Dei suoi scritti (*L'avenir socialiste des syndicats* [1900]; *Les illusions du progrès* [1908]; *La décomposition du marxisme* [1908]; *Matériaux d'une théorie du prolétariat* [1919]), il più significativo resta *Réflexions sur la violence* (1908; trad. II. sulla 6a ed. del 1923, Bari 1926). Egli sindacalismo (v.) moderno e uno dei critici più acuti del marxismo (v.). Il suo pensiero Bergson (v.) e dal bergsonismo, DELAZIONE (v.) e della vita, tra cui bisogna annoverare la sua propria. Ciò spiega il suo disprezzo per la democrazia, espressione della mediocrità borghese e la sua critica severa dei «dogmi cialrataneschi del sec. XVIII». In questa condanna del mediocre egoismo, di cui la democrazia è espressione e nella contrapposizione ad esso della lotta eroica, dell'eccezionale e del vitale, il S. s'incontra con altri rappresentanti della *Lebensphilosophie*, Nietzsche (v.), Ortega, ecc.
Il punto di contatto essenziale tra S. Marx (v.) è la lotta di classe come eliminazione radicale della società capitalista; per il resto, la «filosofia» del S. si muove su direttrici diverse da quella di Marx e precisamente si svolge volontarismo (v.): la storia è divenire, azione, libertà, che si conquista attraverso la lotta violenta. Da qui il tema centrale della dottrina del S., la contrapposizione tra «mondo fantastico» e «mondo storico»; il primo, negazione del secondo, dipende dalla nostra attività, è creato dalla nostra volontà e perciò rende possibile la libertà. Agire ed esser libertà è creato in un mito, che, sentito e voluto dalla massa, diventa sociale. Il mito si oppone all'«utopia», prodotto dell'«intelletto» e non della volontà, modello o esemplare (nel senso platonico) di una società perfetta, alla quale si confrontano quelle esistenti (storiche) per riformarle o correggerle. Al contrario, il mito non modifica il mondo storico, lo distrugge; non si adatta, rivoluziona; non si dimostra e non si confuta, si attua con la lotta di classe e la violenza. In tal modo il volontarismo del S. sposta il socialismo dal piano intellettualistico e riformista della utopia (anche il marxismo è, secondo lui, appesantito da elementi utopistici) a quello del mito o della volontà appassionata e dell'azione libera, che, esaltata dal mito, irrompe e distrugge la situazione storica attraverso la lotta di classe totale e violenta. Questo il «sindacalismo», in cui il S. vede l'espressione più alta del socialismo, l'affermazione delle virtù eroiche del proletariato, dello slancio vitale, che solo la guerra aperta e violenta può salvare dalle mortificazioni inevitabili, in cui vorrebbero imbrigliarlo il riformismo e le concessioni parziali. Alla violenza il socialismo deve «gli alti valori morali con cui offre al mondo moderno la sua salvezza» (*Réflexions*, p. 333). Oltre che espressione di energia vitale e di potenza d'azione, la violenza è infatti anche assertrice di valori morali, in quanto distrugge la «forza», che è propria della società e dello Stato borghese: la forza è dei deboli ed è oppressiva della libertà, la violenza è degli eroi che, negata la forza, rendono possibile una società di uomini liberi; la forza, potrebbe dirsi con Bergson, è della morale «statica», la violenza della morale «dinamica», che è slancio ed eroismo. Il mito capace di alimentare, secondo il S., la lotta di classe e di mantenere in uno sciopero (v.) generale, il solo che possa tener destra la combattività del proletariato e segnare il passaggio dalla società capitalista a quella sociale; che è molto di più e diverso di un passaggio: è una «catastrofe», qualcosa di grave, temibile, e sublime» (*ibid.*, p. 168), il risultato di una potente energia spirituale. Né ha importanza che il mito si realizzino o, in quanto il suo valore è nell'essere suscitatore di azione. Così il S. dà alla lotta di classe e al socialismo una portata non più economica ma spirituale; però il suo «mito», che prescinde da ogni situazione di fatto e vuole essere l'espressione dell'antintellettualismo, è anche esso una costruzione intellettualistica e perciò una utopia nel senso non migliore del termine.
Il S. ha avuto grande influenza sul movimento sociale francese e anche sul comunismo russo come pure, in Italia, fascismo (v.), che vide in lui, oltre che un sociologo volontarista e di spiriti nietzschiani e anche «dannunziani», Wilson (v.) e di Versailles e il sostenitore delle rivendicazioni italiane.
Michele Federico Sciacca