PONTORMO, JACOPO CARUCCI (CARRUCCI), detto il. - Pittore fiorentino, n. il 24 maggio 1494 presso Empoli, m. a Firenze nel 1557. Figlio di uno scolaro dei Ghirlandaio, Bartolomeo di Jacopo di Martino Carrucci, del quale non si conoscono opere, Jacopo andò in Firenze ca. il 1507 e, secondo il Vasari, sarebbe stato dapprima alla scuola di Leonardo da Vinci, poi presso l'Albertinelli, Piero di Cosimo

Solitario, irrequieto, tormentato, insoddisfatto, il P. può infatti appartenere alla schiera dei primi manieristi; piuttosto è predominante, nel suo atteggiamento insoddisfatto, il motivo psicologico della « autocritica », che particolarmente i disegni manifestano. La definizione di criticismo pittorico, pur senza spiegarci tutta la complessità del linguaggio pontormesco, appare tuttavia più convincente del ricorso a concetti estranei, quali gotico o romantico, adoperati da alcuni critici, nei confronti del P. D'altra parte, talune affermazioni schiettamente naturalistiche dell'artista (affreschi di Poggio a Cajano, Cena in Emmaus dell'Accademia di Firenze, ecc.) confermano la complessità di motivo della sua pittura.
Mentre è andata perduta una sua piccola Annunziata (1508), che lo rivela fanciullo prodigio, lodata da Raffaello, ed un pallido ricordo può dirsi lo stemma del papa Leone X eseguita sulla porta della chiesa dell'Annunziata (1513), ca. dello stesso anno restano le piccole Storie in monocromano di una S. Monaca (Firenze, Accademia); ove insieme ai ricordi dell'Abertinelli e di Andrea del Sarto si avverte un senso inquieto ed incisivo della visione pontormesca, persino nella strana intensità degli sguardi allucinati. Meno significante, con chiari ricordi di Raffaello ed Andrea del Sarto, è l'affresco (Firenze, S.ma Annunziata, cappella di S. Luca; 1513) rappresentante la Madonna e Santi. Importante, invece, l'affresco della Veronica (1515; Firenze, convento di S. Maria Novella), che riflette elementi tratti da Andrea del Sarto, Leonardo e Michelangelo, attraverso una interpretazione forte, plastica e dinamica insieme; di effetto teatrale ma rigoroso.
Il chiaroscuro e la spazialità di Andrea del Sarto, unitamente a ricordi di Raffaello e fra' Bartolomeo, vengono richiamati dall'affresco della Visitazione (Firenze, S.ma Annunziata; 1516), ove l'equilibrio classico composito viene mantenuto. La pala di S. Michele Visdomini (Firenze 1518) manifesta invece la crisi manieristica del P., ossia la ricerca di modi quasi expressionistici, sia nelle proporzioni allungate delle figure, come nello studio degli affetti e del movimento. Gli affreschi di Poggio a
Caiano (1519-20), studiati in numerosi disegni (e il P. è stato un grande disegnatore), documentano l'ansiosa posizione critica dell'artista, ma poi la realizzazione pittorica è schietta, come un'oasi di rara serenità estiva. Poi la inquietitudine del P. si ripropone attraverso nuovi problemi di interpretazione: come negli affreschi della Certosa (Galluzzo, Firenze: 1523-25) che presuppongono lo studio del Dürer, se non direttamente, tramite le sue stampe, che da alcuni decenni giravano in Italia.
Nel Dürer il P. vide una umanità psicologicamente e religiosamente penetrante; e dal lato della forma, certe astrazioni cromatiche ed inventive che stimolavano la sua tendenza anticlassica ed intellettualistica ma pur nitidamente disegnativa e, nei particolari, icastica. Le Storie della Passione, alla Certosa, evocano così un mondo strano, sconcertante. Ma, superato l'immediato contatto con l'arte tedesca, le suggestioni düreriane, risolte in una sottile ritmica intessuta di motivi lineari, preziose quantità luminose, raffinati rapporti cromatici, hanno consentito al P. di attingere momenti altissimi, come nella Annunciazione e nella Deposizione in S. Felicita (1526-28; Firenze), nella Visitazione di Carmignano (1528-30), ecc. Nel periodo düreriano rientra il cosiddetto Alabardiere, del Museo Fogg di Cambridge (U.S.A.). Tra i ritratti dovuti al P., sempre nobilissimi, aristocratici, spirituali, si ricordano: quello di uno studente (Milano, Castello Sforzesco: 1522); quello di una gentildonna a Firenze (Uffizi); quello di Cosimo il Vecchio (ivi: ca. 1523); quella di una gentildonna a Francoforte (Museo Städel: ca. 1540). Numerosi disegni, specialmente importante il gruppo agli Uffizi. - Vedi tav. CXVIII.