiti non si sentivano di rinunciare a quanto avevano studiato da fanciulli e al fascino di una cultura così grandiosa ed efficace, com'era quella latina e greca, pagane. Quindi, se da principio questi «spiriti magni», nel difendersi dalla intransigenza esagerata dei più, parlavano titubanti e cercavano ragioni non letterarie, ma di utilità pratica e di servizio per una migliore intelligenza della S. Scritura, al IV sec. parlarono più liberamente, insistettero su quanto di utile, non solo, ma anche di bello e di letterario si poteva raccogliere dagli scrittori antichi. Tanto più che di fronte alla derisione, all'ironia e al sarcasmo dei pagani, che ai cristiani rimproveravano l'illettrarietà e la «barbarie» dello stile biblico nelle versioni greca e latina, capivano come a voler far fronte ad essi, bisognava combattere ad armi pari e perciò presentare loro non solo la verità, ma anche la bellezza superiore della dottrina cristiana, esponendola secondo l'arte dell'eloquenza, il rigore della filosofia, la perfezione di una forma letteraria.
La ragione dovette parere chiara, perché lo stesso Tertulliano, così intransigente, esce a dire: «Litteras necessarias confitebor et commerciis rerum et nostris erga Deum studiis» (De cor., 8: PL 2, 87). Così Clemente di Alessandria difende lo studio dei classici e dei loro metodi (cf. P. Camelot, Les idées de Clément d'Al. sur l'utilisation des sciences et de la littérature profane, in Recherches de science religieuse, 21 [1931], pp. 38-66; cf. pure ibid., pp. 541-

CLASSICI PAGANI - CLASSICISMO
569); s. Basilio scrive il celebre opuscolo falsamente collocato tra i sermoni (PG 31, 563-90) sul modo di trarre profitto dagli autori profani (v. BASILICA, santo, § 1v); s. Ambrogio scrive il De officiis ministrorum, ricalcando fedelmente il De officiis di Cicerone; s. Girolamo a Rufino, che lo rimproverava di spergiuro e di sacrilegio per non mantenere il proposito fatto nel famoso sogno, di non occuparsi più dei classici, risponde che le necessità dell'apologia richiedevano diversamente (Apol. contra Rufinum, I, 30: PL 23, 441); s. Agostino nel De ordine (II, 8 sgg.: PL 32, 1006 sgg.) e nel De doctrina christiana (II e III: PL 34, 35-90) giunge alle stesse conclusioni (cf. H. I. Marrou, St Augustin et la fin de la culture antique, Parigi 1939).
Il problema, sull'autorità soprattutto di Ambrogio, Girolamo e Agostino, era dunque risolto e la cultura antica fu salva; anzi, sarà appunto proprio la Chiesa, per mezzo specialmente dei monaci trascrittori di codici, a salvare i testi degli antichi scrittori, durante l'epoca della invasione dei barbari; a diffonderli per tutta l'Europa, a mantenere e a raccomandare l'uso nelle scuole; basta citare i nomi di Cassiodoro, di Alcuino, di Rabano Mauro, di Gerberto, di Gersone (cf. Daniel, pp. 56-178; di Labriolle, op. cit., pp. 37-41).

II. Nel Rinascimento

La questione dell'uso dei c. p. risorge molto viva a Firenze, nei secoli XIV e XV, dove lo studio degli antichi autori fino a un pieno vigore. Ciò prese a turbare alcuni, che vi presentavano un pericolo per la fede, la morale, l'integrità della dottrina, una deviazione della sana filosofia cristiana, un qualcosa, insomma, che poteva essere fatale alla retta concezione del mondo, della storia, della persona umana. E il pericolo pareva tanto più grave, in quanto gli umanisti devoti e credenti non erano scarsi.
Donde la battaglia, cominciata da fra' Giovanni S. Miniato, camaldolese, affiancata da altri antimunisti minori, e specialmente da una parte dei religiosi dei diversi conventi. Ma la mano più agguerrita fu quella del domenicano b. Giovanni Dominici, poi cardinale. Già nella Regola del governo di cura familiare era insorto con una certa passionalità contro la tendenza che più insegnava a conoscere Giove e Saturno, Venere e Cibele, che non Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, che avvelenava con sacrificio alle false divinità gli animi delicati e tuttora senza vigoria, che allevava nel senso della misericordia la natura apostata della verità. Ma più forte fu la sua voce nell'opera Lucula noctis (edita integralmente a Parigi solo nel 1908 dal domenicano R. Coulon), dedicata a Coluccio Salutati per convincerlo a non lasciarsi allettare dall'antichità classica. A ragioni che, mettendo in guardia di pericoli, sono buone, si affiancano argomenti esagerati, infondati, talora contraddittori; come, ad es., la frase: «utilis est christianis terram arare quam gentilium intenderebis». Per questo gli avversari ebbero buon gioco e la causa dell'umanesimo acquistò di valore e di zelo. Perché le aberrazioni, che si notavano, non erano ragionate dal rinnovato studio dell'antichità in sé, ma dall'abuso di alcuni, che ne colsero motivo alla sfrenatezza degli spiriti e alla emancipazione da ogni morale. Per questo la Chiesa continuò a promuovere ogni salutare progresso culturale.
III. Nel sec. XVII. - Un nuovo ritorno di fiamma si ebbe nel sec. XVII per l'opera esagerata e inopportuna dell'abate Armando Giovanni Le Bouthillier de Rancé, riformatore della Trappa: De la sainteté et des devoirs de la vie monastique (2 voll., Parigi 1683), dove, parlando delle occupazioni del monaco, dice chiaramente come lo studio e la scienza siano un nutrimento estraneo alla sua condizione, una occupazione che gli nuoce, perché distrugge l'umiltà, mette il disordine nel cuore, rovina la pietà.
Perciò il lavoro intellettuale dev'essere messo da parte. Il libro, protetto dal Bossuet, ebbe grande risonanza, ma non ottenne altro che una serie di risposte e controversie. Il Le Bouthillier però era troppo manifestamente dalla parte del torto, quindi la fiamma destata, dopo alquanto scalpore, si quest'è in una disillusione.
IV. Nel sec. XIX. - Più acuta invece fu la lotta destata nel sec. XIX dall'abate J. Gaume, vicario generale di Nevers, che pubblicò contro l'uso predominante degli autori pagani nei collegi cattolici un libro burrascoso: Le ver rongeur des sociétés modernes (Parigi 1851). Egli voleva che nei primi anni d'insegnamento del latino e del greco si adoperassero esclusivamente autori cristiani; i c. p. verrebbero dopo, negli ultimi anni, ma dovranno essere ben rivisti e ben spiegati. L'aver fatto diversamente aveva causato lo stato lacrimoso della società di quei tempi, mentre la sua tesi, applicata, avrebbe fatto scomparire il socialismo, il comunismo e ogni altro formidabile errore. Il tono perentorio, aggressivo, violento fino a chiamare l'insegnamento dato fino allora con il nome di «paganismo scolastico», gli noccu e gettò quasi nell'ombra anche ciò che poteva essere buono. Se non mancarono le simpatie e gli appoggi entusiasti (il Montalembert, il d'Alzon, Donoso Cortés e specialmente Luigi Veuillot), i contraddittori furono più vigorosi e più decisi: il vescovo di Nevers, i Gesuiti per i loro collegi, il Dupanloup, la Civiltà Cattolica per la penna del p. Carlo Curci, controbatterono le ingiuste asserzioni. E presto a sedare ogni tempesta e a rimettere l'equilibrio, giunse la parola di Pio IX, con l'enciclica Inter multiplices del 21 marzo 1853, nella quale pregò caldamente i vescovi di Francia a far sì che i giovani alunni del santuario «imparino la vera eleganza del parlare e dello scrivere, l'eloquenza, sia dalle sapientissime opere dei santi Padri, sia dai più insigni scrittori pagani, debitamente purgati» (Acta Pii IX, I, Roma 1854, p. 433).
Del resto tale è stata sempre la norma seguita e inculcata fin dall'inizio della Chiesa «che seppe ognora apprezzare l'utilità che apporta lo studio dei classici mediante l'appropriazione dell'immortale bellezza della forma propria all'antichità» (Pastor, I, p. 56).
Bibl.: Per i primi secoli: Ch. Daniel, Des études classiques dans la société, Parigi 1853; Moricca, II (1928), pp. 32-47; Fliche-Martin-Frutaz, IV, n. 842; P. de Labriolle, Hist. de la littér. lat. chrétienne, I, 3a ed., Parigi 1947, pp. 7-43. Per la questione del Rinascimento: A. Rösler, Card. Joh. Dominici. Ein Reformatorenbild, Friburgo in Br. 1893, pp. 63-120; Pastor, I, pp. 54-60; H. Cochin, rassegna del libro di R. Coulon, Lucula noctis, in Giorn. stor. della letter. ital., 53 (1909, 1), pp. 89-90; V. Zabughin, Vergilio nel Rinascimento ital., I, Bologna 1912, pp. 110-48; V. Rossi, Il Quattrocento, 3a ed., Milano 1933, pp. 56-60. Per l'ab. di Rancé: H. Bremond, L'abbé Tempête, Parigi 1929, pp. 148-85. Per la questione Gaume: G. F. Landriot, Recherches historiques sur les écoles littéraires du christianisme, Parigi 1851; A. Cahours, Des études classiques et des études professionnelles, ivi 1852; C. Curci, Intorno allo studio dei classici pagani, in Civ. Catt., 4a serie, 3 (1859, 111), pp. 257-58, 427-58, 513-58; 4 (1859, 11), p. 182-58, 486 sq. Celestino Testore.