SENSO COMUNE

SENSO COMUNE. - L'espressione ha in filosofia due principali significati, psicologico l'uno, gnoseologico l'altro. In psicologia s. c. è il senso interno che opera l'unificazione e la discriminazione delle sensazioni esterne e dei loro oggetti. In gnoseologia, nell'accettazione storica principale (Reid e la sua scuola), è la facoltà originaria e universale dello spirito umano di apprendere e formulare, anteriormente alla riflessione filosofica, verità necessarie o evidenti, sia di fatto che di principio. Dal significato gnoseologico storico sono derivate parallele accezioni di uso corrente: s. c. come il complesso dei principi o verità fondamentali della ragione; e s. c. come facoltà naturale, comune a ogni uomo normale, di sano giudizio teoretico-pratico.

I. PSICOLOGIA

La teoria del s. c. come facoltà centrale della sensibilità ha avuto la sua definita formulazione soltanto nella scolastica medievale: esso vi è inteso come il primo dei sensi interni che opera, dal punto di vista tanto soggettivo che oggettivo, l'unità delle varie sensazioni: «sensus communis est quaedam facultas ad quam terminantur immutationes omnium sensuum» (s. Tommaso, In II De an., lect. 13, n. 390; cf. Sum. Theol., 1ª, q. 78, a. 4 ad 1). Il s. c. vale quindi, nell'ambito della sensibilità, come il principio sintetico, nell'unità di coscienza, dei dati molteplici delle sensazioni e insieme delle stesse funzioni sensitive, «a quo etiam perciperantur actiones sensuum, sicut cum aliquis videt se videre» (ibid., ad 2; cf. In III De an., lect. 3). Nei testi aristotelici invece la teoria del s. c. non si presentava esente da incertezze. Fondandosi su una frase del De an., III, 1, 425 a 27: «de (sensibili) comuni abbiamo una sensazione comune» (τὰ δὲ κενῶν γὰρ ἔχουμεν ἀποφαντὸν κοινήν), già Alberto Magno e, recentemente, Zeller, Baeumker, Ross, Cassirer, De Corte ritennero che in Aristotele s. c. è la facoltà percettiva dei sensibili comuni (dimensione, figura, movimento, ecc.; il Sertillanges [St Thomas d'Aquin, II, 4ª ed., Parigi 1925] e altri attribuirono la stessa dottrina a s. Tommaso, ma fondandosi su un testo dell'opuscolo De potentii animae che non è autentico). Contro l'esegesi di Alberto Magno e dello Zeller sono il Trendelenburg, il Brentano, il Waddington (cf. l'accurata esposizione e discussione in C. Fabro, Percezione e pensiero, Milano 1941, p. 60 sgg.: l'interpreta-

zione tomistica vi è dimostrata - oltreché dal Sommo et viq., 2, 455 a 12, dove l'espressione xovvq dvxaqc, sembra avere lo stesso significato che il « sensus communis » di s. Tommaso - dal principio fondamentale aristotelico che i sensibili comuni sono oggetto « per sé » di più sensi e non di un sesto senso). Il significato medievale di s. c. era già in s. Agostino che nel De lib. arb., II, cap. 3 parla del « sensus interior » il quale « omnibus [sensibus externis] commuinter praecest ».

Più tardi (Campanella, scuola suáreziana, Mercier, Fróbes, ecc.) l'esistenza del s. c. come facoltà speciale, distinta dai singoli sensi esterni, fu contestata, in quanto si riteneva che l'accorgersi di vedere, sentire, ecc., come immediata e di coscienza è modalità inerente allo stesso atto sensitivo e ove si facesse coscienza riflessa, appartiene alle superiori funzioni spirituali. Già Aristotele sembra affermare che ogni senso sente il suo atto (De an., II, 425 b 15; cf. Met., XI, 9, 1074 b 35: intelletto e senso pos-sono, accessoriamente, è vnqepoy, apprendere sé). Nella psicologia moderna si ammette che l'unità sintetica delle varie funzioni sensitive trovi la sua ragione nella unità fondamentale della coscienza e nella centralità dei processi fisiologici che la condizionano. Con il s. c. nel significato medievale non va, comunque, confusa la « cense-stesi » della terminologia moderna che indica piuttosto la sensibilità fondamentale tattile per cui si ha avvertenza del proprio corpo e delle sue funzioni e condizioni bio-logiche generali.

II. GNOSEOLOGIA

In senso gnoseologico s. c. ha avuto importanza fondamentale in Th. Reid (v.) e nella sua scuola. Per il Reid, che si oppone all'empirismo humano e all'immaterialismo berkeleiano, i principi fondamentali di ogni ragionamento e scienza sono in certo senso connaturati con la mente; e son connessi con la percezione che non è apprensione di « idee » (contro Berkeley), ma conoscere intuitivo e presenza immediata dell'oggetto: « Le più immediate conclusioni che la ragione trae dalla percezione formano il s. c., le più lontane la scienza » (Inquiry, cap. 6, sez. 20). S. c. è quindi la capacità essenziale dello spirito, anteriore al suo momento riflessivo-scientifico, di formulare proposizioni universali e necessarie, e quindi come il principio stesso della verità teoretica. Le sue massime sono quelle che gli uomini prudenti seguono nella prassi e nella vita e insieme i principi originari secondo cui si distingue il vero dal falso, senza i quali non è possibile certezza. Esso consenso universale (v.) di ogni coscienza umana sulle prime verità teoretico-pratiche. Tale dottrina, i cui inizi possono rintracciarsi nelle xovvq dvxaqc degli stoici (il motivo fu accentuato da Cicerone: cf. De nat. deor., I, 17 e De orat., I, 3; De leg., I, 10), aveva avuto già una parziale analoga espressione nel « gusto » o « senso » morale ed estetico dello Shaftes-bury (v.) e fu svolta dai continuatori della scuola scozzese (J. Oswald, Appeal to common sense in behalf to religion [1766]; D. Stewart, Elements of the philosophy of human mind [1792]; Th. Brown, Lectures on the philosophy of human mind [1920]; A. Fergusson; più tardi, con inserimento di contrastanti motivi kantiani, W. Hamilton); l'opposizione alla medesima costituisce invece una delle istanze fondamentali, forse la più fondamentale, del pensiero milliano (v. MILL STUART J). Il significato, se non il termine, del s. c. è del resto, in un certo senso, implicito in razionalismo (v.) Platone, Plotino, Cartesio). Per Leibniz (v.), dal s. c. « c'est-à-dire de l'esprit même » provengono le idee di spazio, estensione, figura, moto..., i sensibili comuni di Aristotele (cf. Nouveaux essais..., II, cap. 5). Kant (v.) parla del s. c. come del presupposto dei giudizi estetici validi universalmente: esso va inteso come « sentimento comune »: non è un senso speciale, « ma solo l'effetto del libero gioco delle nostre facoltà conoscitive » (Kritik d. Urteilkraft, parte 1ª, sez. 1ª, I, 1, § 20-22; trad. it., Bari 1938, pp. 79-82). F. Lamennais (v.) elevava il s. c. a unico criterio di certezza, come espressione della ragione generale e comune.

Nella neoscolastica il s. c. è stato per lo più accolto in senso positivo, con un significato analogo a quello reidiano, sebbene meno sistematico: « sens commun ou intelligente naturelle », « la raison spontanée et primitive » (R. Garrigou-Lagrange, op. cit. in bibl., p. 1, 15): indicherbe pertanto il modo naturale di pensare e giudicare dello spirito umano, cui corrisponde, sul piano teoretico, « quel realismo naturale e oggettivo... che è, si può dire, come si esprime il Bergson. « la métaphysique naturelle de l'intelligence humaine » (ibid., pp. 18-19). È in questo senso, press' a poco, che la metafisica aristotelico-scolastica vien talora qualificata come « filosofia del s. c. ».

Una valutazione oggettiva non può non riconoscere nella universalità e determinazione del pensiero un significato positivo al s. c. Eraclito (v.) affermava: « il pensiero è comune a tutti » (Diels, frg. 113; cf. Mullach, I, p. 322). C'è almeno una nozione, il concetto di essere-non essere, che è nell'essenza stessa del pensiero e fonda universalmente i primi principi di ogni discorso umano. Questi principi, se non valgono ancora, per sé, come elementi di una concezione metafisica sistematica dell'essere e della natura, stanno tuttavia a base di ogni tentativo che il pensiero riflesso imprenda a tale fine. Invece, se per s. c. si voglia intendere il complesso più o meno vasto di idee, opinioni e anche principi in cui consenta universalmente un'epoca storica, il suo significato di verità resta per sé problematico. Il s. c., in questa accezione, è infatti, in parte almeno, in funzione delle consuetudini, della cultura, della civiltà, della storia; né la sua universalità e necessità sono fisse, in quanto esso accoglie e lentamente assimila, più o meno trasformandole, nuove idee, concezioni, sistemi. Il s. c., così inteso, non può quindi rivendicare, dal punto di vista teoretico, un'autorità incondizionata e il suo significato va chiarito dal pensiero riflesso che ne determina i fondamenti, le condizioni, le cause.

BIBL.: per il significato gnoseologico: T. Reid, An inquiry into the human mind, on the principles of common sense, Londra 1763; id., Essay on intellectual powers of man, Edimburgo 1785; Harrison, The philosophy of common sense, Londra 1907; Garrigou-Lagrange, Le sens commun, 2ª ed., Parigi 1936; id., Il s. c., trad. II. Brescia 1952; L. O. Kattsoff, The uncommon sense of « common sense », in Rev. intern. philos., 4 (1930), pp. 46-268. Per il significato psicologico: Cl. Baeumker, Die arist. Lehre von den äusser- u. inneren Sinnesvermögen, Lipsia 1887, p. 79-89; H. A. Wolfston, The internal senses in latin, arabic and hebretic philos. texts, in The Harvard theology, recit., 28 (1935), pp. 69-73, ristampa, Cambridge 1935.