OSEA

OSEA. - Profeta israelita (Os. 7, 5), il cui libro è al primo posto tra i Profeti minori. La predicazione di O. fu l'ultimo appello della divina misericordia (*hōēsa* «Jahweh salva») alle dieci tribù del nord, prima del castigo, come quella di Amos aveva richiamato la divina giustizia, pochi anni prima.

Il regno felice di Ieroboam II (783-743) volgeva alla fine; già si preannunziava con Thelathphalasar III (745-727) il risveglio dell'Assiria da quel torpore che, insieme al decadimento della XXII dinastia egiziana, aveva perso il nome alla Siria e poi a Samaria un temporaneo splendore. Intanto ricomincia (743) l'interno disordine, con il succedersi frenetico e turbinoso di re e dinastie: *Zacaria*, ultimo della stirpe di Iehue, è ucciso (cf. Os. 1, 4), dopo sei mesi di regno, da Sellum, che rimane sul trono un sol mese. L'usurpatore Manahem (742-737), tributario dell'Assiria, è re per ca. 6 anni; gli altri (Phaeci, Phaece, Osee) si susseguono quasi con il ritmo della catastrofe finale che, iniziata da Salmanasar V (727-722) con l'asedio di Samaria (dal 724), fu completata da Sargon II (722-721). O. si riferisce a queste tormente dinastiche (7, 3-7); probabilmente a quelle del 743, secondo A. Alt; secondo E. Sellin alle ultime. Sente pertanto una grande pietà per il popolo, trascinato dai capi prima allo scisma e alla violazione dell'alleanza con Jahweh, quindi all'estrema rovina. I sacerdoti, per i loro interessi, sono i tutori di questo fatale disordine (cf. *Am. 7, 10-17*; A. Neher [V. BIBLICA.], pp. 20-33; Os. 4, 4-10; 5).

Tema centrale di O., come di *Am. 3, 1 sgg.*, è l'alleanza, sancita al Sinai, tra Jahweh e Israele. O. la sviluppa nella modalità dell'amore, traendone tutte le conseguenze, diritti e doveri, e mostrandone l'ultima finalità, la salvezza messianica (Os. 3, 5).

L'alleanza è un'intima relazione tra Jahweh e Israele, originata dalla libera elezione del Signore e solennemente accettata dal popolo. O. (1-3) usa l'immagine del matrimonio, derivata forse da *Ex. 20, 5 (qamā* «geloso», da *qū*, che al *piēl* esprime il sentimento di gelosia proprio dello sposo), e che verrà ripresa dai profeti seguenti (*Ier. 2; Ex. 16, ecc.*; *Cantico*; ma già *Am. 3, 2 jadīha* *ti*). Essa è essenzialmente espressa nel Decalogo: monotetico e precetti morali (Os. 4, 1 sgg. 12-19; 6, 6 sgg., ecc.; cf. *Am. 3, 1 sgg.*; 5, 21-26; 8, 2; *Mi. 6, 6 sgg.*; *Is. 1, 5, 1-7; *Ier. 7, 11, ecc.*). Da parte di Dio, ogni beneficio e l'affetto più grande; da parte d'Israele, l'infedeltà che ebbe inizio con i primi contatti con i Cananei (Os. 9, 10; 10, 1; 11, 1 sgg.; 13, 5 sgg.; cf. *Ier. 2, 1-3*; *Ez. 20, 28*), ed ora a Samaria è al culmine (Os. 2, 4-15; 4, 12 e passim). Il castigo pertanto è imminente; la salvezza è solo nel ritorno all'alleanza giurata; e O. ripete l'invito amoroso di Jahweh (11. 14).

Conseguenze del tema centrale: il Regno di Israele non può essere che teocratico. Un re che operi contro l'alleanza (come le varie dinastie del nord) non è legittimo. Perciò l'opposizione e la condanna espressa da O. (7, 3-7; 8, 4; 10, 15; 13, 10 sgg.) non è contro la monarchia per un regime di libertà, ma contro l'empia politica dei re di Samaria. L'entrare nel gioco delle potenze politiche, fidando nelle proprie armi e nei regni più forti, significa non aver più fede nell'alleanza, nella fedeltà e onnipotenza di Dio; è avviarsi al sincretismo e all'idolatria (Os. 5, 13; 7, 11; 8, 9; 10, 4 sgg.; 12, 2; 14, 4).

La scuola sociologica (A. Causse, *Du groupe ethn. à la commun. relig.*, Parigi 1937, pp. 83-90), oltre al movimento anti-monarchico, attribuisce ai profeti, e specialmente ad O., la nostalgia del deserto, l'invito alla vita nomade, con la condanna della cultura. Ma O. chiama dono di Dio i frutti dei campi, la ricchezza (2, 10 sgg.), che figurava tra le note della futura restaurazione (2, 17 a. 23 sgg.). Condanna la religione popolare che attribuisce ai Baal i beni del suolo (2, 7, 10) e li venera (2, 10b. 15). Il periodo del deserto è celebrato per la fedeltà d'Israele al Patto.

Il libro di O. conserva le idee principali della predicazione del profeta. Esse si ritrovano complete nei primi tre capitoli. O., per comando divino, prende in moglie una meretrice (D. Buzy [V. BIBLICA.]): Israele, sposa di Jahweh, è ormai un'adultera; l'idolatria domina nel Regno del nord. Se l'alleanza non può esser mantenuta nell'amore, lo sarà nella giustizia. Lo esprimono i nomi che O. impone ai suoi figli: Iezrahel (assonanza con Israel), la piana insanguinata da Iehue (*II Reg. 9, 14-37*), presagio di terribili castighi; *Lō* *ruḥāmāh* «non più pietà», Jahweh è risoluto a non più usar misericordia; *Lō* *ammī* «non più popol mio», ché il Regno del nord ha infranta l'alleanza. Eppure Jahweh ama tuttora Israele (Os. 3); condanna e castighi sono medicinali, perché Israele purificandosi possa convertirsi e partecipare alla salvezza che verrà dalla dinastia di David (*ibid.* 1-3).

Per il resto del libro non è il caso di parlare di sviluppo sistematico; O. procede per sentenze senza'apparente legame. Generalmente si distinguono tre parti: 4-7; 8-11,

11; 11, 12-14, 10, di cui ciascuna risuona dei motivi so-
praccenati.

La critica wellhauseniana, troppo teorica e ristretta
(K. Marti, F. Nowack, G. Hölscher, P. Volz), che con-
siderava interpolazione ogni promessa di salvezza, ogni ri-
ferimento a Giuda, è superata. Con postulati insostenibili
(A. Neher [V. BIBLICA.], pp. 36-42), ignorava affatto l'alleanza
del Sinai e rimetteva la morale ai profeti posteriori. I primi
tre capitoli possono servire di pietra di paragone. Ora in Os.
3, 5 è detto esplicitamente che l'alleanza avrà la sua rea-
lizzazione dalla dinastia davidica. Parlando delle sorti del-
l'alleanza O. non può ignorare Giuda. Lo stesso cap. 3
stabilisce la connessione stretta tra minacce e promesse
di perdono e di salvezza (cf. già cap. 2).

Il testo è tra i più difettosi della Bibbia; ha alterazioni
antiche, dato che si ritrovano nei Settanta; perciò poco
aiutano le versioni e molto vien chiesto alla semplice
congettura. La forma poetica è ancor più difficile a sta-
bilire. Ricco è il vocabolario e classica la lingua e vi si
esprimono i sentimenti di un'anima fortemente penetrata
d'amore per il suo Dio e il suo popolo; gli slanci di una
natura profondamente sensibile e religiosa. Un tale in-
sieme di qualità fa di O. un lirico potente non inferiore
a Isaia.

Bibl.: commenti: "M. Scott, Londra 1923; B. Kuta, Olmütz 1929; L. E. Binns, Londra 1932; S. L. Brown, ivi 1932; J. Kroeker, Giessen 1932; J. Ridderbors, 2a ed., Kampen 1937; V. inolte profeti minori. Studi: P. Cruveilhier, De l'interpretation historique des événements de la vie familiale du prophète Osée (1-3), in Revue biblique, 23 (1916), pp. 342-62; D. Buzy, Les symboles de l'Ancien Testament, Parigi 1923, pp. 33- 93; N. Peters, Osée und die Geschichte, Paderborn 1924; H. Schmidt, Die Ehe des Hosea, in Zeitschrift f. d. altest. Wissenschaft, 42 (1924), pp. 245-72; C. Kuhl, Neue Dokumente zum Verständnis von Hosea 2, 4-15, ibid., 52 (1934), pp. 102-109; L. Dürr, Al- torientalische Recht bei den Propheten Amos und Hosea, in Biblische Zeitschrift, 23 (1935), pp. 150-157; H. S. Nyberg, Studien zum Hoseabbuch, zugleich ein Beitrag zur Klärung des Problems der altest. Textkritik, Uppsala 1935; H. G. May, An interpretation of the names of Hosea's children, in Journal of biblical literature, 55 (1936), pp. 285-91; F. König, Die Auferstehungsaufführung bei Os. 6, 1-3, in Zeitschrift für katholische Theologie, 70 (1948), pp. 94-100; A. Neher, Amos. Contribution à l'étude du prophé- tisme, Parigi 1950, pp. 82-85, 126 sq., 234.

Francesco Spadafora