ARABESCO - A. in una miniatura irlandese. Evangelario di Lindisfarne (inizio sec. VIII) - Londra, British Museum, Cotton Ms. Nero I.
giata da vari centri minerari, la lunga arida valle dell'A. fu nei secc. XXIII-V a. C. la « via del rame » (v. ASIONGEBER).
Eccetto per Bèth-'Arábāh, città di confine tra Benjamini e Giuda (Ios. 15, 6, 61; 18, 22), la Volgata traduce sempre 'A. come nome comune (« solitudo », « campestria », « planities », « desertum »).
Le parti dell'A. nominate nel Vecchio Testamento sono: Morto (v.) jām ha-'arābhāh, « mare dell'A. » (Deut. 3, 17; 4, 49; Ios. 3, 16; 12, 3; II Reg. 14, 25; Volgata: « mare solitudinis »), 'arbhāth Jērīhā (Volgata: « campestria urbis Iericho »; Ios. 4, 13; 5, 10) e 'arbhāth Mō'āh (Volg.: « campestria Moab »; Num. 22, 1; 26, 3, 63; 31, 12; 33, 48 agg.).
ARABESCO. - Prendono tale nome i motivi ornamentali che si fondano sul puro valore espressivo della linea, e ciò perché l'arte araba e musulmana in genere, per il suo carattere antirappresentativo, diede il massimo sviluppo all'elemento lineare fantasticamente e capricciosamente aggrovigliato ed attorto. Il gusto per l'a. è di natura anticlassica, ma non è esclusivo della civiltà islamica; è comune nell'arte copta, nelle miniature irlandesi del sec. VII-VIII, nella pittura cinese e giapponese ed in genere in tutte le espressioni di arte non fondate su una concezione naturalistica. È tuttavia un mezzo espressivo per nulla inferiore ad altri ed anzi pari ad ogni altro ai fini dell'arte.
Il termine, inoltre, fu usato per la prima volta da fra' Francesco Colonna nella sua Hypnerotomachia Poliphili (edita nel 1499), e poi adottato per tutto il Rinascimento, per indicare un modo di dipingere a secco usato dagli Arabi.