ATTI DEI MARTIRI. — I. A. DEI MARTIRI GRECI E LATINI. — Col nome di a. dei martiri (acta martyrum) comprendiamo tutta quell'abbondante produzione letteraria che ha per oggetto la narrazione delle sofferenze dei martiri dei primi secoli cristiani nel dare testimonianza della loro fede. Meno propriamente perciò si potrebbero unire con essa le iscrizioni, i panegirici, i carmi lirici che furono composti in onore dei martiri stessi. Tali narrazioni si dividono di solito in tre gruppi: 1) documenti ufficiali redatti dai pubblici cancellieri durante il procedimento giudiziario, da conservarsi negli archivi (acta, gesta); per lo più sono giunti a noi in una cornice compilata da scrittori cristiani in modo che valesse a renderli racconti edificanti: l'esempio migliore è quello degli a. di s. Cipriano; 2) narrazioni di testimoni oculari o di scrittori che ebbero diretta comunicazione con testimoni di veduta, provenienti sempre da scrittori cristiani, i quali alcune volte parlano a nome di un'intera comunità cristiana, come gli a. di s. Policarpo, ed offrono perciò la migliore garanzia di autenticità; 3) racconti (passiones) di autori non contemporanei e molte volte posteriori di secoli ai fatti che narrano; ed in questo caso toccherà al critico scrutare se essi abbiano lavorato su buone fonti e cavare da quei racconti quei nuclei di informazioni sicure che in essi si fossero conservate, scartare tutto ciò che di fantastico, di anacronistico, di antistorico vi fosse compreso e respingere quelle compilazioni che nulla conservano di genuino. Più semplice e chiara però riesce la divisione di tutta questa letteratura in narrazioni veramente storiche e originarie; narrazioni rimaneggiate in diverso modo da scrittori posteriori; narrazioni fantastiche, cioè veri romanzi sacri.
Conviene subito notare che l'esistenza storica di un martire non è per nulla compromessa dalla mancanza di qualunque narrazione che lo riguardi, oppure da una narrazione chiaramente favolosa, od anche da tutta una sua particolare letteratura di racconti fantastici, molte volte in pieno contrasto fra loro. La Chiesa non ebbe mai un ufficio particolare che sorseggiasse o favorisse la compilazione di a. di martiri o si preoccupasse della loro genuina conservazione; ed in particolare questa conservazione è dovuta a circostanze diverse a seconda dei singoli documenti. È vero che nel Liber Pontificalis della Chiesa romana si parla di sette notarili istituiti dai papi Clemente (m. nel 97 ca.) e Fabiano (m. nel 250), ricordati anche nella biografia di Antero (m. nel 236), allo scopo di raccogliere le memorie dei martiri; ma questa notizia, se fosse attendibile, varrebbe al caso per la sola Chiesa romana. Invece è ormai assodato che quei notari furono istituiti più tardi e per tutt'altro scopo. La Chiesa intervenne talvolta in senso affatto contrario: per reprimere cioè l'audacia di scrittori che compromettevano con la loro fantasia la serietà della genuina tradizione. Il primo agiografo di cui si abbia memoria è un personaggio del tutto squalificato: avendo presto di compilare gli Atti Pauli et Theclae con lo scopo di onorare maggiormente l'apostolo lavorando di fantasia, fu rimosso dall'ufficio presbiterale (Tertulliano, De baptismo, 17; Girolamo, De viris illustr., 7). Ebbe degli emuli che se la cavarono meglio, ma non furono incoraggiati. Il Decretum Gelasianum (ed. E. von Dobschütz, Lipsia 1912), esprime chiaramente la diffidenza che ispiravano gli a. dei martiri che circolavano allora: «perciò secondo l'antica consuetudine per singolare cautela non si leggono nella S. Romana Chiesa, poiché non si conoscono affatto i nomi di coloro che li hanno scritti e si suppongono di infedeli e di privati... per esempio le passioni dei s. Quirico e Giulitta o quelle di s. Giorgio e di altri simili, che risultano composte da eretici. Perciò, come s'è detto, perché non sorga nemmeno un'ombra di derisione, nella S. Romana Chiesa non si leggono». S. Gregorio Magno nella sua lettera ad Eulogio fa quasi il commento a questa disposizione: nella Chiesa romana si faceva memoria dei martiri nel giorno anniversario del loro martirio, ma nell'elenco che se ne teneva non era indicato che il nome, il luogo ed il giorno del martirio; quanto alle loro gesta non se ne conservava alcuna negli archivi pontifici o nelle biblioteche della città «eccetto alcune poche in un unico codice» (Registrum, VIII, 28).
Non soltanto gli a. dei martiri a Roma erano esclusi dalla lettura liturgica, ma erano ignorati. Furono introdotti molto timidamente nell'ufficio: soltanto sotto papa Adriano I cominciarono ad essere letti nella basilica Vaticana; prima si leggevano solo nelle chiese che portavano il loro titolo. In Africa, in Gallia, in Spagna l'uso era ben più antico. S. Agostino in uno dei suoi sermoni riassume la passione di s. Frutuoso ch'era stata letta al popolo; il giorno di s. Stefano era stato letto il racconto degli Atti degli Apostoli e lo stesso santo dottore era costretto a dire che «degli a. dei martiri ben pochi possiamo trovare da leggersi nelle loro solennità» (Sermo, 315: PL 38 1426). Eppure in Africa troviamo un complesso di documenti eccellenti, il migliore anzi che l'agiografia antica occidentale ci abbia conservato.
Nelle Gallie accanto alle Scritture erano ammesse le vite dei santi nella liturgia. Ne fanno cenno Avito di Vienne (MGH, Auctores Antiquus., VI, 11, p. 145) e s. Gregorio di Tours (In Gloria Martyrum, 85; De virtutibus s. Martini, II, 29, 49). Per la Spagna ci fa testimonianza Braulio vescovo di Saragozza, il quale
parla di una vita di s. Emiliano da lui scritta perché si leggesse il dì della sua festa (PL 72, 208).
Anche nella Chiesa greca da principio la letteratura agiografica non ebbe ufficialmente favore. Col can. 63 del Concilio Trullano del 692 si proibiva la diffusione dei racconti apocrifi dei martiri, che offrivano occasione di disprezzo e di incredulità agli ascoltatori, comandava di bruciarli, e scomunicava coloro che li accettavano come veridici. Sul principio del sec. IX il patriarca Niceforo ripeteva una tale condanna, colendo particolarmente gli a. di s. Giorgio e quelli dei ss. Quirico e Giulitta. È certo però che i testi agiografici entrarono relativamente presto nell'ufficio grazie alla poesia liturgica.
Un'esposizione della storia dei martiri aveva in animo di compilare lo storico Eusebio di Cesarea, ma non ci rimane che la parte riguardante i martiri della Palestina, mentre della grande opera sappiamo che ai tempi di s. Gregorio Magno non era conosciuta né a Roma né ad Alessandria. Nella sua Historia ecclesiastica, fra gli altri documenti che riporta, vi sono anche quelli di martiri famosi come s. Giacomo apostolo, Simone di Gerusalemme e i martiri di Lione, o di personaggi che, come s. Dionigi d'Alessandria, pur non avendo subito il martirio, furono processati e perseguitati. Dopo di lui nessuno seppe riprendere l'argomento con serietà di storico ed anche per questo molti documenti, specialmente della Chiesa occidentale, andarono perduti o miseramente sfigurati. In ogni modo fa impressione il fatto che, mentre Eusebio nell'Historia parla ripetutamente del grande numero dei martiri, non sono invece molti quelli di cui egli ci dà notizie particolarmente; e tutt'altro che numerosi sono gli a. autentici e sicuri. Molti di questi certamente possono essere andati perduti, ma la maggior parte non furono scritti. Il processo, la condanna ed il supplizio dei martiri il più delle volte erano di una semplicità ed uniformità molto arida; soltanto qualche circostanza speciale e straordinaria poteva rendere più animato il racconto; tuttavia anche in questi casi non è detto che se ne conservasse sempre memoria in iscritto; l'appellativo di martire era più che sufficiente per richiamare alla memoria una generica, ma non meno gloriosa scena di un cristiano che sfida la morte per non tradire la fede, che ubbidisce alla legge di Dio senza curarsi di quella degli uomini. I contemporanei completavano facilmente la scena coi loro ricordi personali; furono i posteri che la ricostruirono secondo i loro gusti e le loro capacità storiche e letterarie. In compenso l'antichità cristiana ci ha tramandato racconti sinceri di inestimabile bellezza; mentre alcuni nella loro aridità protocollare ci fanno solo buona testimonianza del modo con cui si procedeva, quando si osservavano le forme legali, contro i cristiani, e ci servono come termine di confronto per giudicare sull'autenticità degli altri. Il primo documento di questo genere, giunto a noi nella sua integrità, è il Martyrium Polycarpi, una lettera che la comunità di Smirne aveva inviato a quella di Filomelio ed alle altre Chiese dell'Asia nell'anno stesso del martirio del Santo (nel 156). Nella sua seconda apologia s. Giustino narra il martirio dei ss. Tolomeo e Lucio e di un terzo sconosciuto. Contemporanei sono gli Acta ss. Iustini et sociorum, scritti in greco, che riproducono nella loro parte centrale il protocollo del processo; il martirio avvenne a Roma sotto Giunio Rustico, prefetto della città. Nel 177-78 la comunità cristiana di Lione e Vienne trasmise in Oriente una lettera in cui narra la persecuzione allora subita e l'eroismo dei suoi martiri. Più controversi quanto al testo originale sono gli Acta ss. Apollonii, illustre e stimato personaggio che difese la fede dinanzi al Senato romano e fu condannato dal prefetto del pretorio Perennio (185) e che è ricordato anche da Eusebio nella sua storia. Questi Acta si hanno in greco ed in una versione armena. Alla persecuzione di Decio, secondo il p. Delehaye ed altri critici, si riportano gli Acta ss. Carpi, Papyli et Agathonicae, martiri a Pergamo, e gli Acta ss. Pionii, martire a Smirne, che secondo altri si dovrebbero retrodotare al tempo di Marco Aurelio. Eusebio ci narra il martirio di Potamena e Basilide in Alessandria e di Marino centurione a Cesarea di Palestina (Hist. ecc., VI, 5; VII, 15). Sono riconosciuti come attentabili gli a. del martirio di Massimo in Asia sotto Decio, quelli di Conone l'ortolano a Magido in Panfilia, quelli di Claudio, Asterio, Neone, Domnina e Teonilla ad Egea nella Licia. Quanto ai Quaranta martiri di Sebaste in Armenia, genuino è ritenuto soltanto il loro testamento. Per l'Illirico abbiamo gli a. di Giulio il veterano, martire a Durostorum nella Messia, quelli delle ss. Agape, Chione e Irene a Tessalonicca e quelli di Irenevo vescovo di Sirmio, tutti sotto Diocleziano. La Spagna ci ha conservata la Passio Fructuosi, Augurii et Enolgi, martiri a Tarragona nel 259; la Sicilia, in greco ed in latino, quella di Eupolo a Catania durante la persecuzione diocleziana. Alla seconda metà del sec. IV appartengono i martiri dell'Anania e s. Vigilio vescovo di Trento, uccisi da pagani fanatici.
L'Africa è la regione che ci ha conservato il maggiorenne numero di documenti autentici riguardo ai suoi martiri. Primi fra tutti in ordine di tempo sono gli Acta Martyrum Scillitanorum, uccisi a Cartagine il 17 luglio 180; di essi il testo latino più breve non contiene in sostanza che il loro interrogatorio davanti il proconsolo. Gli Acta Perpetuae et Felicitatis (202) e compagni di martirio, sono uno dei documenti più toccanti dell'agiografia dei primi secoli; è incastonato in essi il racconto che la stessa martire Perpetua ha fatto delle sue sofferenze, cui un testimonio oculare ha aggiunto il racconto della prova finale nell'anfiteatro. Alla persecuzione di Valeriano (258) si riferiscono gli a. celeberrimi di s. Cipriano vescovo di Cartagine, dei ss. Montano, Lucio e compagni uccisi pure a Cartagine, la Passio Mariani et Iacobi, martiri a Lambese. Al 295 ci portano gli Acta Maximiliani martire a Teveste ed al 298 la Passio Marcelli centurioni ucciso a Tingi in Mauritania in circostanze del tutto particolari. Sotto Diocleziano nel 304 abbiamo la breve Passio Crispinae martire a Teveste; ad Abitinia ci portano gli Acta Saturnini, Dativii et sociorum che un donatista ritoccò secondo le concezioni della sua setta. Di origine donatista sono invece la Passio Donati, la Passio Marculi e la Passio Isaac et Maximiiani. Si è comunemente d'accordo nel ritenere che l'uso che di buon'ora si fece nella Chiesa africana di questi racconti nella liturgia, abbia contribuito alla loro conservazione, perché furono così sottratti alle audacie dei rimaneggiatori che hanno invece esercitato tanto largamente altrove la loro nefasta attività. Non va però dimenticato che anche questi racconti ritenuti autentici non sempre attraversarono i secoli nella loro genuina integrità originale: sono andati soggetti a decurtazioni o ad ampliamenti, hanno subito ritocchi e dato così origine a redazioni più o meno differenti fra loro che hanno messo talvolta a dura prova l'acume del critici.
Si dà poi il caso di racconti nei quali una parte
importante si deve ritenere originaria ed autentica, mentre il resto non può essere accettato come storico, giacché non è stato introdotto nel documento se non allo scopo di completarlo in quello che pareva avesse di mancante o era realmente incompleto. Si possono assegnare a questo gruppo speciale gli a. di s. Daiso martire a Durostorum nella Mesia, quelli dei Quattro Coronati in Pannonia, la Disputatio Acacii davanti il consolare Marciano, in seguito alla quale Acacio fu liberato da Decio, la Passio s. Sabbae de Gothia (Scizia) la quale si riferisce ad un episodio della fine del sec. IV.
Alcune volte lo scrittore, che pure è ben informato, compilando il suo racconto su buone fonti, non sa prescindere del tutto dalle circostanze dei tempi suoi e non sa rifarsi con esattezza a quelle dei tempi del suo eroe e fa opera di redattore non del tutto esatto, completando il racconto originario con supposizioni ed amminicoli propri; è il caso di colui che compila la passione di s. Filippo, vescovo di Eraclea. Chi sulla fine del sec. IV compilò quella di s. Teodoto d'Ancira operò con libertà anche maggiore. Con minore sicurezza critica procedettero talvolta papa Damaso nei suoi epitaffi metrici e Prudenzio nei suoi inni in onore dei martiri. Quanto alle leggende dei martiri di Roma e dei luoghi circonvicini è facile notare ch'esse, per lo più, si studiano di raggruppare in un nesso unico personaggi che nessuna vera relazione avevano fra loro, attribuendo, di solito, la parte principale ad uno fra loro che diventa in tal modo l'eroe di un ciclo; talvolta si aggiungono come necessario contorno anche personaggi immaginari o si stabiliscono legami di parentela. L'esempio più caratteristico di questo modo di procedere è la passione di s. Sebastiano. Alcune di queste passioni risalgono già ai secc. v e vi e divennero popolari grazie all'arditezza delle invenzioni e a certa vivacità di colorito che assicurarono loro generale credito.
Quando a Roma s'incominciò l'uso della lettura delle passioni, sarebbe stato necessario procedere ad un'attenta selezione di quel che si poteva accettare in mezzo all'abbandante letteratura del genere che s'era andata formando a danno della veracità storica; ma non si badò se non a quanto poteva provenire di edificazione, e tutto fu ammesso senza quella prudenza ch'era stata consigliata da s. Gregorio Magno. La popolarità di quei racconti s'accrebbe ancora di più quando essi entrando nei martirio, furono noti a tutta l'Europa e quando il trasporto di vere o presunte reliquie portò alla fondazione di nuovi santuari.
Quanto avvenne a Roma si ripeté largamente in Occidente ed in Oriente dove si avevano memorie di martiri. Di moltissimi di essi la tradizione locale non poteva dire altro di sicuro se non che avevano resa testimonianza della fede con la loro morte; ed anche se talvolta si sarebbe potuto riferire qualche episodio caratteristico, nessuno dei contemporanei si preoccupò di lasciarne memoria scritta, mentre ciò che rimase affidato alla tradizione orale subì ben presto quelle contaminazioni e trasformazioni che soggiornò avvenire in simili casi. Ma coloro che nelle età susseguenti accorrevano a venerare il martire sulla sua tomba o che in terre più lontane ne sentivano parlare o che credevano di possederne reliquie (quando di queste si cominciò a fare ansiosa ricerca) non si contenevano di così poco; esigevano notizie più ampie, più corrispondenti alla celebrità, anche perché in tal modo si sentivano più incitati alla venerazione ed alla glorificazione del martire. Gli scrittori che posero mano ad accontentare queste esigenze del pubblico erano tutt'altro che persone dotte o storici di valore e di coscienza e scrittori geniali: e come si moltiplicarono le reliquie senza alcuno scrupolo per accontentare la devozione, così si compilarono anche i racconti senza preoccupazione alcuna di fare delle ricerche che, del resto, per lo più non avrebbero portato a risultati degni di nota. Possiamo persino talvolta domandarci se non si sia messa in disparte a bella posta la verità per ubbidire a preoccupazioni di altro genere. Poverissimi ed ignoti scrittori per lo più si accinsero a tali compilazioni: essi non erano contemporanei ai fatti che intendevano narrare ed erano costretti a lavorare su ricordi lontani, su notizie scarse, su voci senza consistenza; non avevano, per lo più, cognizione nemmeno approssimativa dei tempi e delle vicende storiche in cui visero i martiri: di qui concezioni puerili e anacronismi storici; privi di gusto e di buone tradizioni letterarie, dovevano ricorrere ad una retorica di bassa lega, servendosi di una fantasia stracca e priva di risorse, di luoghi comuni quali si ritenevano necessari in tal genere di componimenti. Molte volte questi autori, a corto di avvedimenti letterari, non fecero altro che trascrivere o adattare alla meno peggio per il loro eroe a. scritti per altri. In questo vivere di accanto, i redattori di passioni ci hanno reso talvolta ottimo servizio inserendo nel loro testo documenti che oggi non possederemmo più: così l'autore della leggendaria vita di Abercio, vi inserì il testo della sua iscrizione funeraria, che fu ritenuta apocrifa anch'essa sino a che, in tempi recenti, non si scoprì un grande frammento della pietra su cui stava scolpita. Colui che scrisse la passione di Barlaam e Giosafat, servendosi persino di elementi buddhisti, vi intercalò l'apologia di Aristide che altrimenti si sarebbe perduta. La leggenda di s. Arianna (v.), spuria nella prima e nell'ultima parte, conserva nel centro un frammento di ottima origine; qualcosa di analogo è avvenuto anche per quella di s. Trifone. Altre volte invece il malaccorto scrittore è ricorso persino a racconti pagani: così l'episodio del tiranno Falaride ritorna nella passione di s. Eustachio; quello della punizione del maestro traditore di Faleria della primitiva storia romana ritorna in quella di s. Cassiano d'Imola; la pena di Ippolito squarciato dai cavalli è inserita da Prudenzio nel martirio di s. Ippolito; la salvezza di Arione dovuta ad un delfino è ripetuta per s. Luciano, e si possono addurre anche altri esempi del genere.
Nemmeno è lecito concludere criticamente che, levato da un racconto di tal genere quanto di inammissibile, di stravagante e, diciamolo pure, di ripugnante vi si incontra, per ciò stesso quanto vi rimane si possa accettare, perché il compilatore può bensì avere anche lavorato su un canovaccio di buona origine, ma non è detto per questo che in altri casi esso non sia stato preso a prestito da un altro documento che facilmente si poteva tenere sott'occhio. Così pure è avvenuto che se molte volte i panegiristi sono ricorsi alle passioni per trovar modo di esaltare i loro eroi, è anche vero che gli autori delle passioni sono ricorsi a panegirici per trovare materia di scrivere la loro storia, ed è questo appunto il caso cui andarono incontro il panegirico dei Quaranta martiri, scritto da s. Basilio e da s. Gregorio di Nissa, quello dei s. Gioventino e Massimino, composto da s. Giovanni Crisostomo, quello di s. Teodoro il coscritto, dovuto a s. Gregorio Nisseno.
Non può fare meraviglia per conseguenza che alcune volte del medesimo personaggio si abbiano passioni totalmente diverse o quasi, e neppure che la
medesima passione passando per diverse mani abbia subito inserzioni di episodi, ampliamenti, decurtazioni o modificazioni; è una materia questa sulla quale si ritenne lecito procedere con la massima libertà e mancanza di scrupolo critico; è constatato poi che nell'età carolingia molte passioni furono rifatte nello stile, per contentare un gusto più raffinato o per togliere stretti anatocronismi, e queste ripuliture non si limitarono spesso soltanto alla forma.
È evidente che da questa letteratura che continuò a prodursi attraverso tutto il medioevo nessuna vera utilità può trarre lo storico della Chiesa. L'unico dato sicuro che molte volte ne può ricavare è quello del luogo e del giorno della festività annuale celebrata in onore del martire o del gruppo dei martiri, perché essendo la passione scritta apposta per glorificarli, l'autore era in grado di tramandare con sicurezza come conclusione delle sue generiche notizie almeno questa sicura e specifica indicazione; quanto invece all'indicazione dell'anno in cui il martirio sarebbe avvenuto, la cosa era diversa perché si ricorreva di preferenza a qualche imperatore celebre per la violenza della persecuzione: per lo più Nerone, Decio o Diocleziano, quando, chissà per quale bizzarra, non si ricorreva ad Adriano o a Numeriano. Non fa però meraviglia che questo genere di letteratura, artificioso insieme e banale, incontrasse favore; esso accarezzava con poca spesa quel gusto per il meraviglioso e per lo straordinario ch'è in fondo all'anima popolare e pareva soddisfacesse meglio che l'esatta verità alla glorificazione degli eroi del cristianesimo. Anche oggi i racconti leggendari e romantici soddisfano più che la storia genuina. Quanto al valore, giustamente poté scrivere il p. Delehaye: «V'è fra gli atti storici scritti sotto l'impressione degli avvenimenti ed i racconti dei martiri che tengono loro dietro la differenza che mettiamo fra l'opera di un artista e un prodotto industriale» (Les Passions des Martyrs et les genres littéraires, Bruxelles 1921, p. 236).
Studiando l'immensa congerie delle passioni e la forma retorica delle loro redazioni, il p. Delehaye, nella stessa opera, ha creduto di poterle ridurre in alcune classi. La prima e forse più numerosa è quella nella quale il martire fa la figura d'un eroe d'epopea (passioni epiche): egli converte pagani a migliaia, fa crollare templi ed abbatte idoli, supera i più efferati e prolungati tormenti, con la sua eloquenza confonde giudici e sacerdoti idolatri e non può morire che di spada, perché egli stesso chiede a Dio di concedergli finalmente i gaudì eterni. Una seconda classe è quella delle passioni compilate sul modello dei romanzi greci d'avventure, ricche d'intrecci, di riconoscimenti, di incontri imprevisti: la passione di s. Eustachio e dei suoi compagni ne è uno degli esempi più caratteristici. Una terza classe è quella delle passioni a carattere prevalentemente idilliaco e familiare come quella di s. Cecilia. Una quarta classe è quella delle passioni dirette ad uno scopo didattico quale quello di dimostrare come il martirio conceda una completa riabilitazione spirituale persino a coloro che avessero una volta apostatato o si fossero macchiati di gravi colpe; oppure di far risaltare il pregio della verginità sopra lo stato matrimoniale; oppure quello di inculcare l'obbligo di osservare qualche precetto evangelico come quello del perdono dei nemici (passione di Niceforo). Altro compito delle passioni è anche quello di completare in tutte le loro parti documenti autentici, come fu fatto con la passione di s. Ignazio d'Antiochia in rapporto alle sue lettere, o con la narrazione della vita di s.
Policarpo quale preparazione alla storia autentica del suo martirio.
Ad imitazione di quanto s'era fatto di buon'ora coi racconti di origine monastica, si cominciò nel medioevo a radunare insieme le passioni dei martiri, ma non con lo scopo di farne collezioni complete ed esclusive. PASSIONARIO (v.) SINASSARIO (v.), rispettivamente presso gli Occidentali ed i Bizantini, compresero sì in prevalenza i racconti dei martiri, ma senza escludere i santi confessori, ed essendo destinati alla lettura corale raccolsero di preferenza i racconti del santo di cui si faceva una qualche celebrazione nella chiesa. Si può parlare in modo analogo anche di altre raccolte fatte a scopi di lettura edificante, come della Leggenda aurea di Giacomo da Varagine o da Varazze (v.) arcivescovo di Genova nel sec. XIII; del Chioggia (v.) Natale (v.); nel sec. XIV del Sanctuarium di Bonino Mombrizio (v.), stampato nella seconda metà del sec. XV. Nel sec. XVI LIPPOMANO, LUIGI (v.), vescovo di Verona, Surio (v.), monaco certosino tedesco, messe insieme con una prima preoccupazione di critica storica. Una raccolta generale e completa di documenti agiografici è quella iniziata a Lovainio nel sec. BOLLANDISTI (v.) e che fu perciò denominata dei bollandisti. Colui però che primo concepì il proposito di sceverare in mezzo all'immensa congerie degli Atti o Passiones quel gruppo di racconti che si potessero ritenere veramente storici, fu il monaco benedettino Teodorico Ruinart (v.) con l'opera, pubblicata a Parigi nel 1689, Atta primorum Martyrum sincera et selecta, nella quale, dopo una introduzione critica, trovarono posto centodiciassette documenti, dei quali non tutti si possono chiamare veramente a. e passioni; ciascuno di essi è illustrato da note critiche dello stesso autore. L'opera del Ruinart, ristampata più volte in seguito, ebbe nel 1777 una buona versione italiana in 4 voll. per opera di Francesco M. Luchini; suscitò discussioni ed opposizioni profonde; la critica posteriore eliminò molti di quei documenti, mentre ne introdusse alcuni che vennero in luce più tardi; in ogni modo essa insieme con i Mémoires pour servir à l'histoire ecclésiastique des six premiers siècles, pubblicati da L. Le Nain de Tillemont a Parigi nel 1693 e ristampati in seguito, costituisce il primo istra-damento scientifico per la valutazione del materiale agiografico riguardante gli antichi martiri. Accanto agli Atti SS. del bollandisti, che continuarono a raccogliere i documenti agiografici, la pubblicazione periodica Analecta Bollandiana cominciata nel 1882 intende completare la raccolta pubblicando testi nuovi o ripubblicando testi imperfettamente editi nel passato o accompagnandoli con dissertazioni critiche.
Bibliofagia a proposito degli a. dei m., considerati nel loro complesso od in rapporto alle questioni che sorgono dall'esame e dal confronto dei singoli, è immensa, grazie anche alle contrastanti teorie che furono proposte. Se ne ha esaurite esame in H. Delehaye, Les passions des Martyrs et les guerres littéraires, Bruxelles 1921; id., Sanctus, essai sur le culte des saints dans l'antiquité, ivi 1927; id., Les légendes hagiographiques, 3a ed., ivi 1927 (versione ital. della 1a ed., Firenze 1906); id., Les origines du culte des Martyrs, 2a ed., ivi 1933; id., Cinq leçons sur la méthode hagiographique, ivi 1934. Precise segnalazioni sul valore degli Atti, delle Passiones o delle Vita dei vari santi iscritti nel Martirologio germaniano e in quello romano si trovano negli stringati commenti ai medesimi pubblicati dal p. Delehaye e dai soci bollandiani.
Per quanto riguarda in particolare Roma e l'Italia ricordiamo l'opera assai discussa di A. Dufourcq, Etude sur les Gesa Martyrum romains, 6 voll., Parigi 1900-1908, che rappresenta un tentativo di classificazione delle leggende studiate nelle loro origini e nei loro mutui rapporti; H. Delehaye, Etude sur le
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ATTII DEI MARTIRI
l'egendier romain: les saints de novembre et de décembre, Bruxelles 1936; Lanzoni (Studi e Testi, 35) riassume e completa i suoi studi precedenti in rapporto alle leggende riguardanti le antiche sedi vescovili. Ricordiamo finalmente i lavori su diversi argomenti particolari pubblicati da P. Franchi de' Cavalieri nelle sue Note Aggiografiche, 8 voll., Roma-Città del Vaticano 1923-1935 (Studi e Testi, 8, 9, 22, 24, 27, 33, 49), e in Inghiropoli, Roma 1938 (Studi e Testi, 19). Buona edizione manuale di testi ritenuti autentici è quella di R. Knopf, Ausgewählte Märtyrer-ken, 3ª ed. per cura di G. Krüger, Tubinga 1929 (cfr. Anal. Boll. 48 [1930], pp. 369-71). Utili i volumetti di S. Colombo, Atti dei Martiri, Torino [1928]; C. Gallina, I martiri dei primi secoli, Firenze 1940; V. anche AICIGRAFIA. Pio Paschini
II. A. DEI M. ORIENTALI. - 1. A. siriaci. - Sono fra gli a. orientali, i più importanti per il loro valore storico. Molti sono stati già pubblicati da S. E. Assemani, Acta sanctorum martyrum orientalium et occidentali, Roma 1748 (ASM), da P. Bedjan, Acta martyrum et sanctorum, Parigi 1890-97 (AMS) e dai bolandisti sia negli Acta SS. che negli Analecta Bolliana (An. Boll.).
Martiri di Edessa. - Conserviamo atti poco sicuri, scritti verso la fine del sec. IV, di s. Sarbil, già a. cordote pagano, e del vescovo s. Barsamjá (ed. AMS, I, 95-130), martirizzati, a quanto sembra, sotto Decio. Al tempo di Diocleziano appartengono invece s. Gürjá e s. Sémóna (ed. I. Rahmani, Acta sanct. conf. Giuriae et Shamonae, Roma 1899), e il diacono s. Habbit (ed. AMS, I, 144-60), i cui a., scritti da un certo Teofilo, hanno errori cronologici ed inesattezze che li rendono alquanto sospetti.
Martiri persiani. - Prima della grande persecuzione di Sapore II, a. speciali, che si dicono scritti dal teste Isaia bar Haddábo, riferiscono il martirio dei ss. Bérkíšó' e Jánán nél'anno 327-28 (ed. ASM, I, 211-24; AMS, II, 39-51), in una forma però che desta qualche dubbio.
La persecuzione di Sapore II, cominciata nel 339-340, colpì il vescovo di Seleucia-Ctesifonte, s. Simeone Barsaba e molti altri martiri. Generalmente parlando, gli a. di questo periodo sono sostanzialmente storici, scritti da contemporanei e anche da testimoni, e raccolti in parte durante la stessa persecuzione e in parte verso la fine del sec. IV per le cure di Márúta di Maiferqat. Si possono distinguere due collezioni, la prima delle quali, ordinata cronologicamente, comprende gli a. di s. Simeone Barsaba (la più antica recensione nél'ed. O. Kmosko, Patrol. Syriaca, II, Parigi 1907, 715-77), dell'ecidio in Bet Húzájé, di Tarbó, di Sáhdóst, di 111 uomini e donne; di Barba'šmín, di 40 martiri, di Báde-má, di 'Aqebšémá e di altri anonimi (ed. ASM, I, 1-59; 83-91; 104-20; 141-207; AMS, II, 248-60; 276-81; 291-306; 325-96). La seconda collezione o Passionario di Adiabene ci offre, anche cronologicamente, i martiri di quella regione (ed. AMS, II, 307-16; IV, 128-41; ASM, I, 121-31. Cf. P. Peeters, An. Boll., 43 [1925], 261 sgg.). A quest'epoca risalgono i tre martiri Milés, Baršabjá e Daniele (ed. ASM, I, 60-80; 92-95; AMS, II, 260-75; 281-84), i cui a. formano un tutto unico; il vescovo Narsaj di Sa-hárqad, ucciso nel Bet Garmaj (ed. Acta SS. Novem-bris, IV, coll. 424-32); un gruppo di prigionieri di guerra martirizzati nel 362 e il cui racconto è stato scritto il 111 anni più tardi (ed. ASM, I, 131-39); i martiri di Karká di Bet Sélok (ed. AMS, II, 284-86); un gruppo di soldati persiani uccisi nel 350 nel Gilán (ed. AMS, II, 166-70); il sacerdote Baddáj di Argúl (ed. AMS, II, 63-65) e un po' più tardi 'Abd al-Ma-sih di Singar, non soltanto noto da a. siriaci (ed. An. Boll., 5 [1887], 5-52), ma anche da armeni e da una versione araba (ed. An. Boll., 44 [1926], 270-341).
che sembra la più vicina all'originale siriaco. Ad ogni modo questi documenti vengono accettati con certe riserve imposte dagli anacronismi.
Dell'epoca della persecuzione di Jezdegerd I, sono gli a. autentici di s. 'Abdá e compagni (ed. AMS, IV, 250-53), di s. Narsaj di Bet Rázíqájé (ed. AMS, IV, 170-80), di s. Sabor (ms. British Museum 7200), del paggio reale s. Tátaq (ed. AMS, IV, 181-84) e di un gruppo di 10 martiri di Bet Garmaj (ed. AMS, IV, 184-88).
Fra gli a. della persecuzione di Bahram V, quelli storicamente sicuri, di Miháršábor (ed. ASM, I, 234-36), di Peroz (ed. AMS, IV, 253-62) e del notaio Ja'qób (ed. AMS, IV, 189-200) contrastano con gli spuri di s. Giacomo l'Interciso (ed. AMS, II, 539-558). Quelli di s. Petion, ucciso nel 447, sembrano avere avuto una recensione primitiva contemporanea (ed. An. Boll., 7 [1889], 8-44).
Infine, del tempo della persecuzione di Cosroe I, benché non scritti da testimoni oculari, hanno valore storico gli a. di s. Gregorio e di s. Jazdpanáh (ed. P. Bedjan, Histoire de Mar Yahaláha, Parigi 1895, 347-451). Maggiori sospetti destano invece quelli del principe Gabárláhá e di sua sorella Qázó (ed. An. Boll., 9 [1891], 11-103), i quali offrono una strana rassomiglianza con gli a. di s. Dádu (ed. AMS, IV, 210-21).
Versioni dal greco. - Oltre al più antico martirologio, composto a Nicomedia da un autore probabilmente anirano nella seconda metà del sec. IV e conservato in un codice siriaco del 411 (ed. Nau: PO 10, 2 sgg.), sono numerose le leggende greche tradotte in siriaco. Fra le versioni appartenenti al periodo più antico (fine del sec. V, principio del VI) ricordiamo quelle dei 40 martiri di Sebaste (ed. AMS, II, 355-75) dei ss. Cosma e Damiano (ed. AMS, VI, 107-19). di s. Pantaleone e compagni (ms. British Mus. 944; Vatic. Syr. 461), di s. Babila e di altri ancora. I giacobiti continuarono più tardi queste traduzioni.
2. A. armeni. - Non sono stati ancora oggetto di uno studio sistematico e critico, reso difficile dalla mancanza di versioni del copioso materiale, il quale è stato in gran parte pubblicato dai Padri mechitaristi di Venezia specialmente nelle Vitae et passiones sanctorum, Venezia 1874 (VP) e nei Sanctorum acta plenior, I-IX, XII, Venezia 1810-13; XI, 1814, di J. B. Au-her. Anche Alšan nella Biblioteca armena, Venezia 1853-61, raccoglie abbondante materiale. I. Manan-dian-Adjarian, Valarsapat 1903, ha pubblicato gli a. dei martiri moderni dal 1115 al 1843.
Gli Armeni hanno tradotto molte leggende greche e latine, come quelle di s. Antimo di Nicomedia (VP, I, 113-34), di s. Biagio di Sebaste (VP, II, 382-89) e tanti altri. Spesso però le traduzioni armene vengono fatte direttamente dal siriaco. Fra gli a. siriaci conservati oggi soltanto nella versione armena citiamo quelli del martire persiano sotto Cosroe I, s. Izbozet, Acta SS. Novembris, IV, 200-16).
I più importanti per la loro originalità sono gli a. che si riferiscono a martiri armeni. Ecco quelli finora pubblicati: Atom e compagni sotto Jezdegerd II (Aucher, Sanctorum acta, II, 86-87); Davide Dunense (m. nel 693; ed. Bibl. arm., XIX, 85-96); Isaac e Hamazasp (m. nel 785-86; Bibl. arm., XII, 61-80); Giuseppe di Karni (m. ca. 1808; VP, II, 266-71); i martiri di Oski (morti nel 130; ed. Bibl. arm., XIX, 59-66); le vergini Rhipsime e Gaiana del sec. III, cui il pseudo Mosè di Choren dedicò un panegirico (ed. Venezia 1843, pp. 304-25); s. Sanducht del sec. I.
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(Bibl. arm., VIII, 77-83); Sukhias Luciano e Polieucto nell'Armenia minore (m. nel 107; Bibl. arm., XIX, 33-56); la vergine Susanik (m. nel 458; ed. Bibl. arm., IX, 11-47), di cui esiste una passione georgiana tradotta da P. Peeters (An. Boll., 53 [1935], 5-49; 245-308); s. Teodoro Salahunio, sec. III; (Ališan, Eclogarii ex Armeniae historii, I, Venezia 1901, 175-79) e s. Vardan coi suoi compagni (morti ca. nel 454; ed. Mechiaristi, Venezia 1893). Il giudizio critico su questi a. non può essere uguale. In essi si passa dalla leggenda vuota di valore ai documenti contemporanei degni di fede. Il Sinassario armeno di Ter Israel è stato già pubblicato nella PO 6, 181-355; 345-556.
3. A. georgiani. - Dipendono in gran parte dalla letteratura armena e offrono perciò un doppio interesse. Nel campo delle versioni, in cui si distingue il grande traduttore Seith (fine del sec. VIII, principio del IX), segnaliamo la raccolta di vite e passioni fatte da lui (se ne conoscono 26) tutte inedite ad eccezione della vita di s. Agatangelo di Damasco, ed. da C. Kekelidze, in Christianity Vostok, 4 (1916), fasc. III. Imitatori del Seith sono stati, nel sec. X, Davide di Thethi e, nel sec. XII, un certo Teofilo, le cui opere sono in parte pubblicate da C. Kekelidze nei Monumenta Haigiorg. Georgica, I, Tiflis 1918 (nel 1946 è apparso il vol. II). Fra le versioni georgiane troviamo, oltre a quelle sopra accennate, il martirio di 9 fanciulli di Kola uccisi nel sec. VI e descritto in un documento che sembra del sec. VIII. È contenuto nel cod. «policefalo» n. 57 del Convento iberico del Monté Athos. Inoltre è stata pubblicata la passione di s. Teodoro e compagni (An. Boll., 44 [1926], 70-102). Dei martiri propriamente georgiani trattano: 1° un bel racconto del sec. XII sul protomartire s. Raideni, m. nel sec. V (ed. Sabinin, Il paradiso della Georgia, Pietroburgo 1882, pp. 169-80; vers. lat. An. Boll., 33 [1915], 294-317); la narrazione risale a fonti antiche. 2° Joané Sabaniszde che nel sec. VIII-IV descrive il martirio di s. Abo di Tiflis (m. nel 780-90; ed. M. Brosset, Vite dei santi georgiani, pp. 321-41); 3° Stefano di Thethi che al principio del sec. X narra il martirio di s. Gorboni. Questi due autori contemporanei hanno un grande valore storico. Altri martiri uccisi dagli Aršbi vengono ricordati in memorie più tardive (cf. M. Brosset, Catalogue des livres géorgiens, p. 141). Il Sinassario o Martirologio georgiano è stato pubblicato da N. Marrin in PO 19, 5 sgg. Vedi anche GEORGIA (letteratura).
4. A. copti. - Oltre al Sinassario copto, composto in arabo all'inizio del sec. XV (ed. Corpus Scriptorum Christ. Orientalium. Scriptores arabici, 3a serie, XVIII, Parigi 1905) e nel quale si fa menzione dei martiri egiziani, esistono anche antichi a. dei m., scritti in copto. Alcuni sono conosciuti soltanto da una versione araba o etiopica. Il p. Delehaye (Les martyrs d'Egypte, in An. Boll., 40 [1922], 5-154; 299-352) ha fatto la critica storica e letteraria di questo materiale. Derivanti in gran parte da fonti greche, le passioni copte offrono poco o niente allo storico. La fantasia, spesso di cattivo gusto, le penetra tutte elaborando alcuni tipi o cicli di martiri che si adattano poi come una falsa figura di diversi santi. Così c'è il ciclo di Basilide o di Diocleziano e quello di Giulio di Aqfas. I martiri si attribuiscono generalmente al tempo di Diocleziano. Non è il caso di recensire nominalmente tutta questa mediocre letteratura. Gli a. copti sono stati pubblicati specialmente da Hyvernat e Balestri nel Corpus Scriptorum Christian. Orientalium. Scriptores Copt., da Winsted (Coptic Texts of st. Theodore), da von Lemm (Bruchstücke koptischer Martyrerakten, in Memorie dell'Acc. di Pietroburgo, 8a serie, XII), da W. Budge (Coptic Martyrdoms in the Dialect of Upper Egypt, Londra 1914), da W. Crum (Anecdota Oxoniensis, serie semitica, XII, 1913) e da W. Till (Koptische Heiligen- und Martyrelegenden, in Orientalia Christi. Analecta, nn. 102 [Roma 1935] e 108, [ivi 1936]).
A. etiopici. - Si riferiscono a versioni quasi sempre dal copto. Il Pereira ne ha pubblicato una buona parte nel Corpus Scriptorum Christ. Orientalium. Scriptores aethiopici, 2a serie, XXVIII. Si tratta di versioni di incerta data, anteriore al sec. XVI, e di interesse stoico quasi nullo. Lo stesso si dica di altre versioni di cui parla I. Guidi nella Storia della letteratura etiopica, Roma 1932, pp. 32-34.