ALBERTI, LEON BATTISTA. - Umanista, n. nel 1404, forse a Genova, da famiglia fiorentina esule dalla patria; m. a Roma nel 1472. L'A. è una delle più alte personalità dell'umanesimo per la versatilità del suo ingegno che lo portò ad indagare in ogni campo dell'umano sapere.
1. PEDAGOGIA
Avviato dal padre agli esercizi fisici, al fine di irrobustirne il corpo, e allo studio delle lettere, l'A. fu, giovanetto, alla scuola di Gasparino Barzizza. Mortogli il padre, passò a Bologna, ove intraprese lo studio del diritto canonico, pur senza mai staccarsi da quello delle lettere (in particolare greche), seguendo le lezioni di Francesco Filelfo. Appena ventenne compose in prosa latina uno scherzo comico, intitolato Philodoxios, ossia l'amante della gloria, che Poggio Bracciolini dice scritto senum eloquentia ac venustate e da qualche altro creduto e stampato come opera di antico comico latino. Lo scherzo sotto la veste allegorica, rappresentando l'A. se stesso, prova come l'uomo industrie e studioso possa alla pari del ricco raggiungere la gloria. Verso i ventiquattro anni, l'A. si diede anche allo studio della fisica e della matematica. Nel 1428 la famiglia Alberti poté rientrare in Firenze ad istanza di papa Martino V e Leon Battista poté così vedere la città dei suoi avi. Certamente l'ambiente fiorentino deve averlo attratto: Firenze difatti non era solo la città dei grandi maestri nelle varie arti, ma allevava nel suo seno i migliori umanisti del tempo ed era anche ricca di traffici ed industrie. Firenze realizzava insomma una vita popolana ricca e varia, e certamente deve avere influito sulla formazione del giovane A., nel cui pensiero l'ideale umanistico si fonde, anzi si realizza, in un ideale di vita pratica, e l'uomo di cultura liberale si arricchisce dei valori positivi della vita. Avversato, dopo la morte del padre, dai parenti perché non voleva darsi alla mercatura, sentendosi chiamato ad altro ufficio, l'A. entrò a 24 anni al servizio del card. Albergati e quindi a quello della corte pontificia, presso la quale pare tenesse, fin dal 1432, l'ufficio di abbreviatore apostolico: ufficio che mantenne fino al 1464. Fu col pontefice Eugenio IV a Firenze all'epoca del Concilio (1434-36), a Bologna e a Ferrara, venendo a contatto con gli ingegni migliori del tempo. L'A. compose una serie di opere di carattere morale che valgono a meglio farci conoscere il suo pensiero pedagogico.Nel trattato Della famiglia, in modo particolare, ci dà delle norme pedagogiche intorno all'educazione dei fanciulli, norme che per altro sono quelle stesse ordinariamente presenti nella tradizione umanistica e attinte alle
stesse fonti - Cicerone, Quintiliano, Plutarco - a cui le aveva attinte e le attingeva l'umanesimo. Ma questo importa fino a un certo punto, perché quello che nell'opera dell'A. conta è lo spirito nuovo che vi si agita, la visione che egli ha della vita dell'uomo.
L'A., nel trattato Della famiglia, finge che attorno al letto di morte del padre Lorenzo siano convenuti alcuni parenti ai quali il padre raccomanda i figli Battista e Carlo. Nel primo libro l'A. tratta «dell'ufficio dei vecchi verso i giovani e de' minori verso i maggiori e dell'educazione dei figliuoli». I maggiori debbono essere verso i giovani prudenti e ben costumati, d'altra parte i minori debbono rispettare e venerare gli anziani. I genitori debbono usare molta diligenza nell'allevare i figliuoli e nel farli virtuosi. La famiglia è nell'A. il centro della vita dell'individuo e il mezzo attraverso il quale questo realizza se stesso. La famiglia, in quanto si fonda sulla natura e sul vincolo del sangue e sull'affetto, è nella concezione albertiana più importante dello Stato, che, nato dall'unione di più famiglie, si fonda sull'interesse dei singoli e spesso perciò diventa causa di divisione e di odio. L'educazione perciò nasce per l'A. dalla famiglia. Nel secondo libro si parla del matrimonio e dell'amore come fonte di felicità dei coniugi. L'A. esorta al matrimonio accennando ai beni che da esso derivano, non senza però consigliare di riflettere se la fanciulla che si vuole sposare sia ben nata ed educata, facendo soprattutto consistere la bellezza della donna nei suoi buoni costumi. Nel terzo libro è introdotto a parlare Giannozzo degli Alberti, massaio, e si ragiona del modo più opportuno onde si possa provvedere alla vita della famiglia. Si insegna come si


del corpo, del tempo, che sono tre cose essenzialmente
nostre, quali rapporti debbano intercedere tra marito e
moglie. Questa baderà alla casa e sarà buona massaia, quello
provvederà a tenere i rapporti con gli uomini e a mantenere
la famiglia in onore e prosperità. Il quarto libro tratta del-
l'amicizia intorno alla quale cita le opinioni di Pitagora,
Platone, Aristotele. L'amico si conosce nei casi incerti e
i mezzi migliori per acquistare l'amicizia sono le virtù,
il vivere civile, il contegno nobile. L'A. raccomanda di tenere
lontani gli adulatori e, quando occorra, di correggere gli
amici e chiarisce in quali casi convenga scindere talvolta
un'amicizia. Il nemico si vince col vivere onesto; le ingiur-
rie, piuttosto che togliere, acuiscono le inimicizie.
Oltre al trattato Della famiglia, l'A. scrisse tutta una
serie di opere morali quali Della tranquillità dell'anima,
Teogenio, De Iciarchia, Intercenales, nei quali sono ribaditi
e spesso meglio svolti e affermati i principi pedagogico-
morali espressi nella sua opera maggiore. La nota domi-
nante nel pensiero dell'A. è che il fine della vita umana
è l'azione e l'esercizio, e non la speculazione e la contempla-
zione. Non che contemplazione e speculazione siano da
bandire, ma esse sono insufficienti, quando non si pie-
gano a quella che è la vita civile dell'uomo, il quale
è quello che vuole essere, quello che lo fa il suo volere.
Nell'A. l'uomo acquista coscienza del proprio volere e
della propria potenza. L'uomo in quanto è volontà non sog-
giace più a forze estranee e superiori, ma si fa dominatore
di tutta la realtà spirituale e materiale. La virtù non è un
bene che è fuori di noi, ma è in noi e diventa virtuoso chi
virtuoso vuole essere. L'uomo è autore del suo bene e del
suo male, ed è inutile, dice l'A., pregare gli dèi perché
intervengano a mutare quelle condizioni che noi, con la
nostra azione, abbiamo creato. Dio non deroga per le nostre
preghiere dall'ordine eterno che imprese alle cose. Se pen-
sassimo il contrario vuol dire che noi penseremmo gli dèi
« nobis homunculis persimiles ».
Questa rigidità quasi aristotelica della divinità non gli
fa sentire, ma non si può dire sempre, il calore e il valore
della preghiera e del rapporto che l'uomo pur sente ed
avverte con Dio che gli è padre, e padre misericordioso.
L'uomo è per l'A. frutto della sua volontà e del suo lavoro;
se manca in lui il dominio di sé su se stesso, l'uomo diventa
preda della fortuna, la quale in sé non ha alcuna realtà,
ma è quella stessa che noi vogliamo che sia. Questo pen-
siero, presente nel trattato Della famiglia, si fa sentire in
tutta la sua opera.
L'uomo, in quanto è volontà, non può essere preda
della fortuna ed è questa un'intuizione già presente nei
pedagogisti dell'umanesimo, ma nell'A. ha preso un suo
particolare valore e significato divenendo quasi il punto
centrale attorno a cui si muove tutto il suo pensiero.
E com'è negli individui così è nei popoli. Se nell'uomo,
come nelle nazioni, impera la virtù, tutto il resto gli obbe-
disce. E la virtù, per averla, basta volerla. La virtù è frutto
dell'esercizio dello spirito che, attraverso gli atti buoni, con-
quista e riconosce se stesso come bene. Se l'uomo tralascia
le opere buone, virili e gloriose « rimane misero e infelicis-
simo ». L'educazione, come si vede, nell'A., si identifica
con l'esercizio. L'uomo è, in quanto mai s'acqueta e sempre
deve perfezionare e far migliorare se stesso; in quanto si
fa conoscitore e dominatore del mondo, e attraverso le in-
dagini e le investigazioni apprende e afferma se stesso come
personalità e come valore. Ora questo sapere l'uomo non
l'acquista dai libri o solo dai libri, ma nasce dall'esercizio
e dal contatto con gli uomini e con le cose. Noi siamo, in
quanto facciamo. L'educazione come frutto dell'esercizio
è una intuizione felice nell'A. e ricca di conseguenze nella
pedagogia moderna.
Perciò la virtù intesa come nostro esercizio, cioè come
nostra conquista, implica la partecipazione sempre viva
e attiva al sapere, il quale non è in quanto si fa nostro
esteriore ornamento e vana pompa, ma in quanto piuttosto
è nostra sostanza e nostra vita e nostro sangue. Quindi
nella sua opera Del Principe Gelasto, l'A. mette in carica-
tura quel tipo di letterato il cui sapere non gli è servito a
farlo migliorare nella vita, a fargli intendere la vita come
azione, come dovere verso la famiglia e la società. Caronte,
perciò, a ragione, rifiuta di trasportare all'altra sponda Ge-
lasto perché il suo sapere è stato vano in quanto non gli
insegnò a ben vivere, ma rimase tutto al di fuori e non si
tradusse in norma e condotta di vita. L'A. non rifiuta
l'astrazione in quanto ricerca, anzi la riconosce propria


(fot. Almari)
Questo amore delle lettere come mezzo e fine della formazione dell'uomo virtuoso gli faceva concepire un piano di studi, che, in accordo con gli altri maestri e pedagogisti del suo tempo, si fondava sulla lettura degli oratori, degli storici, dei poeti antichi: Cicerone, Livio, Sallustio, Virgilio, ecc. Contrariamente però agli altri pedagogisti del suo tempo l'A. non respinse la lingua materna dall'educazione dei giovani ed è uno dei primi italiani del '400 che seppe affermare il valore della lingua volgare, non solo scrivendo varie delle sue opere in lingua toscana, ma sostenendo che se « l'antiqua latina lingua » è copiosa molto, « la nostra toscana » non si capisce perché debba aversi tanto in odio.
A questo fine, al fine cioè di affermare o imporre l'uso del volgare, egli si fece promotore (1441), sotto la protezione dei Medici, del certame coronario al quale l'A. stesso partecipò col quarto libro Della famiglia che tratta, come sappiamo, dell'amicizia.
2. ARTE
Oltre alle opere di carattere pedagogico-morale l'A., mente universale, scrisse alcune opere sulla pittura e sulla scultura. La più importante di esse può essere considerata il trattato De re aedificatoria, che costituisce una rielaborazione personale e intenzionale di quello del romano Vitruvio. Il De re aedificatoria è il primo dei trattati architettonici che culminano con quelli cinquecenteschi del Serlio, del Vignola e del Palladio. L'A. fu il prodotto più tipico del maturo umanesimo fiorentino, e fu cioè il dilettante perspicace e acutissimo che nutre l'intima esigenza di tutto indagare e tutto sperimentare al solo fine di comprendere e godere intellettivamente più che di produrre. E come fu musico e atleta, moralista e architetto, pittore e matematico, come cioè ridusse ad unità il fare e il sapere, così predicò necessaria al pittore la traduzione pratica della scienza fisica e matematica e contemporaneamente postulò che il vero architetto dovesse soltanto provvedere all'ideazione dei suoi edifici, senza mai scendere a usarne la pratica esecuzione. Se tutto ciò - ed è precipuo merito dell'A. - liberò definitivamente l'arte figurativa dal rango di « ars mechanica » dove in certo senso l'avevan tenuta le convinzioni medievali, d'altra parte come artista l'A. mancò al suo vero compito, che è quello di dare aspetto concreto e finito alla sua opera. Infatti i suoi edifici non sono mai stati da lui completati: di qui le difficoltà della critica a definirne la personalità e di qui anche è derivata la qualifica di « non artista » che lo Schlosser, rigido assertore degli schemi crociani, gli ha attribuito (v. CRITICA D'ARTE). Prima impresa architettonica dell'A. fu la trasformazione dell'esterno della chiesa medievale di S. Francesco in Rimini (iniziata nel 1450); il lavoro fu eseguito dal veronese Matteo dei Pasti. Nel prospetto, rimasto incompiuto, l'A. adatta alle esigenze del tema lo schema degli archi trionfali romani, creando il tipo della facciata di chiesa a due ordini sovrapposti e testimoniando l'apporto della conoscenza dell'antico - all'architettura del Rinascimento. Nei fianchi, la serie delle profonde arcate contenenti sarcofagi, pur ricordando gli avelli addossati a chiese medievali, si ispira agli acquedotti romani. Secondo il progetto dell'A. la chiesa doveva avere la cupola a calotta semisferica.Nel completamento della facciata gotica di S. Maria Novella in Firenze, l'A. riprese lo schema dei due ordini sovrapposti e creò la « voluta » fra la parte superiore del prospetto e quella inferiore più larga. In Firenze l'A. eseguì lavori nella chiesa di S. Pancrazio, quali il triforio di accesso, la libera copia del S. Sepolcro e altri; nella chiesa dell'Annunziata la « tribuna », costruzione a pianta circolare coperta con cupola emisferica e contornata da cappelle. Gli è attribuita la facciata del palazzo Rucellai, caratterizzata dalla sovrapposizione degli ordini sul bugnato del paramento.
In Mantova su disegno dell'A. vennero elevate dal
fiorentino Luca Fancelli due chiese, S. Sebastiano (iniziata nel 1460) e S. Andrea (iniziata nel 1472), tutte e due libere interpretazioni di edifici romani, la prima a pianta centrale, la seconda a pianta rettangolare. La rispondenza fra l'esterno e l'interno, fra la struttura e i partiti architettonici, fanno del S. Andrea l'espressione più compiuta del pensiero architettonico albertiano, pervaso di cultura classica e di grandiosità. La chiesa è a nave unica, coperta con volta a botte, con cappelle laterali, transetto, cupola e abside. Il motivo ritmico dell'interno (alternanza di arcate con sodi di muro inquadrati fra paraste suddivisi in più piani), che verrà seguito dal Bramante per i bracci di croce nel suo progetto per S. Pietro, viene ripreso organicamente nella facciata, prototipo di quelle cinquecentesche a ordine unico. Il Vignola, nella chiesa del Gesù a Roma, tanto imitata nel tardo cinquecento e nel primo barocco, svilupperà i concetti planimetrici e spaziali espressi nel S. Andrea.
Teorico ed umanista l'A. nelle sue opere applica forme quattrocentesche a schemi e strutture della classicità romana, che egli impiegò in modo originale per i temi architettonici del suo tempo; con risultati che ebbero soprattutto seguito dopo la sua morte. - Vedi Tavv. XLIX-LII.