FASCISMO

FASCISMO. - MUSSOLINI, BENITO (v.). Le origini del f. risalgono al periodo immediatamente precedente alla prima guerra mondiale: nei contrasti interni del socialismo italiano e nel delinearsi in seno ad esso di nuove tendenze, nella crisi della opinione pubblica del paese davanti alla guerra fra gli Imperi centrali (nei confronti dei quali l'Italia, pur avendo concluso il trattato della Triplice Alleanza, richiedeva il soddisfacimento di vaste aspirazioni territoriali per il compimento della unità nazionale) e la Francia e la Gran Bretagna (verso le quali portavano da un lato la affinità di cultura e di lingua e dall'altro lato le tradizioni politiche dei liberali), nello scontro fra due mentalità e due costumi di cui l'uno sentiva nella pacifica evoluzione delle situazioni politiche l'unica fonte di ogni civile progresso, l'altro vedeva nella guerra e nella violenza e nella scuola di coraggio fisico altri migliori valori. In quel clima di contrasti si era andata delineando la vocazione politica del fondatore del movimento dei fasci, la scelta del quale propendeva verso soluzioni profondamente innovatrici, verso il socialismo sindacalista, il rovesciamento delle alleanze, l'intervento nella guerra per conquistare con il sacrificio quelle aspirazioni che pareva potessero essere soddisfatte con transazioni diplomatiche.

Con la fine della guerra 1914-18 l'entusiasmo suscitato dalla vittoria e le delusioni subite nelle negoziazioni diplomatiche per la pace, il ritorno alle occupazioni civili dei combattenti e la smobilitazione della grande industria bellica, avevano suscitato altri contrasti e altri disagi nell'opinione pubblica italiana: in tali contrasti e in tali disagi venne ad inserirsi il movimento fascista che, fondato a Milano nel marzo 1919, rivendicava sia la necessità di un'azione di governo intesa a difendere il contributo italiano alla guerra, sia la necessità di un decoroso e ordinato ritorno al lavoro dei reduci.

Intorno a questi due motivi potevano facilmente raccogliersi, ed in realtà si raccolsero, uomini di diversa origine e preparazione, per molti dei quali l'adesione al nuovo movimento politico non sembrava confortata da coscienti elementi razionali, ma dettata dalla vivacità dell'azione che il capo del movimento dettava, dalla spregiudicatezza con la quale veniva attaccato tutto un mondo politico, al quale la gioventù italiana cresciuta nella guerra sembrava irrimediabilmente estranea, dalla possibilità di perpetuare nella vita civile quel tono e quella consuetudita militaresca acquistati negli anni formativi della giovinezza. Quel programma indistinto e prevalentemente critico consentiva d'altra parte al f. di raccogliere l'appoggio di forze che poterono apportargli il contributo della maggiore esperienza politica e delle risorse finanziarie.

La qualità degli uomini che componevano il movimento fascista, le aspirazioni loro e la immediatezza del-

l'azione posero ben presto il f. come il più forte elemento di reazione contro il dilagare del socialismo. Per arginare le violenze, gli scioperi, i disordini che, forti delle vittorie in Russia, i socialisti avevano scatenato nel paese, si costituirono le squadre di azione; e, in funzione prevalentemente antisocialista, il f., nelle elezioni politiche del maggio 1921, bloccò con altri partiti di destra ed ebbe la prima rappresentanza in Parlamento. Con questa prima affermazione elettorale si assiste alla espansione del movimento dalle grandi città industriali dell'Italia settentrionale all'Italia centrale a meridionale e si assiste alla sua trasformazione da movimento di élites (come esso stesso amava qualificarsi) a movimento ed organizzazione di masse sempre più vaste: sorgono i primi sindacati di lavoratori, si diffonde la propaganda nelle campagne, si inquadra il movimento in partito: il Partito Nazionale Fascista.

Forte della nuova organizzazione e dei successi ottenuti nelle città e nelle campagne contro il socialismo, il partito fascista richiese di partecipare attivamente al governo del paese; sul rifiuto opposto dalla maggioranza governativa, il partito decise di esercitare una pressione risoluta per raggiungere il suo scopo: le dimostrazioni dell'ott. 1922 (culminate con la «marcia su Roma») consigliarono al re di affidare a Mussolini l'incarico di formare il gabinetto. Comincia di qui la storia del f. al potere: dapprima con altre rappresentanze politiche e, in seguito, solo.

A questo punto la storia del f. come movimento politico sembra essere assorbita nella storia dello Stato fascista, dello Stato, di cui il f. si era posto al governo e che esso guidava per mezzo dei suoi uomini; i dissimulati dissidi politici interni (dal delitto Matteotti alla condotta della guerra in Abisania; dall'alleanza con la Germania alla guerra a fianco di essa) sono, più che dissensi nel partito, dissensi e contrasti nella classe politica italiana al governo.

Giunto al potere, il f. si rivolse attivamente alla riforma dello Stato e della vita pubblica italiana e alla politica estera e coloniale, traducendo gli impulsi che ne avevano individuato l'azione fino dal suo primo sorgere: l'affermazione di uno Stato forte all'interno e all'esterno, il riconoscimento della funzione del lavoro nella disciplina e nell'ordine.

In queste direttive il f. iniziò la trasformazione costituzionale dello Stato con la proclamazione della «carta del lavoro» come legge fondamentale del lavoro, con la creazione del Gran Consiglio del f. (organo che comprendeva le più alte gerarchie del f. e del governo e che assicurava così, istituzionalmente, il collegamento fra il partito e il governo), con la nomina del segretario dei fasci a ministro del Regno, infine con la soppressione della Camera dei deputati e con la creazione di una Camera dei Fasci a delle Corporazioni composta dai rappresentanti delle organizzazioni politiche fasciste a delle organizzazioni della produzione. Queste trasformazioni furono accompagnate da una vasta attività legislativa, che, fra l'altro, realizzò la riforma del Codice di diritto civile, di procedura civile, di diritto penale e di procedura penale.

Accanto a queste riforme, che miravano ad una profonda trasformazione di quello Stato liberale e laico che il f. aveva trovato nell'assumere il governo, va ricordata la conclusione del Trattato del Laterano, e del Concordato con la S. Sede: col primo la questione romana veniva risolta con il riconoscimento dello Stato della Città del Vaticano; col secondo s'intese regolare le condizioni della religione e della Chiesa Cattolica in Italia, rinunciando alla laicizzazione dello Stato e rendendo attivo il 1° art. dello Statuto Albertino, aprendo la via, anche nella legislazione italiana, a ciò che è diritto e missione della Chiesa. Ciò doveva portare a tutto un orientamento inteso a riconoscere le prerogative e la missione della Chiesa cattolica, specie nel campo delle cosiddette materie miste, dopo che i rispettivi limiti erano stati concor-

damente definiti in formole giuridiche. Ma il contraccolpo che i patti lateranensi ebbero nelle correnti fasciste più anticattoliche, con la conseguente giustificazione che in Parlamento diede di essi il capo del governo a prezzo di affermazioni eretiche, irriverenze e spregiudicatezze, confutate e stigmatizzate da Pio XI nel messaggio al card. Gasparti del 30 maggio 1929, e soprattutto la concezione «totalitaria» della vita dello Stato, di cui il f. dimostrò ben presto di non sapersi spogliare neppure nei confronti della Chiesa e su punti vicendevolmente concordati, impoverì la portata degli accordi ed anzi aprì la via all'improvviso accendersi di polemiche e all'irrompere di violenze episodiche. Il conflitto più aspro si aprì nell'inverno del 1930 a proposito dell'Azione Cattolica, che pure aveva avuto il suo riconoscimento ufficiale da parte dello Stato nell'art. 43 del Concordato. Si giunse, il 2 giugno, all'ordine di scioglimento immediato di tutte le associazioni giovanili; ma il f. doveva piegare di fronte all'autorità pontificia, confortata dalla coscienza del mondo cattolico, a lo fece con gli accordi del sett. 1930.

Profonde innovazioni il f. introdusse nel campo del lavoro con l'organizzazione dei sindacati come enti di diritto pubblico, con la risoluzione giudiziaria delle controversie collettive, con una vacia rete di assicurazioni per i lavoratori, con la disciplina corporativa della produzione. Nel terreno della produzione il f. si sforzò di orientare verso le regioni meridionali l'espansione dell'industria italiana e si sforzò di intensificare la produzione agricola portando a termine ingenti opere di bonifica nell'Italia centrale e meridionale. Mirò poi a coordinare interesse pubblico e privato per avviare il paese all'autosufficienza economica.

Queste riforme operate dal f. nella vita sociale, economica e culturale del paese guardavano più allo Stato che all'individuo, più al popolo e alla visione che non al singolo. La politica del f. appare dominata dall'idea di uno Stato autoritario e gerarchico in nome della quale la libertà del singolo poteva essere fino ad un certo punto sacrificata. Così i dissensi non trovavano lungo per essere manifestati o potevano essere rapidamente soffocati attraverso sanzioni amministrative (il confine di polizia), così la critica in tanto era tollerata in quanto compiuta nell'ambito del partito (la critica «costruttiva»), così il lavoro nelle professioni, nella burocrazia, nelle fabbriche, era monopolizzato da sindacati di carattere politico.

Questa politica di autorità all'interno era accompagnata, nel campo delle relazioni internazionali, da una politica di intransigenza e di prestigio; prestigio e protezione degli Italiani all'estero (scuole e case di Italia nelle maggiori città straniere, potenziamento dell'opera della «Dante Alighieri», resistenza contro la politica di assimilazione degli emigranti italiani), rivendicazioni dei diritti della vittoria italiana nella guerra 1914-18 soprattutto per compensi coloniali, rivendicazione all'Italia del ruolo di grande potenza, politica di penetrazione in Albania (terminata con la proclamazione dell'unione personale italo-albanese), espansione coloniale e campagna contro l'Etiopia, politica di presenza dell'Italia nei più importanti affari internazionali. Questa politica di attiva partecipazione italiana alla vita internazionale portò da ultimo il f. a partecipare, a fianco della Germania, alla seconda guerra mondiale.

Nel campo interno e nel campo esterno l'attività politica del f., la realizzazione del suo programma di governo, erano confortati dalla dichiarazione di una «dottrina» ufficiale del partito: una dottrina dello Stato autoritario e corporativo in contrapposto allo Stato democratico e liberale. Ma più che spinto da una propria e originale dottrina politica, il f. sembra essere stato guidato da esigenze più immediate e contingenti che esso portava con sé fino dal suo primo sorgere: da un lato la critica alle istituzioni politiche liberali e democratiche, che, già all'indomani della guerra 1914-18, si erano rivelate im-

potenti a guidare la macchina sempre più pesante dello Stato interno con l'enorme complesso di servizi e di funzione che esso si è assunto, dall'altro lato la coscienza dei valori della nazione italiana nel mondo.

Questi due motivi del f. (la critica alla società liberale e alle istituzioni democratiche e la valorizzazione della tradizione nazionale) erano tali che potevano facilmente affermarsi anche fuori d'Italia: intorno al f. italiano si assiste così, nel periodo fra le due guerre, all'affermarsi di movimenti fascisti e di derivazione fascista in Europa (Germania, Spagna, Portogallo, Ungheria, Romania, Grecia) e fuori (Turchia, Argentina, Brasile); questo espandersi del f. oltre i confini d'Italia rivela che, a parte il valore intrinseco della formula, esso si presentava come un tentativo per superare una crisi che era in atto fra il 1920 ed il 1940.

BIBL.: Cf. il periodico: Bibliografia fascista, Roma; G. Gentile, Origine e dottrina del f., Roma 1920; P. Ercole, La rivoluzione fascista, Palermo 1936; B. Mussolini, F. Dottrina, in Enc. Ital., XIV (1938), pp. 847-51; G. Volpe, F. Storia, ibid., pp. 851-84 (con abbondante bibli.); G. Battaletta, F. Il Partito Nazionale Fascista, ibid., Appendice, I, pp. 571-76; G. Battaletta, Il F. nel mondo, ibid., pp. 576-80; G. Volpe, Storia dei movimenti fascisti, Milano 1939. Questi sono stati compilati in clima fascista e risentono del tono panegirico. In clima di opposizione si ha il complemento della stessa Enc. Ital.: L. Salvatorella, F., ibid., Appendice, II, pp. 904-906; M. D'Amelio, F., Le sanzioni contro il f., ibid., pp. 906-907. Per una trattazione sotto l'aspetto giuridico cf.: A. Jamalio, Farsi di combustimento, in Nuova discesa italiana, V, pp. 936-53; G. Giuriati, ibid., pp. 953-61. Bibli. su memorie e documentazioni in soluzioni al f., si può trovare in Giunta centrale per gli studi storici, Bibliografia storica nazionale, anni V-VIII, 1943-46, Roma 1949, nn. 1617-1618, pp. 162-79. Sul editto Mastrotti, nn. 3749-55, p. 168; sui principali oppositori del f., nn. 3744-3748, p. 168; sulla guerra d'Etiopia, nn. 3763-64, p. 168; sulla guerra di Spagna, nn. 3763-67, p. 169; sulla seconda guerra mondiale e gli ultimi avvenimenti del f., nn. 3768-4016, pp. 169-170; alcune opere toccano solo indirettamente il f. Per alcune valutazioni in materia di politica ecclesiastica, cf. Nouvelle revue théri., Tables séchales 1914-15, 1, 46-64, Tournai-Lovando 1940, p. 139, con rinvii ai singoli volumi; G. Dalla Torre, Azione Cattolica e f., Roma 1943; G. Castelli, Il Vaticano nei tenturali del f., ivi 1946. Per una visione d'insieme: A. C. Jamalio, Chiesa e Stato in Italia, Torino 1948, pp. 587-588; F. Aburi, Le origini del f. e la classe dirigenale italiana, in Belliger, 8 (1950), p. 129 seg. (con bibli.).
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“FASCISMO.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 639. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/fascismo.