ASSAROTTI, OTTAVIO GIOVAMBATTISTA

ASSAROTTI, OTTAVIO GIOVAMBATTISTA. - Scolopio, n. a Genova il 25 ott. 1753 e m. ivi il 24 genn. 1829. Entrato nella congregazione delle Scuole Pie, si diede con zelo e con successo all'insegnamento della fisica, della filosofia e della teologia. Ma l'opera sua principale per la quale merita un degno posto nella storia della pedagogia è quella svolta per l'educazione dei sordomuti. Animato da profondo spirito di carità cristiana e pensando come la mente colga e intuisce con un suo atto vivo le cose, l'A. si volse alla loro educazione con risultati, per quei tempi, soddisfacenti. Fu in rapporti col Sicard e anche, naturalmente, con gli altri fondatori di istituti dei sordomuti in Italia, i quali si recarono a Genova per informarsi di quello da lui fondato. Napoleone e Vittorio Emanuele I favorirono l'opera dell'A. che poté così in Genova reggere in vita la sua istituzione.

L'A. non si può dire che avesse un metodo preordinato e fisso, e a chi gliene richiedeva la ragione poteva rispondere che aveva quello di non averne alcuno; non nel senso che egli non avesse o non desse una regola o una legge alla sua opera educativa, ma piuttosto nel senso che ad ogni caso particolare egli applicava un metodo, e, si potrebbe dire, una cura particolare. Difatti egli si attiene ora alla minuta naturale, ora a quella convenzionale, tenta qualche volta anche l'emissione della parola articolata o la scrittura. Gli è che l'A., come dice del suo metodo un critico, «segui la l'ordine rigoroso della genesi e della concatenazione delle idee, tanto nell'impartire le cognizioni che nell'insegnamento linguistico, in cui, percorrendo la celebre teoria rosminiana dei gradi e degli ordini delle inteluzioni nello sviluppo mentale del fanciullo, partiva da una idea elementarissima per innalzare gradatamente tutto l'edificio linguistico, non passando ad una nuova forma di lingua senza che la prima fosse ben intesa ed assimilata». L'A. si preoccupava di risolvere il problema teorico dell'apprendimento linguistico nel problema più propriamente educativo del risveglio e dell'arricchimento spirituale del sordomo. A questo fine si serviva anche del giuoco, del lavoro e delle pratiche religiose. Enrico Mayer, che nel 1823 visitò l'Istituto di Genova intrattenendosi con lo stesso A., nel ragguaglio che ne dava al Vieusseux, lamentava che l'educazione dell'A. impartita ai sordomuti fosse troppo teorica. Meglio, pensava il Mayer, se si fosse provveduto a sviluppare in essi le attitudini pratiche come quelle che possono essere più proprie a questo genere di minori: «Perché - dice il Mayer - non farne buoni artigiani invece di letterati superficiali?». I mezzi di comunicazione di cui si serviva l'A. erano la mimica naturale, una mimica da lui inventata, la dattilogia, la scrittura e la parola articolata. Quest'ultima per quelli che avevano già parlato.

Bibl.: M. Marcacci, Elogio funebre del p. O. A., Livorno 1831; G. Scanglia, O. A. Ragionamento storico, Genova 1830; E. Mayer, Frammenti di un viaggio pedagogico, Firenze 1867, p. 512 sgg.; S. Monaci, Storia dell'Istituto Nazionale per Sordomuti in Genova, Genova 1901; L. Picanyol, Il primo apostolo dei sordomuti in Italia. P. O. G. B. A. delle Scuole Pie, Roma 1941.