PIETRO IL GRANDE, ZAR DI RUSSIA

PIETRO il Grande, zar di RUSSIA. - N. il 30 maggio 1672. La sua educazione fu abbandonata al caso. Fin dalla prima gioventù, appassionato per gli esercizi militari, organizzò, un po' per giuoco, un po' con intendimenti seri, i primi nuclei di un esercito moderno. Vivace, sano, rude, dedito con piacere a libagioni, affascinato dalla tecnica moderna, fece venire in Russia numerosi «specialisti» stranieri e viaggiò poi a lungo all'estero (Olanda, Inghilterra, ecc.) per imparare problemi tecnici d'ogni genere (visitò infatti cantieri navali, fabbriche di cannoni, ecc.). La repressione da lui successivamente fatta contro gli strel'cy (che si erano ribellati durante la sua assenza dalla Russia e che, ai suoi occhi, apparivano come una formazione di pretoriani legati a interessi conservatori) è rimasta famosa per la sua crudeltà (v. Storia). Sotto P. il G. la Russia si afferma decisamente come potenza di primo piano. Attraverso lotte, svoltesi con alterne vicende, la potenza svedese venne abbattuta (decisiva, a questo riguardo, fu la battaglia di Poltava). Con la fondazione di Pietroburgo, divenuta capitale del modernizzato Impero, la Russia volle spalancare la «finestra sull'Europa». La metà dei sovrani moscoviti, a partire da Ivan il Terribile, era stata raggiunta. Nell'autunno del 1724, P. scorse alle foci della Neva una nave sbattuta dalla tempesta. Si affrettò ad aiutare i naufraghi, restando a lungo immerso nell'acqua gelida e salvando una ventina di marinai e soldati: ma in seguito alle complicazioni di un catarro causato da questa avventura, lo zar morì il 28 genn. del 1725.

Il regno di P. s'identifica, in Russia, con l'affermazione dello Stato, della tecnica, della «vita» (intesa, in fondo, in un senso piuttosto materiale, che rivela una decisa volontà di contrapporsi al mondo tradizionale ed alle «astrarte contemplazioni»). Lo Stato, con P. il G., intende ridurre la Chiesa ad una funzione strettamente concordante con i suoi fini. La civiltà europea che P. conosce, è, più che altro, quella che gli si è venuta manifestando attraverso il «quartiere degli stranieri» a Mosca: caporali prussiani, parrucchieri parigini, artigiani e tecnici inglesi ed olandesi. La «civiltà» viene da lui identificata più che altro con l'utilitarismo e la meccanica. Questo grande barbaro, appassionato dei progressi tecnici dell'Occidente, impara tutti i mestieri, senza disegnare nessuno. Sotto di lui, si sviluppa in Russia un'industria di Stato specialmente in funzione delle necessità belliche. Anche le città hanno un notevole incremento, pur assumendo il più delle volte l'aspetto di monotoni centri militari ed amministrativi. Particolare sviluppo venne dato alle scuole, da cui dovevano uscire i futuri costruttori di strade e di ponti, gli ufficiali, i tecnici, i medici, i funzionari. Lo stesso ceto studentesco nasce per volontà dello Zar, cominciando, fino dagli anni degli studi, a «prestar servizio» per lo Stato: sorgono così in modo davvero originale i primi embrioni dell'intelligenza russa. P. il G., di fronte ai suoi stessi capricci di autocrate, fece quasi sempre prevalere il concetto dell'utilità pubblica. Le grandi riforme di P. recano tutte più o meno un carattere utilitaristico ed empirico. Il suo ideale del «progresso» (che precorre in modo sintomatico stati d'animo di future generazioni di razionalisti russi) è disgiunto da ideali umanitari (di tipo illuministico) e dall'aspirazione ad una qualche forma di libertà. Le riforme del grande Imperatore si rivelarono legate alla sua persona e non gli sopravvissero che parzialmente.

Bibl.: M. M. Bogoslavskij, Pietro I, Mosca 1926 (in russo); H. Doerries, Russlands Eindringen in Europa in der Epoche Peters des Grossen, Königsberg 1939; M. M. Bogoslavskij, Pietro I (materiali per la biografia), 3 voll., Mosca 1940-41; N. A. Voskresenskij, Gli atti giuridici di Pietro I, a cura di B. I. Szymanikow, Mosca 1945; P. il G., raccolta di articoli a cura di A. I. Andreev, Mosca 1947; B. H. Sumner, Peter the Great and the Ottoman Empire, Oxford 1949.

RIFORMA DELLA CHIESA RUSSA. - P. non ricevette l'educazione tradizionale degli zaravie russi, perché passò la sua giovinezza con la madre lontano dalla corte, nel villaggio Preobraženskoje presso Mosca. Là visse in familiarità con la gente semplice e con gli

stranieri protestanti della vicina borgata «Meneckaja sloboda». Perciò P., divenuto zar, non sentiva l'attaccamento alle tradizionali forme russe della vita politica, sociale e religiosa, e tra i suoi più intimi collaboratori ed amici aveva numerosi stranieri protestanti.

Nelle sue riforme, realizzate spesso con i metodi violenti, P. non volle tenere conto neppure dell'opinione della Chiesa, la quale fin allora costituiva in Russia norma suprema anche per la vita culturale e sociale. Così il 20 dic. 1699 sostituì l'era bizantina che, incominciando l'anno il 1° sett., contava gli anni «dalla creazione del mondo», con l'era usata all'Occidente; introdusse per l'uso civile un nuovo tipo di caratteri critici (v. ALFABETO) differenti da quelli ecclesiastici, incominciò a fondare le scuole statali indipendenti della Chiesa, inviava i giovani a studiare alle università esterne, imponeva ai cittadini nuovi costumi (vestirsi alla coccinelle, radersi la barba, ecc.), fin allora praticati in Russia esclusivamente dagli stranieri protestanti o cattolici. Ciò suscitò l'opposizione alle sue riforme da parte del clero con i patriarchi Gioacchino (m. nel 1690) Adriano (v.) in testa. P. se ne vendicava facendosi beffa di essi grossolanamente. Vedendo che la crescente opposizione si concentrava intorno agli ecclesiastici moscoviti, specialmente monaci, P. favoriva il clero della Russia meridionale, il quale, avendo subito il dominio e l'influsso culturale della Polonia, non si teneva tanto alle tradizioni culturali e sociali di Mosca. Tra essi emersero poi Stefano Javorskij, nominato metropolita di Rjazan, Teodosio Janovskij, fatto arcivescovo di Novgorod, e specialmente il protestanteggiante Teofane Prokopovič (v.), divenuto vescovo di Pskov e il più ascoltato consigliere di P. negli affari ecclesiastici. P., benché credente, considerava la religione utilitaristicamente, come un mezzo indispensabile per la formazione morale del popolo, senza preoccuparsi troppo del suo contenuto dogmatico. A causa del suo ideale dello Stato assoluto e poliziesco, ispirato alle dottrine di Puffendorf, Wolf, ecc., P. mal tollerava il prestigio e l'autorità di cui godevano i patriarchi di Mosca presso tutto il popolo. Quando nel 1700 morì il patriarca Adriano, P. non permise la elezione del successore, ma nominò soltanto un «esarca, amministratore e vicario del trono patriarcale» nella persona di Stefano Javorskij. Questo stato provisorio terminò soltanto il 25 genn. 1721 con la pubblicazione del Regolamento spirituale, elaborato da Teofane Prokopovič. Il Regolamento sopprimeva la dignità patriarcale ed affidava il supremo potere legislativo, giudiziario e amministrativo ad un «Collegio spirituale», organizzato alla maniera degli altri dicasteri collegiali dello Stato istituiti allora da P. Il Collegio spirituale, che prestò prese il nome del Santissimo Sinodo, doveva essere composto di 12 membri con voto uguale, 4 vescovi e 8 sacerdoti nominati dallo zar, il quale rimaneva «supremo giudice» del S. Sinodo e come tale ratificava tutti gli atti importanti da esso emanati. Per esercitare più agevolmente questo controllo P. nominò nel 1722 un laico alto procuratore del S. Sinodo. Il Regolamento riordinò il 'organizzazione dell'amministrazione diocesana, rinforzando in tutto il controllo dell'autorità statale. Un Supplemento al Regolamento, uscito nel 1722, riordinava al logamente la disciplina del clero parrocchiale e dei monaci, imponendo a questi ultimi onorese limitazioni quanto al numero di conventi e di novizi. Benché già prima di P. gli zar non di rado s'immischiassero negli affari ecclesiastici, P. fece del S. Sinodo un organo dell'amministrazione statale; i vescovi e sacerdoti divennero praticamente impiegati governativi con grave spazio della loro autorità sacra. Questi nuovi ordinamenti, emanati da P. per inserire l'amministrazione ecclesiastica nell'ingranaggio della burocrazia statale, ostacolavano poi gravemente il libero sviluppo dell'attività della Chiesa russa. Verso la Chiesa cattolica P. nutriva un'avversione diffidente, considerando il primato del papa incompatibile con l'assoluto dominio dei sovrani. Quando nel 1717 P. visitò Parigi, i teologi della Sorbona gli presentarono un memoriale relativo alla unione della Chiesa orientale con quella romana. Nel 1720 per incarico di P. rispose loro Teofane Prokopovič affermando che ciò si potrebbe trattare solo d'accordo con tutti i patriarchi orientali.

BIBL.: Duchovnyj Reglament, Pietroburgo 1721; C. Tondini, Règlement ecclésiastique de Pierre le Grand, Parigi 1878, testo russo con la versione franco, e latina; Polnoje sobranie postanovlenija i razporjačenija po vedomstvu pravoslavnago ispovedanija rossijskoj imperii, I-IV, Pietroburgo 1872-79; W. Palmer, The Patriarch and the Tsar, VI, Londra 1876; St. Runkovič, Ureždenie i perovnajačnaja novostvo svijetljačnogo praviteljstva, 1872-79, Pietroburgo 1900; P. Pierling, La Russie et le St-Siege, IV, Parigi 1907; P. Verchovskij, Ureždenie duchovnoj kollegii i duchovnoj reglament, Rostov sul Don 1916; H. Koch, Die russische Orthodoxie im petrinischen Zeitalter, Breslavia 1929; R. Stupperich, Staatsgedanke und Religionspolitik Peters des Grossen, Berlino 1936. Giuseppe Olšir