MACHIAVELLISMO

MACHIAVELLISMO. - Il termine «m.», entrato ormai, dopo secolare impiego usuale, anche nei lessici politici, ha stimolato indagini curiose, non perano chiuse, sulla sua prima origine e divulgazione. Se Barthélemy Saint-Hilaire confermò l'attribuzione a Pierre Bayle (1647-1706) della «création de ce mot», il Tommasini non mancò di rilevare già esistente il termine in un opuscolo di G. Giorgio Bettingen, del 1638, pur pensando che la prima diffusione si dovesse cercare in Francia, «in seno alle turbulenze della Riforma e della Lega», mentre secondo altri furono i Gesuiti che crearono la parola «m.»; e altri ancora, come il Benoist, risalgono all'inizio del Seicento, specialmente francese, per rintracciare, se non proprio il termine in questione, verbo e sostantivo ad esso connessi. Ma si può ben ritenere che il termine corresse già tra la fine del '500 e il primissimo Seicento. Se ai «machiavellisti» si riferisce già il protestante Gentillet fin da quei primi strati polemici (1576) che contribuirono a dar l'avvio all'esecuzione ufficiale del segre-

tario fiorentino, il Campanella e altri scrittori a cavallo tra il XVI e il XVII sec. hanno familiari le voci «machiavellizzare», «machiavellisti», «m.».

Comunque, con questo termine si convene contrassegnare, in sede di politica, un canone di governo che, mirando essenzialmente al rigido interesse di Stato, non esita a sacrificare ogni istanza morale dinanzi alle esigenze del mero utilitarismo pratico, con l'aggravante di subdoli espedienti strumentali: quelli che taluni capitoli del Principe (capp. 15-18) delucidavano con uno scoperto scientifico che non poteva non apparire, nell'ambiente dottrinale ispirato alla cultura erasmiana, riformista e controriformista, per lo meno brutale disimpegno da superiori categorie di valori etici.

«M. » fu, dunque, per definizione, e per secolare convenzione di linguaggio, tutt'uno con intrigo, frode, simulazione, spicciolo reddito contingente, e insomma ricerca del «successo» a scapito del bene. In verità, i graduali approfondimenti critici, volti a redimere il Machiavelli da uno sbrigativo quanto spietato connotato di volgare cinismo, tendono a distaccare il pensiero del segretario fiorentino dalla sua sfortuna, e a svuotare di carattere infamante aggettivi e sostantivi relativi al Machiavelli; benché l'ormai invincibile stagionatura di tali termini nell'accezione comune abbia, di recente, consigliato taluni al preferenziale impiego di «machiavelliano», anziché di «machiavellico», ove ci si voglia riferire a un genuino enunciato dello scrittore, senza alcun pregiudiziale carico incriminatorio.

Tutto sta che «m. » è rimasto, e prevedibilmente rimarrà, nel parlare corrente sinonimo di politica astuta, di tecnica normativa a base d'interessi celati ed egoistici. Beninteso, sotto questo punto di vista, può ben parlarsi di un «m. » avanti lettera, e appaiono giustificate le indagini in tal senso: se D. Saint-Hilaire accennò ad anticipi di m. in Aristotele (Pol., VIII, 9) e perfino in Platone (Rep., Gorgia), recenti esami del pensiero politico anteriore a quello del segretario fiorentino hanno potuto luoggiare non pochi precedenti di quella che nel Machiavelli fu formulazione precisa e consapevole. Allo stesso modo, dal Seicento in poi, si riconobbe che il concetto di «ragion di Stato» era noto all'antichità e insomma già diffuso prima della fortuna ufficiale della locuzione e della teorie relative. Appunto, a «ragion di Stato», come a «dispositivo», «tirannide» e simili, si suole altresì allacciare il concetto di «m. ».

Contro l'interpretazione meramente utilitaria della politica, contro la legittimazione dottrinale dell'inclinante interesse di Stato, contro quel «m. » sul quale, diceva il Voltaire, praticamente non si fonda nulla, permanente è stata «religione o non religione» l'insurrezione dell'umano sentire. A tal concetto della politica reagisce l'anello eterno verso un sempre maggiore agganciamento della vita civile ai soldi, e universalmente validi, cardini di un ordinamento giuridico in regola con un ordinamento morale. Per es., al noto dettato del Principe, relativo alla liceità della violazione dei patti giurati, reagisce il principio acquisito pacta sunt servanda; al distacco fra utile e giusto reagisce il ciceroniano punto fermo della coincidenza fra utile e honestum; alla dissociazione di etica e politica reagisce il miraggio dell'identificazione dei due termini.

Ne segue che, se una storia dell'antimachiavellismo è stata fatta e si farà ancora, la si dovrà interpretare come storia della reazione sviluppata (non importa, se apprezzabile o meno) contro quello che sembrò il più apprezzante e urtante contrassegno di una scienza politica cinica nel suo utilitarismo, ufficialmente (se non poi effettivamente) avvallata dal segretario fiorentino.

Locuzioni, «m. » e «antimachiavellismo», sono peraltro destinate a durare, in quanto, appunto, oggettivazioni di atteggiamenti mentali ormai perfino indipendenti dalla stessa vera lezione del Machiavelli.

Bibl.: Sulla genesi del termine: B. Saint-Hilaire, Machiavellisme, in M. Bloch, Dict. gén. de polit., II, Parigi 1874, pp. 239-241; O. Tommasini, La vita e gli scritti di N. Machiavell, ecc., Torino 1883, I, p. 4; G. Amelino, G. A. Palazzo scrittore politico calabrese, ecc., Napoli 1892, p. 4; G. Benoist, Le machiavellisme, III, Après Machiavel, Parigi 1936, p. 3; A. Sorrentino, Storia dell'antimachiavellismo europeo, Napoli 1936, p. 27; Sul m., O. Tommasini, op. cit., I, pp. 3-75; G. Benoist, op. cit., I, II, III; F. Meda, Il m., in Rivista d'Italia, 30 (1927), pp. 224-326; J. Maritain, La fine del machiavellismo, in Quaderni di Roma, 1 (1947), pp. 19-31, 124-41; E. Castelli, M. e cristiano, in Umanesimo e m., Padova 1949, pp. 8-16; Sul prema-chiavellismo cf. B. Croce, Prima del Machiavell, Bari 1944; R. De Mattei, Politica e morale prima del Machiavell, in Giorn. critico d. filosof. ital., 9 (1950), pp. 56-67.