PAVIA

PAVIA. - Città e diocesi, capoluogo della provincia omonima in Lombardia.

Su di una superficie di 290 kmq. ha una popolazione di 141.348 ab. dei quali 141.298 cattolici, distribuiti in 98 parrocchie di cui 15 urbane; ha 200 sacerdoti diocesani e 25 regolari, un seminario, 6 comunità religiose maschili e 73 femminili (*Ann. Pont. 1952*, p. 313). È suffraganza di Milano.

I. STORIA

Le origini della città si debbono alle tribù liguri dei Levi e dei Marici, fusi con sopravvenuti Galli prima della conquista romana, che ne fece un «Municipium insigne» ascritto, nel 23 a. C., alla tribù Papiria.
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Dal fiume *Ticinus*, la città fu detta *Ticinum* sino al sec. VII d. C., quando cominciò a chiamarsi *Papia*.

Le origini cristiane si fanno risalire all'avvento del primo vescovo s. Siro, che una tradizione volle identificare nel fanciullo che offerse a Gesù i pesci e i pani della moltizzazione; ma quel vescovo non è anteriore al sec. IV, ed ebbe sepoltura nella chiesa cimiteriale dei SS. Gervaso e Protaso sino al sec. IX. Nel sec. V illustrò la sede s. Epifanio «pater patriae», salvatore della città quando re Odorace vi catturò l'ultimo imperatore, Romolo Augustolo (476). Durante il dominio gotico fu vescovo Ennodio (512-521), il retore poeta, mentre Severino Boezio (v.), nello «pater Calventianus», stesse carcerato il *De consolatione philosophiae* e subì l'estremo supplizio (525). Occupata dai Longobardi (572), P. ebbe per loro un vescovo ariano, l'ultimo dei quali, Anastasio, si fece cattolico; e sulla fine del sec. VII il vescovo Damiano promosse la riconciliazione degli Aquileiesi dissidenti (cf. *Carmen de synodo Ticinensis*: Filche-Martin-Frutaz, V, p. 425). La città, che i Longobardi costituirono loro capitale, grazie anche al mercato fiorentinismo, raggiunse un'alta potenza politica ed economica, che crebbe sotto i re italici e gli imperatori di casa sassone, quando, sanate le rovine dell'invasione degli Ungari (924), fu sede di diete, concili e coronazioni regali. Nel'825 fu centro degli studi; «Seconda Roma» e «Mundi caput imperiale»; il vescovo ebbe l'uso del pallio e della croce alzata, che conserva tuttora, mentre non raggiunse quel primato politico che altrove i vescovi ottennero. Ai concili celebrativi intervennero talvolta i papi stessi (Giovanni VIII, Gregorio V, Benedetto VIII, Leone IX).

Distrutto, alla morte di Enrico II il Santo (1024), il Palazzo reale, si iniziò lentamente il reggimento a comune, ed al vescovo, che nella sua Curia da secoli ospitava le riunioni dei *cives* («Curia episcopi ubi Papientes faciunt contionem»), fu riconosciuto qualche potere ed emanò diplomi d'una certa solennità feudale, così che questo fu, pure nei suoi limiti modesti, il massimo potere politico

raggiunto dal vescovo nella sua città. In questo periodo la diocesi raggiunse i suoi più vasti confini sull'Oltrepo, in conformità con quelli del comune ghibellino, che ottenne dal Barbarossa un diploma di riconoscimento, che ne è come la « Magna Charta » (1164). A questo periodo ancora può riferirsi la redazione definitiva della « Charta consuetudinum », la quale da secoli regolava l'attività del Capitolo cattedrale, in gara, per importanza, con quello insigne della basilica palatina di S. Michele; e ancora, per donazioni di sovrani, la potenza del vescovo, tanto limitata nella città, si estese invece a parecchie terre sull'Oltrepo, del piacentino, del milanese, che gli giurarono fedeltà, come a signore. E finalmente, in questi medesimi secoli è una fioritura di chiese del nuovo stile lombardo, che in P. assume una caratteristica tutta sua. Come, nella sola città, si contano tra collegiate e parrocchiali cento chiese nel 1250, così sorgono ospedali per malati poveri e per viandanti, essendo la città sull'incrocio di grandi arterie romane statali. Sennonché, a mano a mano che il comune va affe

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(per cortesia di mano. A. P. Frutaz) Pavia - Veduta acrea della Certosa.

va affermandosi e sorgono nuove necessità di offesa e difesa contro le città vicine, prima tra tutte Milano, il vescovo vede sempre più contrastate le immunità del suo clero e dei monasteri e contesa la sua stessa dimora confi
rmandosi e sorgono nuove necessità di offesa e difesa contro le città vicine, prima tra tutte Milano, il vescovo vede sempre più contrastate le immunità del suo clero e dei monasteri e contesta la sua stessa dimora confinante con la sede, sempre più imponente, del comune; onde l'esilio volontario e la morte del vescovo s. Lanfranco (1198), e i severi richiami ai pavesi di Innocenzo III (1208). Che, se la potenza politica del vescovo sembra risalire, ai primordi del sec. XIII, con s. Fulco nominato rettore capo di un triumvirato sulla città, essa è di origine imperiale, soggetta perciò alle mutazioni conseguenti alla rapidissima decadenza di quest'autorità in Italia, anche nella stessa ghibellina P. Nella decadenza, fatale, del comune, e nel sorgere della signoria, la città, che prima è contesa tra il marchese di Monferrato e i Langosco e i Beccaria, finisce con il cadere sotto i Visconti, con i quali, del resto, s'inizia quel primo Rinascimento, cui appartengono le origini della Certosa e il Castello. Nei primi tempi, il prepotere della parte marcatotta (ghibellina), favorevole a Lodovico di Bavaro, sulla parte fallabrina (guelfa), provoca lo sdegno di Giovanni XXII, che lancia l'interdetto sulla città (1327), durato un secolo e mezzo. Tuttavia, malgrado questi dissensi di natura politica, non sembra che alcuno dei mille moti eretici di allora vi allignasse, come infatti appare da una preziosa Descriptio Papiae, stesa nel 1330 dal pavese prete guelfo Opicino de Canistris, fuggiasco ad Avignone presso Giovanni XXII, davanti al quale egli vuol mettere in buona luce i suoi concittadini. Ai danni incalcolabili delle guerre della fine del sec. XV e dei primi decenni del XVI, culminati con la battaglia di P. del 1525 in cui Francesco I cadde prigioniero, e con il sacco di P. del 1527, s'aggiunsero le tristi conseguenze della non resi-denza durata un secolo (1460-1560) dei vescovi, dei quali uno fu il card. Ascanio Sforza, che pose, con il fratello Lodovico il Moro, la prima pietra della presente Cattedrale (1488); un altro fu il card. G. B. Del Monte, poi Giulio II. Sorsero allora l'ospedale S. Matteo, celeberrimo, fondato nel 1449 da fra' Domenico da Catalogna, dei Predicatori, e il Monte di Pietà, fondato nel 1493 dal b. Bernardino da Feltre, dei Minori, contro le usure degli ebrei. Nella seconda metà del sec. XVI reggono la diocesi il card. Ippolito De Rossi, che erige il Seminario, e s. Ales-sandro Sauli, ambedue riformatori nella luce del Concilio Tridentino; la vita religiosa viene purificata; e l'erezione di due collegi gratuiti per studenti universitari, il « Borromeo » e il « Ghislieri », per lo zelo di s. Carlo e di s. Pio V, rispettivamente (1564 e 1569), documenta la riforma dei costumi e la tutela della dottrina cattolica. Un tentativo di introdurre le dottrine eretiche dovuto a Celio Secondo Curione, lettore dell'Università, era già stato, dopo qualche resistenza degli studenti, stroncato. Accanto ai Benedettini, i più antichi ospiti, agli Eremitani di s. Agostino, ai Canonici Lateranensi, ai Domenicani, agli Umiliati, ai Minori, si stabiliscono gli Ordini più recenti: i Cappuccini, i Barnabiti; i Somaschi per gli orfani, sotto la direzione dello stesso s. Girolamo Emiliani e dei patrizi pavesi Marco Gambarana e Vincenzo Trotti; i Gesuiti per le scuole. La lunga dominazione spagnola (1535-1714) vide l'opera di buoni vescovi, come il Landriani, Francesco Bighia, insigne per la resistenza vittoriosa ai Franco-Savoziardi assedianti invano, nel 1655, la città; il Pertusati, il card. Durini, intenti all'applicazione dei decreti tridentini e particolarmente agli sviluppi delle Scuole della Dottrina cristiana. Tra i vescovi più recenti si ricordano i mons. Tosi, L. M. PARROCCHIA (v.) poi cardinale, G. BALLERINI, PAOLO (v.) e Riboldi. L'Austria, succeduta alla Spagna in Lombardia, recò le riforme del giurisdizionalismo civile in campo eccle-siastico, con la creazione tipica del Seminario generale nel quale Giuseppe II volle concentrati gli alunni di tutti i seminari della Lombardia austriaca, sotto i professori Tamburini, Zola e minori. Questo Seminario, durato solo cinque anni (1786-91), fu di grave pregiudizio materiale per la diocesi, la quale aveva dovuto erigere, in quel quinquennio, un altro seminario oltre il Ticino, a Valenza di Alessandria, per i suoi chierici sudditi del re di Sardegna, il quale non tollerava che questi si recassero a scuola in uno Stato straniero dove, per giunta, non si insegnava la « germana thomistica doctrina ». In dipendenza degli avvenimenti politici che avevano portato appunto i confini piemontesi sino al Ticino, la diocesi, che giungeva sino al Siccomario, alla Lomellina, all'Oltrepo sin quasi a Bobbio, e in alcuni luoghi dei territori di Asti, di Acqui, d'Alessandria, di Tortona, di Piacenza, di Lodi e di Milano, comprendendo 187 parrocchie, veniva smembrata a vantaggio specialmente di Vigevano e di Tortona e ridotta, nel lato sud, entro i confini segnati dal Ticino e dal Po. Nel sacco del 1796, rinnovante gli orrori del 1527, il vescovo Bertieri implorò, con la municipalità, venia dall'adriato Bonaparte alla misera P., dove una parte dei cittadini e dei contadini accorsi, ribellatisi ai giacobini, avevano tenuto in scacco, per qualche giorno, il presidio francese.

II. MONUMENTI SACRI

La diocesi di P. è ricca di monumenti cospicui per l'antichità e per l'arte.

1. Basiliche

Del gruppo di basiliche lombarde la prima è S. Michele, originariamente tutta in arenaria, a tre navi, a croce latina, a tre fronti cariche di bassorilievi. L'interno, con matronei sulle navi minori, con tiburio su trombe a due riprese, offre musicai e un crocifisso d'ar-gento (sec. IX o XI). Della primitiva Basilica cristiana, l'at-tuale, dei secc. XI e XII, conserva il ricordo delle coronazioni regali dei due Berengari, di Ugo e Lotario, di Ar-

duino, di Enrico il Santo e del Barbarossa. S. Pietro in Cielo d'oro (ad oculum aureum), dal soffitto d'oro) come chiamavasi già la primitiva del sec. V o VI, cui successe l'attuale, consacrata da Innocenzo II 1132), è ricordata da Dante (Par., X), dal Petrarca (Sen., V), dal Boccaccio (Dec., X, 9); è in arenaria e mattoni, a tre navi; nella cripta, una piccola area marmorea di stile ravennate custodisce le ossa di Severino Boezio, venerato come martire (m. nel 525). Nel presbiterio, l'arca con le reliquie di s. Agostino, con la data 1302, probabile opera di maestri campionesi influenzati dai pisani. S. Teodoro, tutta in cotto, a tre navi, della fine del sec. XII, offre affreschi di Bernardino Colombani (sec. XVI) con storie dei s. Teodoro e Agnese, e una veduta di P., del 1522; la cripta si estende anche sotto le navi laterali. S. Lanfranco, fuori città, a croce latina, in cotto, del sec. XIII, con l'arca di s. Lanfranco, di Giov. Ant. Amadeo (sec. XV), e un quattrocentesco delizioso chiostrino a terrecotte, pure dell'Amadeo. Notevoli per importanza le chiese gotiche del Carmine (sec. XIV) tutta in cotto, con ricca decorazione del Rinascimento; e di S. Francesco (sec. XIII-XIV). Nella periferia, la basilica del Salvatore, già abbazia benedettina (sec. XV).

2. Il Castello, il parco e la Certosa

Il Castello, o più propriamente Palazzo Visconteo, iniziato nel 1306, per ordine di Galeazzo II Visconti, ebbe rapido compimento sotto la direzione di Bernardo da Venezia. Le grandiosi sale, dei Visconti e degli Sforza, duci di Milano e conti di P., oggi restaurate, sono degna sede dei civici musei. Al termine nord del grande parco e a coronamento di esso, Gian Galeazzo Visconti dava principio, il 27 ag. 1306, dedicandola alla Vergine, alla Certosa, nella quale egli volle la sua sepoltura. Iniziata gotica con le absidi, finì, più di un secolo dopo, nelle forme più eleganti del Rinascimento, con la fronte ricoperta di marmi policromi e di bassorilievi dell'Amadeo, dei Mantegazza, del Briosco, veri orafi del marmo (sec. XV-XVI). L'interno è gotico a tre navi, di Guiniforte Solari (sec. XV), con pilastri a fascio in pietra grigia d'Angera. Tra i pittori del sec. XV e inizi del XVI, sono il Bergognone, che vi trionfa con la decorazione delle volte e con tre pale d'altare; il Perugino, Cristoforo de Motis, Macrino d'Alba, Andrea Solari, Bernardino Luini; tra i secenteschi, il Morazzone, il Del Cairo, G. B. Crespi, Daniele Crespi, che frescò tutto il coro, e Camillo Procaccini. Tra gli scultori dei secc. XV-XVI, Cristoforo Solari con le statue giacenti di Lodovico il Moro e di Beatrice d'Este, Cristoforo Romano con l'edicola funeraria di G. Galeazzo, Baldassarre degli Embriachi con il trittico criselafantino; Maffiolo da Carrara; e i secenteschi Bussola, Rusnati, Volpino e Orsolino, con i loro palli d'altare a bassorilievo; la famiglia dei Sacchi (sec. XVIII) lavorò gli altri palli a intarsi di pietre dure. Il coro ligneo, pure a intarsi, è tra i più cospicui del Rinascimento. La decorazione dei due chiostri, a terrecotte squisite, è del cremonese Rinaldo de Stauris. Nella sacrestia nuova, ove troneggia un'Assunta di Andrea Solari, sono disposti i corali del sec. XVI (seconda metà), calligrafo il monaco vallombrosano Benedetto da Cotteregia, miniatore Guarnerio Beretta, pavese. I Certosini, espulsi per le leggi eversive del 1866, riammessi con una convenzione nel 1932, lasciarono il monastero, nel 1947, ai Carmelitani Scalzi: i quali ora officiano la Chiesa nei giorni festivi, a comodo dei fedeli.

3. La Cattedrale

È monumento magnifico del Rinascimento lombardo, ed alla sua costruzione vanno congiunti i nomi del Bramante, di Leonardo e dell'Amadeo. Iniziata il 29 giugno 1488, sul luogo delle due cattedrali più antiche lombarde, iemale ed estiva, venne compiuta a croce greca (m. 85 x 85) nel 1933. L'interno imponente, a cupola su gallerie (m. 95), con una cripta a tre navi di chiare linee bramantesche, ha tele notevoli di Daniele e G. B. Crespi il Cerano (sec. XVII), del Faruffini e del Barbotti (sec. XIX) e del Morgari (sec. XX); e sculture di Tommaso Orsolino (sec. XVII) ornanti l'altare di S. Siro, del quale si venerano le ossa in una urna preziosa. Nella piazza, che si disse sempre «atrio di S. Siro», è la statua equestre di misteriose origini, rifusa nel 1937, del «Regisole», già palladio della città; la torre, del sec. XII, meno dei fasti del Comune, con il tardo coronamento del
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Pavia - Castello Visconteo (1360-65).

Pavia - Castello Visconto (1360-65). (fot. Enit)

Pavia, Castello Visconteo (1350, 1360-65).

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Pavia, Castello Visconteo (1350, 1360-65).

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Pavia, Castello Visconteo (1350, 1360-65).

Pavia, Castello Visconteo (1350-65). (fot. Enit)

Pavia, Castello Visconteo (1350, 1360-65).

Pavia, Castello Visconteo (1350-65). (fot. Enit)

Pavia, Castell Visconteo (1350,