ALBERO della VITA. - Pianta « nel mezzo » del paradiso terrestre, cui il Creatore aveva conferito il potere di conservare la vita dell'uomo e di preservarlo dalla morte (Gen. 2, 9).

(propr. B. Degenhart)
La realtà storica è generalmente ammessa nella tradizione esegetica cattolica, come per l'«albero della scienza del bene e del male» (v.), col quale a torto P. Mayrhofer (in Theologie und Glaube, 28 [1936], pp. 133-62) dopo altri lo identifica, vedendovi il divieto dell'uso della facoltà procreativa; tale interpretazione fu proposta dapprima da Clemente Alessandrino secondo cui il peccato fu contro la castità (Strom., III, 14, 17; PG 8, 1193 sg. 1206) e J. Coppens oggi la rinnova. Vari cattolici oggi, con J. Feldmann, H. Junker, J. Coppens, danno un colorito allegorico ai due alberi del paradiso, o li connettono a tradizioni popolari; così i protestanti odierni (H. Th. Obbink).
Nella stessa Bibbia e nella tradizione l'a. della V.
ha ricevuto significati simbolici. Nel libro dei Proverbi la scienza è paragonata all'a. della V. (3, 18), e così pure le azioni del giusto (11, 30), il compimento d'un desiderio di vita (13, 12), la lingua apporatrice di pace (15, 4). Nell'Apocalisse l'«a. della v.» è collocato nel paradiso celeste: i suoi frutti saranno concessi dallo Spirito al vittorioso (2, 7); in mezzo alla celeste Grusalemme «e tra i due rami del fiume l'a. della V. dava frutti 12 volte l'anno [perenni]» (traduz. preferibile: 22, 2, 14; Ez. 47, 7, 12).
Gli apocalittici giudei lo trapiantano nel cielo (Apoc. Mosè 28) o nel mondo futuro (Enoch slavo 8, 3-5; 22, 8-10) o nel regno messianico ove i santi ne mangeranno i frutti (Enoch etiop. 25, 4-7; 22, 3-6; Testam. Levi 18, 12 sg.; IV Esd. 8, 52); riferendosi all'albero messianico di Is. 11, 1 descrivono la futura «pianta di giustizia» (Enoch etiop. 10, 16; 62, 8; 84, 6; 93, 2-5). Negli scritti rabbinici, l'a. della V. rappresenta l'immortalità beata (Midrâs del Cant. C. 6, 9). I rabbini hanno favoleggiato di misure enormi di tale pianta (Talmûd Jerus., Berachoth I, 1).
I Padri vedono spesso nell'«a. della v.» una figura della Croce sulla quale il nuovo Adamo ci restituisce la vita perduta dal vecchio Adamo, oppure un simbolo dell'Eucaristia. In Ad Diognetum XII (finale d'autore posteriore) i due alberi figurano il vero cristiano (cf. Dante, Purg., XXXII, 37-60).
Presso molti popoli si trovano tradizioni riguardanti alberi vivificanti o alberi «sacri». P. Dhorme, J. Feldmann, A. Ungnad, con altri, vedono accenni ai due alberi del paradiso nei documenti assiro-babilonesi. I paralleli babilonesi sono, per lo più, GIROLAMO (v.). Uno dei temi prevalenti nei sigilli assiro-babilonesi è l'albero sacro con ai lati due personaggi, animali o mostri, opposti simmetricamente.
Nell'arte giudaica: Z. Ameisenova, The Tree of Life in Jewish Iconography, in Journal of Warburg Instit., 1939, pp. 326-45; H. G. May, The sacred Tree on Palestine Painted Pottery, in Journal of Amer. Oriental Soc., 59 (1939), pp. 251-59.
Per le tradizioni dei popoli orientali: A. Deimel, Genesis 2-3 cum monumentis assyriis comparata, in Verbum Domini, 4 (1924), pp. 281-87, 312-15; A. Ungnad, Die Paradiesblume, in Zeitschr. d. deutsch. morgenl. Ges., 79 (1929), p. 111 ssg.; I. Plessis, Babylone et la Bible, in DBs, I, col. 757 sg.; Z. Mayani, L'arbre sacré et le rite de l'alliance chez les anciens Sémites, Parigi 1935; N. Perrot, Les représentations de l'arbre sacré sur les monuments de la Mésopotamie et de l'Elam, Parigi 1937; H. Danthine, Le Palmier dattier et les arbres sacrés dans l'iconographie de l'Asie ancienne, Parigi 1937; S. N. Kramer, Gilgamesh and the Huluppu Tree, Chicago 1938. Antonino Romeo
ARTE. - A prescindere dagli ipotetici rapporti con simili concezioni orientali, l'a. della v., collocato secondo Gen. 29 nel mezzo del Paradiso, venne nell'esegesi patristica fin dai primi tempi confrontato, se non identificato, con la croce di Cristo. L'onnipresenza di tale simbolismo fece sì che la tendenza recente di riconoscere l'a. della V. in certi segni scoperti su fonti battesimali e lastre sepolcrali dell'alto medioevo, nonché nella stilizzazione araldica degli scettri, rimase alquanto problematica. Non c'è dubbio invece che quelle forme del crocifisso che palesano ancora alcunché della loro origine arborea, risalgano all'idea del lignum vitae
(v. CROCE, ALBERO della). Se le croci sulle ampolle orientali di Bobbio (sec. VII) ricordano la corteccia d'una palma, nei tipi occidentali si trova figurata la croce con rudimenti di rami (Asthrenz) oppure la «cru-dele» croce forcata, prescelta dalla mistica tedesca del sec. XIV, o la croce ancorata o anche l'a. della croce (Baumkreuz).