'ARABAH (EBR. «TERRITORIO STERILE E DISABITATO»: COME NOME COMUNE IN TAL SENSO È FREQUENTE IN IOB, IS., IER.)

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'ARABAH (ebr. «territorio sterile e disabitato»: come nome comune in tal senso è frequente in Iob, Is., Ier.). - Nome geografico biblico (con l'articolo: ha-'árábhál, o al plurale: 'arbhóth). Designa (in opposizione alla «montagna» har, alla «pianura bassa» şêfálah, al «mezzogiorno» nêgêbh: Is. 11, 16; 12, 8) la depressione (o tratti di essa) estendentesi dal sud dell'Hermon al Golfo Elanitico (p. es.: Is. 8, 14; 11, 2; 16; 12, 1; 3, 8; 18, 18) lungo la valle del Gior-dano, il Mar Morto, e da questo al Mar Rosso. Pro-prio quest'ultimo tratto (mai menzionato nella Bibbia) è oggi denominato vádì el-'Arabah, «valle dell'«A.».

L'A. odierna è la depressione desertica che si estende per 180 km. tra l'oasi del Gór es-Sáfiqé sul Mar Morto all'oasi di 'Aqaba sul Mar Rosso (Golfo Elanitico). Si distingue in tre valli successive, chiamate oggi (da nord a sud) Wádi el-Géib, W. el-Gamr, W. el-Geráfi. Fiancheg-

ARABI, FILOSOFIA degli. - Gli A. hanno riguardato quale fajlasuf ossia filosofo nel senso esatto del termine, non ogni pensatore, ma soltanto coloro che si occupavano del pensiero greco e seguivano quindi nelle loro dottrine di logica, di fisica, di psicologia, di metafisica ecc., la filosofia greca, e precisamente la filosofia di Aristotele, cosicché il termine di filosofo divenne sinonimo di pensatore grecizzante, aristotelico, e in parte anche neoplatonico, poiché agli A. non era del tutto sconosciuto Platone, sebbene in veste neoplatonica. Siccome il pensiero greco era affatto estraneo alla mentalità araba, i filosofi furono sempre riguardati come estranei allo spirito arabo, introduttori di novità, quasi pagani, per cui furono anche sempre sospetti ai teologi ortodossi. Gli A. hanno bensì apprezzato sempre molto la filosofia, ma l'ortodossia islamica è stata diffidente verso i filosofi, alcuni dei quali sono stati anzi perseguitati per qualche loro dottrina affatto inconciliabile con la fede musulmana.

La filosofia araba non è sorta tra gli A. stessi, da modeste origini indigene, ma è stata loro recata già quasi compiuta e nel suo sviluppo non è dipesa sempre da esigenze speculative dei singoli filosofi, ma il suo corso è stato spesso determinato dalla immissione di nuove fonti greche nella vita filosofica del tempo. L'immissione della filosofia greca nella cultura araba è continuata per tutti i quattro secoli della sua durata, dall'800 a. al 1200, quando essa morì del tutto dopo la scomparsa di Averroè.

La filosofia greca passò agli A. dall'impero bizantino, in quella forma che l'aristotelismo aveva assunto nelle scuole bizantine, in stretto nesso col neoplatonismo, al quale aderivano non pochi dei commentatori degli scritti dello Stagirita. Gli A. conobbero Aristotele sempre attraverso i commenti neoplatonici, dunque in veste neoplatonica. Questa circostanza ha determinato in modo decisivo la filosofia araba dando origine alla filosofia aristotelica neoplatonica degli A., corrente alla quale aderivano tutti i filosofi arabi, tra i quali anche Averroè, che fu il più aristotelico tra loro. Alcuni scritti greci tradotti in arabo ribadirono la stretta unione tra aristotelismo e neoplatonismo: il Liber de causis, ritenuto opera genuina dello Stagirita, contiene estratti letterali della Instituti Theologica del neoplatonico Proclo, e fu composto in arabo da un autore musulmano attorno all'anno 850; la Teologia di Aristotele, composta in lingua greca, contiene estratti dei libri quarto, quinto e sesto delle Enneadi di Plotino e fu tradotta dal greco in arabo da uno studioso cristiano.

Non sappiamo se i filosofi arabi leggessero in versione qualcuno dei dialoghi di Aristotele, dell'Aristotele della prima maniera, più vicina alle idee platoniche dello Stagirita della seconda maniera, si ben noto ai filosofi arabi. Attraverso i commenti neoplatonici e i due scritti menzionati il neoplatonismo entra nella corrente del pensiero arabo divenendone un elemento integrante. La filosofia araba può esser dunque definita: aristotelismo più alcune correnti platoniche in veste neoplatonica.

Gli A. hanno conosciuto le dottrine aristoteliche attraverso versioni in lingua araba, poiché nessuno dei grandi filosofi arabi ha avuto conoscenza della lingua greca. Furono tradotti inoltre alcuni scritti di Platone. Della filosofia presocratica gli A. ebbero una certa conoscenza attraverso Aristotele stesso e gli accenni nei commenti dello Stagirita. Era noto agli A. segnatamente l'atomismo. I traduttori degli scritti greci furono per la maggior parte studiosi cristiani di lingua siriaca, i quali tradussero in arabo in un primo tempo e in primo luogo le versioni fatte precedente in siriaco dal greco, solo in un secondo tempo eseguirono traduzioni direttamente dei testi greci. Tali versioni siro-arabe e greco-arabe abbracciarono oltre alla filosofia le altre scienze e l'enciclopedia greca bizantina.

L'epoca delle versioni comincia circa l'anno 800 e va fino al 1000. Le versioni sono per la maggior parte letterali e non sempre esatte, sia per la cattiva conservazione dei

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manoscritti, sia per il fatto del doppio passaggio dal greco al siriaco e dal siriaco all'arabo. Qualche volta il traduttore riassume il testo; oppure alcuni capitoli sono tradotti letteralmente mentre altri sono semplicemente riassunti. Fra altri va menzionato il cristiano siro Iunajn ibn Ishāq che insieme con suo figlio e un suo nipote, si rese molto benemerito verso la scienza araba con numerose versioni di testi greci e siriaci. Però più tardi non ci si contentò più delle versioni fatte dal testo siriaco, e si fecero nuove traduzioni degli stessi testi, cosicché Averroè poté confrontare talvolta due versioni dello stesso passo ed esser così in grado di dare una spiegazione più sicura del pensiero di Aristotele. Le versioni siriache e la filosofia siriaca, che ci hanno anche conservato scritti andati perduti nell'originale greco ma noti agli A. per il tramite delle versioni dal siriaco, sono state perciò le intermediarie tra il pensiero greco e quello degli A. e hanno promosso la diffusione della filosofia greca in Oriente, la quale attraverso la Sicilia e la Spagna ritornò di nuovo nel continente d'origine; infatti non pochi scritti filosofici arabi furono trattati in latino, sia direttamente sia indirettamente per il tramite di versioni orali in castigliano, oppure di versioni in lingua ebraica, fatte da giudei. In tal modo la filosofia araba ha esercitato un'azione importante sulla speculazione scolastica latina del medioevo, e i nomi dei maggiori filosofi arabi, Alchidid, Alfarabi, Avicenna, Alagazel, Avempace, Abubacer e Averroè divennero familiari ai filosofi latini. È per questo che la conoscenza della filosofia araba è sempre di grande aiuto per un'adeguata comprensione della filosofia medievale.

Presso gli A. la filosofia non fu vista con simpatia da parte della più rigida ortodossia, per l'aperto contrasto che importava coi concetti fondamentali della religione islamica. La filosofia fu guardata come prodotto della mentalità pagana e straniera, le fu rimproverato di distogliere le menti dalla religione e di voler sostituire la scienza profana, e in ultima analisi attesa, alla vera conoscenza, che non può essere che quella religiosa. Alcuni filosofi furono perciò perseguitati. Ciononostante una parte della filosofia greca, in primo luogo la logica, penetrò nelle opere teologiche degli stessi dottori musulmani, anzi l'aristotelismo divenne quasi la base del sistema religioso islamico. La filosofia però soccombette infine di fronte all'ortodossia, e si può dire quindi che dopo il 1200 non si è quasi più avuta filosofia tra gli A.

Eppure le dottrine di uno dei più grandi filosofi arabi, Averroè, hanno contribuito a dirigere il pensiero speculativo razionalistico europeo in senso del tutto opposto, verso la dottrina cioè che la filosofia è superiore alla religione e la assorbe nella sua riflessione razionale. Avversario profondo e tenace di questa concezione e, in generale, delle dottrine filosofiche greche tra gli A. è stato Alagazel, il quale però ha dovuto anch'esso servirsi in ultima analisi della filosofia, e precisamente allo scopo di impugnarla dal punto di vista religioso. Alagazel fu naturalmente combattuto da Averroè, il quale a confutazione della Destruccio philosophiae del teologo musulmano scrisse la sua nota Destruccio destructionis.

L'originalità dei filosofi arabi sta nello sforzo di conciliare le dottrine filosofiche greche, in prima linea quelle di Aristotele, coi concetti religiosi e teologici del Corano, sempre dando però il primo posto alla filosofia e cercando di svalutare la religione, riguardata quale tipo inferiore di conoscenza di fronte alla filosofia, l'unica che dà la conoscenza vera della realtà. Il problema della conciliazione della filosofia con la religione è stato risolto sulla base di questa premessa; ciascun filosofo lo ha risolto poi secondo la propria mentalità, scienza e temperamento. Nell'ambito di tale conciliazione, si esercita la facoltà speculativa dei filosofi, mentre negli altri campi della filosofia le va-riazioni son di minore rilievo e più per apporto esterno di nuove dottrine che per intimo travaglio spirituale. Si può quindi affermare che la filosofia araba non rappresenta un'epoca di originale fervore spirituale.

I filosofi arabi sono stati quasi tutti sistematici ed enciclopedici. Sulla falsariga specialmente di Aristotele hanno tentato grandiosi sistemi filosofici, abbraccianti tutti i campi delle discipline. Per questo lato della loro filosofia essi non conobbero però l'Aristotele genuino, ma soltanto quello dei commentatori. Essi subirono inoltre l'azione del filosofo e commentatore enciclopedico e sistematico Giovanni Filopono, noto agli A. per parecchi suoi scritti e per i suoi numerosi e voluminosi commenti. Il carattere enciclopedico della cultura araba contribuì al sorgere nell'ambito di essa di personalità celebri anche in altri rami del sapere: Avicenna fu medico famoso, molto noto anche alla medicina occidentale.

Non tutte le dottrine aristoteliche dei filosofi arabi si possono ricondurre agli scritti dello Stagirita. Ciò è dovuto al fatto che essi hanno attinto sempre ai commenti greci di Aristotele e spesso quindi accolgono dottrine dedotte dai commentatori dal testo aristotelico e da opere del filosofo greco andate ora perdute, specialmente da quelle della sua prima maniera. Il problema degli universali, p. es., che ha pure affaticato la mente dei filosofi arabi oltre quella della scolastica latina, essi lo attinsero ai commentatori greci.

In lingua araba scrisse anche alcuni filosofi cristiani e giudaici; Alfarabi era di nazionalità turca, e Avicenna era di origine certamente persiana; Avempace non era probabilmente di origine araba.

La lingua della quale questi filosofi si sono serviti per dare espressione al loro pensiero è uno strumento molto adatto per esprimere i concetti astratti delle filosofie aristotelica e neoplatonica. Con la lingua araba si può rendere agevolmente qualsiasi concetto filosofico. La sua facilità nella formazione di sostantivi astratti, dedotti persino da particelle, e la ricchezza delle radici ne fanno uno strumento prezioso per il pensiero speculativo. La terminologia filosofica araba ha arricchito il vocabolario della scolastica latina, essendo non pochi termini suoi penetrati, per il tramite delle versioni latine, nella filosofia del medioevo e da questa poi nella speculazione moderna. Qualche termine ha invece subito deformazioni tali, che lo rendono irriconoscibile.

I due più illustri Avicenna (v.) Averroè (v.), appartenenti alle due ali estreme dell'area d'espansione della letteratura e civiltà araba. Averroè è l'aristotelico puro, che cerca di scoprire la vera dottrina del maestro greco e di spiegarla, mentre Avicenna è il tipo del filosofo enciclopedico, che rivive la filosofia dell'aristotelismo e del neoplatonismo ed ha creato un grandioso sistema filosofico di tipo del tutto diverso dall'attività letteraria filosofica di Averroè, notissimo alla scolastica latina, in primo luogo per i suoi numerosi commenti alle opere dello Stagirita.

La filosofia araba poté esercitare grande azione sulla speculazione latina del medioevo attraverso le numerose versioni che si fecero degli scritti filosofici degli A. per opera di scrittori cristiani e giudaici. Versioni dall'arabo nel campo della filosofia si fecero tanto in Spagna quanto in Italia. Alcune di tali traduzioni furono eseguite per incarico di Federico II di Svevia. L'aristotelismo si è affacciato nella pienezza delle sue dottrine sulla soglia del mondo occidentale in un primo tempo sotto spoglie avicenniane ed averroiche. AVERROISMO (v.) penetrò in Europa attra-

verso la Spagna e la Sicilia ed ebbe vari centri di cla-
borazione e diffusione, i più importanti dei quali era-
no Parigi e Padova. L'ultimo ZABARELLA, GIACOMO (v.), che fu professore nella
Università di Padova: la filosofia araba si è spenta
dunque in Italia.

BIBL.: T. J. De Boer, Geschichte der Philosophie im Islam, Stoccarda 1901; B. Carra de Vaux, Les penseurs de l'Islam,
IV, Parigi 1923, pp. 1-194; G. Quadri, La filosofia degli A. nel suo fiore, I-11, Firenze 1939; G. Furlani, La filosofia araba, in Conferenze e Letture del Centro Studi per il Vicino Oriente, II, Roma 1943, pp. 126-57.