I. VITA E OPERE
L'etichetta di «Segretario fiorentino», tradizionalmente assegnata al M., corrisposte, di fatto, a una mansione di secondaria impor- tanza nell'amministrazione della Repubblica fiorentina, che il M. assunse, nel giugno del 1498, quale segretario della Signoria, con l'incarico di presiedere alla seconda cancelleria e di servire, dal 14 luglio, i dieci di Balia. Tuttavia, alla modesta carica attribuitagli, il M., di natali non volgari (la Macalvellorum familia, fiera di priori e gonfalonierei, risalirebbe al sec. XI), e certamente nutrito di studi classici (è dubbio, però, che conoscesse il greco), si adattò con scrupolo e anzi con intima curiosità di tecnico.Vari e di varia natura, i viaggi e gli incarichi commessi dal governo fiorentino: presso Appiano IV si-gnore di Piombino; nel 1499 presso Caterina Sforza Rario; nel 1500 presso Luigi XII, in Francia, dove tornerà nel 1510 e nel 1514; nel 1501 a Pistoia e ad Arezzo;
nel 1502 presso Cesare Borgia, il Valentino; nel 1503 a Roma presso Alessandro III; nel 1505 in Muggello per procedere agli arruolamenti; nel 1506, al seguito del Pontefice, nel Lazio, nell'Umbria, nelle Marche e Romagne; nel 1507 in Germania, latore di istruzioni a Francesco Vettori, inviato presso l'imperatore Massimiliano; e, sotto i Medici, sporadicamente o nell'Italia settentrionale o nell'Italia centrale. Connessi a codesti servizi sono, appunto, quei discorsi, ragguagli, rapporti che costituiscono, a un tempo, lavori di ufficio e documenti della sua esperienza (Discorso fatto al magistrato dei Dieci sopra le cose di Pisa, 1499; Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati; Descrizione del modo di trattare dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Viti, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini; Parole sopra la provvisione del danno; Rapporto di cose della Magna, 1508 - poi, nel 1212, rielaborato - Ritratti delle cose di Francia, ecc.). Scritti, che oggi offrono altrettanti elementi per ricostruire il suo pensiero, accanto alle opere massime e più famose, frutto di disinteressate meditazioni solitarie, il Principe, i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, le Istorie fiorentine, l'Arte della guerra. Quanto all'altro, e non meno vivido, aspetto del M. quello letterario (la Magna, la fragola, pietra miliare nella storia del teatro italiano, rappresentata nel 1520 a Roma e nel 1522 a Venezia, la Clisia, le Satire, la Vita di Castruccio, capitoli, discorsi vari), esso costituisce, per dir così, l'ottimo di uno spirito che, pur nell'estrinsecazione artistica e nello stesso gusto della faccia, palesa quella propensione, denunziata in sede politica, a cogliere, nella loro essenzialità, atteggiamenti d'una realtà quotidiana.
Senza dubbio, l'esperienza acquisita negli uffici politici, associata alla cognizione della storia, c.del resto, le stesse agitate fasi della vita fiorentina e personale, giovanorum a fornire i materiali di pensiero elaborati poi negli orzi forzati di S. Casciano. Epoca, certo, arroventata, quella del M.: Firenze passa dalla stagione spensierata di Lorenzo il Magnifico ai severi richiami del Savonarola; seguono le guerre locali contro Pisa, contro Arezzo ribellata, ecc., il regime repubblicano (1502). Il ritorno dei Medici significò, per il M., la radiazione da ogni ufficio, confino per un anno e, nel 1513, processo e tortura per sospetto - presto eliminato - di partecipazione alla congiura del Boscoli e del Capponi. Gli ulteriori eventi politici tennero Firenze continuamente agitata, in rapporto con le lotte fra Carlo V e di Spagna e Francesco I e di Francia, e culminarono con il sacco di Roma nel 1527, fino alla nuova caduta dei Medici in quell'anno e al risorgere della Repubblica. Invano il M. sperò di essere riutilizzato (al suo posto fu preferito, invece, un Francesco Tarugi) e con questa ultima delusione si conclude la vita del M., in quell'anno calamitoso, in angustia solitudine.
Età di travagli e fermenti, di cambiamenti di rotta, di accese discussioni a sfondo locale o internazionale (il M. fece parte di quella congrega di spiriti dotti adunatisi nei giardini di casa Rucellai: «Orti Oricellari»), di magnanimi ideali: cui fa riscontro, nel M., lo sforzo di trovare, nell'avvicendarsi delle congiure, una piattaforma purchessa di pensiero e di azione. Quanto alla vita privata di lui, si sa che fu laboriosa, sostanzialmente onesta e a tipo familiare (nel 1502 aveva sposato Marietta Corsini, dalla quale aveva avuto cinque figli), mortificata da ristrettezze economiche.
Il periodo di vera e propria meditazione storico-politica del M. ha inizio nel ritiro di S. Casciano, piccola proprietà familiare, ove egli può alternare la compagnia dei rozzi paesani con la meditazione dei maestri antichi: doppia istruzione che lo sorreggerà nella compilazione contemporanea dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e del Principe. Questo trattato fu composto con il titolo De principatibus, tra il luglio e il dic. 1513, mentre lavorava ai Discorsi, presumibilmente in vista della creazione di uno Stato mediceo, a iniziativa di Leone X; e, sebbene al Principe sia stata di preferenza riservata una celebrità che si può dire secolarmente ininterrotta, senza dubbio le due opere fanno blocco, quale inscindibile impegno di pensiero: sorta di rivincita intellettuale da parte di uno spirito che, mortificato nell'aspirazione a un'altra, costituisce, per dir così, un'alternazione politica, può solo e finalmente concedersi il libero e supremo soddisfacimento di «ragionare dello Stato».
Nel Principe, breve trattato in ventisei capitoli, vengono studiate la genesi e struttura degli Stati a tipo autocratico («che cosa è principato, di quale spezie sono, come e' si acquistano, come e' si mantengono, perché e' si perdono»), con rapide e incisive argomentazioni su temi specifici (virtù e fortuna; condotta del reggente nei riguardi dei suoi adepti, soldati, confederati, ecc.); ma principati, soprattutto di nuovo acquisto, visti essenzialmente in funzione della vigile iniziativa del signore, esclusivo artefice e giudice della conquista e del mantenimento dell'ordine politico. Ordine politico che, in quanto tale, fisserà esplicitamente il contenuto e i limiti della «saviezza» o «prudenza» del principe (presupposto quale legibus solutus): il quale potrà agire con sicurezza di innovare o conservare il suo dominio, impiegando, da accorto vir, quella virtus che significherà essenzialmente volizione attiva, sagace profitto delle occasioni opportune, impiego di mezzi atti allo scopo, superamento dell'avversa fortuna: affidandosi, insomma, all'immagine del Centauro («a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l'uomo»: cap. 17), e regolandosi ora sul «lione» ora sulla «golpe». Misura dell'azione è la positività del risultato: ciò conta, a costo di esser temuti più che amati (cap. 17), a costo di venir meno ai patti giurati (cap. 18); l'azione, in quanto realizzatrice di un concreto e superindividuale fine politico, è riscattata da una autonoma moralità, la quale esige che per la patria si possa perder l'anima.
Preso a sé, cioè indipendentemente dai Discorsi, il Principe può fornire ai diversi interpreti una comune base di partenza: quella relativa a una società inferma che l'energia «virtù» dell'autocrate è impegnata a comunque risanare: corruttio pregiudiziale, passibile di disciplina merce un impegno spregiudicato che magari deroghi dalla morale, o per prescindere a titolo permanente (come insufficiente a reggere il mondo politico) o a titolo provvisorio, senza aprioristica sconfessione dei superiori valori etici, sia in quanto tali sia in quanto valori anche politici. Resta, quindi, il problema relativo a un ravvisamento, o meno, nel Principe, di una consapevole affermazione dell'autonomia della politica, o, com'è stato detto, dell'affermazione di una politica che, in quanto tale, cioè «vera» (coronata dal successo positivo che «avvantaggia» lo Stato) sarebbe già di per sé alta moralità.
Nei Discorsi (in tre libri), dedicati a Zanobi Buondelmonti e a Cosimo Rucellai, la «lunga pratica e continua lezione delle cose del mondo» (Proemio) si direbbe offra al M. visioni più pacate, nella considerazione degli organismi politici naturalmente avvezzi alla libertà. Forte della sua convinzione relativa al perenne riprodursi dei moti umani, il M. si è immerso nella lettura di Livio, esaminando questo o quel momento, atteggiamento, problema peculiare alla vita delle repubbliche: giovanodogli, quale istruttivo paradigma, l'esempio della Repubblica Romana, con i suoi moti interni, con i suoi esperimenti militari, con le sue leggi agrarie, con i suoi ricorsi alla religione, con le sue fondazioni di colonie, con i suoi successi e con le sue corruzioni o perturbazioni: altrettanti temi di analisi e commenti, miranti, non meno che nel Principe, e anzi più ordinatamente, alla sistemazione scientifica della casistica storico-politica.
In che rapporto stanno il Principe e i Discorsi? V'è chi ha riferito il Principe a un programma di politica militante, rispondente alle esigenze dell'epoca, e i Discorsi a un programma educativo estraneo alla contingenza: da una parte «politica sensibile», dall'altra «politica riflessa», conciliandosi i due testi nello spirito dell'autore, che sarebbe, sì, politico, ma anche educatore, collocatosi nel tempo e al di là del tempo. Insomma, nel Principe l'ideale dello «Stato-Individuo» e nei Discorsi l'ideale dello «Stato-Regime»; là lo «Stato-Forza», qua lo «Stato-Civiltà»: questo apparendo, però, il solo
duraturo, talché l'autore, dovendo optare fra Romolo e Numa, sceglierebbe Numa (Russo).
Non, beninteso, che, al di là della mera tecnica, non lampeggi sovente, fra le righe della rigida lezione storico-naturalistica, il personale anelito dello scrittore, un soffio d'umano e onesto sentire, ma, a guardar bene, codesto anelito appare severamente vigilato dall'obbligo del distacco critico, quasi che l'autore avvertisse che il sentimento non è morto scientifico e può anzi velare la limpidità della visione obiettiva. Valido metro gli riesce, piuttosto, quell'esperienza («vedesi ancora per esperienza...») ch'è l'opposto della passione. Soltanto che, l'esperienza non avendo limite - come egli stesso si rendeva conto, per la continua variabilità delle situazioni storiche (sette, lingue, accidenti) - amara ne discende, in definitiva, la vanità di un medesimo teorizzare che vada al di là della nuda segnalazione di talune generiche tendenze costanti dell'umanità.
Vita politica e vita morale risultano nel M. scissore solo casualmente allacciate; sicché monache e deserte riescono, in definitiva, quelle allusioni dei Discorsi a libertà, «popolo», «vivere civile», nelle quali si son voluti ravvisare elementi da contrapporre alla visuale autoritaria del Principe. La libertà prevista dai Discorsi non è attiva e creatrice, né scaturisce da alcun riconoscimento di moralità individuale. I cittadini non sempre visti in funzione di sudditi, del principe o delle leggi, disciplinati da una sorta di forza superiore, o quanto meno adagiati in ordinamenti adatti alla loro natura senza una vera possibilità di un ius activae civitatis. Infatti, nell'Arte della guerra (opera che completa, anche nell'intenzione dell'autore, il Principe e i Discorsi), collegandosi le milizie nazionali, raccomandate negli altri due libri, non ci si augura che queste milizie siano volontarie, non si spera cioè che da questi cittadini, scaldati da intimo amore di patria, proporrà la spontaneità del sacrificio; si esige che i cittadini divengano militi solo su comando del principe. I volontari, dice M., non sono dei migliori, anzi sono dei più cattivi d'una provincia. Tocca all'autorità reclamare quest'altra forma di prestazione, di servizio, da parte dei cittadini, nei quali, quindi, il sentimento politico non ha, né deve avere, autonomia di fonte e d'iniziativa. Ancora. Si veda nell'Arte della guerra l'enunciato lapidario della necessità politica: Costringere i cittadini ad amare l'un l'altro, a vivere senza scelte, a stimare meno il privato che il pubblico. L'amor civico, il dovere sociale sono previsti in funzione d'una coazione dall'alto. E anche dall'alto dovrà venire quell'educazione in cui il M. confida, ma che non è affatto autonomia conquista dell'individuo, come pur l'Umanesimo aveva raccomandato.
Connessa idealmente all'Arte della guerra e alla trilogia principale, è quella Vita di Castruccio Castracani da Lucca (1520), ove, attraverso la figura romanzata del famoso condottiero, è ribadito l'encomio della vita attiva («Dio è amatore degli uomini forti»), messa a servizio di un impegno civile.
Nelle Istorie Fiorentine (suggeritagli dal card. Giuliano de' Medici nel 1519, ma ufficialmente commissio- natagli l'8 nov. 1520 dallo Studio fiorentino e pisano, con la sovvenzione annua di 100 fiorini per due anni; e di cui poteva presentare nel 1525 i primi otto libri a Clemente VII), il M. palesa le sue più genuine inclinazioni: curiosità scientifico-pedagogica degli accadimenti politici, severamente dei materiali storici, amor della sua terra e dell'Italia, gusto della rappresentazione artistica.
La narrazione si stende per sommi capi dalla caduta dell'Impero romano fino al 1434, e poi, più distesamente, fino al 1492: proposito dell'autore, rimasto interrotto, sarebbe stato di continuare la storia delle vicende «così italiche come fiorentine» fino ai suoi giorni. Benché di tali Istorie - cui il M. si accingeva con fervore, dichiarandosi inappagato delle precedenti altrui fatiche - oggi sia possibile rilevare varie mende (inesattezze, appropriazioni, ecc.), tuttavia resta cospicuo l'interesse documentale, anche ai fini l'immaginativi della cifra dell'autore: quell'andare al nocciolo dei fatti; quell'ap-
prezzamento del successo in quanto successo («coloro che vincono, in qualunque modo vincono, mai non ne riportano vergogna»), III, 12); quel veder l'ordine assicurato soprattutto dalla «virtù di uno che lo mantenga», perché «avviene rare volte», «per buona fortuna» (IV, 1), che gli umori cittadini si mantengano per forza propria; crudo concetto della tendenza umana alla fazione, alla disunione, all'assialità, malgrado l'eterno fascino d'insegne e miti, quali pace e libertà; rileva sì, il M. «quanto sia gagliardo il nome della libertà, il quale forza umana non doma, tempo alcuno non consuma e merito alcuno non contrappesa» (II, 24), senza ch'egli percepisce, o accettasse, il concetto di libertà come consapevole sfera morale del soggetto, creatrice essa stessa di autorità.
Testimonianze ulteriori del tenace interesse del M. alle cose politiche sono altri scritti marginali: quali il Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze (composto nel 1519), dove il M. idea una costituzione, cercando di conciliare l'esistenza (teorica) di una repubblica con la detenzione del potere nelle mani di una classe dirigente (medicea); nonché pagine di minore rilievo, ove, comunque, è sempre visibile lo sforzo del M. di partir dalla realtà (concreta), e in essa foggia le forme del pensiero.
Un gusto malizioso di cogliere spiccioli (seppur convenzionali) aspetti di una realtà spregiudicata si riscontra nel M. autore di teatro. Benché il suo primo esercizio scenico, Le Maschere (oggi perduto), sia del 1504, la Mantagna, rappresentata forse nel 1520 a Roma, certo nel 1522 a Venezia, e la Clizia, rappresentata a Firenze nel 1525, appartengono - al pari dell'Astio d'oro, comprometto in versi, assegnato al 1517 all'incirca - al periodo degli ozi forzati, allorché egli s'ingegna (Prologo alla Mantagna) «con questi van pensieri - Fare il suo triste tempo più soave».
In codeste finzioni sceniche, come in altri componenti (i vari Capitoli: Di fortuna, Dell'ambizione, Dell'occasione; il Decennale; la Novella di Belfagor arcidiacolo), ha, per così dire, sfogo diretto quella vocazione letteraria del M., che nelle scritture politiche e nelle versose lettere perviene, di getto, a squillanti risultati di effetto artistico; e si noti la vivacità rappresentativa messa a servizio della tesi sostenuta nel Dialogo intorno alla nostra lingua, in cui lui, Niccolò, rimbecca Dante, interlocutore avversario, celebrando contro quest'ultimo valore della fiorentinità della lingua.
II. VARIA FORTUNA DEL M
Il M., se poté veder recitate le sue commedie, non vide la stampa delle opere cui è durevolmente legata la sua fama. Le prime edizioni sono del 1531 (Roma, Blado), e del 1532 (Firenze, Giunta). Ma il manoscritto del Principe dovette avere una sua immediata circolazione fortunata, se poté determinarsi il singolare caso (non peranco chiarito) dell'inserzione di materiali corrispondenti a quelli del Principe nel De regnandi peritia (pubblicato a Napoli nel 1523, dunque vivente il M.) del noto filosofo Agostino Nifo da Sessa.Le primissime segnalazioni pubbliche della pericolosità del M. muovono sì da unica tribuna ecclesiastica, ma da diversi paesi: Librum illum inveni, scriptum ab hoste humani generis, anzi Satanae digito scriptum, proclamata Reginaldo Pole (Apologia ad Carolum V Caes., XXVIII-XXXV). Quale impurus scriptor atque nefarius, il M. viene additato da Girolamo Osorio nel suo De nobilitate civili et christiana (Lisbona 1542, III). E vera e propria denuncia suona quella di Ambrogio Catalino (Enarrationes, ecc., De libris a Christiano detestandis et a Christianismo penitus eliminandis [Roma 1552]).
Ma, a parte tali denunce, si ha prova dell'incriminazione ufficiosa sull'opera del M. nel 1549, in quello che il Busini scriveva al Varchi: «Qui non vietate e proibite a vendersi tutte le opere del nostro M.». Nel 1559, il M. figura nell'Index di Paolo IV, fra gli auctores quorum libri et scripta omnia prohibentur; condanna confermata dall'Indice tridentino del 1566 (tra i librorum prohibitorum auctores primae classis), e poi ulteriormente mantenuta,
malgrado alcuni tentativi di discriminazione dell'opera, una volta espurgata.
Né solo da parte cattolica, e per motivi essenziali- mente religiosi, muovono le censure: anche dal campo protestante. In Francia, il calvinista Innocenzo Gentilet, nel suo Discours sur les moyens de bien gouverner et maintenir en bonne paix un royaume, contre N. M. le florentin (Losanna 1576), il Du Plessis Mornay (con lo pseudonimo di Stefano Giunio Bruto) nelle pugnali Vindiciae contra tyrannos (1577), l'ugonotto Francesco de la Noue (Discours politiques et militaires, 1587) e altri, danno l'avvio a tutta una campagna contro il M. (buon pretesto polemico contro la politica della regina Caterina de' Medici era ch'essa fosse concittadina del M.): ondata antimachiavellica, che si estenderà presto all'Inghilterra e agli altri paesi, e farà si che le parole machiavellista, machiavellismo, machiavelilismo, machiavelilismo entrino ormai nel comune vo-cabolario politico.
Sarebbe lungo far l'elenco degli autori, italiani e stranieri, che dall'ultimo Cinquecento in poi si scaglia- rono contro il M. Dal Botero al Ribadenevra (Princes christianus adversus N. M., ecc.), dal Possevino al Bozzo (autore di varie polemiche: De robore bellico... adversus M., Roma 1593; De Italiae Statu... adversus M., 1615), De ruinis gentium..., adversus impios politicos, Roma 1596, dal Campanella a numerosissimi altri, è fitta la serie di coloro che, occasionalmente o deliberatamente, in latino o in volgare, si scagliano contro una dottrina che, evidentemente, contava già occulti o palesi sectares. Varie le accuse a questa dottrina: assenza di base scienti-fica, deprezzamento dei valori religiosi, alterazione della verità storica, corruzione morale, inadeguatezza politica, fino a pervenire, alla fine del sec. XVII, a un grottesco Saggio sulla sciocchezza di N. M. del lucchese p. Gian Lorenzo Lucchesini (Roma 1697).
Tuttavia, contemporaneamente, se pur meno visi-bilmente, il M. riscosse varia estimazione. Mentre può rilevarsi l'inconsciata utilizzazione dei suoi atteggiamenti mentali da parte degli stessi confutatori, hanno bene il loro significato le sporadiche e indipendenti difese, ora caute ora scoperte, che vanno, a non citare altro, dalla riguardosa considerazione di un Anonimo Siciliano alla nota Apologia (1615) di Gaspare Scioppio. Per lo Scioppio, il M. sarebbe uno smascherare delle tirannidi; i fatti che gli si opporrà il Campanella nell'Atheismus triumphatus, che, già affacciata in certo senso dallo stesso card. Pole, il quale avrebbe sentito dire, in Firenze, essere antitar-nica l'intenzione del M., verrà poi sostenuta anche da Alberico Gentili (per il quale il M. è un laudator demono-cratiae), da Bacone da Verulamio (De aug. scient., 1611), e sarà più tardi proclamata dal Foscolo nei Sepolcri.
Solo verso la fine del '600 il M. verrà giudicato con animo meno acimonioso. Secondo P. M. Doria (La vita civile, Augusta 1710, p. 7), il M. non avrebbe affatto consigliato l'uso della maliziosa ragion di Stato; al contrario, anzi, avrebbe impartito la più sana e virtuosa precettistica a principi e popoli; il torto del M. è solo nel trattare, com'egli ha fatto, le varie specie di tirannie con la stessa indifferenza che i principi giusti devono trattare, a tutti regole e norme di governo prescrivendo... Insomma M. è una farmacopea aperta per tutte ricette. Avvolto a più pacati soppesamenti, che consentono, presso taluni critico, accanto alla censura d'obbligo, un apprezzamento già significativamente scoperto (per il Tiraboschi, il M. si dimostrò uno dei più profondi e più esperti politici che mai siano vissuti, e i Discorsi sono pieni di riflessioni giustissime, che scoprono il raro genio di chi le scrisse), Storia della letterat. ital., VII, Firenze 1809, p. 581). Apprezzamento, che, nello stesso sec. XVIII, assume già un preciso connotato con il De Nicolao Machia- vello di Gian Federico Christ (Lipsia 1731), con il Misus thesium Machiavellisticarum di C. F. Feuerlein (1742), con il Rousseau, riecheggiante la tesi del Gentili, relativa al pre-sunto smascheramento, operato dal M., delle male arti dei principi, in pro dell'ideale repubblicano. Scritti, tuttavia, meno noti dell'Antimachiavel di Federico di Prusia, con prefazione del Voltaire (Commentaires politiques et historiques sur le traité du Prince de M. et sur l'Anti-Ma- chiavel de Frédéric II), violenta requisitoria, ricalcante, in fondo, le tradizionali censure, e nondimeno più tardi inficiata dal sospetto di insincerità.
Con l'Ottocento si può dire s'inizi il periodo della vera e propria valutazione del M. Dalla rivendicazione del Foscolo, attraverso inneggiamenti e lumeggiamenti (G. Ferrari, De Sanctis, ecc.) si saluta nel M. l'araldo delle idealità nazionali, finché, dall'ultimo scorcio del sec. XIX in poi, si avranno sempre più fitte analisi, investigazioni, precisazioni critiche, fra le quali restano cospicue le fatiche del Tommasini (v. BIBLICA), e del Villari (v. BIBLICA). La critica recente, che prende le mosse dalle considerazioni del Croce sul M., quale assertore dell'autonomia della politica, dibattendo e giudicando in vario senso le questioni sollevate da una più attenta e paziente e coordinata lettura dell'opera del M., persegue, in Italia e all'estero, la non agevole fatica d'interpretazione e sistemazione, riaffermando, comunque, l'attualità e l'importanza dei temi ch'essa propone ed impone alla meditazione degli studiosi.