MOSCA

MOSCA. - Città sacra della vecchia Russia, la capitale della R. S. F. S. R. e dell'U. R. S. S. sorge su sette colli, lungo le sponde della Moscova e del suo piccolo affluente Jàusa e rappresenta il vero centro geografico dell'immensa regione.

I. GEOGRAFIA.

Prima del 1147 M. non era neppure citata nelle cronache russe; nel 1325 il metropolita Pietro stabiliva la sua residenza a Vladimir sulla Klijasma a M.; divenne poi capitale dello Stato russo nel sec. XVII, finché (1712) fu soppiantata da Pietroburgo. Il Cremlino rappresenta il centro della città; intorno ad esso, M. si è via via allargata in cinque zone concentriche, secondo il tipo caratteristico che meglio poteva rispondere alle esigenze militari dell'epoca. Oggi la città è punto di partenza di oltre dieci grandi linee ferroviarie. All'elemento quantitativo (le vie e le piazze sono di una vastità non comune) non corrisponde l'elemento qualitativo. Palazzi, testri, musei e ville sorgono tra catapecchie. Centro della città è la famosa Piazza Rossa, chiusa sul lato sud dalla chiesa di S. Basilio e fiancheggiata sul lato ovest dal Cremlino; questo comprende numerosi palazzi, chiese e conventi, oggi uti-

lizzati per gli alti uffici dello Stato e del Partito. M., che contava 150.000 ab. ca. alla metà del sec. XVIII, ne aveva ca. 380.000 nel 1861; subito dopo crebbe per l'afflusso di contadini che si occuparono nei mestieri più svariati. Nel censimento del 1897 su 1.035.000 ab. il 63% della popolazione era immigrata. Il numero ha oscillato intorno a questa cifra anche durante gli anni della guerra e della Rivoluzione salendo a 1.949.000 nel 1915, scendendo a 1.028.000 nel 1920, per elevarsi a 2.740.000 nel 1931. Un tale agglomeramento non si saprebbe spiegare che con i progressi delle comunicazioni, del commercio e dell'industria.

BIBL.: A. Ivanov e A. Borzov, Moskovskij Krai, Mosca 1925; Moscou, in Géographie Universelle, V. Etats de la Baltique, Russie, Parigi 1932; E. Lo Gatto, M., Milano 1934; G. Pullè, M. la capitale dell'U.R.S.S., in Le vie del mondo, 6 (1938, 11), pp. 190-207. Gastone Imbrighi

II. STORIA ECCLESIASTICA.

SOMMARIO:

I. Metropolia autocefala (1448-1589)

II. Patriarcato (1589-1721)

III. S. Sinodo (1721-1917). - IV. Patriarcato ristabilito (dal 1917).

I. METROPOLIA AUTOCEFALA (1448-1589)

Le diocesi occidentali, Kiev (v.), si trovarono nel corso del secc. XIII-XIV nell'ambito dello Stato polacco-lituano e ciò causò la sottrazione di esse alla giurisdizione del metropolita di « Kiev e di tutta la Russia » residente allora a M. La divisione - già prodottasi sporadicamente - divenne definitiva, quando in Polonia fu riconosciuta la giurisdizione del metropolita unito di Kiev, Gregorio, nominato nel 1458 dal papa Callisto III. D'allora in poi ciascuna delle due parti seguì la propria evoluzione storica.

Il metropolita Giona (1448-61), conservando ancora il titolo tradizionale, pretese anche il governo di tutta la antica metropolia; ma il suo successore Teodosio (1461-65) si chiamò soltanto metropolita di « M. e di tutta la Russia », titolo corrispondente alla effettiva estensione della sua giurisdizione. Il metropolita Giona, e poi tutti i suoi successori, furono eletti ed insediati senza che se ne chiedesse, come fin'allora, almeno la ratifica dal patriarca costantinopolitano. Così ebbe inizio l'indipendenza o autocefalia della metropolia di M. Tra i metropoliti seguenti si distinsero Daniele (1522-39), scrittore e polemista; Macario (1542-63), scrittore, organizzatore, promotore della cultura religiosa; Filippo, (m. nel 1569), che pagò con la vita la sua coraggiosa condanna della crudeltà di Ivan il Terribile.

Nella metropolia il supremo potere legislativo e giudiziario spettava al concilio, che pure eleggeva e deponeva il metropolita. I vescovi - tutti obbligatoriamente monaci - erano nominati dal metropolita ed avevano pieni poteri amministrativi e giudiziari nelle proprie diocesi, anche sui monasteri, eccetto alcuni esenti (« stauropigiali »). Le diocesi - 10 nel 1448 - erano 13 alla fine del periodo. Il clero, decimato durante le invasioni tartare, crebbe rapidamente di numero. Il clero secolare, composto di sacerdoti, diaconi e chierici inferiori, poteva sposarsi, ma una sola volta e prima degli Ordini maggiori. Il Concilio del 1503 impose a tutti i sacerdoti e diaconi vedovi o di farsi monaci o di rinunciare all'esercizio delle funzioni sacre per prevenire l'eventuale scandalo d'incontinenza. Questa ingiusta disposizione praticamente impediva l'esistenza del clero secolare anche volontariamente celibe. Quanto al diritto canonico, vigeva essenzialmente quello bizantino raccolto nella « Kormčia Kniga » (Libro timoniere), che conteneva il Nomocanone con i commentari: completato dalle leggi dei concili locali e dagli statuti dei grandi principi. Il più importante dei concili è quello del 1551 (detto « Stoglav » a causa della divisione dei suoi decreti in 100 capitoli), che riordinò tutta la vita ecclesiastica (istruzione, liturgia, arte religiosa, amministrazione, di-

sciplina degli ecclesiastici e laici). I tribunali ecclesiastici giudicavano tutti in materia di religione, il clero e i laici dipendenti dalla Chiesa (contadini, impiegati) anche in cause civili, eccetto quelle capitali. Le liti tra ecclesiastici e laici spettavano ai tribunali misti. I beni ecclesiastici consistevano principalmente in possedimenti fondiari esenti da molti contributi statali. Alcuni vescovi e monasteri celebri ne possedevano diecina di migliaia di ettari. Il metropolita e i vescovi percepivano inoltre uno speciale tributo dai monasteri e dalle chiese e le numerose tasse amministrative e penali. Anche il clero della città era assai agiato, mentre il clero rurale era piuttosto povero e viveva talvolta del proprio lavoro agricolo od artigiano.

La collaborazione tra lo Stato e la Chiesa era strettissima. Lo Stato assumeva la difesa della Chiesa contro i nemici interni ed esterni. Ma il gran principe spesso influiva decisamente sulla nomina o deposizione dei metropoliti e vescovi. Dal canto suo il metropolita sosteneva i grandi principi di M., tendenti a riunire i principi russi in uno Stato, vedendo in ciò la migliore garanzia dell'unità della propria metropolia. Il suo prestigio morale era senza par

i. Tutti gli importanti documenti dei principi — decreti, patti, trattati di pace, testamenti ecc

sono editi « con la benedizione del padre nostro metropolita ». Il clero mantiene lo spirito nazionale durante il dominio dei Tartari, e incoraggiò poi i grandi principi nelle lotte di liberazione (Demetrio Donskoj, Giovanni III). La Chiesa promuoveva la cultura spirituale e materiale, assisteva i socialmente deboli, manteneva istituti di beneficenza, riscattava i prigionieri.

L'atteggiamento di fronte alla S. Sede diventò definitivamente ostile. La continua propaganda antitintina condotta dai greci, i conflitti bellici con i vicini cattolici — Ordini equestri al Baltico e Polonia — crearono in Russia una profonda avversione contro l'Occidente latino. Essa si manifestò spiccatamente nella deposizione del metropolita Isidoro, (1441), perché al Concilio di Firenze si unì con Roma. Né il matrimonio di Giovanni III con Zoe-Sofia Paleologa nel 1472, né le legazioni pontifice a Basilio III e Giovanni IV valsero a modificare questo atteggiamento ostile, ravvivato continuamente dagli ecclesiastici greci.

Questa avversione a Roma e la stretta collaborazione della Chiesa con lo Stato trovò la sua caratteristica espressione nella teoria « M.-terza Roma » formulata nel sec. XVI dal monaco Filoteo di Pskov. Secondo lui l'antica Roma cadde a causa dell'eresia dei papi, la seconda, Costantinopoli, a causa della sua unione con il papa nel Concilio di Firenze. L'antico libero impero « ortodosso » che restava era quello di M.-terza Roma custode della purezza della fede cristiana fino alla fine del mondo.

L'espansione della Chiesa paralizzata dalle invasioni tartare riprese, e nel secc. XIV-XV il cristianesimo penetrò tra gli stessi Tartari; alcuni di questi convertiti divennero capostipiti di note famiglie russe: Aničkov, Godunov, Strogonov ecc. La cristianizzazione sistematica dei Tartari cominciò dopo la conquista dei loro Khanati di Kazaň (1536) e di Astrachaň (1563). Nell'apostolato si distinsero il primo vescovo di Kazaň, Gurio (m. nel 1563), e i suoi collaboratori Barsonofio e Germano, buoni conoscitori della lingua tartara. I monasteri di Valaam sul Ladoga e Murma sull'Onega furono centri di attività missionaria in Carelia. Nell'estremo nord diffusero la fede i monaci del monastero Soloveckij sulle isole omonime del Mare Bianco, e altri missionari si stabilirono alle foci del Kola (Teodoreto, m. nel 1577) e presso il capo Nord (Trifone Pečenskij, m. nel 1583). A nord-est proseguì la conversione dei Zyrjani — ini-

ziata da s. Stefano di Perm (m. nel 396) — e quindi la predicazione si estese più all'est sui fiumi Vjatka e Kama (Trifone Vjatskij, m. nel 1612). Con la penetrazione russa in Siberia, nel 1582, i missionari russi varcarono gli Urali. Il governo favorì dappertutto i missionari e i convertiti, talvolta reprimendo anche con la forza l'ostilità degli infedeli, ma generalmente dalle autorità ecclesiastiche e civili venivano raccomandati ai missionari i mezzi pacifici: istruzione e carità. La lingua degli indigeni fu adoperata non soltanto nella predicazione, ma talvolta anche nella liturgia. L'istruzione era impartita dagli ecclesiastici in misura più o meno larga, ma non si arrivava, malgrado gli sforzi dei concili, ad istituire scuole sistematicamente organizzate, neppure per la formazione del clero. Il livello culturale del clero secolare, specialmente di quello rurale, era molto basso. Le biblioteche dei monasteri, dei vescovi e dei principi erano talvolta assai ricche e si sviluppò il tipo di « načetčik », ossia autodidatta. La letteratura consiste principalmente nelle versioni dal greco in slavo-ecclesiastico. L'arcivescovo di Novgorod, Gennadio (m. nel 1504), raccolse i libri già tradotti nel Vecchio e Nuovo Testamento e procurò nuove versioni dei mancanti. La letteratura originale fu piuttosto di carattere pratico: cronache, liturgia, discorsi sacri ed istruzioni pie, agiografia, descrizione di pellegrinaggi in Terra Santa. I più eminenti scrittori del periodo sono: Giuseppe Volokolamskij (m. nel 1515), Nilo Sorskij (m. nel 1508), i metropoliti Daniele e Macario, Pacomio Serbo (m. nella fine del sec. XV), Zinobio Otenkij (m. nel 1568), Massimo Greco (m. nel 1556), il protopope Silvestro (m. nel 1566). Ebbero larga diffusione gli « sborniki », ossia miscellanee di articoli di diversi argomenti e autori. In generale la letteratura ebbe carattere compilativo con scarsa critica delle fonti. Perciò si diffuse la letteratura apocrifa, condannata e combattuta dall'autorità ecclesiastica.

Ca. il 1474 apparve a Novgorod un movimento eretico detto dei « giudaizzanti », che era un miscuglio di giudaismo, di razionalismo umanistico e di astrologia. Gli eretici negavano i principali dogmi cristiani e s'abbandonavano a ributtanti profanazioni dei luoghi ed oggetti sacri. Essi guadagnarono a M. anche alcuni aderenti tra laici e ecclesiastici: perfino il metropolita Zosima (1490-94) fu sospettato di eresia. Gennadio, arcivescovo di Novgorod, e Giuseppe, abate del monastero di Volokolamsk, combatterono energicamente le dottrine dei giudaizzanti ed ottennero la condanna conciliare dell'eresia e la punizione dei principali eretici. Queste misure condussero alla liquidazione — almeno esterna ed ufficiale — dei giudaizzanti. Ma le loro idee, con l'aggiunta di elementi protestanti, rivissero nelle dottrine di Matteo Baskin e dell'ancora più radicale Teodosio Kosoj condannate dal Concilio di M. nel 1553-54. Quanto al protestantesimo, in Russia si tollerava allora l'esercizio di culto degli stranieri protestanti, ma non era loro permessa alcuna propaganda. L'apostasia dalla Chiesa ufficiale era un delitto punito anche dallo Stato.

Il culto veniva celebrato con crescente splendore e il numero delle nuove chiese, riccamente decorate ed arredate, divenne superiore al bisogno. Nell'arte sacra si seguì la tradizione bizantina e nelle chiese non erano ammesse le statue. Meta prediletta dei pellegrinaggi erano i santuari dove si veneravano iconi della Madonna (Vladimir, Kursk, Tichvin, Kazaň ecc.) oppure reliquie, specie incorrotte, di santi. Il Concilio del 1547 ne canonizzò 21 e 20 quello del 1549. In liturgia regnava grande varietà, malgrado gli sforzi dei concili di unificare la prassi liturgica. Neppure la stampa dei libri liturgici (dal 1564) portò un rimedio efficace, causa la mancanza di manoscritti corretti e dell'attaccamento ai testi e alle cerimonie usuali.

L'insufficiente istruzione religiosa portò ad esagerare l'importanza del culto esterno e favorì le pratiche superstiziose. Le guerre quasi continue resero i costumi rudi e il crescente benessere delle classi

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MOSCA - Lettera del card. Isidoro, metropolita di Kiev e di tutta la Russia, diretta « ad Starostam Cholmensem » (27 luglio 1440) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. slavo 12, f. 18 V.
superiori dette occasione alla pigrizia e alla lussuria, difetti duramente castigati - e talvolta anche esagerati - dai predicatori e dai moralisti. Malgrado ciò non mancarono illustri esempi di pietà e virtù cristiane tra ecclesiastici e laici. Come ideale della perfezione cristiana restò l'ascetismo monacale. Nel « Domostroj » del protopope Silvestro - un manuale ascetico-morale del pio laico - la famiglia cristiana diventa una specie di monastero secolarizzato. Tra i secolari era diffuso l'uso di pronunziare, almeno sul letto di morte, la professione religiosa. Perciò fiorirono numerosi monasteri: nel periodo 1450-89 ne sorsero 300 nuovi. I monaci condusevano sia la vita eremitica - solitari e in piccoli gruppi (« skity ») - sia la via cenobitica nelle comunità rette da un superiore secondo un preciso regolamento. Si seguivano le regole degli antichi santi monaci (Basilio, Efrem, Giovanni Climaco, Teodoro Studita), completate dagli asceti russi (Giuseppe Volokolamskij, Nilo Sorskij). Il più attivo centro di rinnovamento della vita monastica fu il monastero della S. Trinità fondato da s. Sergio di Radoněž (m. nel 1429) non lontano da M.

Gli eremiti guidati da Nilo Sorskij condannavano le proprietà fondiarie dei monasteri come ostacolo alla perfezione della povertà religiosa. Invece Giuseppe Volokolamskij, il rappresentante del severo cenobitismo, con i suoi segusci sosteneva l'utilità di tali proprietà come base dell'attività culturale e sociale dei monasteri cenobitici, nei quali la perfetta povertà individuale è garantita dalla rigorosa osservanza della vita comune. Il Concilio del 1503 si pronunciò per la legittimità dei possedimenti dei monasteri lasciando la libertà di seguire l'uno o l'altro indirizzo ascetico. Malgrado i difetti infiltratisi in talune comunità - dispotismo dei superiori, spirito mondano, disobbedienza e vagabondaggio dei monaci - i monasteri furono generalmente veri focolai di vita religioso-culturale. Essi hanno dato alla Chiesa russa non pochi eccellenti vescovi, scrittori ed asceti, innalzati anche da essa all'onore degli altari: oltre i già ricordati Giuseppe Volokolamskij e Nilo Sorskij, Zosimo Soloveckij (m. nel 1478), Pafnunzio Borovskij (m. nel 1478),

Germano Soloveckij (m. nel 1484), Alessandro Svirskij (m. nel 1533), Cornelio Komelskij (m. nel 1537), Antonio Sijskij (m. nel 1556), Nicandro Pskovskij (m. nel 1581). Inoltre si incontrano anche speciali forme di ascetismo come i reclusi (Arsenio di Novgorod, m. nel 1570), gli stiliti (Saba Višerskij, m. nel 1461) e i « jurodivyje » (pazzi per amore di Cristo): Michele Klopskij (m. nel 1452), Simone Jurjevskij (m. nel 1584).

Questo periodo ricco di forti personalità ha il carattere dinamico di ricostruzione spirituale tendente a riparare i danni dell'invasione e dominazione tartara. La metropolia di M., resasi autocefala, si sforza di divenire autonoma anche nella sua vita religiosa e culturale e incomincia a prestare aiuto alle altre Chiese orientali oppresse dai Turchi. Purtroppo nello stesso tempo si separa nettamente dall'Occidente latino. L'isolamento la preserva dalla bufera della riforma protestante, ma pure la priva di contatti fecondi con la vita della Chiesa cattolica.

II. PATRIARCATO (1589-1721)

Il 26 genn. 1589 il patriarca costantinopolitano Geremia II, allora in visita a M., elevò il metropolita Giobbe (1586-1605) alla dignità di « patriarca di M. e di tutta la Russia ». Pure quattro tra i vescovi (di Novgorod, Rostov, Kazaň, Kruticy) ricevettero il titolo di metropoliti, ma senza alcuna giurisdizione speciale. Questa elevazione, ratificata dai Sinodi patriarcali tenutisi nel 1590 e 1593 a Costantinopoli, aumentò il prestigio più che i reali diritti del supremo capo della Chiesa russa, essendo egli già dal 1448 pienamente indipendente dal patriarcato costantinopolitano.

Nel XVII sec. nella curia patriarcale, seguendo l'esempio dell'amministrazione statale, si organizzarono progressivamente speciali uffici (« prikaz ») : giudiziario, del tesoro, palatino, della disciplina ecclesiastica. Pure nelle curie vescovili vennero istituiti simili « prikaz », generalmente due: del tesoro e della disciplina ecclesiastica. Le diocesi restavano troppo vaste; verso la fine del periodo se ne hanno soltanto 23. I Concili si riunivano frequentemente. Il più grande, nel 1666-67, ritrattando le posizioni dello « Stoglav » (1551), emanò nuovi decreti circa la composizione dei tribunali ecclesiastici, la formazione morale e istruzione dei candidati al sacerdozio, la disciplina del clero (vestito, commercio e professioni inconvenienti, divertimenti mondani, chierici vaganti) e autorizzò di nuovo i sacerdoti e i diaconi vedovi a continuare il loro ministero sacro. Ma non si pervenne allora all'istituzione dei seminari lasciando agli ecclesiastici stessi la cura dell'istruzione dei loro figli, tra i quali si reclutava quasi esclusivamente il clero secolare.

Il codice dello zar Alessio (« Uloženije », 1649) affidò allo speciale « Monastyrskij prikaz » tutte le cause civili degli ecclesiastici e dei loro contadini. Ciò suscitò grande malcontento e, condannato dal Concilio del 1666-1667, il « Monastyrskij prikaz » fu soppresso nel 1675.

Nel resto la posizione economico-sociale del clero rimase nelle grandi linee quella del periodo precedente. Lo Stato tendeva a limitare l'accrescimento dei possedimenti fondiari ecclesiastici e le loro esenzioni dagli oneri pubblici. Stato e Chiesa praticamente si compenetrarono. Lo zar conservò l'influsso decisivo sulla scelta della persona del patriarca, ma la dignità patriarcale divenne quasi sovrana agli occhi del popolo. Durante il periodo dei torbidi che seguì all'estinzione della casa regnante dei Rurikidi (1598), i patriarchi Giobbe e Ermogene (1606-1612) appoggiarono validamente l'autorità degli zar legittimi (Boris Godunov, 1598-1605, e Basilio Šijskij, 1606-10). I vescovi e monasteri sostennero materialmente e moralmente il movimento nazionale, che sotto la guida di Cosma Minin e del principe Požarskij portò alla liberazione di M. dai polacchi (1612) e al ristabilimento della legalità con l'elezione del nuovo zar Michele Romanov (1613). Il nuovo patriarca Filarete (1612-33), padre dello zar Michele (forzato dallo zar Boris Godunov a farsi monaco nel 1601) ebbe il titolo di « gran sovrano » come lo zar, e la sua parola fu decisiva anche negli affari di Stato. I suoi successori Gioasaf (1634-40) e Giuseppe

(1642-53) furono più modesti e remissivi verso gli zar. Il prestigio del patriarca raggiunse il suo apogeo ai tempi di Nicone (1652-66), il quale riprese il titolo di «gran sovrano» e affermò la superiorità della dignità patriarcale sopra quella dello zar. Il conflitto aperto scoppiò nel 1658, e si trascinò fino al Concilio del 1666-67, il quale, con la partecipazione dei patriarchi orientali, condannò, depose e degradò Nicone. Ma questo conflitto latente tra l'autorità dello zar e del patriarca, assopitò sotto il successore di Nicone, Gioasaf II (1667-72), si ravvivò sotto Gioacchino (1674-90) e specialmente sotto Adriano (1690-1700) che si oppose alle riforme di Pietro il Grande. Perciò dopo la sua morte Pietro non permise l'elezione di un nuovo patriarca, ma nominò soltanto un vicario patriarcale (Stefano Javorskij), che resse il patriarcato fino alla sua soppressione nel 1721.

Quanto alle relazioni con Roma, il periodo patriarcale significa l'irrigidimento dell'atteggiamento antiromano. L'intervento della cattolica Polonia in favore dello Pseudodemetrio, trasformatosi poi nell'occupazione militare di M., diede alla seguente lotta di liberazione il carattere di difesa dell'«ortodossia» russa contro l'Occidente latino.

L'attività missionaria tra i Tartari di Kazaň fu debole, più viva tra i Mordvini nelle regioni di Tambov e Rjazaň, specialmente grazie all'arcivescovo Missale, morto vittima del fanatismo pagano nel 1654. In Siberia l'istituzione delle diocesi di Tobolsk (1620) e la fondazione di monasteri intensificarono l'attività dei missionari, i quali nella seconda metà del sec. XVIII penetrarono nella Siberia meridionale e al di là del lago Bajkal. Nel 1680 la Polonia cedette definitivamente alla Russia la città di Kiev con le terre sulla riva sinistra del Dniepr e nel 1687 il patriarca costantinopolitano consentì che la metropolia di Kiev fosse incorporata nel patriarcato di M.

Il progresso dell'istruzione era ostacolato dalla mancanza di maestri ben formati. Perciò nel 1649 il boiari Teodoro Rtišev con il consenso dello Zar e del Patriarca chiamò a M. 30 monaci formati nell'Accademia di Kiev, affinché si occupassero di tradurre libri ed insegnassero ai desiderosi il greco, il latino, la retorica e la filosofia. A questi si aggiunse Epifanio Slavenickij (m. nel 1675). Se Slavenickij rappresentava ancora la cultura greco-slava, Simeone Polockij, venuto nel 1664, era già rappresentante della tendenza latino-scolastica data all'Accademia di Kiev dal metropolita Pietro Moghila, e in più punti, specialmente sul momento della transustanziazione, sosteneva la dottrina dei teologi cattolici. Nella lotta ingaggiatasi tra le due tendenze prevalse quella greco-slava, sostenuta dal patriarca Gioacchino, dal monaco Eutimio (1705) e dall'Accademia teologica di M. diretta da due greci, i fratelli Giovanicchio (m. nel 1717) e Sofronio (m. nel 1730) Lichudi. Nel 1690 un Concilio condannò le dottrine di Simeone Polockij (m. nel 1680) e degradò il suo discepolo Silvestro Medvědův (giustiziato poi nel 1691). Ma in breve tempo, a causa degli intrighi, anche i fratelli Lichudi furono allontanati dall'Accademia di M., che poi rapidamente decadde per mancanza di professori adatti. Nel 1627 fu pubblicata la versione del catechismo di Lorenzo Zizania e nel 1696 quella della «Confessione ortodossa» di Pietro Moghila; uscirono anche versioni di opere polemiche greche contro le dottrine occidentali protestanti e cattoliche.

L'opera di correzione ed unificazione dei libri liturgici ripresa dal patriarca Filarete, e continuata dal patriarca Giuseppe II, fu condotta a termine dal patriarca Nicone. Egli corresse i testi e la prassi liturgica russa secondo i libri liturgici usati allora dai Greci, sopprimendo anche le particolari usanze russe consacrate da una lunga e legittima consuetudine. Ciò destò una sempre più crescente opposizione da parte dei conservatori. Il Concilio del 1666-67 approvò definitivamente la riforma liturgica di Nicone e condannò tutti gli avversari. Ma questi, sotto la guida del protopope Avvakum, non si sottomisero, erigendosi in difensori della «antica fede» e così ebbe inizio il movimento noto sotto il nome di «starověři» o «vecchi credenti». Essi rimasero nell'opposizione malgrado le scomuniche del Concilio e le repressioni, spesso drastiche, del governo. Dividendosi in più sette i «vecchi credenti»

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(fot. Enc. Catt.)
MOSCA - De Concilio Florentino, deque rebus gestis post id. Concilium; nec non de Theodoro metropolita, excerpta ex chronicis moscovitis (sec. XV) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. slavo 12, f. 7 f.

costituirono da allora in poi il più grave problema della vita interna della Chiesa russa (v. RASKOL).

Ma anche la Chiesa ufficiale restava ancora molto attaccata alle forme tradizionali della vita religiosa e civile. Per molti la vita religiosa consisteva principalmente nella rigida osservanza delle cerimonie e delle austerità esterne. Malgrado l'isolamento geloso dall'estero, i costumi e divertimenti «mondani» penetrarono in Russia dall'Occidente, perfino nella corte del «pilissimo zar». Ma non mancarono anche manifestazioni di sincera fede cristiana. Furono molto praticate le opere di misericordia, specie l'elemosina e le visite a carcerati. Il Concilio del 1682 diede norme speciali per l'organizzazione della beneficenza ecclesiastica.

La vita ascetico-monastica era considerata sempre la forma più elevata della perfezione cristiana. Nel sec. XVII sorsero 220 nuovi monasteri. Il Concilio del 1666-67 diede più severe disposizioni per ricevere i novizi, proibì di ammettere alla professione religiosa senza un tempo sufficiente di prova, condannò le forme stravaganti di prassi ascetica. Tra i monaci di quel periodo, dei quali non pochi furono elevati agli altari, si distinsero: Basilio Mangazejskij (m. nel 1600), Giuseppe Vologodskij (m. nel 1612), Irinarco Rostovskij (m. nel 1616), Adriano Monzenskij (m. nel 1619), Irinarco Solovskij (m. nel 1628), Dionigi Troickij (m. nel 1633), Eleazaro Anzerskij (m. nel 1656), Macario Konevskij (m. nel 1678). Oltre ai monaci viventi in comunità s'incontrano anche gli eremiti e i «jurodivyje» (Procopio Vjatskij, m. nel 1627).

Questo periodo è meno movimentato di quello precedente. La vita della Chiesa tende a fossilizzarsi un po' nelle sue forme tradizionali. L'«ortodossia» è considerata come elemento caratteristico della nazionalità russa, benché non molti saprebbero indicare in che cosa essa precisamente consista e perciò viene facilmente identificata con le forme rituali esteriori. Si cerca di organizzare una sistematica istruzione religiosa. Ma anche in questo periodo l'istruzione, specialmente del clero secolare e delle masse dei fedeli, resta il punto più debole della vita ecclesiastica russa.

III. S. SINODO (1721-1917). - Nel periodo della vacanza del trono patriarcale maturò nella mente di Pietro il Grande la riforma radicale della struttura della Chiesa russa. Pietro nella sua giovinezza non aveva ricevuto la tradizionale educazione, essenzialmente ecclesiastica, che inculcava il diffidente isola-

mento da tutti gli stranieri considerati come eretici. Anzi, allontanato dalla corte nel villaggio Preobraženskoje, egli si era abituato alla familiarità con i protestanti della colonia tedesca nei sobborghi di M. Divenuto poi zar scelse tra gli stranieri, anche protestanti, i suoi intimi collaboratori. Il protestante Tofano Prokopović (m. nel 1736), nonostante l'opposizione del vicario patriarcale Stefano Javorskij, fu da Pietro nominato vescovo di Pskov (nel 1718) e divenne il principale collaboratore dello Zar nella riforma ecclesiastica codificata nel «Regolamento spirituale». Il 14 febbr. 1721 al posto del soppresso patriarcato fu istituito il S. Sinodo, un collegio di vescovi e sacerdoti nominati dallo Zar ed aventi tutti uguale voto. Da quel momento il S. Sinodo, riconosciuto nel 1723 dai patriarchi orientali, esercitò sulla Chiesa russa il supremo potere legislativo, amministrativo e giudiziario. Il S. Sinodo era sottomesso direttamente allo Zar, che in ultima istanza ne ratificava le decisioni e ne controllava l'attività per mezzo del laico alto procuratore del S. Sinodo. Questa struttura del S. Sinodo non subì modificazioni essenziali. Dal 1885 esso si componeva di soli vescovi — generalmente 7 — e comprendeva: cancelleria sinodale, comitato per l'istruzione religiosa, consiglio per le scuole ecclesiastiche, sezione economica, ufficio di controllo, direzione delle tipografie sinodali, e due uffici delegati (a M., per l'amministrazione della diocesi già patriarcale, e a Tiflis per la Chiesa georgiana, dal 1783 dipendente dal S. Sinodo). L'alto procuratore aveva la propria cancelleria alla stessa maniera degli altri ministri.

Si conservò la tradizionale divisione in diocesi. I nuovi vescovi furono scelti dallo zar, al quale il S. Sinodo presentava tre candidati. I trasferimenti dei vescovi, alla maniera dei funzionari statali, divennero poi frequentissimi, intralciando seriamente la loro attività pastorale. Direttamente dal S. Sinodo dipendevano il clero palatino con a capo il confessore dello zar, il Protopresbitero-capo dei cappellani militari, e qualche monastero. I beni ecclesiastici, amministrati dal S. Sinodo, restarono giuridicamente proprietà della Chiesa fino al 1764, quando Caterina II li secolarizzò tutti indennizzandone i possessori con una pensione annua, la quale non rappresentava che una minima parte delle effettive rendite dei beni incamerati. Arsenio Macevič (m. nel 1772), metropolita di Rostov, protestò, ma fu deposto e imprigionato. La situazione economica del basso clero, specialmente di quello rurale, peggiorò e negli anni 1862-1865 una speciale commissione mista studiò questo problema. Ma non si arrivò ad assicurare al clero rurale una sistemazione economico-sociale corrispondente alla sua dignità e missione.

L'istituzione del S. Sinodo assicurò allo zar il completo predominio sulla Chiesa. Il «Regolamento spirituale» motivò la soppressione del patriarcato con il fatto che il semplice popolo era portato a considerare il patriarca uguale e perfino superiore allo zar e in caso di conflitto tra di loro era disposto a seguire il patriarca, convinto di fare così la volontà di Dio. Invece il nuovo Regolamento sottometteva la Chiesa economicamente e amministrativamente allo Stato e un energico alto procuratore, servendosi abilmente della legislazione burocratica, poteva rendersi padrone incontrastato del S. Sinodo sfidando anche l'opposizione dell'episcopato (ad es., N. Protasov [1838-55], K. Pobědonoscev [1880-1905]). Non si trattò più della stretta collaborazione della Chiesa con lo Stato nel senso bizantino, ma della semplice subordinazione della Chiesa allo Stato nello spirito dell'assolutismo illuminato e poi del giuseppinismo

penetrati in Russia dall'Occidente. Tale subordinazione non poté che rinforzare l'atteggiamento ostile verso Roma. Ne è prova la stretta collaborazione delle autorità ecclesiastiche e statali nel disporre la forzata sottomissione al S. Sinodo dei cattolici di rito orientale (nel 1839 e 1875), entrati nell'ambito dell'Impero russo dopo le spartizioni della Polonia. Si limitò anche la libertà dei cattolici di rito latino, malgrado una specie di concordato concluso nel 1847 tra lo zar Nicola I e la S. Sede. Il passaggio dalla Chiesa ufficiale alle altre confessioni era proibito e punito fino all'Editto di tolleranza del 1905, che lo permise riguardo al protestantesimo e alla Chiesa cattolica. Ma nella sua applicazione pratica non riconosceva i cattolici di rito orientale. Malgrado ciò si faceva strada tra i fedeli della Chiesa russa una corrente di pensiero unionistico (Vladimiro Soloviev, m. nel 1900) ed anche incominciarono a formarsi piccoli gruppi di cattolici di rito orientale (a Pietroburgo, a M. e nella Russia bianca).

Il movimento rivoluzionario-riformista del 1905 sollevò anche la questione del riordinamento dell'amministrazione ecclesiastica della Chiesa russa per mezzo di un concilio, mai convocato dopo l'istituzione del S. Sinodo. Venne istituita una commissione preconciliare, ma alla convocazione effettiva si giunse solo nel 1917.

L'attività missionaria continuò a svilupparsi, benché talvolta contrariata dall'indirizzo politico-ideologico dominante nelle sfere governative (volterianismo sotto Caterina II, pseudomisticismo sotto Alessandro I). Le missioni tra i Tartari ricevette nuovo impulso dall'istituzione della sezione missionaria dell'Accademia teologica di Kazak (nel 1854) e dalla fondazione della Confraternita di S. Gurio (nel 1867), che assicurarono l'aiuto materiale e la versione dei libri in lingua tuttora. Nelle steppe sud-orientali s'intensificò dal 1725 la cristianizzazione dei Calmuchi e per i convertiti venne fondata la città di Stauropol (nel 1738). Tra il 1821 e il 1830 fu convertita quasi la totalità dei Samoiedi (ca. 30.000) nella regione di Archangelsk.

In Siberia progredì la cristianizzazione grazie alle nuove diocesi man mano istituite: Irkutsk nel 1707, Kamčatka nel 1743, Jakutsk nel 1869, quella di Aleute nel 1870, con sede a S. Francisco, comprendente le isole Aleutine, Alaska ed anche i fedeli residenti in America. Oltre l'attività missionaria delle parrocchie normali, per la popolazione mista s'istituirono speciali missioni nei centri indigeni, per lo più nomadi. Ad es., nel 1897 la missione di Altaj contava 70 missionari, 56 catechisti, 13 stazioni, 45 chiese e cappelle e 30.000 cristiani; quella di Irkutsk: 20 stazioni, 64 missionari, 17 scuole e ca. 35.000 cristiani; quella di Transbajkalia: 23 stazioni, 20 missionari, 29 scuole e ca. 30.000 cristiani. La missione in Cina (Pekino) era più un centro di studi sinologici che di attività propriamente missionaria. Invece la missione in Giappone, iniziata nel 1861 dal sacerdote, poi vescovo, Nicolò Kassatkin, contava nel 1897 già 225 comunità con 23.800 cristiani, 1 vescovo, 35 sacerdoti (30 indigeni), 16 maestri, 156 catechisti. Nelle regioni caucasiche furono convertiti quasi totalmente gli Osseti (60.000 fedeli in 67 parrocchie nel 1823) e tra il 1840-50 ogni anno si contavano 1000-2000 conversioni tra le popolazioni locali. I missionari adoperarono le lingue indigene non soltanto per l'istruzione religiosa (prediche e stampa) ma anche nella liturgia. Inoltre bisogna notare che in Russia non si distingueva generalmente il territorio metropolitano da quello coloniale (neppure in Asia) e che quindi gli indigeni godevano di tutti i diritti della nazionalità russa. Nel 1865 sorse l'Associazione missionaria ortodossa, i cui comitati diocesani dovevano provvedere alla propaganda in favore delle missioni e al raccoglimento dei fondi necessari.

Ebbe anche successo il lavoro tra i protestanti lettoni ed estoni per i quali fu istituita la diocesi di Riga (1850). Nel corso del sec. XIX si ebbero anche trattative

di avvicinamento con i «vecchi cattolici» e contatti con i protestanti (anglicani), ma senza risultati concreti.

L'istruzione religiosa fece grandi progressi. Il «Regolamento spirituale» prescrisse l'istituzione in tutte le diocesi di scuole per la formazione del clero, che furono riformate nel 1808; si contavano 4 accademie teologiche destinate agli studi superiori di teologia, 36 seminari maggiori, 115 seminari inferiori e in tutto 29.000 studenti. Lo studio nei seminari era allora obbligatorio per tutti i figli degli ecclesiastici, anche non aspiranti al sacerdozio.

Sotto Pietro il Grande l'insegnamento passò di nuovo nelle mani degli ecclesiastici formati all'Accademia di Kiev. Però l'indirizzo scolastico-cattolico rappresentato da Stefano Javorskij (m. nel 1722), Demetrio di Rostov (m. nel 1709) e Teofilatto Lopatinskij (m. nel 1741) venne sopraffatto dalla corrente protestantizzante di Teofano Procopovič (m. nel 1736) che predominò nelle scuole teologiche russe fino ai primi decenni del sec. XIX (Giorgio Konnisskij, m. nel 1851; Gabriele Petrov, m. nel 1807; Teofilatto Gorskij, m. nel 1788; Plato Levšin, m. nel 1812; Silvestro Lebedinskij, m. nel 1808; Ireneo Falkovskij, m. nel 1827). Le riforme dell'insegnamento teologico nel XIX sec. diedero impulso al grande sviluppo delle scienze sacre coltivate da eminenti professori e scrittori: I. Borisov (m. nel 1857), Filarete Gumilevskij (m. nel 1866); Filarete Drozdov (m. nel 1867); A. Gorskij (m. nel 1875); G. Sokolov (m. nel 1869); A. Amfitestrov (m. nel 1879); M. Bulgakov (m. nel 1882); P. Uspenskij (m. nel 1885); A. Pavlov (m. nel 1898); V. Bolotov (m. nel 1900); L. Janyšev (m. nel 1900); A. Bělajev (m. nel 1903); Al. Lebedev (m. nel 1908); S. Malevanskij (m. nel 1908); N. Malinovskij (m. nel 1917); E. Golubinskij (m. nel 1912); S. Mansuetov (m. nel 1885); N. Krasmoselcev (m. nel 1898); M. Suvorov (m. nel 1909); P. Solarskij (m. nel 1890).

Nel 1751 uscì la nuova edizione della Bibbia in lingua slavo-ecclesiastica corretta secondo i Settanta con l'aiuto di altri testi greci, latini ed ebraici. Nel periodo 1818-25 la Società biblica (fondata nel 1813 a Pietroburgo alla maniera di quella britannica) pubblicò la versione russa del Nuovo Testamento e di una parte del Vecchio, senza annotazioni, alla maniera protestante. Negli anni 1860-75 sotto l'autorità del S. Sinodo fu tradotta in russo l'intera Bibbia.

La Chiesa ebbe nel sec. XIX da lottare contro le diverse correnti filosofiche penetranti in Russia dall'Occidente: idealismo, positivismo, materialismo e marxismo, specialmente ad opera di numerosi studenti russi, che frequentavano le università francesi e tedesche. Inoltre si diffusero le idee eterodosse di alcuni teologi laici e pensatori religiosi russi (Chomjakov [m. nel 1860], L. Tolstoj [m. nel 1910]). Così la società russa colta, restando ufficialmente «ortodossa», si allontanava in realtà dallo spirito e dalla prassi religiosa della sua Chiesa.

Queste correnti toccavano meno le masse popolari a causa della insufficiente istruzione scolastica, resa possibile in grande misura soltanto dopo la liberazione dei contadini dalla servitù della gleba. Tra il 1859-65 il clero organizzò 21.400 scuole. Ma la burocrazia scolastica statale impedì il loro sviluppo e praticamente ostacolò anche l'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. La situazione migliorò soltanto quando nel 1884 le scuole dirette dal clero passarono di nuovo alla dipendenza diretta del S. Sinodo. L'insufficiente istruzione del popolo favorì la diffusione della falsa dottrina. Il movimento dei «vecchi credenti» restò ancora ben vitale nonché diviso in diversi gruppi e tendenze. Inoltre apparvero nuove sette più radicali: i «Chlysti» (Ivan Suslov, m. nel 1716) credenti in altre reincarnazioni di Cristo, e gli «Skopy» (cosacco Kondratij Selivanov, m. nel 1832), che condannavano il matrimonio fino alla castrazione obbligatoria. Nella Russia meridionale, sotto l'influsso del protestantesimo, si formò la setta dei «Duchobory», che nell'assoluto soggettivismo religioso rigettavano la S. Scrittura e il culto esterno, e quella dei Molocani, che ammettendo la S. Scrittura e l'obbligatorietà di tutte le prescrizioni mosaiche, rigettavano ogni autorità ecclesiastica e civile. Nella seconda metà del sec. XIX

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MOSCA - Il patriarca Nicone con Costantino, s. Elena, Alessio Michailovič e la zarina Maria. Miniatura del sec. XVI.
(da M. G. Vernadskij, Note sur les vêtements sacerdotaux du patriarche Nicom, parte 2a. Parigi 1930, p. 42)
ad opera dei coloni tedeschi si propagò la setta dei «Štundisti» una specie di anabattisti protestanti.

Il culto liturgico continuò ad essere l'elemento caratteristico della religiosità russa. Il S. Sinodo con opportune disposizioni cercò di preservare l'arte sacra ed il canto liturgico dalle infiltrazioni di elementi profani. Dalle chiese restarono sempre esclusi la scultura e gli strumenti musicali. All'Accademia delle belle arti vi fu dal 1852 una sezione di pittura sacra e nel 1892 venne aperta a M. la scuola sinodale del canto sacro. Nell'architettura, durante il sec. XVIII, s'introdusero anche i modelli occidentali-latini, ma dal 1840 si ritornò di nuovo allo stile tradizionale bizantino-russo.

La vita religiosa del popolo si elevò grazie alla migliorata formazione del clero, che con le prediche più frequenti, con l'insegnamento scolastico e con la stampa si sforzava di rendere più conscio e sincero l'adempimento delle tradizionali pratiche di pietà.

La vita monastica fu paralizzata dalle restrizioni imposte da Pietro il Grande, il quale, ispirandosi all'utilitarismo laico, limitò nel 1724 notevolmente il numero di monasteri e di monaci.

Queste restrizioni, continuate per tutto il sec. XVIII, ridussero i monasteri da 1200 a soli 453. Nel sec. XIX il governo mitigò le restrizioni e lentamente crebbe (23) il numero di monasteri con il ristabilimento di quelli soppressi (65 fino al 1890) e con la fondazione di nuovi (200 fino al 1890). Oltre i conventi femminili si formarono anche le comunità religiose senza voti monacali (nel 1890 erano 103). I monasteri con le loro scuole e gli istituti di benefi-

cenza divennero di nuovo importanti centri di vita religioso-culturale. Di pari passo andò la riforma della vita interna dei monasteri, specialmente ad opera del monaco russo Paisio Veličkovskij (m. nel 1794) stabilitosi nella Moldavia. Paisio insisteva sulla meditazione, sullo studio delle opere dei Padri, e sulla direzione spirituale dei monaci più progrediti («starets» [v.]). Egli direttamente e per corrispondenza influì sulla formazione della nuova generazione dei monaci russi, i quali poi nello spirito di Paisio riformarono numerosi monasteri. I venerati «starets», ricercati dal clero e dai laici per la direzione spirituale, resero celebri i loro monasteri (Zosima in Siberia, m. nel 1833; in Sarovskaja Pustyń Serafino Sarovskij, m. nel 1833; in Optina Pustyń Ambrosio Grenkov, m. nel 1891; in Valaamo sul Ladoga Alessio Blinov, m. nel 1900). Tra i vescovi, sempre tutti monaci, si distinsero come modelli e maestri di vita ascetica Ticone Zandonskij (m. nel 1783), Ignazio Brjančaninov (m. nel 1866), Teofane Zatvornik (m. nel 1894). Tra il clero secolare divenne celebre per il suo apostolato e la fama di santità l'arciprete Giovanni di Krončani (m. nel 1908).

Il periodo sinodale è caratterizzato da una parte dall'oppressione sofferta dall'autorità ecclesiastica per opera di quella statale e dall'altra dal grande progresso della cultura religiosa. Nel corso del sec. XIX la Chiesa russa, con le sue accademie teologiche, biblioteche e tipografie, contribuì anche all'elevazione culturale-religiosa delle altre Chiese «ortodosse» progressivamente liberate dal giogo turco. Il clero ebbe la possibilità di una più seria formazione e poté meglio provvedere all'istruzione religiosa del popolo, ancora sempre molto deficient. Verso la fine del periodo la classe colta si allontanò dalla Chiesa cedendo alle correnti anticristiane penetrate dall'Occidente. L'isolamento diffidente verso l'Occidente latino impedì allora alla Chiesa russa di approfittare delle esperienze e dei metodi già acquisiti dalla Chiesa cattolica nella lotta contro le medesime tendenze atee. Numerosi ecclesiastici e laici cercarono sinceramente una profonda riforma della vita ecclesiastica e la liberazione della Chiesa dalla burocrazia statale. Le menti più illuminate, come V. Soloviev, scorsero il migliore mezzo di rinvigorimento della Chiesa russa proprio nel rompere l'isolamento fatale inserendosi nell'attività cristiana mondiale mediante l'unione con la Chiesa romana.

IV. PATRIARCATO RISTABILITO (dal 1917)

Il 15 ag. 1917, nel tumulto della Rivoluzione, si riunì a M. il tanto atteso Concilio panrusso, che ristabilì il patriarcato e il 15 nov. elesse a questa dignità il metropolita di M., Tichone. Fino al sett. 1918 il Concilio discusse tutti gli aspetti della vita ecclesiastica russa e tracciò un piano di profonde riforme. Ma la realizzazione di esse fu impedita dall'arrivo al potere del Partito bolscevico, che il 23 genn. 1918 proclamò la separazione della Chiesa dallo Stato e della scuola dalla Chiesa, sequestrò tutti i beni ecclesiastici, anche gli edifici e arredi sacri. Nulla valsero le proteste del Patriarca, che fu arrestato il 9 maggio 1922. Rilasciato nel 1923 egli riconobbe ufficialmente l'autorità del governo sovietico, il quale però non cambiò il suo atteggiamento ostile verso la Chiesa. Durante l'arresto del Patriarca e dopo la sua morte (1925) la Chiesa fu retta da vicari e vice-vicari patriarcali, a più riprese arrestati e liberati.

Nel frattempo anche le scissioni interne, fomentate dai bolscevichi, dilaniarono la Chiesa patriarcale. Tra le varie correnti si affermò la «Chiesa vivente» con un sinodo capeggiato da Vvedenskij («Chiesa sinodale»), che rigettava in più punti le dottrine e la disciplina tradizionale (celibato dei vescovi, regime patriarcale ecc.). Nel 1923 fu riconosciuta dal patriarca costantinopolitano e sostenuta dal governo sovietico contro la Chiesa patriarcale. Del tutto radicale era la «Chiesa ortodossa panucraina» organizzata da Lipkivskij, «ordinato» metropolita per l'imposizione delle mani dei sacerdoti e dei fedeli anziani.

Nel 1927 il governo sovietico riconobbe di fatto il metropolita Sergio come vicario patriarcale, ma ciò non impedì nuove ondate di violente persecuzioni tra il 1927 e il 1932. Numerose chiese furono distrutte o destinate a usi profani, molti vescovi e sacerdoti fucilati o deportati. L'organizzazione degli «atei militanti» fu incaricata di sradicare dovunque la religione già bandita dalle scuole e dalla vita culturale. Nel 1929 e 1931 il governo emanò nuove disposizioni, con le quali ordinò unilateralmente gli affari ecclesiastici imponendo alla Chiesa ogni sorta di limitazioni nella sua attività e la sottomise a un minutissimo controllo poliziesco. Malgrado ciò nel censimento del 1936 molti ancora si dichiararono credenti, tanto che il governo non pubblicò mai interamente quelle statistiche.

Durante l'invasione tedesca dell'Unione sovietica (1941) il metropolita Sergio, l'episcopato, e il clero, solidali con il popolo, diedero prova di leale patriottismo. Allora il governo, stretto dalle difficoltà esterne ed interne, riconobbe ufficialmente l'amministrazione ecclesiastica e autorizzò l'elezione del patriarca, che fu fatta l'8 sett. 1943 nella persona del metropolita Sergio. A questo, m. il 15 maggio 1944, succedette il metropolita di Leningrado, Alessio, eletto il 1º febbr. 1945 dal Concilio a M.

Il giorno precedente il Concilio approvò un nuovo statuto della Chiesa patriarcale russa, adattandolo in tutto alla legislazione sovietica. Secondo questo statuto, capo della Chiesa è il patriarca «di M. e di tutta la Russia», che la governa assistito da un sinodo composto di 6 vescovi. La suprema autorità legislativa e giudiziaria risiede nel concilio, al quale appartengono, oltre ai vescovi, anche i sacerdoti e i laici, ma non si precisa se essi hanno voto deliberativo. Il vescovo, nominato dal patriarca con il sinodo, governa la sua diocesi divisa in decanati e rispettivamente in parrocchie. Per costituire una parrocchia — o una associazione religiosa secondo la terminologia del Codice sovietico — i fedeli (almeno 20) devono chiederne l'autorizzazione al Soviet comunale; ma neppure una parrocchia così istituita gode di tutti i diritti di persona giuridica. Il parroco, nominato dal vescovo, è assistito dal comitato esecutivo, eletto dai fedeli, che amministra i beni del culto. L'autorità civile può concedere ai fedeli l'uso degli edifici e oggetti di culto precedentemente nazionalizzati o autorizzarne la costruzione o l'acquisto.

Le associazioni religiose possono procurarsi i mezzi necessari per il mantenimento del clero e per l'esercizio del culto soltanto con libere offerte dei fedeli fatte in denaro o in natura. L'istruzione religiosa è proibita in tutte le scuole private e pubbliche; anche fuori di esse può essere impartita ai minorenni (fino a 18 anni) esclusivamente dai loro genitori. Non è lecito organizzare l'insegnamento pubblico del catechismo o istituire le biblioteche di letteratura religiosa. È autorizzata solo la predica come parte integrante delle funzioni sacre. Neppure è lecito alla Chiesa istituire organizzazioni culturali, sportive, caritatevoli essendo tutte queste attività riservate alle organizzazioni statali. Quanto alla stampa religiosa, essa è ridotta alla pubblicazione mensile del bollettino del patriarcato e a qualche raro libro. Difatti l'art. 124 della Costituzione sovietica garantisce la libertà di propaganda atea, ma non di quella religiosa.

L'esercizio del culto è autorizzato soltanto negli edifici di culto; ogni parrocchia può disporre a questo scopo di un solo locale. Le diocesi sul territorio dell'Unione sono 83. Non si conosce il numero delle parrocchie. Notizie ufficiali nel 1946 parlavano di 22.000 chiese funzionanti, che supporrebbero necessariamente altrettante

parrocchie senza contare quelle che ne sono sprovviste. Sul numero dei fedeli non si hanno dati ufficiali, perché nei censimenti adesso non si registra la religione. Nel volume della ufficiale Grande Enciclopedia sovietica uscito nel 1948 (articolo « La religione e la Chiesa nell'U.R.R.S. ») si dice soltanto, che « i pregiudizi religiosi sono ancora considerevolmente diffusi tra la popolazione » e che la « ben maggior parte » dei credenti appartiene alla Chiesa patriarcale.

Nelle sue relazioni con il governo la Chiesa patriarcale continua ad affermare la più schietta lealtà. Ciò è stato riconosciuto dallo stesso governo che ha decorato numerosi ecclesiastici per i loro meriti patriottici. Difatti i più alti rappresentanti della Chiesa in patria e all'estero non tralasciano alcuna occasione per elogiare i capi del governo e per raccomandare ai fedeli la docile sottomissione alle autorità civili. Pure, nel suo atteggiamento ostile contro Roma, la Chiesa patriarcale evidentemente segue le direttive della politica sovietica. Le autorità ecclesiastiche hanno prontamente collaborato alla liquidazione della Chiesa cattolica di rito orientale in Ucraina, che fu nel 1946 ufficialmente « riunita » al patriarcato di M. I vescovi e i sacerdoti rimasti fedeli a Roma furono arrestati e deportati e i loro posti furono presi da vescovi e sacerdoti della Chiesa patriarcale.

Malgrado tutto ciò il governo sovietico, attraverso il consiglio per gli affari ecclesiastici ortodossi, esercita un minuzioso controllo di tutta l'attività della Chiesa patriarcale. Lasciando alla Chiesa l'esistenza legale e l'esercizio di culto, la priva di tutti i mezzi di propaganda — eccettuata la predica in Chiesa — con i quali essa potrebbe opporsi alla propaganda ufficiale di marxismo ateo, fatta sistematicamente nella scuola, per mezzo della stampa, della radio e del cinema. Inoltre la direzione del « Komsomol » — organizzazione ufficiale della gioventù sovietica — ha proibito nel 1947 ai suoi membri di frequentare le chiese e di entrare in relazione con il clero. Così la stessa esistenza della Chiesa è fortemente compromessa per l'avvenire, giacché le si toglie praticamente la possibilità di formare le generazioni giovani.

Negli anni seguenti la Rivoluzione bolscevica, numerosi russi, laici ed ecclesiastici, emigrarono all'estero. Una parte di essi riconosceva l'autorità del Sinodo dei vescovi all'estero, presieduto dal metropolita Antonio Chrapovickij (m. nel 1936) con sede a Karlovci in Jugoslavia. Un altro gruppo, diretto dal metropolita Eulogio, residente a Parigi, si sottometteva alla giurisdizione del patriarca costantinopolitano. Il metropolita Eulogio riuscì pure ad aprire nel 1925 a Parigi un Istituto teologico « ortodosso ». Dopo la guerra (1945) alcuni vescovi russi all'estero si sottomisero alla giurisdizione del patriarca di M. Ma altri continuerono a riconoscere o l'autorità del Sinodo dei vescovi russi a Monaco di Baviera o il successore del metropolita Eulogio (m. nel 1946), l'arcivescovo Vladimiro, oggi a Parigi.

Pure all'estero, uscirono importanti pubblicazioni di autori ecclesiastici e laici. N. Glubokovskij (m. nel 1937), S. Bulgakov (m. nel 1944), Sergio Starogrodskij (m. nel 1944), N. Berdjaev (m. nel 1948), N. Arseniev,

G. Fedotov, V. Višeslavcev, N. Losskij, G. Florovskij, V. Zenkovskij ecc.

Valutando storicamente la vita e l'attività della Chiesa russa appare chiaramente la parte importante che essa ebbe nella diffusione del cristianesimo, difendendolo e propagandolo dal Mar Nero fino all'Oceano Glaciale, dal Baltico fino al Pacifico. Ma la sua attività missionaria non poté, a causa dello scisma, svolgersi in stretta collaborazione con i missionari cattolici, con

grave danno della cristianizzazione dell'Asia. La lunga separazione dalla Chiesa cattolica indeboli internamente la vitalità della Chiesa russa e non le permise di portare allo sviluppo della cultura e della vita cristiana universale quel contributo che le imponevano la sua importante posizione geografica e il numero considerevole dei fedeli.

Statistica. — Ecco il quadro dell'evoluzione della Chiesa russa dalla seconda metà del sec. ufficiali del 1914 e fra parentesi quelle del 1840-41. Fedeli: 98.363.874 (44.005.833); alla Chiesa russa passarono nel 1842-1891 da altre confessioni cristiane (cattolica, protestante, armena) 582.954; dai « vecchi credenti » 311.279; dagli ebrei, musulmani, pagani 267.872; in tutto: 1.172.758; chiese: 54.174 (34.049); cappelle: 23.593 (9305); diocesi: 68 (49); sacerdoti in servizio: 51.105 (36.563); diaconi in servizio: 15.035 (16.024); monasteri maschili: 550 (435); monaci: 11.845 (5112); novizi: 9485 (3259); conventi femminili: 475 (112); monache: 1448 (2287); novizie: 56.016 (4583); scuole: accademie teologiche: 4 (3); insegnanti: 164 (53); studenti: 995 (372); seminari maggiori: 57 (45); insegnanti: 1448 (501); studenti: 22.734 (16.204); seminari minori: 185 (175); insegnanti: 2374 (822); studenti: 29.419 (26.533); scuole dipendenti dal S. Sinodo: 38.244 (2700) con scolari: 2.144.742 (25.000); biblioteche popolari presso le chiese: 33.497 (11.170); istituti di beneficenza: ospedali: 291 (53), ricoveri per i poveri: 1113 (522). — Vedi tav. XCVIII.

BIBL.: oltre alle storie civili ed ecclesiastiche della Russia, cf. P. Pierling, La Russie et le Saint-Siège, 5 voll., Parigi 1896-1912; J. Gehring, Die Sekten der russischen Kirche, Lipsia 1898; S. Runkevich, Russkaja cerkov v XIX vjeke, Pietroburgo 1901; K. Plotnikov, Istorija russkogo raskola staroobrjadžestva, ivi 1901; N. Glubokovskij, Russkaja bogoslovskaja nauka v jeja istoričeskom razvitii i novějlem sostojanii, ivi 1907; B. Titlinov, Duchovnaja škola v Rossii v XIX stoletii, 2 voll., Vilno 1908-1909; A. Eggers, Die evangelisch-lutheranischen Gemeinden in Russland, Pietroburgo 1909; P. Peeters, La canonisation des saints dans l'Église russe, in Analecta Bollandiana, 33 (1914), pp. 380-420; P. Verchovskij, Učrečdenie duchovnoj kollegii i Duchovnyj reglament, 2 voll., Rostov 1916; P. Masse, Die religiöse Psyche des russischen Volkes, Berlino-Lipsia 1921; R. Lübeck, Die russischen Missionen, Aquisgrana 1922; A. Boudou, Le Saint-Siège et la Russie, 2 voll., Parigi 1922-25; G. Schweigl, Die Hierarchien der getrennten Orthodoxie im Sowjet, Russland, 2 voll., Roma 1928-29; M. d'Herbigny-A. Deubner, Evêques russes en exil, ivi 1931; G. Fedotov, Svjatye drevnej Rusi, Parigi 1931; A. Eck, Le moyen-dige russe, ivi 1933; I. Smolitsch, Leben und Lehren der Starzen, Vienna 1936; R. Stupperich, Staatsgedanke und Religionspolitik

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(fot. Publifoto) MOSCA - Celebrazione del 500° anno della Chiesa autocefala ortodossa russa (1948), nella cattedrale di M., alla presenza di Alessio, patriarca di tutte le Russie.
Peters des Grossen, Berlino 1936; G. Florovskij, Puti russkago bagoslovija, Parigi 1937; I. Smolitsch, Das altrussische Mönchtum, Würzburg 1940; A. Wuyts, Le Patriarchat de Moscou au Concile de Moscou de 1917-18, Roma 1941; G. Schweigl, L'articolo 124 della Costituzione sovietica sulla libertà dei culti, ivi 1946. Giuseppe Olšr

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“MOSCA.” Enciclopedia Cattolica, vol. VIII (1952), p. 866. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/mosca.