ATTI DEGLI APOSTOLI

ATTI DEGLI APOSTOLI. - Libro del Nuovo Testamento, posto dopo i Vangeli, che si presenta come la continuazione del Vangelo di Luca.

SOMMARIO: I. L'argomento. - II. L'autore. - III. Lo scopo. - IV. La data di composizione. - V. FONTE. - VI. Il valore storico, in particolare dei discorsi. - VII. Il testo detto «occidente». - VIII. Il decreto della Commissione biblica.

1. L'ARGOMENTO

Il titolo meglio attestato nei codici greci (πράξεις ἀποστολῶν «atti, o fatti, di apostoli») indica che nel libro non si parla di tutti gli apostoli né degli apostoli in genere, ma di alcuni di essi. In realtà, tratta specialmente di due: fino al capo 12 predomina Pietro, dal capo 13 alla fine, Paolo.

La divisione più ovvia delle parti ci sembra la seguente:
1. Raccordo col III Vangelo (I, I-II). Prologo con dedica a Teofilo e richiamo all'Ascensione di Cristo (cf. Lc. I, 1-4 e 24, 44-53).
2. Primordi della Chiesa di Gerusalemme (I, 12-8, 3). Elezione di Mattia al posto di Giuda, discesa dello Spirito Santo e primo discorso di s. Pietro. La guarigione di uno storpio operata da Pietro provoca un processo dinanzi al sinedrio, in cui trionfa il buon senso di Gamaliele, che ottiene la liberazione di Pietro e di Giovanni. Nell'interno della comunità (ove si mettevano liberamente in comune i beni), la tragica fine di Anania e Saffira, colpevoli d'impostura e di frode, serve da monito salutare. Per coadiuvare gli apostoli nell'assistenza alle vedove ed agli orfani ellenisti, vengono ordinati sette diaconi dai nomi greci. Il primo

di questi, Stefano, suggella col sangue la sua predicazione: Saulo custodisce le vesti dei lapidatori.
3. Sviluppo della Chiesa in Giudea e in Samaria (8, 4-11, 18). I fedeli, dispersi dalla persecuzione, allargano il campo dell'evangelizzazione: il diacono Filippo predica Cristo in Samaria, ove gli apostoli Pietro e Giovanni, imponendo le mani, conferiscono ai neofiti lo Spirito Santo che manifesta con prodigi la sua presenza; Simon Mago, che vuol comprare tale potere, è respinto da Pietro. Filippo intanto converte e battezza un proselito etiopo sulla via di Gaza. Saulo persecutore è prodigiosamente convertito sulla via di Damasco. Pietro compie conversioni e miracoli a Lidda e a Ioppe, a Cesarea converte e battezza il centurione Cornelio, aprendo le porte della Chiesa ai pagani, senza farli passare per la circoncisione giudaica.
4. La Chiesa si estende ad Antiochia (11, 19-13, 3). Ove Barnaba e Saulo accettano indistintamente ebrei e pagani, e i fedeli sono chiamati «cristiani». Barnaba e Saulo portano la colletta degli antiocheni ai fratelli di Gerusalemme, ove alla carestia si aggiungeva la persecuzione. Erode (Agrippa I, re dal 37 [41] al 44) aveva fatto uccidere l'apostolo Giacomo il maggiore e teneva prigioniero Pietro. Questi, liberato miracolosamente, «andò in altro luogo» (12, 17: Roma?). Erode muore tragicamente; Barnaba e Saulo tornano ad Antiochia ove sono sconosciuti con l'imposizione delle mani.

5. Primo viaggio missionario di Paolo (13, 4-15, 35). Da Antiochia a Seleucia, indi a Cipro ove converte il proconsolo Sergio Paolo: da questo punto (13, 9) Saulo è detto Paolo. A Perge Marco si ritira. Paolo e Barnaba proseguono evangelizzando Antiochia di Pisidia, Iconio, Li-strì, Derbe, che al ritorno visitano di nuovo costituendovi dei presbiteri. Da Antiochia di Siria vanno a Gerusalemme per riferire sulla conversione dei pagani all'assemblea degli Apostoli che sanziona la libertà dalla «Legge» per i pagani convertiti.
6. Secondo viaggio missionario di Paolo (15, 36-18, 22). Da Antiochia Paolo, separatosi da Barnaba a cagione di Marco, ritorna con Sila a visitare le comunità fondate in Asia Minore. A Li-strì prende seco Timoteo. Attraversata la Frigia, la regione galattica e la Misia, scendono a Troade. A questo punto il racconto procede in prima persona plurale fino alla tappa di Filippi (16, 10-17). La missione prosegue per Tessalonica, Berea, Atene, Corinto, ove Paolo rimane 18 mesi e s'incontra col proconsolo Gallione (anno 51 o 52). Al ritorno segue l'itinerario Efeso (Gerusalemme?) - Antiochia.
7. Terzo viaggio missionario di Paolo (18, 23-21, 18). Da Antiochia Paolo percorre la regione galattica e la Frigia, si ferma ad Efeso per quasi tre anni, prosegue per la Grecia ove rimane tre mesi. Nel racconto del ritorno attraverso la Macedonia ricompare la prima persona plurale e continua nell'interiorità attraverso Troade, Mileto, Tiro, Tolemaide, Cesarea fino all'arrivo a Gerusalemme (20, 5; 21, 18).
8. Paolo a Gerusalemme e a Cesarea prigioniero (21, 19-26, 32). Arrestato nel Tempio sotto l'accusa d'averlo profanato, Paolo si difende dinanzi al popolo, si fa rispettare come cittadino romano dal tribuno Lisia che lo vuole flagellare, si difende dinanzi al sinedrio, quindi viene inviato con forte scorta a Cesarea dal procuratore Felice. Ivi rimane prigioniero per un biennio fino all'arrivo del procuratore Festo (anno 60), dal cui tribunale appella a Cesare (Nerone).
9. Viaggio di Paolo prigioniero per Roma (27, 1-28, 31). Anche questo racconto è in prima persona plurale: l'Apostolo prigioniero, accompagnato dal centurione Giulio, su una nave adumetita tocca Sidone, Cipro, Mira di Licia, quindi (trasbordato su una nave alessandrina) Cnido e alcuni porti di Creta. Contro il consiglio di Paolo l'equipaggio prosegue la navigazione e la nave, sbattuta dalla tempesta, si sfascia, senza danno per le persone, presso l'isola di Malta. Passato l'inverno, con una nave alessandrina il viaggio prosegue per Siracusa, Reggio, Pozzuoli; indi, per terra, sulla via Appia, per Roma, ove Paolo rimane sotto custodia per un biennio.

II. L'AUTORE

Antichi e moderni concordano nell'attribuire gli A. allo stesso autore del III Vangelo.

Di ciò sono prova evidente le somiglianze di vocabolario e di stile, di tecnica medica, di metodo narrativo, nonché la connessione fra i profughi dei due libri (l'agoi). Essendo provato che Luca (v.), medico e discepolo di Paolo, è autore del III Vangelo, resta dimostrata implicitamente l'origine lucana degli A. A questa conclusione, confermata dalle attestazioni esplicite della tradizione, che dal sec. II è ininterrotta e unanime, aderisco-
no, oltre i cattolici, i protestanti moderni (Blass, Zahn, Plummer) e molti razionalisti (con Renan, Harnack).

La negazione sistematica dell'origine lucana degli A. ebbe inizio con la scuola razionalistica tubin-ghese di C. F. Baur (v.), che volle vedervi un'opera ten-denziosa composta in epoca tardiva (sec. II), per dimostrare che non v'era disaccordo fra la corrente petrina (giudeo-cristiana) e quella paolina (universalistica). Questo sistema, più o meno modificato dai vari seguaci della scuola, venne confutato nello stesso campo accattolico dalla corrente conservatrice di Ritschl e da quella ultraradicale di B. Bauer e della scuola olandese (cf. A. Omodeo, in Enc. Ital., V [1930], pp. 268-71). Altri sistemi, sotto l'infusso della critica wellhaun-seniana (J. Wellhaun, Kritische Analyse der Apostelgeschichte, Berlino 1914), tentarono di suddistinguere le fonti del libro. Molti sostengono che l'opera derivi dalla fusione di due fonti di diverso valore: una giudeo-cristiana o petrina, l'altra etnico-cristiana o paolina. Di questi sistemi, che si distruggono a vicenda, fondati spesso su ipotesi arbitrari e intorno all'origine della Chiesa e della gerarchia, tratta diffusamente E. Jacquier (Les Actes des Ap., pp. XV-IX).

Accenniamo alle principali fra le più antiche testimonianze della tradizione. Il prologo antimarcionita del sec. II (in Lucani) attesta: «Et tamen postremo scripsit idem Lucas Actus Apostolorum» (testo di d. de Bruyne, in Revue Bénédic., 40 [1928], p. 197). Il Canone muratoriano (sec. II) secondo la migliore ricostruzione scrive: «Acta autem omnium apostolorum sub uno libro scripta sunt. Lucas optimo Theophilo comprehendit quae sub praesentia eius singula gerebantur ecc.» (linee 34-39). S. Ireneo riporta molti brani ascrivendoli a Luca, cita i discorsi di Pietro, di Paolo, di Giacomo come si leggono negli A. (Adv. Haereses, III, 12; PG 7, 892 sg.; ecc.). Tertulliano: «Porro cum in eodem commentario Lucae et tertia hora orationis demonstratur...» (De Ieiunio, 2, 10, cf. Act. 2, 15). Clemente Alessandrino cita Act. 17, 23, «come Luca negli A. degli A. ricorda» (Stromata, 5, 12, 82; PG 9, 124). Origene: «Luca che scrisse il Vangelo e gli A.» (presso Eusebio, Hist. Eccl., VI, 25; PG 20, 585). Eusebio elenca gli A. tra i libri δωλοιογόμνου, la cui autenticità e canonicità non fu mai controversa (Hist. Eccl., III, 25; PG 20, 268).

Già fin dal sec. I e inizio del II, abbondano le testimonianze implicite presso la Didaché, s. Clemente Romano, s. Ignazio Martire, s. Policarpo, s. Giustino (E. Jacquier, op. cit., pp. cci-cxiv).

L'unità del libro, redatto da un solo autore, risulta dal fatto che in tutte le parti si nota lo stesso uso di vocaboli e frasi caratteristiche, lo stesso metodo di composizione. Le diversità di stile che si osservano in alcuni punti, specialmente nei primi capi ove abbondano i semitismi, si spiegano facilmente tenendo conto delle diverse fonti, orali o scritte, consultate.

La sezioni redatte in prima persona plurale («noi») hanno l'impronta originaria di un diario: l'autore, senza nominarsi, indica così al lettore gli episodi di cui fu testimone oculare. Identiche caratteristiche di stile si notano tanto nelle sezioni in «noi» quanto nel resto dell'opera. Da queste sezioni risulta che l'autore è un compagno di s. Paolo, distinto da Sila e da Timoteo, che accompagnò l'Apostolo a Roma e fu con lui durante la prima prigionia romana. Tale discepolo, ricordato da Paolo come presenate a Roma nelle lettere della prigionia, non può essere che il «carissimo medico Luca» (Col. 4, 14; Philem. 24), non nominato negli A., eppure presente, appartenente alla classe colta, fedele collaboratore di Paolo.

III. Lo scopo

L'opera si inizia con le parole profetiche di Gesù: «Riceverete la forza dello Spirito Santo che verrà su di voi e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea e la Samaria, fino all'estremità della terra» (1, 8). E l'autore vuol provare che gli Apostoli furono veramente testimoni di Gesù dapprima in Gerusalemme, poi in Samaria e nel resto della Giudea, quindi nelle altre regioni, fino alla capitale dell'impero, sempre sotto l'influsso direttivo dello Spirito Santo.

Oltre a questo scopo primario, che risulta dal modo di presentare la materia negli A., s. Luca doveva avere altri scopi secondari: quello di confermare Teofilo e i lettori nella fede (cf. Lc. 1, 4), di mostrare l'innocenza di Paolo di fronte alle accuse dei Giudei ed anche di dare risalto all'accordo dottrinale fra i due grandi Apostoli Pietro e Paolo (cf. 9, 27; 14, 4-14; 21, 18).

IV. La data di composizione

L'ultima indicazione cronologica, contenuta nella chiusa troncata del libro, ci lascia intravedere la data in cui l'opera venne

ATTI DEGLI APOSTOLI - Codice di Beza (D), sec. VI, contenente notevoli le varianti ai vv. 7 e 10 - Cambridge, biblioteca dell'Università.

pubblicata: «Paolo dimorò due anni interi in una casa presa in fitto» (28, 30-31). Terminato quel biennio della prima prigionia romana con la liberazione di Paolo (anno 63), Luca consegnò ai fedeli il suo lavoro in due libri (Vangelo ed A.), composto durante il suo soggiorno romano.

Se gli A. fossero stati scritti più tardi, ad es., dopo il martirio di Paolo (anno 67), l'autore, che intendeva provare che gli Apostoli furono testimoni di Cristo, avrebbe dovuto parlare di questa suprema testimonianza dell'Aposto; dopo l'ultimo viaggio di Paolo in Oriente (II Tim. 4, 13, 20), non sarebbero rimaste senza spiegazione le parole da lui dette ai presbiteri efesini al ritorno dal terzo viaggio missionario: «So che voi tutti non vedrete più il mio volto» (20, 25). Né v'è il minimo accenno alla distruzione di Gerusalemme (anno 70) o all'inizio della guerra giudaica (anno 66); non v'è neppure traccia della persecuzione di Nerone scoppiata nell'estate del 64; anzi in tutta l'opera traspare un certo ottimismo nei riguardi dell'imperatore e dei suoi magistrati.

Tutti questi dati convergono a fissare la data del libro nel 63. S. Luca deve averlo lasciato ai Romani come ricordo di Paolo che si disponeva a portare la testimonianza di Cristo «fino all'estremità della terra» (alla Spagna?).

Sembra quindi insostenibile la tesi di alcuni esegni (con Zahn) che, quando Luca scrisse il prologo agli A. chiamando il suo Vangelo πρῶτον λόγον («primum servorum», non πρῶτερον: priorem, primo di due), avesse ancora a disposizione tanta materia da comporre un terzo libro. Tale argomento è viziato in radice, perché nel greco ellenistico il superlativo πρῶτος si usa col senso del comparativo πρῶτος.

V. LE FONTI

Se Luca è autore degli A., dispondeva di ottime fonti. Molti fatti conobbe de visu al seguito dell'Apostolo. Sono quelli contenuti nelle sezioni col «noi». Se, com'è probabile, Luca fu membro della Chiesa antiochena, poté conoscere personalmente anche la storia di questa comunità tracciata nel suo libro: il testo «occidentale» ha una sezione col «noi» anche ad Antiochia (11, 28, codice di Beza D). Da s. Paolo poté apprendere i tratti salienti della sua biografia; molte informazioni poté attingere dai compagni delle peregrinazioni di Paolo (Sila, Timoteo, Erasto, Caio, Aristarco, ecc.). Notizie sulla Chiesa di Gerusalemme e sull'attività di s. Pietro e dei diciannove avrebbe attinto da Marco, col quale si trovò a Roma, da Giacomo capo della Chiesa di Gerusalemme, da Filippo diacono con cui si trovò a Cesarea (21, 8-10).

Luca (presentato come «juris studiosus» dal Frammento muratoriano) dev'essersi interessato anche dei documenti d'archivio contenenti gli atti dei processi di Paolo. Non è improbabile che abbia usato una fonte scritta per la prima parte degli A. Alcuni credono di identificare l'autore di tale fonte in Marco. È sintomatica la somiglianza letteraria fra questa parte e il Vangelo di Marco, il quale scrisse la predicazione di Pietro (L. Dieu, Marc souree des Actes I-XV, in Revue Biblique, 29 [1920], pp. 555-569 e 30 [1921], pp. 86-96).

È da escludersi l'ipotesi di Krenkel, Wendt e altri, i quali propongono per la data tardiva degli A., che l'autore dipenda dagli scritti di Flavio Giuseppe redatti verso la fine del sec. I. Le coincidenze a proposito del sepolcro di David, della Porta Speciosa, della carestia al tempo di Claudio, si spiegano facilmente: entrambi gli scrittori disponevano di buone fonti; né mancano divergenze, a proposito di Teoda e di Giuda (5, 36 e Ant. Jud., XX, 5, 1 sg.).

VI. IL VALORE STORICO

Quando si è provato che Luca è autore degli A. e che disponeva di ottime fonti, resta dimostrato che la sua opera storica merita fede. A conferma si può rilevare l'accordo con le fonti pagane, giudicative e cristiane.

L'autore sa che a Cipro v'è un proconsolo (ἀνθυπαντος) di nome Sergio Paolo (13, 77), che Filippi «è la città principale di quella parte della Macedonia ed è colonia romana governata da strategi (16, 22), mentre Tessalonica è retta da politarchi (17, 16), Efeso da aischri oltre che da un proconsolo e da un grammateus (19), Malta da un prōtos (28, 7): istituzioni attestate dagli storici profani e dalle

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pubblicata : Paolo dimorò due anni interi in una casa presa in fitto"

scoperte archeologiche. L'episodio del capo 19 (l'argente e Artemide Efesina) è illustrato dalle iscrizioni e documenti del tempo, che presentano Artemide come «caduta dal cielo», Efeso come città «neocóros», ministra del tempio (E. Ceroni, Grande Artemide degli Efesini, in Scuola Cattolica, 60 [1932, 11], pp. 121-42, 203-26).

Le fonti giudiche confermano le notizie riguardanti Erode Antipa, i due Agrippa, Berenice e Drusilla. L'autore si mostra ben informato sui sacerdoti ebrei (Anna, Caifa, Anania), sulla gerarchia del sinedrio e le sue attribuzioni, sulle sette giudaiche, sul regime politico-militare romano in Palestina: sa che i procuratori romani (Felice e Festo) risiedono normalmente a Cesarea, ove c'è un presidio con centurioni e coorti.

Le fonti cristiane, specialmente le Epistole paoline, danno risalto al carattere storico del nostro libro. A. ed Epistole si accordano nel presentare Paolo come fariseo, figlio di farisei (26, 5; cf. Phil. 3, 4), come un persecutore trasformato prodigiosamente in apostolo di Cristo, sfuggito da Damasco in una sporta (II Cor. 11, 32 sq.), perseguitato ad Antiochia, Iconio, Listri (II Tim. 3, 10). Negli A. e nelle Epistole la dottrina di Paolo relativa al giudaismo coincide, sia nel principio che la fede e non la legge mosaica giustifica, sia nella pratica che permetteva ai giudeo-cristiani l'osservanza dei riti legali.

Il controllo di questi e molti altri tratti storici e dottrinali degli A. fornisce la dimostrazione piena della veridicità storica del libro, nel complesso come nei particolari.

È stata messa in dubbio la genuinità dei discorsi (ben 27), riferiti in forma diretta, che costituiscono la quarta parte degli A. (255 versetti su 1003). Siamo evidentemente in presenza di santi: anche i più lunghi si possono pronunciare in pochi minuti. I critici «indipendenti» li ritengono inventati secondo il gusto letterario degli storici greco-romani; ma è certo che gli A. riproducono esattamente almeno il pensiero di coloro che vi prendono la parola.

Luca dava grande importanza specialmente ai discorsi che fissavano la catechesi cristiana. Nel prologo al suo Vangelo (1, 1-4) dice di scrivere «affinché tu riconosca la certezza intorno ai discorsi coi quali fosti istruito» e assicura il lettore della bontà delle sue fonti, indicando tra i suoi informatori i testimoni oculari e i «ministri della parola». Ha dunque attinto alle fonti sicure che aveva a sua disposizione (testimoni, archivi) il contenuto dei discorsi missionari od apologetici di Pietro, Stefano, Paolo. Dove consultare fonti scritte, specialmente per la prima parte degli A. (L. Cerfaux, La composition de la première partie du livre des Actes, in Ephem. theol. lovan., 13 [1936], pp. 667-691). Gl'informatori ebrei, poi, consultati da S. Luca, erano abituati a conservare a memoria le parole dei loro maestri.

Notevole conferma alla veracità storica dei discorsi si ha nel fatto che nei santi dei discorsi di S. Pietro si notano parecchie impronte dello stile petrino, quale risulta dalle sue Epistole; e analogamente, nei santi dei discorsi di S. Paolo, parecchie dello stile paolino (P. De Ambroggi, I discorsi di S. Pietro negli A.: Realtà storica o finzione letteraria?, in Scuola Cattolica, 55 [1928, 1], pp. 81-97, 161-86, 243-64).

VII. IL TESTO DETTO «OCCIDENTALE» DEGLI A

Tra le famiglie di codici e citazioni che ci hanno trasmesso il testo, si distingue, negli scritti di Luca, quella detta «occidentale», perché rappresentata in prevalenza da testimoni provenienti dall'Occidente. Si trova nel codice greco-latino di Beza (sigla D) del sec. VI, nelle antiche versioni latine, di solito nelle citazioni di Ireneo, Tertulliano, Cipriano e Agostino. La qualifica «occidentale» però non è esatta, perché a questa famiglia si ricollegano anche in parte le antiche versioni siriche. Presenta varianti strane in confronto col testo di altre famiglie, specie di quella rappresentata dai codici del sec. IV, Vaticano e Sinaitico.

Oltre la sezione col «noi» ad Antiochia (11, 28), si hanno varie aggiunte: ad es., «sette gradini» fuori della porta del carcere di S. Pietro (12, 7). Soprattutto è assai diversa la forma del decreto del Concilio apostolico (15, 20, 29). Altre varianti notevoli: 16, 11, 35; 18, 19, 27; ecc.

Per spiegare tali differenze, alcuni critici (col Blass e Zahn) ritengono che Luca abbia composto due edizioni dei suoi scritti, una più lunga e meno curata a Roma (di tipo occidentale), l'altra più breve e più elegante dedicata a Teofilo (di tipo orientale o anticoheno). Contro questa ipotesi basta osservare che la duplice redazione del decreto apostolico (15, 20, 29) non può derivare dallo stesso autore. La forma «occidentale» (D), in cui non si vieta il «soffocato» e si prescrive la regola aurea della carità, si rivela composta quando la controversia giudizziante era ormai superata. Quindi tale forma, in questo punto, non può essere stata redatta da Luca. Molte varianti di questa famiglia sono aggiunte esplicative: alcune potrebbero derivare da un antico testimone e riprodurre una buona tradizione. Ma non si possono far risalire allo stesso autore degli A. Probabilmente le correzioni intenzionali si debbono a un redattore non occidentale, ma orientale (forse egiziano, pensa M.-J. Lagrange) che ritoccò il testo di Luca verso la fine del sec. I o all'inizio del II.

VIII. IL DECRETO DELLA COMMISSIONE BIBLICA

Come conclusione dei risultati oggettivi della critica letteraria riguardante gli A., riassumiamo le direttive contenute in sei risposte emanate dalla Pontificia Commissione biblica il 12 giugno 1913.

1. Luca evangelista è autore del libro che ha per titolo A. degli A. Prove: la tradizione unanime risalente alla Chiesa primitiva, i criteri interni, la somiglianza fra il III Vangelo e gli A., specialmente il nesso fra i due prologhi.

2. Uno solo è l'autore degli A. Prove: la lingua, lo stile, il modo di raccontare, l'unità di scopo e di dottrina in tutte le parti.

3. L'unità di autore non è contraddetta, ma confermata dalle sezioni scritte in prima persona plurale.

4. La data della composizione non è molto posteriore al biennio della prima prigionia romana di S. Paolo. Non si può dedurre dalla finale troncata del libro che l'aut

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ore

abbia voluto scrivere od abbia scritto un altro volume perduto.

5. Il valore storico è confermato dal fatto che Luca ebbe a disposizione e consultò ottime fonti, quali i fondatori della Chiesa palestinese e s. Paolo; altra conferma è data dall'accordo con le lettere di s. Paolo e con i documenti storici.

6. Il valore storico sussiste, nonostante siano contenuti nel libro racconti di fatti soprannaturali, discorsi comprendenti che sembrano adattati alle circostanze, divergenze apparenti con qualche documento storico, biblico o profano, o con altre asserzioni dello stesso libro o di altri libri sacri (AAS, 5 [1913], p. 291; L. Méchineau, Gli A. degli Apostoli e le epistole pastorali, Roma 1914; L. Pirot, Les Actes des Ap. et la Commission Biblique, Parigi 1919).

BIBL.: La bibliografia, immensa, è elencata, fino al 1925, a pp. 111-xxv della vasta opera di E. Jacquier, Les Actes des Apôtres (collez. Etudes Bibliques), Parigi 1926. Ci limitiamo a ricordare fra i cattolici recenti: J. Knabenbauer, Commentarius in Actus, Parigi 1890; M. Sales, Gli A. degli Ap. nella Bibbia commenata (Nuovo Test.), I, Torino 1913, pp. 451-593; A. Wikenhauer, Die Apostelgeschichte übersteigt und erklärt, Ratisbon 1921; id., Die Apostelgeschichte übersteigt und erklärt, Ratisbon 1938; J. E. Belser (4a ed. di A. Wilkenhauser), Die Apostelgeschichte, Münster 1922; A. Camerlynch-A. Van der Heeren, Comm. in Actus, 7a ed., Bruges 1923; L. Pirot, in DBS (1923), 425-438; A. Boudou, Actes des Ap. (collez. Verbum Salutis), Parigi 1933; A. Steinmann, Die Apostelgeschichte übersteigt und erklärt, Ratisbon 1938; P. Vannutelli, A. degli Apostoli e lettere di S. Pietro. Testo greco con versione latina, italiana e note, Roma 1939. — Tra gli accattoli: A. Harnack, Lukas der Arst, Littera 1906; id., Die Apostelgeschichte, 1910; id., Neue Untersuchungen zur Apostelgeschichte, 1911; Th. Zahn, Die Ursage der Apostelgeschichte des Lukas, 1911; id., Die Apostelgeschichte des Lukas, 1912; id., Die Apostelgeschichte des Lukas, 1913; id., Die Apostelgeschichte des Lukas, 1914; id., Die Apostelgeschichte des Lukas, 1915; id., Die Apostelgeschichte des Lukas, 1916; id., Die Apostelgeschichte des Lukas, 1917; F. J. F. Jackson, L. L. (ed.), The Beginnings of Christianity, 5 voll., Londra 1926-33; O. Bauernfeind, Die Apostelgeschichte, 1939.