ROSSI, Pellegrino. - Statista, n. a Carrara il 13 luglio 1787, assassinato a Roma il 15 nov. 1848. Allievo degli Scolopi a Correggio, si laureò in giurisprudenza nel 1806 a Bologna. Fu brevemente nella magistratura del Regno italico come segretario della procura generale della R. Corte di Bologna, finché, poco più che ventenne, ebbe la cattedra di diritto penale a Bologna stessa.
Plaudi nel 1815 al tentativo murattiano. Autore, a quel che sembra, del cosiddetto Proclama di Rimini, assunse, in nome di re Gioacchino, il Commissariato civile dei quattro dipartimenti emiliani. Sconfitto Murat, si ritirò nella Svizzera e dopo corsi liberi da lui tenuti presso l'Università di Ginevra, ebbe nel 1819 la cattedra ufficiale di diritto penale, nonostante che lo statuto universitario
richiedesse espressamente per i docenti di professare il calvinismo. Assunta la cittadinanza elvetica, nel 1820 fu eletto nel Consiglio federale e poi alla Dieta federale di Lucerna, dove venne incaricato di redigere quella carta costituzionale della Confederazione che regge tuttora, salvo poche modificazioni posteriori, la Svizzera. Dava intanto alle stampe il suo classico trattato Du droit pénal e fondava con il Sismondi quegli Annales de législation et d'économie politique che gli assicurarono in breve tempo ri- nomanza internazionale. Invitato a insegnare a Parigi economia politica nel 1833, l'anno successivo diventava ordinario di diritto costituzionale al Collège de France. Liberista in economia e liberale in politica, le sue lezioni destarono larghissima eco, e il re Luigi Filippo, che numerose volte si recò ad ascoltarlo, propose al giovane e famoso professore di farsi cittadino francese per potere assumere cariche ufficiali. Il R. aderì: nel 1839 fu installato alla dignità di Pari del Regno, e nel 1845 fu inviato a Roma quale ambasciatore presso Gregorio XVI. Caduta la monarchia di luglio, rimase a Roma come privato cittadino pur partecipando attivamente alla vita politica, e confrontò con la sua approvazione e con i suoi suggerimenti gli inizi dell'esperimento costituzionale di Pio IX, persuaso dell'opportunità di imprimere nuova vita, attraverso sagge riforme, allo Stato della Chiesa.
Pio IX lo avrebbe voluto al governo subito dopo la caduta del gabinetto Mamiani (luglio 1848), ma il R. non trovò sufficienti appoggi nell'ambiente politico romano e l'incarico venne allora conferito al Fabbri; ma alle istanze del Papa, dopo le dimissioni del Fabbri, R. finalmente accettò il mandato (10 sett.). Rimandò Presidente dei ministri e ministro degli Esteri il card. Soglia-Ceroni, il R. assunse il portafoglio dell'Interno con l'interno delle Finanze e affidò gli altri dicasteri al card. Vizzardelli (Istruzione), al Cicognani (Giustizia), all'ab. Montanari (Commercio), al duca di Rignano (Armi e Lavori pubblici), al Galletti (Polizia), con il Guerini ministro senza portafoglio e il Righetti sostituì alle Finanze. Era un ministero liberale, ma tendente, come oggi si direbbe, a destra nel senso e con le aspirazioni federaliste del neo-guelfismo. Il R. era soprattutto deciso ad infrenare la demagogia delle sinistre che avevano a loro esponente lo Sterbini: di qui la campagna di odio che condusse alla tragedia del 15 nov.
Il ministero si costituì durante la vacanza del Parlamento, per cui il R. governò senza l'appoggio delle Camere, con ostentato scandalo della stampa e dei circoli democratici: il che non gli impedì di prendere provvedimenti di notevole importanza, come la soppressione del Ministero di polizia, l'inizio di impianti telegrafici, l'imposizione di una tassa sui beni ecclesiastici, l'emissione di buoni del Tesoro garantiti da ipoteca sui beni ecclesiastici stessi, la creazione di una Corte di Cassazione; progettò la costruzione di ferrovie, la riforma del sistema giudiziario e penitenziario, l'istituzione di un ufficio statistico, la creazione di scuole di economia e diritto commerciale ed altre riforme di larga portata. Per garantire l'ordine pubblico, prese misure severe contro i mestatori, sostituì numerosi funzionari dei vari gradi, affidò cariche direttive a persone di sua fiducia, e si decise ad inviare in Romagna la «Legione romana», cioè i volontari reduci dalla campagna primaverile nel Veneto, che con il loro atteggiamento fazioso e indisciplinato costituivano un costante pericolo per la pubblica tranquillità. Di qui, dopo la politica esitante e remissiva del Mamiani e del Fabbri, la taccia di dittatura contro il fermo ed onesto governo del R.
In politica estera federalista convinto, il R. temeva, specialmente dopo i vanti tentativi per una lega fra i principi promossi da Pio IX, l'ingrandimento del Regno sardo a scapito degli altri Stati italiani. Perciò contrastò energicamente il piano, di cui si fece interpretare a Roma il Rosmini, di una lega militare fra il Piemonte, la Toscana e lo Stato Pontificio, che gli sembrava un espediente per procurare a Carlo Alberto l'appoggio degli eserciti toscano romano. Propose invece una confederazione dei principi della penisola, compreso l'Imperatore d'Austria quale re del Lombardo-Veneto, sotto la presidenza del Papa. Confederazione, di cui doveva essere organo coordinatore e propulsivo un congresso da riunirsi in Roma, con il compito di assicurare l'indipendenza degli Stati contraenti, dirimere gli eventuali contrasti, tutelare il mantenimento delle istituzioni liberali e dare opera al progresso regolare e graduale della prosperità e civiltà, della quale è parte principalissima la religione cattolica. Programma, che fece nemici al R. i fautori del Piemonte e quanti desideravano che Pio IX abbandonasse la politica di neutralità del 29 apr. per dichiarare guerra all'Austria, nonché tutti demagoghi della estrema sinistra mazziniana. Sprezzante della campagna ostile della stampa democratica, il 15 nov. 1848 il R. si recò alla riapertura della Camera, nel Palazzo della Cancelleria, dove, attorniato da un gruppo di congiurati, senza che la forza pubblica intervenisse a proteggerlo, venne brutalmente assassinato.
Gli esecutori materiali dell'efferato delitto rimasero sconosciuti, e fondati sospetti gravano su Luigi Brunetti, figlio di Ciceruacchio; mandanti e ispiratori, lo stesso Ciceruacchio, lo Sterbini, il colonnello della Legione romana Luigi Grandoni e Luciano Bonaparte, principe di Canino. L'assassinio determinò l'insurrezione che impose, con l'assalto al Quirinale del 16 nov., la costituzione del ministero Muzzarelli-Galletti-Sterbini, inducendo di lì a poco il Pontefice a lasciare Roma per Gaeta.
Il R. fu sepolto per volere di Pio IX, che molto l'amava, in S. Lorenzo in Damaso, nella tomba erettagli dal Tenebrani, con la bella epigrafe: «Causam optimam mihi tuendum assumpsi. Miserebitur Deus».