CARROCCIO

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CARROCCIO. - Carro speciale da guerra, usato nel medioevo, il cui primo scopo era di portare il vessillo della città. Alcune città gli davano un nome proprio (Regelium, Gaiardus, Blancardus, Berta, Bertazzola). Era un carro a quattro ruote, più maestoso dei carri da guerra comuni, trainato da più paia di buoi, dipinto in rosso o ricoperto di drappi rosso-vermigli, come pure i buoi che lo conducevano. Vi si ergevano sopra una (Milano) o due (Firenze) grandi antenne con il vessillo della città e una gran croce che dominava le schiere.
Da esso, con uila campana, si dava il segnale d'attacco, e un corpo di trombettieri animava il combattimento. Prima della battaglia vi si celebrava la S. Messa e spesso era il rifugio dei feriti : a Milano vi era addetto un cappellano "qui... semper Missam celebret et vulneratis det poenitentiam ». Alla sua difesa erano posti combattenti scelti. Perderlo in battaglia era grave ignominia, e glorioso trionfo il catturare quello della città avversaria. Federico II, che nel 1237 catturò quello di Milano, lo mandò a Roma, per esser collocato in Campidoglio, a memoria del suo trionfo. In tempo di pace era conservato in un tempio (quello di

Firenze nel «bel S. Giovanni», e serviva anche nelle grandi manifestazioni della vita civile, come nell'incontro re e imperatori; alla pace di Paquara, presso Verona, promossa da fra' Giovanni da Vicenza dei Predicatori (28 ag. 1233), i comuni che vi parteciparono vennero con il loro c. La sua origine è incerta; il tempo del maggior suo uso furono i secc. XI-XIII; nel sec. XIV l'uso dispare. La sua diffusione si estese a quasi tutte le città dell'Italia settentrionale e della Toscana, e anche all'estero (Germania, Belgio, Ungheria, ecc.). Oggi ancora ne resta il ricordo folkloristico nelle manifestazioni del «palio» di Siena.

BIBL.: L. A. Muratori, *Antiq. Ital. m. aevi*, diss. 26, II, Milano 1739, coll. 489-93; C. Du Cange, *Glossarium med. et inf. latinitatis*, 2a ed., Niort 1883, p. 189; C. Manaresi, s.V. ENOCH. Ital., IX (1931), pp. 171-72 e bibl. ivi citata. Alberto Ghinato