MUSSOLINI, BENITO. – Uomo politico italiano, «due del fascismo», n. a Predappio (Forlì) il 29 luglio 1883, ucciso a Giulino di Mezzegra (Como) il 28 apr. 1945. Figlio di Alessandro, fabbro ferraio, e di Rosa Maltoni, maestra elementare, studiò nel Collegio dei Salesiani a Faenza e prese il diploma di maestro (alla Scuola normale di Forlimpopoli). Dopo aver insegnato nelle scuole elementari di Gualtieri Emilia e di Tolmezzo, emigrò in Svizzera in cerca di lavoro.
Spirito indipendente, in gioventù ereditò dalla dimestichezza con il padre e rafforzò con la personale esperienza una visione pessimista della società contemporanea ed abbracciò con entusiasmo e fino alle estreme conseguenze le dottrine più avanzate del socialismo rivoluzionario. Nella Confederazione Elvetica ebbe occasione di conoscere molti altri socialisti emigrati dall'Italia e profughi da altri paesi. Carattere irrequieto, ritornò di lì a poco in Italia, prese l'abilitazione per l'insegnamento del francese nelle scuole medie (donde gli venne il titolo di professore, con il quale fu qualificato negli anni successivi nelle file socialiste), insegnò per poco tale lingua nel 1908 presso una scuola tecnica privata di Oneglia, ma l'anno dopo abbandonò di nuovo l'insegnamento e si recò a Trento quale segretario del Segretariato trentino del lavoro. Ivi diresse *L'Avenir* del *lavoratore*, organo del Partito socialista, e fu redattore-capo del *Popolo*, il giornale di Cesare Battisti; fu anche in polemica con il giornale cattolico *Il Trentino*, diretto da Alcide De Gasperi. Espulso dalle autorità austriache, tornò in Romagna, a Forlì, e divenne uno dei maggiori esponenti socialisti della regione. Partecipò quindi all'XI Congresso nazionale socialista di Milano, dove criticò i deputati del Partito per la loro debole opposizione alle spese militari, e capeggiò nel congresso di Reggio Emilia del 1912 la corrente rivoluzionaria, sostenendo la necessità di esplicitare dal Partito quei deputati (Bissolati, Cabrini, Bonomi e Podrecca) che non avevano votato contro le spese militari. Si può già vedere la tendenza dittatoriale del futuro capo del fascismo, quando ivi affermò che fosse necessario sopprimere l'autonomia del gruppo parlamentare e richiese che i deputati dipendessero dalle sezioni del Partito, che li avevano proposti, e che obbedissero alla direzione. L'ordine del giorno da lui presentato, che dichiarava espulsi dal Partito i quattro deputati, ottenne la maggioranza assoluta, e M. fu eletto membro della direzione del Partito. Alcuni mesi dopo, il 10 dic. 1912, degli assunse anche la direzione dell'Avanti con l'intento di dimostrare ai filosofi della borghesia reazionaria, al blocco dei partiti avversari, ai piccoli governanti della monarchia sabauda, che la vitalità del socialismo italiano è perenne. Accanto alla condanna della borghesia, sfruttatrice della classe operaia, era vivo in M. un non meno acceso spirito anticlericale che lo portava a vedere nella Chiesa cattolica, in sostanza, un altro mezzo dell'oppressione capitalistica. Testimonianza organica di tale sua visione costituì un libretto del 1913 dal titolo *Giovanni Huss il veridico*, pubblicato con l'intento, come M. stesso scrisse nella prefazione, di suscitare «nell'animo dei lettori l'odio per qualunque forma di tirannia spirituale e profana: sia essa teocratica o giacobina». La fede nell'Interazione socialista, che fino ad allora sempre aveva accompagnato M., subì un duro colpo allo scoppio della prima guerra mondiale. L'atteggiamento dei socialisti negli altri paesi convinse M. della inutilità della neutralità italiana e lo portò a patrocinare l'intervento contro gli Imperi centrali, per realizzare le aspirazioni nazionali sul Trentino e su Trieste, nella fiducia, dopo la vittoria, di riuscire ad attuare una rivoluzione nazionale. Un tale atteggiamento però non incontrò l'approvazione della direzione del Partito che, riunitosi il 20 ott. 1914 a Bologna, non accettò l'ordine del giorno nel quale il direttore dell'Avanti, pur riaffermando l'opposizione di principio alla guerra, riteneva tuttavia che la formula della neutralità assoluta fosse diventata troppo impegnativa e dogmatica e prospettava la possibilità di determinare e coordinare nella eventualità di un intervento italiano l'azione futura del Partito a seconda degli avvenimenti. Il M. diede allora le dimissioni da direttore dell'Avanti, iniziò il 15 nov. la pubblicazione di un proprio giornale (*Il Popolo d'Italia*), apertamente interventista, per cui dovette lasciare il Partito. Partecipò quindi alla guerra come bersagliere, fu ferito per un incidente di artiglieria e, ritornato al giornale, il 23 marzo 1919 fondò a Milano, insieme con altri ex combattenti, il movimento dei fasci (v. FASCISMO; ITALIA, *Il Sec. XX*) con il programma di instaurare in Italia, secondo le sue parole, una democrazia economica a favore delle classi lavoratrici, antiborghese ed anticapitalistica,
Convocato il Concilio di Trento, tenne il discorso inaugurale ( 13 dic. 1545) e vi svolse una notevole attività; il Pallavicino lo definì «braccio destro del Concilio». Lavorò con zelo anche nelle sue diocesi, particolarmente a Bitonto, dove celebrò un sinodo e inculc
e politica, con l'elezione di un'assemblea costituente che si pronunciasse sulla forma istituzionale, repubblicana o monarchica, della nazione adottando insieme il suffragio universale e un parlamento unicamerale.
Il momento era particolarmente delicato, perché buona parte dello spirito pubblico, specie nei giovani, mal tollerava i movimenti faziosi che, denigrando la conseguita vittoria, tenevano agitata la nazione con scioperi e violenze di piazza, rovinosi per l'economia, per la concorrenza nazionale e per la compagine dello Stato, mentre i partiti al governo, in odio anche al Partito Popolare, di cui temevano la concorrenza, si esautoravano nella dimostrazione incapacità di provvedere all'ordine pubblico e di difendere il prestigio dell'esercito. Il programma, sostituito da una vivace propaganda, mirava alla conquista del potere, resa più facile dal fatto che democratici, riformisti, popolari e socialisti, nel timore forse di compromettere la loro base elettorale, e di venir meno ai loro programmi, non trovarono la via dell'accordo. Il successo delle crisi ministeriali, rafforzò M. nella decisione di tentare un colpo di mano. Si giunse così alla marcia su Roma (28 ott. 1922), che valse a M. l'incarico, da parte del Re, di costituire un nuovo ministero, al quale diedero il loro appoggio anche i popolari, i riformisti ed altre eminenti personalità della Camera e del Senato. Facendo appello al patriottismo per ricostruire il paese, dopo le ferite inflitte dalla guerra, M. riuscì ad ottenere la fiducia del Parlamento, che gli conferì i pieni poteri, ed egli se ne servì subito per affermare la dittatura propria e quella del suo partito. Nel giro di pochi mesi il ministero da lui presieduto divenne un gabinetto di colore, dal quale furono esclusi quelli stessi che gli avevano confermato l'incarico. Il delitto Matteotti del 10 giugno 1924 mise in serio pericolo il potere conquistato dal fascismo; ma anche questa volta M. seppe profittare dell'incerto atteggiamento dei partiti democratici e quali, anziché iniziare una decisa battaglia contro il regime fascista in Parlamento, disertarono le aule e si ritirarono in sdegno isolamento. M. rafforzò ancora maggiormente i suoi poteri, fece sciogliere nel 1926 tutti i partiti, impone due anni dopo una nuova legge elettorale che a priori garantiva ai fascisti la maggioranza dei seggi nell'assemblea legislativa. Ormai nessuna opposizione organizzata era più possibile. Con l'avvantaggiata posizione politica M. s'indusse a cercare la composizione col palato che era nelle aspirazioni della parte migliore della nazione. L'opportunità di normalizzare i rapporti con la Chiesa M. l'aveva già espressa da deputato, quando in un suo discorso del 21 giugno 1921 aveva detto: «Penso che, se il Vaticano rinunziadefinitivamente ai suoi sogni temporalistici, l'Italia, profana o laica, dovrebbe fornire al Vaticano gli aiuti materiali, le agevolazioni materiali per scuole, chiese, ospedali o altro, che una potenza profana ha a sua disposizione». In effetti, appena salito al potere, M. con tutta una serie di migliori e allontanò dalla politica religiosa dei governi precedenti, questo diede alla S. Sede la sensazione che con il governo M. si potesse giungere ad un accordo. Le trattative in tal senso, iniziate nell'ag. 1926, approdarono l'11 febbr. 1926 alla conclusione di un Trattato e di un Concordato che finalmente risolsero la questione romana (v. PATTI LATERANENSIS). M. pensò di smussare la reazione anticlericale con interpretazioni unilaterali in discorsi alle Camere, mentre la politica sempre più totalitaria del regime fascista, particolarmente riguardo all'educazione militaresca della gioventù, determinò, non molto dopo, una crisi nei rapporti con la S. Sede, crisi vertente sul carattere dell'attività svolta dall'Azione Cattolica, considerata da M. alla stregua di un movimento antifascista (1931). Le difficoltà furono allora appiimate, ma ne risorse altre, che peggiorarono sensibilmente le relazioni, quando, specialmente dopo l'alleanza con la Germania, le teorie razziste ebbero favore anche in Italia e si applicarono con l'antisemitismo, al quale prima M. era contrario.
In politica estera, perspicace e rettilineo fu l'atteggiamento preso da M. in occasione dell'assassinio di E. Dollfuss, perpetrato il 25 luglio 1934 dai nazisti austriaci, quando inviò le divisioni italiane sul Brennero, come avvertimento contro le intemperanze politiche d'oltralpe. L'invasione dell'Austria fu così differita. La guerra vittoriosa in Etiopia (1935-36) e l'occupazione dell'Albania provocarono le gelosie della Francia, che temeva per Tunisi e per la Corsica, e dell'Inghilterra, che vedeva minacciati i suoi interessi nell'Africa orientale, e mostrarono a M. l'opportunità di cedere ai bandimenti di Hitler che finirono col «Putto d'acciaio». Questi ebbe così mano libera contro l'Austria e la Cecoslovacchia e coinvolse M. nella sua politica aggressiva. Allo scoppio della seconda guerra mondiale M. dichiarò la non belligeranza dell'Italia, ma pochi mesi dopo, nel giugno 1940, pensò che fosse giunto il momento opportuno per entrare in guerra a fianco della Germania, parendogli ormai sicura la vittoria dell'Asse. Fu un errore di calcolo politico e militare che segnò la fine del fascismo. Dopo tre anni infatti gli alleati sbarcarono in Sicilia. M., la cui politica flottese aveva appunto portato il paese al disastro, fu arrestato il 25 luglio 1943 per ordine del Re. Dopo l'armistizio dell'8 sett. 1943 i Tedeschi, venuti a conoscenza del luogo di custodia di M. sul Gran Sasso, lo liberarono e lo misero a capo della fascista Repubblica Sociale Italiana, costituiti nell'Italia settentrionale e centrale ancora sotto il loro diretto controllo militare. Pochi giorni prima che terminasse il conflitto (28 apr. 1945) M. fu ucciso da una banda armata mentre forse si apprestava a lasciare l'Italia. La salma, esposta al ludibrio della folla a Milano, con quelle di altri gerarchi uccisi sommariamente, in una macabra scena, ripugnante ad ogni senso di umanità, fu sepolta nel cimitero di Milano e di là trafugata in luogo ignoto.
La popolarità che s'era acquistata nei primi anni del suo governo, grazie anche ad una suggestiva eloquenza, sostenuta dai provvedimenti, molte volte ottimi e tempestivi, era ormai caduta oltre che per i malanni della guerra, per l'inconsueto servilismo di collaboratori che, speculando sulle pretese dittatoriali di M., seppero man mano staccarlo dalla parte migliore e più capace della nazione che rimase inascoltata.
Opere: Scritti e discorsi, 13 voll., Milano 1933-40; Storia di un anno, Milano 1944; Opera omnia, a cura di E. e D. Susmel, Firenze 1951 sgg. (in corso di stampa; sarà completa in 35 voll.).
