BOLLANDISTI. - Società scientifica formata da un ristretto gruppo di pp. Gesuiti belgi, che si dedica da tre secoli alla edizione degli Acta Sanctorum, o raccolta critica di documenti coevi sui santi. Prende il BOLLANDISTI (v.).
I. CENNO STORICO
Le origini del bollandismo risalgono al p. Eriberto Rosweyde (1569-1629) di Utrecht. Entrato nella Compagnia di Gesù a Tournai (1588) e laureatosi a Douai (1591), si era preparatoai lavori di erudizione, visitando, nei tempi che l'insegnamento gli lasciava liberi, le numerose biblioteche monastiche del Belgio, dove raccoglieva documenti, tra i quali numerose vite di santi dell'antichità cristiana, che lentamente gli offrirono le linee di una vasta raccolta agiografica. L'idea già matura nel 1603, incoraggiata dai suoi superiori, fu da lui esposta in un volumetto intitolato: *Fasti Sanctorum quorum vitae in belgici bibliothecis manuscriptae* (Anversa 1607) nel quale, col disegno del quadro entro il quale si proponeva di far entrare i materiali da lui raccolti, inviava un appello agli eruditi per aver la loro collaborazione. Il Rosweyde precisava il suo piano futuro in questi punti: ridare il testo autentico dei vecchi documenti agiografici; dare il testo completo dei mutili; pubblicare le vite dei santi ancora inedite; accompagnare i testi con commenti esplicativi. Prevedeva l'esecuzione del suo disegno in 18 volumi in-fol.: 3 preliminari (documenti relativi alla storia di Gesù Cristo e delle feste dei suoi misteri; alla vita e feste della Madonna; agli atti dei santi e martiri che godono di culto particolare); 12 di vite di santi; 2 di note e indici; 1 di martirologi. Prima però di iniziare il grande lavoro, egli volle fare un po' di luce su una questione preliminare intricata e connessa col soggetto: il martiologo. Così nel 1613 pubblicava il martiologo di Adone, preceduto dal *Parvum romanum*, intitolato: *Martyrologium romanum... cæditi Vetus Romanum Martyrologium hactenus a Card. Baronio desideratum una cum martyrologio Adonis... recensito* (Anversa 1613). Altra opera preliminare agli Atti dei santi è la grande edizione delle *Vitae Patrum*. De Vita et verbis Seniorum libri X (ivi 1616) in-fol. grande di LXXIV-1044 pp. e 118 pp. di indici non numerate; monumento provvisorio come il precedente, ma la cui importanza è stata comunemente riconosciuta.
Il Rosweyde, che durante la vita si era lasciato tentare da altri soggetti di erudizione storica, morì il 5 ott. 1629 senza aver scritto un rigo della grande opera progettata. Fortunatamente il vasto materiale documentario da lui lasciato non andò disperso; il Bolland che all'opera doveva dare il proprio nome, chiamato dal suo provinciale per esaminare gli scritti lasciati dal Rosweyde, seppe valutarne l'importanza, dichiarandosi anche pronto a riordinarsi per la pubblicazione. Conosceva bene l'antichità cristiana, aveva inclinazione per l'erudizione, e tenace applicazione al lavoro, che lo rendevano adatto al nuovo compito, al quale si accinse a 36 anni, quando era già prefetto di studi nel collegio di Malines, che lasciò definitivamente per trasferirsi alla Casa professa di Anversa. Bolland allargò il programma del Rosweyde estendendo il campo d'investigazione anche ai santi non rappresentati nella letteratura agiografica, ma la cui esistenza è attestata dal martiologo o dal culto; modificò pure la ripartizione annunziata dai *Fasti Rosweyde*, decidendo che la documentazione su santo facesse un tutto unico con gli accessori. E poiché intanto con l'aumento dei materiali veniva a diminuire il tempo per utilizzarli, gli fu dato, dietro sua domanda, un aiuto nella persona di un suo antico alunno: Goffredo Henschen (Henschenius), n. nel 1601, che lo raggiunse nel 1635. La scelta fu feconda di risultati: l'Henschen, datosi subito allo studio dei santi di febbraio, esordiva con uno studio sui santi Vedasto (Vast) e Amando, nel quale le vite dei due santi erano oggetto di indagini accurate. Spingendosi al di là del problema filologico, i commentari dell'Henschen affrontavano risolutamente questioni sollevate dalla natura stessa dei documenti studiati: storia, cronologia, topografia, fonti e paralleli letterari. Bolland, che era impegnato già con la stampa dei primi fogli del tomo dei santi di gennaio, non esitò, di fronte a quella rivelazione, a rifondere il lavoro per dare una forma definitiva al primo inizio degli *Acta Sanctorum* di cui può dirsi il secondo fondatore.
Così al termine di una comune e coscienziosa fatica apparvero nel 1643 i due tomi dei santi di gennaio accolti con vero entusiasmo dal mondo dott. Altri quindici anni di lavoro furono necessari per la pubblicazione dei tre tomi sui santi di febbraio (1658). Ma per il rigore del metodo e la chiaroveggenza delle ricerche, questi si avvantaggiavano sensibilmente sui primi due. Crebbe l'ammirazione e finanche in campo protestante si rese omaggio al sapere e alla probità scientifica degli agiografi gesuiti. Agli elogi si aggiunse l'invito di Alessandro VII per il Bolland di recarsi a Roma. Impedito dalla malattia e dagli acciacchi, vi mandò Henschen che prese con sé un giovane collaboratore da poco destinato alla redazione degli *Acta Sanctorum*: Daniele Van Papenbroeck o Papebroch, n. nel 1628 e destinato a farsi presto un nome nel campo dell'erudizione agiografica. Con questa recluta l'avvenire degli *Acta* prendeva consistenza dopo penosi inizi, perché il Papebroch era fatto per identificarsi con l'opera stessa. I suoi commentari lo riveleranno presto critico penetrante servito da una buona penna, cercatore indefesso, ricco nella informazione, solido nella ricostruzione, mai messo in imbarazzo dai particolari minuti. Uomo modesto, ma anche coraggioso sapeva non dissimulare la verità una volta persuaso di averla trovata.
Il viaggio dei due b. durò due anni; dopo una permanenza in Roma di nove mesi, visitarono altre biblioteche d'Italia e di Francia rientrando ad Anversa il 21 dic. 1662 con una ricca messe di documenti trascritti da 1400 manoscritti, ma anche con una nuova esperienza fatta nel frattempo: la necessità di dar più larga parte all'agiografia bizantina, che il piano del Bolland lasciava indietro. L'ultimo stadio dal piano bollandiano ampliato e perfezionato sui dati dell'esperienza si nota nei tre tomi di marzo, con i quali s'inizia la collaborazione di Papebroch. Ma Bolland non li vide, perché morì il 12 sett. 1665 a 69 anni, tre anni prima della loro pubblicazione (1668). A prendere il posto lasciato dal defunto, fu chiamato nel marzo 1669 Corrado Janninck, n. a Groningen nel 1650. Fu iniziato ai segreti del mestiere ancora scolastico per due anni e mezzo; quindi fu inviato all'università Gregoriana per studiare teologia. In sua assenza fu chiamato il p. Baert che, oltre a rendere segnalati servizi all'amministrazione temporale dell'opera, collaborò pure ai tomi IV di maggio e V di giugno.
Nel frattempo cessava di vivere Henschen l'11 sett. 1681, dopo 46 anni di collaborazione indefessa agli *Acta* per i primi 24 tomi, dei quali 14 furono pubblicati lui vivente.
Il tranquillo lavoro degli agiografi fu turbato dopo la pubblicazione del I tomo di aprile nel quale erano discussi gli atti di s. Alberto di Gerusalemme da cui gli eremiti del Carmelo ricevettero la loro Regola. L'implicita condanna della tradizione che avrebbe voluto far rimontare al profeta Elia le origini dell'Ordine, segnò l'inizio di un'asprata querela da parte dei Carmelitani, terminata con l'intervento dell'Inquisizione spagnola che condannava il Papebroch autore
peso dell'opera, dopo il ritiro di Papebroch e la malattia di Janninck. Sua opera principale è l'edizione del martirologio di Usuardo, inserita nei supplementi di giugno, giudicata uno dei più pregevoli contributi ai martirologi storici.
Compagno del Du Sollier, m. nel 1740, fu sin dal 1713 il Pien, che lo seguì nella tomba nove anni dopo. Prese parte notevole agli Acta di luglio e il suo commentario su s. Ignazio di Loyola costituisce tuttora una fonte d'informazione, come apprezzati sono pure i suoi lavori sulle antiche liturgie della Spagna. Pien, già vecchio, rimase solo dopo il ritiro del Du Sollier e la morte di un altro b., il p. Pietro Van den Bosche, rimasto appena quindici anni alla redazione degli Acta (1723-37). Gli fu dato un aiuto di indubbio valore, nel quale i contemporanei credettero rivedere Papebroch, perché dotato di straordinaria facoltà di assimilazione, essendo capace di acquistare rapidamente conoscenze vaste su ogni argomento.
Era il p. Giovanni Stiltingh, che, arrivato nel 1737, quando il t. V di agosto cominciava a stamparsi, si orientava così presto nel nuovo ufficio, da poter approntare i due terzi del lavoro per quell'in-fol. apparso nel 1739. Da allora sino al febbr. 1762, quando cessava di vivere non ancora sessantenne, pur tra le difficoltà dovute alla penuria di nuovi collaboratori, redasse non meno di 250 commentari, che in gran parte riempirono i dieci toni pubblicati mentre viveva. Tale facilità di composizione dà anche il motivo del rapido invecchiamento della sua opera a paragoni di tante altre degli Acta. Da vivo si fece la riputazione di un talento prestigioso, che possedeva realmente, e godette di una grande autorità, che la sicurezza della sua critica non giustifica però in ugual misura. Ma il suo credito servì al bollandismo per traversare gli anni difficili che si preparavano.
Il p. Cornelio De Bye, tra i tanti che in questo periodo si avvicendarono in seno all'opera bollandiana, aveva doti per divenire una figura di grande rilievo sulla linea degli agiografi antichi. Meno brillante di Stiltingh, aveva però la chiarezza di vedute necessaria per mantenere gli Acta al livello del loro passato. Gli avvenimenti avversi gli riservarono solo il posto di vittima, sostenuto del resto con coraggio. Insieme agli altri redattori, seguì le sorti dell'opera dopo la soppressione dell'Ordine, ospitata nel 1775 dall'abbazia di Cawdenberg presso Bruxelles. Le riforme di Giuseppe II e la soppressione di Caudenberg nel maggio 1786 imposero un nuovo trasloco e fu necessità adattarsi in un'ala dell'ex-collegio dei Gesuiti a Bruxelles. Ma la distruzione del Museum Bollandianum era ormai decisa e fu resa di pubblica ragione il 16 ott. 1788. Magazzino delle pubblicazioni e biblioteca dovevano essere vendute a profitto del tesoro dello Stato. Per evitare la dispersione di materiali preziosi i b. entrarono in negoziati con i Premostratensi di Tangerloco. L'abbazia accettò le condizioni e con l'attrezzatura bollandiana ricevette anche, come ospiti, gli agiografi per dar loro possibilità di riprendere il lavoro. Con l'invasione francese del 1792 le ultime speranze di salvare l'opera faticosamente conservata furono distrutte: documenti e biblioteca andarono dispersi.
Dopo la restaurazione della Compagnia di Gesù nel 1814, il bollandismo attese ancora parecchi anni prima di ricostituirsi, perché i Gesuiti belgi erano sovraccarichi di opere e di collegi, ai quali le forze vive disponibili appena potevano bastare. Ma verso

di quei commentari nel 1695. L'incidente ebbe termine nel 1715 con la piena riabilitazione del calunniato b., il quale però non vide quel giorno, essendo m. il 14 giugno 1714 a 87 anni. L'opera da lui lasciata sorprende non tanto per l'estensione
la fine del 1836 il vivo interessamento del rettore dell'Università cattolica di Lovanio, De Ram, sia presso il governo come presso i superiori della Compagnia in Belgio, per la ripresa di un'opera nazionale inviata da tutto il mondo, ottennero l'effetto desiderato e il 29 genn. 1837 il provinciale p. Van Lil annunziava al capo del governo che la Società dei B. era ricostituita e si sarebbe messa presto all'opera. Essa era composta dei pp. J. B. Boone, J. Van der Moere, Pr. Coppens, e più tardi anche del p. J. Van Hecke. La nuova redazione dovette far fronte a difficoltà tecniche non comuni, perché ciò che rimaneva della vecchia eredità era solo un piano al quale unifor-marsi; ma mancava la continuazione della tradizione di scuola formatasi durante un secolo e mezzo e con essa i mille segreti dell'esecuzione, oltre l'attrezzatura scientifica, che bisognò rifare penosamente per lunghi anni ancora, durante i quali si dovette spingere innanzi la pubblicazione degli Acta di ottobre, che, come è ovvio, risentì delle condizioni d'infieriorità nelle quali si affrontarono i compiti della ripresa.
Le
presa.
Le difficoltà dell'inizio furono attenuate dopo qualche anno (1840) dall'arrivo di due reclute di valore: Antonio Tinnebroek e Victor de Buck, ancora studenti. Il primo al t. VII di ottobre diede ben 500 pagine di contributo personale. Le promesse annunziate da questo talento, furono disgra
difficoltà dell'inizio furono attenuate dopo qualche anno (1840) dall'arrivo di due reclute di valore: Antonio Tinnebroek e Victor de Buck, ancora studenti. Il primo al t. VII di ottobre diede ben 500 pagine di contributo personale. Le promesse annunziate da questo talento, furono disgraziatamente troncate dopo il suo ritorno dalla teologia (1850); morì di tisi cinque anni dopo. Victor de Buck suo compagno di studi lasciò invece una traccia memorabile in seno all'opera bollandiana. Spirito, memoria, volontà e intelligenza erano in lui di salda tempra. Per il suo ardore nello studio e la non comune facoltà di assimilazione era l'uomo provvidenziale del momento. Ritornato dalla teologia nel 1850, dopo aver in precedenza passati cinque anni di tirocinio scientifico al Museo Bollandiano, De Buck fu uno dei primi che intuì l'importanza dell'archeologia cristiana per lo studio dell'agiografia antica, cui le scoperte di G. B. De Rossi aprivano larghe prospettive. I progressi fatti dal de Buck in questo campo si videro nella sua dissertazione De Phialis rubricatis, che segna una data nella storia della critica agiografica, anche se sul momento essa riservò all'autore attacchi e noie da parte di ritardatari. Oggi nessuno più contesta le sue conclusioni, e cioè AMPOLLA DI SANGUE (v.) non sono un segno del martirio.
I tomi dei santi di ottobre a partire dal VII ebbero tutti la sua collaborazione, e i numerosi commentari da lui sottoscritti sono stati giudicati i migliori di questa serie. Gli si rimprovera tuttavia il difetto di non aver saputo resistere a certe tendenze della generazione precedente, principalmente l'importanza esagerata accordata alla dissertazione.
Il progresso annunziato dal p. de Buck sembrava confermato dal promettente contributo dei pp. Eugenio Carpentier ed Enrico Matagne. Il primo sembrava destinato a fare opera di pioniere nell'agiografia orientale. Il suo commentario sugli atti dei martiri di Nadjran inserito nel t. X di ottobre giudicato frutto di erudizione originale e solida, fu da lui compiuto con mezzi rudimentali in terra incognita. La morte lo tolse nel 1868 a 46 anni. In più giovane età si spense il Matagne trentanovenne nel 1872, quando il de Buck, anche lui nel vigore degli anni, si riduceva ad una relativa inazione a motivo del male che lo minava. Quando morì, il 22 apr. 1876, non ancora sessantenne, ci fu un momento di crisi per gli Acta affidati a spalle deboli; che sarebbe stata mortale se non fosse arrivato un degno continuatore dell'opera: il p. Charles de Smet, chiamato a dirigerne le sorti nel 1882. Professore di storia ecclesiastica allo scolastico di Lovanio, il p. de Smet durante gli anni del suo insegnamento aveva seguito il progresso del metodo storico e lo sviluppò dei lavori di erudizione. Aveva scritto un libretto divenuto famoso: Principes de la critique historique (1872), che produsse una mezza rivoluzione negli ambienti ecclesiastici, dove la storiografia era in condizioni pietose e specialmente la agiografia in cui trionfavano le false leggende e le false tradizioni. Facendo appello al buon senso, egli mostrò con quali caratteri la verità storica si fa conoscere da coloro che ne vanno in cerca, e combatté lo spirito di tendenziosità e di partito preso. In concreto, tutto si risolveva in un problema tecnico in cui solo un metodo sicuro, rigidamente applicato, permetteva di ridurre al minimo il rischio dell'errore, e ad una semplice questione di metodo si ridusse tutto il piano di riforma da lui meditato lungamente per l'edizione degli Acta. I suoi predecessori credevano di poter uscire dal dedalo complicato della letteratura agiografica, prendendo come base per la storia di un santo la vita o il testo che sembrava più accettabile dissertandovi intorno e cercando di farvi convergere gli altri filoni superstiti. Egli invece pensò che bisognava far passare al vaglio della critica i testi in se stessi; perciò la documentazione di un santo deve comprendere tutti i documenti della tradizione che lo concernono (era in fondo il metodo degli antichi agiografi, sebbene non sempre applicato).
Di qui la necessità di provvedere al censimento, per quanto possibile completo, di tutte le fonti agiografiche. Vi si provvide infatti con la pubblicazione di due serie di repertori: delle fonti già edite (Biblio-
theca hagiographica latina; Biblioth. hagiogr. graeca; Biblioth. hagiogr. orientalis) e delle fonti ancora manoscritte disperse nelle varie biblioteche d'Europa (Catalagi), che trovarono posto in una nuova sezione più tardi intitolata: Subsidia hagiographica.
Al p. de Smet rimonta pure l'idea di aggiungere agli Acta un organo periodico destinato a sveltire la collezione principale di tutti i lavori d'approccio e suscettibili di revisione. Si ebbe così dal 1882 la rivista Analecta Bollandiana, che dal vol. X (1891) in poi dà regolarmente un bollettino bibliografico di pubblicazioni agiografiche.
Quest'insieme di lavori preparatori ha rallentato sensibilmente il ritmo di pubblicazione degli Acta, ma l'attesa è stata pienamente giustificata, e nei tomi sui santi di novembre, primi dopo la riforma del p. De Smet, con la bontà del nuovo metodo adottato, si nota anche un allargamento nel campo della ricerca: non solo vi ha preso il posto che si meritava l'agiografia bizantina, ma anche, a partire dal t. IV, la complicata letteratura cristiana dell'Oriente antico. Al p. de Smet, nel 1911, successe il p. Delehaive (v.) in qualità di anziano, che tanta autorità e prestigio ha guadagnato all'opera dei b. con la sua vasta opera scientifica, continuata sino alla vigilia della sua morte (1941). Attualmente a dirigere le sorti dell'opera attende il p. P. Peeters.
II. Il metodo bollandiano
Questo metodo, da alcuni, non bene informati, viene giudicato una specie di iconoclasmo inteso a demolire il culto dei santi, specialmente di santi dell'antichità. La realtà è tutt'altra, perché la critica è fatta ai testi agiografici, fondati spessissimo su elementi facilmente dissolvibili. La verità storica di un santo non va necessariamente connessa con un testo, non essendovi relazione necessaria tra il valore di un racconto e il diritto che un santo ha al culto. Questo resta pienamente giustificato non appena si arriva alle coordinate agiografiche o elementi semplici ed essenziali, delle quali una di ordine topografico (il luogo cioè dov'era deposta la spoglia di un santo) l'altra di ordine cronologico, cioè l'anniversario della deposizione: il giorno e il mese.Quando si hanno questi elementi, niente di oscuro o di sospetto al punto di partenza, allorché il culto di un santo si stabilisce normalmente. La leggenda (Acta) incomincia dopo, ma demolendo questa, non si sopprime la realtà del personaggio.
III. Le pubblicazioni bollandiane
I. Acta Sanctorum. Degli Acta si hanno tre edizioni differenti: l'edizione originale, quella di Venezia e quella di Parigi.L'edizione originale si compone di 50 voll. stampati ad Anversa, di un volume stampato a Tangerolo e di 16 voll. stampati a Bruxelles, più gli Autocritica. Ad Anversa furono stampati i 2 tomi di gennaio (1643), 3 di febbraio (1658), 3 di marzo (1668), 3 di aprile (1675), 7 di maggio (1680-88), insieme al Propylaeum Maii, 7 di giugno (1695-1717), 7 di luglio (1719-31), 6 di agosto (1733-43), 8 di settembre (1746-1762), ottobre (primi tre tomi: 1765-70). A Bruxelles vide la luce il IV e il V (1780-86); il VI a Tangerolo (1794); i rimanenti di ottobre (VII-XIII) furono stampati a Bruxelles durante il periodo 1845-83, seguiti dai primi 4 del mese di novembre (1887-1925) ai quali bisogna aggiungere il Propylaeum ad Acta SS. Nov. (Synaxarium Ecclesiae Constantinopolitanae) nel 1902; la Pars Posterior, tomi II (Commentarius in Martyr. Hieronymianum) nel 1931; e infine il Propylaeum ad Acta SS. Dec. (Martyr. Romanum) nel 1940.
L'edizione di Venezia cominciata nel 1734 arriva al t. V di settembre (1770). Distribuzione dei giorni e paginazione identica a quella della edizione anversana, salvo per gli ultimi 4 volumi di maggio.
L'edizione di Parigi iniziata nel 1863 dall'editore Victor
Palmé fu curata da un sacerdote della diocesi di Langres, J. Carnandet e si compone di 60 voll. che arrivano sino al t. XII di ottobre (1867), oltre uno di indici (1875). Identica alla originale la distribuzione dei giorni, salvo per i mesi di maggio e giugno; ma la paginazione è differente.
2. Analecta Bollandiana è la rivista trimestrale dei b. cominciata a pubblicarsi nel 1882, che dal t. X (1891) in poi portò sempre aggiunto un Bulletin des publications hagiographiques in ogni numero della rivista.
Negli Analecta oltre testi inediti e dissertazioni hanno trovato posto i catalogi dei manoscritti agiografici disseminati nelle varie biblioteche d'Europa, che sono stati pubblicati a parte ogni qual volta non hanno potuto trovare posto nella rivista a motivo della loro estensione. A tutto oggi sono usciti 3 volumi d'indicii: I, 1882-1902 (Bruxelles 1904); II, 1902-22 (IV 1931); III, 1923-44 (IV 1944).
3. Subsidia Hagiographica
Questa serie comprende opere che rientrano nel programma degli Analecta, ma che, a motivo delle loro proporzioni, richiedono di essere pubblicate a parte. Così in questa serie hanno trovato posto i volumi di fonti agiografiche edite: Bibliotheca hagiografica latina antiquae et mediae aetatis (1898-1901); Bibliotheca hagiogr. graeca (2a ed. 1909); Bibliotheca hagiogr. orientalis (1910). Inoltre vari volumi di codici agiografici dispersi nelle varie biblioteche: Catalogus codicum hagiographicum bibliothecae Bruxellensis (2 voll., 1886-89); Cat. cod. hagiogr. latinorum in bibliotheca nationali Parisiensi (4 voll., 1889-93); Cat. cod. hagiogr. graecorum bibl. Vatican. Parisiensis (1896); Cat. cod. hagiogr. graecorum bibl. Vaticanae (1899); Cat. cod. hagiogr. lat. bibliothecarum romanarum praeter quam Vaticanae (1909); Cat. cod. hagiogr. lat. bibl. Vaticanae (1910); Cat. cod. hagiogr. graec. Germaniae Belgii Anglo- latina (1913). A questi bisogna aggiungere i 4 voll. del Repertorium hymologicum curato da U. Chevalier (1892-1912) e le varie opere di critica agiografica del p. H. Delehaive per accennare ai numeri principali della collezione.4. Pseudo-bollandiana. I b. non hanno nulla a che fare con le opere qui sotto elencate e che dal titolo sembrano volersi riannodare agli Acta. Esse si distinguono per un'ascoltata mancanza di critica: 1° Les petits bollandistes. Visites saints de l'Ancien et du Nouveau Testament... par mgr. Paul Guérin (7a ed., 17 voll., Parigi 1888); 2° Supplément aux vies des saints... par dom Paul Piolin (3 voll., Paris 1888); 3° Les actes des saints d'après les bollandistes... curati da J. Carnandet et J. Fèvre (4 voll., Lione 1865-68); 4° Supplément aux Acta Sanctorum pour des vies de l'époque mérovingienne, par l'abbé C. Barbey (3 voll. in-fol., Parigi 1899 sgg.). - Vedi Tav. CV.
