PAUPERISMO. - Fenomeno di natura sociale per il quale in un determinato periodo storico e in un determinato territorio una parte della popolazione viene a trovarsi in modo generale e continuato in condizioni economiche tali da rendere ad essa estremamente difficile il soddisfacimento dei più elementari bisogni.
Una certa estensione del fenomeno e la sua con
tinuità contraddistinguono, quindi, il p. povertà (v.) o, meglio, contraddistinguono la diversa visuale con la quale il fenomeno della carenza dei beni di fronte ai bisogni viene considerato.
I. P. PERMANENTE E TEMPORANEO. - Benché, infatti, il p. sia fenomeno che, sia pur limitato, è sempre sussistito in ogni tipo di società e che indubbiamente non spira rima nemmeno nel futuro, quando però esso storicamente ha colpito una determinata società, ha inciso su larga parte della popolazione e per un periodo più o meno lungo, ma comunque continuativo. Precisato questo, è possibile distinguere due forme di p.: l'una a carattere permanente e l'altra a carattere temporaneo. Il p. permanente è il fenomeno per il quale in ogni tempo e in ogni società, quindi anche in quelle economicamente più evolute, è sempre esistito, come ancora sussiste, un numero più o meno elevato di individui viventi in condizioni di indigenza; e ciò in dipendenza del fatto che nessuna società umana, per perfetta che sia, giungerà mai ad eliminare tutte le circostanze che possono far cadere un individuo in condizioni di miseria. Malattie, disgrazie, rovesci finanziari, ecc., uniti ad altre circostanze per le quali l'intervento mitigatore della società diviene difficile o addirittura nullo, costituiscono situazioni di fatto che non potranno mai mancare e che, anche se apparentemente isolate e indipendenti, determinano, nell'ambito di una massa di milioni di individui, un fenomeno continuativo di natura preoccupante. Naturalmente, se il p. permanente può assumere forme che si possono chiamare normali, soprattutto perché di portata limitata, esso assume, in determinati paesi, carattere bene diverso. Ciò in dipendenza soprattutto di situazioni particolarmente sfavorevoli presentate dall'ambiente fisico ed economico del paese stesso, nonché del grado di capacità, da parte dei suoi abitanti, di superare le resistenze che l'ambiente stesso presenta. Così un territorio che si presenti scarso di risorse naturali e però abbondante di popolazione sarà indubbiamente un paese caratterizzato dalla esistenza di un grave p. permanente. Così ancora, un paese nel quale pregiudizi di casta o di classe hanno determinato profonde scissioni fra la società, vede necessariamente sorgere, nell'ambito delle caste o classi cosiddette inferiori, paurosi fenomeni di p.
P. temporaneo è, invece, quello determinato da eventi o fenomeni a carattere eccezionale e straordinario e che, come tale, permane normalmente fino a quando durano gli effetti di tali eventi o fenomeni, sia che tali effetti si esauriscano di per sé, sia che essi vengano eliminati da interventi esterni. Tali sono, p. es., le guerre, le crisi economiche, i cataclismi naturali (inondazioni, terremoti, ecc.) distruttori di ogni sorta di beni. Così è facile che, a causa delle crisi economiche le quali si ripetono, come ormai è stato accertato, con una determinata frequenza ciclica, si determini un p. permanente che, a sua volta, può essere accentuato dalle conseguenze di una guerra (si veda, p. es., il periodo compreso fra le due guerre mondiali). Così pure là dove determinati cataclismi naturali si ripetono con una notevole frequenza (come, p. es., le inondazioni e le pestilenze in alcuni paesi orientali), è chiaro che il p., anche se originariamente di natura temporanea, si trasforma in p. permanente.
Permanente o temporaneo, il p. è fenomeno gravido di notevoli conseguenze. Anzitutto esso determina a lungo andare un peggioramento dello stato fisico delle varie categorie colpite, il quale a sua volta provoca una diminuzione delle facoltà intellettuali, nonché frequenti squilibri sul piano morale, per cui, in definitiva, si ha una flessione generale della personalità umana.
II. INTERVENTO DELLO STATO
Gravi sono poi le conseguenze nei confronti della società. Questa, infatti, vede accresciere il numero di coloro che vengono a trovarsi sempre meno atti a contribuire alla vita economica, politica e sociale del paese, e turbano la tranquillità interna del paese stesso con il divenire facile preda e massa di manovra di correnti ideologiche e politiche estremiste e sovvertitrici dell'ordine costituito. Da ciò il problema di ogni tempo di provvedere ad eliminare o almeno a ridurre il p.
Naturalmente, in dipendenza della maggiore o minore maturità sociale delle varie comunità politiche, tale azione fu ed è ancora oggi di natura ed efficacia molto diversa. In linea di massima è possibile distinguere un intervento della società che tende unicamente o prevalentemente ad eliminare il p. senza incidere sulle cause che l'hanno determinato, da un intervento che, pur non ignorando la situazione reale e contingente, cerca di individuare le origini e di studiare i mezzi per eliminare o attenuare preventivamente gli effetti. Storicamente si può senz'altro affermare che la società è gradualmente passata, sia pur non sempre in modo continuativo, da una concezione unicamente repressiva del p., se non addirittura delle sole conseguenze di esso, ad una concezione più ampia per la quale essa cerca di evitare il sorgere del fenomeno stesso, oppure di ridurre la portata di esso o, infine, prevedendole, di ridurre le conseguenze.
È chiaro che quando si parla di società in questo caso, ci si riferisce anzitutto alla società politicamente organizzata, cioè allo Stato cui infatti spetta il compito della tutela di quei cittadini che, con le sole proprie forze, non sono in grado di provvedere al soddisfacimento dei più elementari bisogni. Ed in effetti si constata come dalla semplice concessione di viveri o di altri beni di prima necessità (p. es., le famose *frumentations* di Roma antica) lo Stato passi, nel medioevo, e soprattutto nell'età moderna, in cui parecchi fattori aprono la strada a nuove forme di economia che creano masse ingenti di disoccupati, a tipi vari di interventi economici allo scopo di tutelare le categorie meno abbienti (p. es., tutta la politica dei calmieri e, in genere, la politica annonaria, le leggi per la repressione del vagabondaggio, nonché la costituzione di centri di raccolta e di assistenza dei miserabili o addirittura di centri di lavoro) nonché, infine, dopo la non breve parentesi del periodo liberista, durante la quale lo Stato ritorna, nei riguardi del p., ad una funzione puramente assistenziale, a quell'ampia politica sociale instaurata oggi da quasi tutti gli Stati diretti, in gran parte, alla prevenzione o alla repressione o all'attenuazione delle conseguenze del p.; nonché alla stessa più ampia politica economica quando essa abbia di mira la creazione di condizioni di ambiente tali da rendere minime le possibilità del sorgere del p.