POLITICA. - L'etimologia, dal gr. πολις = città, suggerisce il primo e più generale significato del termine, in quanto ne pone in evidenza l'oggetto cui si riferisce. La p. riguarda la vita pubblica della città o dello Stato. Questa sua relazione non ne manifesta per una sola natura specifica, giacché molte altre attività umane e costruzioni teoriche hanno il medesimo punto di riferimento e tuttavia non si possono far rientrare nel suo ambito, donde poi la difficoltà di passare dalla definizione nominale a quella sostanziale. Come punto di partenza si può nondimeno accogliere la definizione comune, che la descrive come arte e scienza del governo e ha il merito, per lo meno, di mettere in rilievo due aspetti principali. Nel primo la p. è un'attività pratica, che ha come scopo il promuovere gli affari pubblici, e in questo senso, sebbene meno sovente, si trova già presso Aristotele e presso la gran parte dei teorici successivi.
Occorre tuttavia porre l'attenzione sul fatto che il sostantivo «arte» non ne esprime esattamente l'esistenza. Esso si riferisce soltanto a un elemento centralmente non trascurabile, ossia che nell'esercizio dell'attività politica è necessaria l'intuizione e la genialità, per cogliere le direttive della storia, indovinare gli sviluppi e prendere i provvedimenti tempestivi in favore del bene pubblico presente e futuro, e ciò l'avvicina all'arte, dalla quale nondimeno la distinguono le leggi di carattere normativo che la guidano, mentre quelle dell'arte sono esclusivamente indicative. Inoltre deve essere osservato che l'elemento che specifica l'arte e la scienza politica, nella definizione riferita, si manifesta alla prima analisi troppo ristretto per esprimere il significato ampio che si suole attribuire alla p. Poiché non solo chi governa esercita un'attività politica ma, particolarmente nei regimi democratici, i cittadini, il popolo e i partiti cosicché è più esatto dire che la p., in questo suo primo aspetto, comprende qualsiasi attività volta all'incremento degli affari pubblici, con speciale riguardo al governo e all'organizzazione dello Stato.
Nel suo secondo aspetto la p. è una scienza, e questo è il senso in cui più di frequente il termine viene adoperato presso Aristotele, s. Tommaso e i teorici posteriori. Le incertezze, tuttavia, che tuttora sussistono riguardo al concetto, si riflettono sulla speculazione scientifica, rendendo evanescenti i contorni di questa scienza e poco determinato l'oggetto proprio. Alcuni la identificano con la sociologia, altri con la teoria generale dello Stato o con la filosofia politica, altri ancora con l'economia o con la morale, altri infine confondono l'aspetto pratico e l'aspetto teorico, dissolvendo il secondo nel primo. Tutti questi svariati atteggiamenti o vuotano la scienza politica di ogni contenuto specifico e la negano, pur mantenendone il nome, o l'annullano nell'empirismo amorale.
Le due nozioni accennate, la pratica e la speculativa, non sono tra esse indipendenti. La p. pratica, infatti, suppone necessariamente la p. come scienza, giacché è proprio dell'uomo passare all'azione, dopo aver acquisito una conoscenza più o meno adeguata dei fini particolari o universali, cui deve essere diretta, e dei mezzi idonei a conseguirli, in una parola delle regole, che devono guidarne lo svolgimento. Questa previa cognizione viene data dalla scienza politica, alla quale poi segue la pratica, mediante l'applicazione ai casi concreti delle norme e delle direttive da quella stabilite. In virtù di tale intima e necessaria connessione, la p. appartiene al numero delle scienze pratiche, le quali hanno come fine di guidare l'azione umana. In ogni scienza pratica teoria e azione sono correlate, in quanto la conoscenza speculativa delle leggi domina e dirige la condotta umana, in modo tuttavia che il giudizio ultimo sulla via da seguire nei casi concreti dipende così dai principi teorici come dalla valutazione delle condizioni di fatto, nelle quali il soggetto agente viene di volta in volta a trovarsi. Nel processo che guida all'azione s'inserisce così un elemento variabile, dalla cui considerazione può scaturire una diversa soluzione pratica, senza che mutino le norme superiori dell'agire. Su questo elemento variabile si appoggia quell'elasticità da tutti riconosciuta alla p., spesso scambiata a torto con la discrezionalità, ma che, in una sana concezione, non è altro se non l'effetto della prudenza, la quale suggerisce diversità di comportamento pratico e pieghevolenza di adattamento alle circostanze storiche, entro i limiti segnati dai principi più universali. La p., come arte accompagnata dall'intuizione geniale, si esercita particolarmente in questo campo.
Per conseguire un concetto più adeguato, agli elementi accennati occorre aggiungere quello specificante del fine. Ogni scienza pratica e ogni comportamento umano, che cade entro il suo ambito, hanno uno scopo particolare, che li determina e ne permette la classificazione. Così, ad es., la medicina tende a offrire prevedizione a cura della malattia, l'architettura alla costruzione, l'economia alla produzione e circolazione della ricchezza, la pedagogia all'educazione. Lo stesso deve dirsi della p. Sia come scienza pratica sia come azione, essa ha quale fine specifico il benessere della collettività, che è suo ufficio promuovere, scegliendo i mezzi adatti al tempo e alle circostanze. È, dunque, essenzialmente scienza dei fini e dei mezzi. La più comune corrente di pensiero stenta ad ammettere questo concetto, osservando che i fini della p. cambiano incessantemente nel divenire della storia, o, se ne ammette uno fisso e permanente, lo assegna nell'affermazione della potenza. È facile avvertire però come essa scambi i fini provvisori e contingenti, che non mancano mai né possono mancare nella vita degli Stati, con il fine universale, al quale sono subordinati. Come nella vita individuale sopra i molteplici scopi temporanei ne esiste uno universale e comprensivo, al quale quelli rimangono subordinati come scalini intermedi, così nella vita sociale esiste uno scopo universale e comprensivo, il quale, secondo che rivela lo studio obiettivo delle più profonde aspirazioni umane, consiste nel benessere della comunità (v. BENE COMUNE). Coloro poi che, ispirandosi alla concezione del Machiavelli, assegnano alla p. come fine l'affermazione della potenza, la identificano con la forza e con il suo uso, negandole il carattere di scienza normativa e riducendola a un ingranaggio di mezzi costruttivi, diretto a stritolare la persona umana, abbandonata al capriccio dei poteri dello Stato.
La p. nasce dall'uomo e si rivolge, come suo ultimo termine, all'uomo. Il suo vero concetto è, dunque, quello di un'attività e di una scienza che hanno come fine rispettivamente il bene temporale e umano della collettività. Non sembra però che tale fine le sia specifico, giacché è facile osservare come altre scienze pratiche e altre attività sociali vi si riferiscano egualmente. La difficoltà ha un fondamento obiettivo, e tuttavia basterà spingere l'analisi un poco più a fondo per superarla e fare emergere più chiaramente il carattere essenziale della p.
Alcune delle scienze pratiche, che concorrono a promuovere il bene comune, quali, ad es., l'economia, il diritto, la pedagogia, la scienza agricola e finanziaria e così via, sono limitate a un settore ristretto e ben delimitato della vita pubblica e hanno perciò stesso una finalità particolare, che le specifica. La p., invece, tende all'attuazione di un bene più universale, comprensivo dei beni, al cui conseguimento mirano tutte le altre, sulle quali esercita un potere superiore di coordinazione e di subordinazione, considerando i fini di ciascuna come fini intermedi e mezzi ordinati al retto funzionamento dello Stato e alla sua prosperità. La p. è scienza e attività architettonica, che inserisce i singoli elementi, dai quali risulta il bene sociale, in un disegno generale, e per questo suo ufficio si distingue essenzialmente da ogni altra attività e scienza particolare, che vi concorre in modo solamente parziale.
Essa si distingue ancora da una delle scienze pratiche più importanti, la morale, la quale ha uno scopo più alto e più universale della p.; giacché non ordina soltanto la condotta pubblica e la vita civile, per il conseguimento del bene onesto, ma si riferisce innanzi tutto alla vita privata dell'uomo, per orientarla mediante i suoi precetti verso il fine della vita, da conseguirsi fuori dei limiti del tempo. Sebbene la morale entri in parte nel campo riservato alla p., non è possibile identificarla con questa, in virtù del fine suo proprio, che trascende il temporale, e della maggiore ampiezza della sua applicazione. Bisogna, pertanto, riconoscere alla scienza politica una sua inconfondibile fisionomia e una relativa autonomia. Essa non è economia, né diritto, né filosofia sociale, né teoria generale dello Stato, né alcun'altra scienza pratica, sebbene di tutte si serva per conseguire il proprio scopo specifico, la migliore organizzazione della vita pubblica, il bene umano e temporale in tutti i suoi aspetti.
Il concetto di p. ha seguito progressivamente i mutamenti avveratisi nel suo oggetto materiale. Alla sua origine si trovò legato alla polis greca e alla sua organizzazione, donde i teorici della filosofia ellenica presero l'ispirazione immediata. Essendosi però dilatato il moto di associazione, in modo da far confluire i piccoli nuclei umani indipendenti in aggregati più complessi, esso è stato riferito a questa nuova realtà sociale e, pur mantenendo il suo significato fondamentale, ha esteso il suo raggio, seguendo l'ampiezza e la complessità della vita pubblica. Il movimento di unificazione, che ha condotto alla formazione degli Stati, non si è arrestato a questo gradino, ma, sospinto dalle forze associative innestate nella natura umana, ha collegato i popoli e le nazioni in una società superiore, internazionale, ampliando estesamente gli orizzonti della p.
Dall'evoluzione sociale descritta sono nati successivamente i tre rami della p., che riguardano la vita della comunità, dello Stato e della società delle genti. I due ultimi prendono usualmente il nome di p. interna e di p. internazionale. L'interna a sua volta è stata divisa in tanti settori quante sono le branche di attività dello Stato moderno, in sociale, economica, scolastica, finanziaria, del lavoro e così via. Le divisioni tendono a crescere man mano che aumenta l'esigenza di un più attivo intervento dello Stato nei vari aspetti della vita pubblica. Impropria è l'applicazione del concetto all'attività della Chiesa. Indubbiamente questa è una società visibile, ma sia il principio d'unione, sia i fini, alla cui attuazione è essenzialmente ordinata, trascendono la sfera dell'uomo e del temporale, e quindi l'uso del termine, per indicare l'attività svolta per il suo governo e per il suo bene, non può avere se non un valore analogico, mentre conserva la sua proprietà, se denota l'atteggiamento dello Stato riguardo alla religione. Come si ha una p. economica, così si ha una p. religiosa.
Da quanto è stato esposto può apparire quale debba essere la soluzione della questione tanto dibattuta circa le relazioni tra p. e morale, ma conviene dedicarvi un accenno particolare. A suo riguardo le teorie si dividono in una triplice corrente: le une le identificano, le altre le separano con un vallo incolmabile, altre infine tengono una posizione intermedia. Fautore della prima corrente è stato Platone, che, nel De republica, sostenne la piena convertibilità tra p. e morale, sino ad assorbire totalmente questa in quella. Ad un'eguale identificazione riesce l'immanentismo idealista, che configura lo Stato come la concreta realtà dell'idea etica, eticità esso stesso, nel quale si dissolve la morale. Sull'altare della p. viene ancora sacrificata la morale da parte dell'ideologia comunista, secondo la quale i concetti di giustizia, di onestà e di virtù, come proiezione del regime capitalista, sarebbero destinati a scomparire in un nuovo ordinamento della ricchezza. In tanto l'ideale politico della lotta di classe deve essere ritenuto come la misura suprema del bene e del male. Le cosiddette mistiche moderne della classe, della razza o della nazione si fondano sulla medesima confusione ideologica, manifestata dal tentativo di infondere agli ideali politici un affatto religioso, sollevandoli al grado di surrogato della religione. Alla seconda corrente sopra nominata appartengono tutti quei teorici o politici realistici, i quali, seguendo le orme del Machiavelli, concepiscono la p. come cognizione esclusivamente empirica, che tra i suoi precetti dello studio della storia e insegna con quali mezzi debba essere mantenuto il potere. La p. non si occuperebbe del dover essere o dell'ordine migliore da costituire nella società, ma dello stato di fatto o dell'ordine già costituito, al cui mantenimento e rafforzamento adopera i mezzi che più le sembrano idonei, senza remora alcuna di legge superiore. Se mai la sua legge deriva da una super-morale, la quale permette all'uomo di Stato di superare i pregiudizi moralistici ordinari per l'affermazione della sua potenza. La critica di queste teorie scaturisce spontanea dalla tirannia, che esse rendono legittima. La persona umana non entra a far parte dell'aggregato sociale per essere assorbita e annullata nel suo seno, ma per conseguire dei propri fini trascendenti, ai quali la vita in comune resta subordinata come mezzo necessario, e, conseguentemente, non solo conserva un'insopprimibile sfera di autonomia, che non può essere sacrificata a nessun fine temporale, ma anche la propria sostanziale dignità, che vieta di abbassarla al grado di mezzo o di strumento. La corrente empiristica poi, dopo aver deformato il concetto di scienza con un relativismo senza confini contrario alle esigenze della ragione, sacrifica alla ragion di Stato i diritti della persona, avvolgendo di una coltre funerea la vita sociale, abbandonata al capriccio della forza.
La vera soluzione del problema può essere raggiunta, se si tengono presenti i due aspetti della p., il pratico e il teorico. In quello pratico la p., pur non identificandosi con la morale, le resta subordinata. La morale ha, infatti, per suo obiettivo specifico la libera attività protesa necessariamente verso il bene; ossia deve guidare la condotta umana al conseguimento del fine ultimo. Dovunque si esplici questa condotta, nell'ambito della vita privata o della vita pubblica, nei confini dello Stato o fuori di esso, nell'ampio giro internazionale, la morale trova il suo posto di comando. La p. anch'essa ha per oggetto un bene, e precisamente il bene sociale, e come tale, essendo inclusa nell'ordine morale, non sfugge all'imperativo etico. Alla medesima conclusione si arriva per altra via. La finalità dell'organismo politico non potrà essere che un bene umano, e non può esser tale se non sia diretto o si opponga al fine proprio dell'uomo. Il fine particolare, cui tende l'azione politica, non può ragionevolmente dissentire dal fine supremo dell'uomo, che viene perseguito dalla morale. Tutti i fini speciali sono intermediari,