CABBALA (ebr. qabbālāh « tradizione »). - Termine, in origine riferito ai libri profetici della Bibbia, che dal sec. XII d. C. designa la dottrina esoterica ebraica. Al sorgere di questa dottrina contribuirono più o meno direttamente la teosofia ma'āšeh mer-kābhāh (« opera del cocchio divino », Ez. 1) e la cosmogonia tannaitica, ma'āšeh bērēšīth (« opera del principio » della creazione), Sa'adjah (v.) al « Libro della creazione » (sēpher jēšīrāh), le speculazioni sui nomi divini di Giuda Levita ed Abramo ibn Ezra, la dottrina della volontà e del verbo attinta dai cabalisti (mēgabbālām) a Ibn Gabirol e Giuseppe ibn Saddiq, le speculazioni storico-filosofiche sulla creazione di Abramo bar Hijjā, l'emanatismo neoplatonico (teoria delle scale dell'essere a gradazione tripla: intelletto, anima, natura), la psicologia neoplatonica, la dottrina dell'intelletto attivo, la dottrina profetologica di Msimonide, il hasidismo o pietismo affermatosi in Germania e in Francia nel secc. XII-XIII. La teoria della šēkhīnāh (immanenza divina) di Sa'adjah vi si trova legata a delle speculazioni sul protoantropo ('adhām qadhmōn) ed i cherubini, provenienti dalla mistica del « cocchio », e ad una teoria particolare del « logos ».
La c. non rappresenta una concezione mistica di Dio; lo stato d'estasi vi ha una importanza secondaria, ne è assente il principio «io in te»; mira bensì ad una conoscenza teorica degli attributi divini, conoscenza a carattere contemplativo, dovuta a delle rivelazioni che il maestro comunica in via riservata ai suoi discepoli eletti.
Anche le concezioni magiche nella c. non sono veramente tali. Il magismo affiora solo nella c. pratica (la «càbala») e non in quella speculativa, in quanto mira ad influenzare la volontà divina senza rendersene padrone.
La demonologia non è veramente tale in quanto non vede nei demoni degli esseri che si ergono contro Dio, ma delle forze malefiche al servizio di Dio. In genere prevale nella c. il principio-base del profetismo biblico: «io e te», cui si associa un elemento di egocentrismo nazionale: Israele dipende in tutto da Dio; la salvezza dell'umanità, del cosmo intero dipende a sua volta dalla purezza della comunità d'Israele, un'idea questa — la natura soffre e decade con l'uomo e a causa dell'uomo e con lui risorge e si rinnova — che subendo le più svariate evoluzioni e ascensioni percorre tutta la S. Scrittura, dalle prime pagine del Genesi sino alle lettere di s. Paolo (cf. P. H. M. Biedermann, Die Erlösung der Schöpfung beim Apostel Paulus, Würzburg 1940).
La letteratura cabalistica è racchiusa in molte opere manoscritte inedite (moltissime a Gerusalemme). Al periodo antico appartengono i Pir'xe hēkhāhāth («Palazzi celesti»), il libro Bāhir («Lucentezza»); trad. ed. di G. Scholem, Das Buch B., Berlino 1933). La maggior parte delle opere cabalistiche, compreso il celebre libro Zōhar («Splendore»), fu diffusa come letteratura anonima o sotto pseudonimo. Così lo Zōhar fu attribuito ad un dottore palestinese del sec. II d. C., Simeon ben Jōhāj. Lo Zōhar è un assieme di scritti — la parte fondamentale in forma di commento teosofico al Pentateuco — divenuti «la Bibbia» del cabalismo. L'«editore» fu il cabalista Mosè de León del sec. XIII. Lo Zōhar mira, a quanto pare, a controbilanciare l'influenza dell'aristotelismo e dei suoi seguaci ebrei. Alcuni degli scritti inclusi nello Zōhar differiscono in alcune importanti questioni dottrinali dal pensiero di Mosè de León. Manca tutora una edizione critica dello Zōhar. Il metodo seguito nell'esposizione è quello allegorico. Il simbolo esiste indipendentemente dalla scoperta dell'oggetto simbolizzato. In tal modo la c. riesce a conservare la totalità del materiale tradizionale racchiuso nell'insegnamento rabbinico.
Al centro del pensiero cabalistico sta la dottrina delle dieci sēphirōth, termine che J. Klatzkin (Thesaurus philosophicus linguae hebraicae, III, p. 109) spiega con «potenze (gradi, madhrēghōth) o qualità nel concatenamento dell'emanazione e della creazione». Il nesso organico tra le sēphirōth viene presentato graficamente in forma di albero o del protoanthropos. Attraverso la conoscenza dell'essenza intima delle 10 sēphirōth il pio (saddiq) porta le sue preghiere spiritualizzate e le sue opere pie dinanzi all'Assoluto, lo 'ēn sōph («senza fine»). Le sēphirōth vengono poste in relazione con il Decalogo e le dieci parole a mezzo delle quali fu creato il mondo (Abhōth, V, 1; Hagīgāh, 12 a). L'ordine canonico in cui si susseguono le sēphirōth è: kēther («corona»), hokhmāh («sapienza»), bī-nāh («intelletto»), gēdhullāh («grandezza») o hēsedh («grazia»), gēbhārāh («forza») o dīn («giudizio»), tiph'ēreth («bellezza») o rahāmīm («misericordia»), nesah («durata», «splendore»), hōd («maestà»), saddīq («giusto») o jēsōdh ('ōlām) («fondamento del mondo»), maikhāth («regno») o 'ōjārāh («corona»). Ognuna delle sēphirōth ha ancora altri nomi simbolici, posti in connessione con i versetti scritturali.
Dal sec. XII in poi sorgono grandi centri di studi cabalistici nella Provenza. In Spagna la c. è favorita da Salomone ben Adret (v. ADRET), il quale non è però attivo dal punto di vista letterario. Esponente della c. contemplativa è Abramo Abulafia (sec. XIII). Il suo discepolo Josef Gikatila sta sotto l'influenza dello Zōhar. La dottrina
cabalistica di Jishāq ibn Latif (fine del sec. XIII) ha un carattere filosofico; quella di Abramo ben Eliezer (dal 1515 a Gerusalemme) è di carattere apocalittico. Al principio del sec. XVI assurge a grande importanza per lo sviluppo della c. la città di Safed (Galilea superiore). Anche il grande codificatore Josef Caro sta sotto l'influenza della c. Celebre Mosè Cordovetio (1522-70), teologo sistematicizzato della c. A lui superiore fu solo Isacco Luria detto Ha-'āri (1534-72). Fra gli avversari della c. figura il noto rabbino di Venezia, Leone Modena. Il cabalismo influenzò due vaste correnti pseudo-messianiche: il sabbatianesimo ed il frankismo.
Fra i cristiani, Marsilio Ficino (1433-99) cita nel trattato De christiana religione col titolo di «Lucido» il libro Bāhir, Pico della Mirandola (1463-94) coltivava i studi ebraici insieme con Elia Del Medigo e JōhānāALEMANNI (v.). In una lettera diretta a Pico, Elia espone i principi fondamentali del sistema cabalistico. Nella sua opera Bēhinath had-dāth («Esame della religione») Elia sostiene essere contrastante con la fede ebraica l'identificazione di Dio con le sēphirōth; ove si voglia ammettere lo 'ēn sōph come causa prima al di sopra delle sēphirōth non si può trattare di contrasto vero con la religione. Flavio Mitridate eseguì per Pico traduzioni latine di opere cabalistiche. Pico fu il primo a mettere la c. a contatto col pensiero cristiano; ad essa si richiama sovente nelle «Conclusioni».
Giovanni Reuchlin (m. nel 1522) espone sistematicamente la c. ad uso cristiano nel De verbo mirifico (1494) e in De arte cabalistico (1517): il nome di Gesù è il vero «verbum mirificum». Altri studiosi cristiani della c. nel sec. XVI furono il card. Egidio da Viterbo, Paolo Riccio, Pietro Galatino. Il mistico protestante Guillaume Postel tradusse in latino lo Zōhar ed il Libro della creazione; si dedicò agli studi cabalistici la scuola di Jacob Böhme.
Fra i rappresentanti ebrei della c. in Italia menzioniamo: nel sec. X S. Donnolo da Oria (cf. D. Castelli, Il commento di S. D. sul libro della Creazione, Firenze 1882), in epoca moderna il moralista Mosè Hajim Luzzatto (1707-46) e il rabbino Elia Benamozegh (1822-1900).
BIBLI: G. Scholem, Kabbala, in Enc. Ind., IX, pp. 630-732; U. Cassuto, Gli ebrei a Firenze nell'età del Rinascimento, Firenze 1918, ind. s. V. Kabbala; E. Zolli, Profetismo e misticismo in Israele, in Studi storico-religiosi, Udine 1933, pp. 246-53; G. Scholem, Major Trends in Jewish Mysticism, Nuova York 1946; G. Vaida, Introduction à la pensée juive du moyen âge, Parigi 1947, pp. 197-210 e 238-40.