RAGIONE DI STATO. - La ratio è il principio, la regola che presiede alla vita dello Stato. R. di S. è la traduzione di ratio reipublicae. La celebre frase fa la sua apparizione nella lingua italiana con il Dialogo del reggimento di Firenze di Francesco Guicciardini (cf. ed. di R. Palmarocchi, Bari 1932, p. 163). Il suo senso originario (secondo l'etimologia latina di ragione: ratio Status) è concetto di Stato, e tale è il BORGO (v.) al suo libro di politica: Della r. di S. (Venezia 1589), famoso al suo tempo come opera MACHIAVELLISMO (v.). Ma già d'allora (fine del sec. XVI) alla frase si cominciò a dare un senso alquanto diverso, prendendo ragione nel significato di ragione di agire e quindi esigenza.
Dapprima si restringe all'esistenza di ciò che è necessario per non perire, ossia a garantire il diritto dello Stato all'esistenza. La r. di S. si invocava per giustificare provvedimenti di carattere eccezionale che limitavano i diritti ordinari riconosciuti o per legge o per consuetudine ai popoli, o che sembravano violare la giustizia internazionale. La frase aveva un senso molto elastico, servendo così in politica e diplomazia a coprire con un manto di dignità gl'interessi egoistici di una nazione o di una casta dominante (cf. G. Chiaramonti, Della r. di S., Firenze 1635). In questo senso non mancava di precedenti nelle massime e nella pratica dei politici di tutti i tempi, come la romana salus publica suprema lex e la perorazione di Caifa: «Voi non capite niente: non riflettete che vi conviene sia un uomo solo a morire per il popolo, piuttosto che la nazione intera persica» (Io. 11, 49-50).
Nella dottrina politica, che si svolge sulle orme di Machiavelli, ciò che sulle prime veniva presentato come misura di emergenza divenne massima: l'interesse dello Stato sta sopra a tutto (Principe, cap. 18 § 2). Gradatamente, con il prevalere della mentalità illuministica, vennero a cadere i limiti che il rispetto alle dottrine morali della religione stessa di Stato faceva imporre, almeno in apparenza, a quella massima: la teoria dello Stato moderno si perfezionava, e riceveva da Hegel la sua formulazione metafisica. La r. di S. finisce così nell'identificazione tra ragione e Stato: lo Stato è la realizzazione più alta della ragione, dello Spirito.
La dottrina medievale, riassunta da s. Tommaso, assegnava allo Stato un fine che è ulteriore allo Stato stesso, cioè il bonum humanum, il bene della persona
umana (cf. Sum. Theol., 1ᵃ-2ᵃᶜ, q. 102, a. 1; 2ᵃ-2ᵃᶜ, q. 174, a. 2; I. Leclercq, L'Etat ou la politique, Namur 1929). Lo Stato moderno invece non riconosce alcun fine ulteriore a se stesso: esso assorbe in sé l'individuo, che non è veramente uomo se non in quanto è cellula dello Stato, e non ha diritti se non quelli che riceve dallo Stato, né può far valere di fronte a questo esigenze che non coincidano con la vita dello Stato. Parimente, le società minori, mediane tra lo Stato e l'individuo (tra cui prima è la famiglia), non esistono per una ragione propria, ma solo come un'emanazione dello Stato: lo Stato non si contenta di dirigerle e disciplinarle con la sua sovranità; esso le assorbe in sé come principio della loro stessa esistenza. Lo Stato monopolizza per intero la natura sociale dell'uomo, negando o ignorando ch'essa possa realizzarsi in modi che non rientrano nell'ambito dello Stato stesso, come accade per il vincolo dell'umanità universale, o per il vincolo spirituale che lega i cristiani tra loro nella società soprannaturale, la Chiesa di Cristo (M. Missiroli, Date a Cesare, Roma 1931, pp. 7, 339 sgg.; A. Hitler, Mein Kampf, Monaco 1933, specialmente pp. 451 sgg., 490 sgg.; G. Del Vecchio, La crisi dello Stato, in Saggi intorno allo Stato, Milano 1936, p. 49 sgg.; C. Benoist, La crise de l'état moderne, Parigi 1936). In tale concezione, caratteristica dello Stato moderno, la r. di S. non è più solo una affermazione intransigente della prevalenza che l'interesse dello Stato ha di fronte a qualsiasi altra considerazione, anche morale; e non è neppure politica (v.), come categoria irriducibilmente diversa da quella dell'etica (dottrina che si fa risalire in qualche modo a Machiavelli); ma diventa la suprema razionalizzazione della realtà, e quindi il principio stesso dell'etica identificata con la politica (cf. C. Schmitt, Politische Theologie, Monaco-Lipsia 1922). Le conseguenze disumane a cui porta in pratica una tale dottrina entrano nell'esperienza storica degli ultimi decenni. Una reazione (cf. C. Dawson, Il giudizio delle nazioni, Milano 1946; H. Belloc, La crisi della civiltà, Brescia 1948) già è apparsa, e la sopra accennata dottrina dello Stato moderno comincia a suscitare eccezione ai nostri giorni, anche fuori del campo degli studiosi cattolici, che sempre l'hanno esclusa come falsa in se stessa e madre di dispotismo (cf. J. Huizinga, Lo scempio del mondo, Milano 1948).