ROUHER, EUGÈNE. - Uomo politico francese, n. il 30 nov. 1814 a Riom (Puy-de-Dôme), m. il 3 febbr. 1884 a Parigi. Esordì nel 1836 come avvocato e si presentò dieci anni dopo per la prima volta candidato al Parlamento, ma non riuscì eletto. Dopo la rivoluzione del febbr. 1848 fu membro dell'Assemblea costituente.
Alle elezioni del 23 apr. si era preparato con un programma che, sebbene non nascondesse il desiderio di conservare le forme tradizionali della società francese, tuttavia tendeva all'attuazione di certe riforme favorevoli alla piccola borghesia ed ai lavoratori. R. vi propose infatti una radicale trasformazione del vigente sistema fiscale con particolare riguardo all'abolizione delle imposte indirette ed all'istituzione di un'imposta diretta progressiva; e si dichiarò, tra l'altro, favorevole ad una legislazione sul lavoro ed all'intervento dello Stato in caso di pubbliche calamità agricole. Questo programma elettorale gli valse l'appoggio di tutti coloro che temevano
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Il salto nel buio, costituito da una repubblica democratica. L'attività da lui svolta in assemblea lo rivelò sempre maggiormente uomo d'ordine, e durante la discussione del progetto della nuova Costituzione si distaccò dalla maggioranza e propugnò il bicameralismo contro l'Assemblea legislativa unica. Ricatto deputato il 13 maggio 1849, divenne sostenitore del Bonaparte, allora ancora presidente della Repubblica, ed entrò il 30 ott. dello stesso anno nel governo quale ministro della Giustizia. Restò ministro, con interruzioni, fino al genn. 1852. Quindi fu vice-presidente del Consiglio di Stato, ministro dell'Agricoltura, del Commercio e dei Lavori Pubblici dal 1855 al 1863 e ministro di Stato dal 1863 al 1869. Presidente del Senato dal 18 luglio 1869 al 4 sett. 1870, si recò dopo la sconfitta di Sedan a Londra, al seguito dell'imperatrice Eugenia. Ritornato in Francia, R. venne eletto deputato all'Assemblea nazionale nel febbr. 1872 e prese, alla morte di Napoleone III, la direzione effettiva, se non ufficiale, del partito bonapartista. Nel 1881 si ritirò a vita privata.
R. fu tra i più fedeli collaboratori di Napoleone III. Come ministro di Stato difese dal 1863 in poi la politica interna ed estera dell'Imperatore contro le critiche del Parlamento. Particolarmente noto è rimasto il discorso da lui pronunciato il 5 dic. 1867 Mentana (v.). In tale occasione, replicando ad alcune interpellanze, giustificò l'intervento francese contro Garibaldi, perché attuato con l'intento di far osservare la Convenzione di settembre. Disse che, di fronte all'incapacità di Rattazzi di garantire lo Stato della Chiesa contro le mene del partito rivoluzionario, la Francia si era sentita obbligata all'invio di un corpo di spedizione che sarebbe rimasto a Roma «fino al momento in cui la sicurezza del Papa avesse reso necessaria la presenza delle truppe francesi... Noi dichiariamo che l'Italia non s'impiadronirà di Roma. Mai la Francia tollererà una tale violenza fatta al suo onore, fatta alla cattolicità. Essa richiederà all'Italia la rigorosa ed energica esecuzione della Convenzione di settembre, altrimenti vi provvederà essa stessa». Queste parole impressionarono ed eccitarono oltremodo l'opinione pubblica liberale italiana e la decisa presa di posizione del R. in quell'occasione contribuì non poco al fallimento dei negoziati per una triplice alleanza austro-franco-italiana nel 1870.
BUL.: A. Robert-R. Bourloton-G. Cougny, Dictionnaire des parlementaires français, V. Parigi 1891, pp. 202-204; A. Cacavicochi, Il re Vittorio Emanuele II, il generale Cialdini e la dichiarazione R., in Memorie storiche militari, 1 (1909), pp. 75-81; R. Schnerb, R. et le Second Empire, Parigi 1949 (con nota bibl. ed iconografia alle pp. 325-32). Silvio Furlani