CLEMENTE VII, PAPA. - Giulio de' Medici, n. a Firenze il 26 maggio 1478, un mese dopo quella congiura de'Pezzi, della quale era stato vittima il padre suo Giuliano; questi l'aveva avuto da una Fioretta, che più tardi, pontificando Leone X, si volle far passare per sua consorte segreta. Lo zio, il magnifico Lorenzo, fece educare con i figliuoli suoi il fanciullo, che stette particolarmente vicino a Giovanni, poi cardinale, e lo seguì nell'esilio da Firenze (1494). Ritornò qui dopo la restaurazione de' Medici (1512), ma, eccettuato il priorato di Capua nell'Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni, non aveva ancora ufficio di qualche rilievo. Da Giovanni, divenuto papa Leone X, ebbe l'arcivescovato di Firenze ( 9 maggio 1513), al quale seguirono la dignità cardinalizia ( 23 sett. 1513), l'ufficio di vicecancelliere ( 9 marzo 1517) e un gran numero di vescovati e benefici, in Italia e fuori, fra i quali per tempo più lungo gli arcivescovati di Narbona (15131523) e di Eger (1520-23). Poté così raccogliere grandi ricchezze, sebbene fosse di una parsimonia, che trasmodava quasi in avarizia.
La sua attività religiosa non fu in questi anni trascurabile: come arcivescovo di Firenze, convocò un sinodo (1517-18) per mettere in esecuzione i decreti del V Concilio Lateranense; fu anima del processo romano contro Lutero, che terminò con la bolla Exsurge, quantunque né egli, né il Pontefice paressero rendersi pieno conto della gravità della minaccia contro la fede cattolica. Notevole anche l'opera benefica da lui spiegata, fondando (1519) in Roma la Compagnia della Carità per soccorrere i poveri, visitare i prigionieri, seppellire i morti.
Già da allora, come uomo di buona cultura e di fine gusto, appariva amico e protettore degli studi e dell'arte. Ebbe infatti a segretario l'Aleandro e fra i maggiori amici il Bembo; al Machiavelli ottenne incarichi, sia pure modestamente retribuiti; commise a Raffaella la Trasfigurazione e il disegno della "Vigna di monte Mario", detta poi villa Madama; a Sebastiano del Piombo la Resurrezione di Lazzaro; ebbe parte attiva nelle pratiche fra Leone X e Michelangelo per l'erezione della facciata e della sagrestia nuova di S. Lorenzo.
Ma fu molto maggiore, fin dal cardinalato, in Giulio, l'operosità politica. Assai autorevole presso Leone X fin dai primi anni del governo di lui, legato di Bologna, della Romagna e presso l'esercito papale contro i Francesi (1514-15), sebbene desse già prova della sua irresolutezza, crebbe tanto nel favore di Leone da esserne il più ascoltato consigliere, abilissimo nel secondarne o nel dirigerne la politica duplice e mutevole. Ebbe parte non limpida nel mettere in scena la congiura dei cardinali contro Leone X e nel render possibile la grande creazione cardinalizia del1^{°}luglio 1517 , che fu soprattutto determinata da ragioni finanziarie e politiche. Alla morte di Lorenzo di Piero de' Medici, fu creato dal papa legatus ad temporalia (2 maggio 1519) per tutta la Toscana ed ebbe nelle mani il governo di Firenze, nel quale spiegò doti di reggitore sa-

Clemente VII, papa - Ritratto di Sebastiano del Piombo (1526) - Napoli, pinacoteca.
gace. Ebbe parte principalissima nella conclusione dell'alleanza fra Leone X e Carlo V, e fu legato nell'esercito ispano-pontificio di Lombardia ( 30 sett. 1521).
Nel Conclave che seguì alla morte di Leone X, fu capo della fazione imperiale : non potendo ottenere allora la tiara, né farvi giungere una creatura sua, propose, forse per manovra elettorale, il nome di Adriano d'Utrecht. Presso il nuovo papa Adriano VI, troppo diverso dall'indirizzo politico e mondano del papato mediceo, parve dapprima che avesse perduto ogni autorità, e si ritrasse a Firenze. Scoperti, per opera sua, gli intrighi del card. Soderini in favore della Francia, fu richiamato a Roma, divenne nuovamente potentissimo in Curia, contribuì all'alleanza difensiva del Papa e dell'Imperatore contro la Francia, nella quale entrò egli stesso in nome dei Fiorentini. Morto Adriano VI, Giulio procurò attivamente la propria elezione; ebbe ancora l'appoggio degli imperiali, ma con abili promesse riusci a guadagnare gli avversari e, dopo cinquanta giorni di Conclave, fu eletto papa con voto unanime ( 19 nov. 1523) e prese il nome di C. VII. L'elezione di lui, che era lodato per decoro di persona, per onesto costume, per sobrietà, per attività infaticabile, per grande esperienza di cose ecclesiastiche e politiche, fu salutata con gioia.
Ma erano assai difficili le condizioni dei tempi. L'aspra lotta fra Carlo V e Francesco I aveva come principale posta l'Italia. C. aveva cuore d'italiano per la patria, esposta a perdere l'ultimo resto della sua libertà, e sentiva come la difesa dell'Italia da un completo asserntmento ad uno straniero, fosse insieme difesa dell'indipendenza del pontificato; ma a fatica poteva distinguere quale fosse dovere di papa e quale ufficio di principe. Non poteva ri-
manere stretto con Carlo V, senza pericolo di assoggettare a lui, con lo Stato papale e Firenze, il papato; non gli si poteva schierare contro, senza esporsi a una guerra costosissima e sanguinosa e di esito dubbio, né tenersi neutrale col rischio di essere abbandonato da ambedue i contendenti e fare le spese della loro discordia. D'altra parte, la rivolta contro la Chiesa guadagnava terreno in Germania e minacciava di traboccare oltre i confini di questa: per arrestarla non vi potevano essere che due vie, o procedere risolutamente a una riforma della Chiesa, o ricorrere alla forza. Ma una riforma della Chiesa pareva difficile fra tanto fragore di armi e presentava il pericolo di aprire la via a limitazioni dell'autorità pontificale e ad invadenza di principi, e massime dell'imperatore; il ricorso alla forza non era possibile senza appoggiarsi a questo e accrescere l'autorità già soverchia. E il Pontefice, mentre si sforzava di liberare se stesso, la Chiesa e l'Italia dalla pressione di Carlo V e si appoggiava alla Francia, interessata a mantenere divisa la Germania, si faceva indirettamente alleato di quell'evolversi, che nel campo spirituale doveva e voleva combattere. Dall'Oriente incombeva la minaccia degli Osmani; ma non era sperabile che riuscisse ora il tentativo, già vano sotto Pio II, di raccogliere in uno sforzo supremo di difesa la cristianità; e un aiuto a chi era più esposto alla minaccia era aiuto alla tenuta casa d'Asburgo. A questo difficoltà, che a stento potevano essere superate da un uomo di ben altra tempra, si aggiungeva la natura impressionabile e incerta del Papa, facile a speranze illusorie ed a timori deprimenti, lentissimo nel decidere, pronto a dissolvere, per nuovi pensieri, quello che aveva voluto. E anche si univa il non saper egli dimenticare gli interessi puramente politici dello Stato temporale o della sua casa, né posporli ad altri interessi più larghi e più degni di un papa. Così i tempi, in cui C. pontificò, e le qualità di lui contribuirono a rendere il suo pontificato uno dei più infelici. Dapprima, C. si volle tenere neutrale fra i due grandi rivali nell'illusione di poter ristabilire la pace e promuovere un'azione 'concorde contro i luterani ed i Turchi. Dopo l'entrata di Francesco I in Milano, sperò di ottenere dall'apparente vincitore vantaggi per la Chiesa e per i Medici e si unì con lui e i Veneziani (dic. 1524-genn. 1525).
«Rimase morto» dopo la sconfitta del re di Francia a Pavia; e, impaurito del trionfo di Carlo V, dei progressi dei luterani, dell'avanzare dei Turchi, si alleò con gli imperiali; ma non ottenne da Carlo V quanto sperava. La disillusione, il timore per l'onnipotenza di Carlo, i consigli del Giberti, suo datario, lo trassero a partecipare, anzi in molta parte a promuovere, quel tentativo di riscossa dell'Italia contro i «barbari», che si esplicò, prima nell'infelice congiura del Morone, poi nella lega di Cognac, la seconda lega Santa (22 maggio 1526). Ma la discordia e la lentezza dei collegati, Francesi e Veneziani, le violenze dei Colonna di parte imperiale, che giunsero fino a saccheggiare il Vaticano e S. Pietro (20 sett. 1526), lo scontento del popolo per le gravezze, che il Papa, sprovveduto di danaro, era costretto ad imporre per la guerra, costrinse a sforzare C. a un armistizio con gli imperiali, quando già avanzavano le milizie spagnole e italiane del Borbone e i langericanechechi del Frunsberg. Né tuttavia poté arrestare l'ondata spaventosa, che si abbatté sopra Roma (6 maggio 1527). Carlo V era per lo meno connivente; inerte la Francia; gli alleati stessi del Papa occupavano le città dell'Stato papale; Firenze, abbattuto il dominio dei Medici, ristabiliva la Repubblica. Salvatori a stento in Castel S. Angelo, il Papa vi restò «sepolto vivo» più mesi, mentre le soldatesche saccheggiavano orribilmente la città, senza che gli sforzi di lui riuscissero a liberarla. Compostosi infine con gli imperiali a condizioni gravose (26 nov. 1527), riparò prima a Orvieto, poi a Viterbo, fra strettezzate pericoli; e non rientrò in Roma che il 6 ott. 1528.
Di nuovo tentò di stare neutrale, pure insistendo perché fossero restituite le città occupate e rimessi i Medici in Firenze. Alla fine, piegando già la fortuna decisamente in favore di Carlo V, concluse con lui la pace di Barcellona (29 giugno 1529), nella quale otteneva da Carlo, impensierito per la minaccia dei Turchi su Vienna, condizioni migliori per il papato e la famiglia propria, di quel che si potesse sperare. Seguirono la pace di Cambrai (5
ag. 1529), in cui Francesco I abbandonava a Carlo V il Papa e l'Italia, le trattative di Bologna, condotte personalmente dal Papa e dall'Imperatore, la lega fra loro e la maggior parte degli Stati italiani, compreso il ducato di Milano, che C., con insolita tenacia, era riuscito a conservare a Francesco Sforza (23 dic. 1529); Carlo V fu a Bologna coronato imperatore il 24 febbr. 1530. Intanto le milizie imperiali si volgevano contro Firenze. Il Papa sperava ancora forse in una sottomissione pacifica della città, ma la rivoleva a ogni costo per i Medici, anche perché questo era l'unico mezzo per impedire che cadesse in mano dell'imperatore. I Fiorentini non cedettero (12 ag. 1530), se non dopo una disperata difesa, che fu causa a C. di enorme dispendio: la città ritornò ai Medici, e ne fu nominalmente signore dal 1531 Alessandro, che dicevano, probabilmente a torto, figliuolo naturale del Papa; questi ne rimase di fatto padrone.
Raggiunto il suo scopo, C. piegò di nuovo verso la Francia, e strinse accordi per il matrimonio di Caterina, figliuola di Lorenzo di Piero de' Medici, con Enrico, secondogenito del re (1531). Poi tornò a disegni di pace; ebbe, a Bologna, con l'imperatore un secondo convegno, dal quale uscirono un patto segreto fra i due e una seconda lega italiana (febbr. 1532). Ma, l'anno dopo, accolse l'invito del re di Francia per un convegno a Marsiglia (ott. 1533), dove benedisse le nozze di Caterina col futuro Enrico II, ed entrò in accordi segreti col re, senza tuttavia lasciare il proposito di conciliazione. E nel suo contegno, perpetuamente, ma forse necessariamente, oscillante durò fino alla morte.
Fra così intricata e dolorosa vicenda, non poteva essere cospicua l'opera sua di reggiotto temporale, quantunque non mancassero buoni provvedimenti per migliorare le condizioni di Roma e rialzarle dopo il sacco miserando, e per fortificare le città dello Stato papale, una delle quali, Ancona, fu allora assoggettata al dominio diretto della Chiesa (1532).
Anche meno adeguata alle necessità dei tempi fu l'attività di lui nel campo religioso. Egli non fu per vero dimentico dei doveri suoi di pontefice. Nel promuovere il giubileo del 1525, esentò chi vi partecipasse dall'obbligo dell'elemosina; emanò una bolla contro il duello (13 febbr. 1524); prescrisse l'osservanza delle riforme decretate dal Concilio Lateranense (21 nov. 1524); vietò che i figliuoli naturali di ecclesiastici succedessero nei benefici dei genitori (30 maggio 1530). Non consentì, se non con molte riserve, all'istituzione in Portogallo di una Inquisizione sul tipo della spagnola e difese contro il re i giudei convertiti; anche per i non convertiti fu clemente. Resistette quanto poté all'invadenza statale in materia religiosa, sebbene le circostanze lo costringessero a frequenti, pericolose concessioni. Approvò la fondazione dei Teatini (24 giugno 1524) e, nonostante le fiere opposizioni, li accolse sotto la diretta dipendenza della S. Sede (7 marzo 1533). Proteste nei suoi difficili inizi quel ramo così fruttuoso dell'Ordine francescano, che fu detto dei Cappuccini, concedendo a questi la nuova veste, la barba e la vita in povertà (13 luglio 1528), quantunque non sempre si dimostrasse fermo e coerente di fronte all'opposizione dei Conventuali. Approvò anche (18 febbr. 1533) la congregazione dei Figli di S. Paolo, detti poi Barnabiti. Favorì le missioni nelle colonie spagnole e portoghesi e costituì in esse una gerarchia.
Per una più energica opera di riforma furono fatti molti disegni e proposte; ma C. non osò o non poté mettervi mano. E gli abusi perduranti nella Curia e le creazioni di cardinali, fatte, come s'è detto, nel maggior numero dei casi per motivi politici o per denaro, diminuivano sempre più il prestigio del papato. Di fronte al pericolo degli Osmani C. spiegò notevole zelo; cercò di ottenere un energico intervento delle potenze cristiane per salvare l'Ungheria dopo la battaglia di Mohács (1526), accordò de-
[fol. Alinori]
Clementi vil, papi - Ritratto di C. VII (dopo il 1527), dipinto non finito di Sebastiano del Piombo - Parma, Pinacoteca.
cime e indulgenze per la difesa di Vienna; diede e, in assai più larga misura, promise danaro. Ottenne da Carlo V che ai Cavalieri di Rodi fosse ceduta Malta, baluardo cristiano nel Mediterraneo (1520); diede navi ad Andrea Doria per le sue imprese nel Mar Ionio. Ma i vasti progetti superavano le possibilità del Pontefice, mancante di forze e di danaro, e rimanevano subordinati all'irraggiungibile accordo fra le potenze cristiane e alle relazioni mutevoli del Papa con Carlo e Ferdinando d'Absburgo.
Da queste relazioni dipese anche in parte il contegno di C. innanzi alle gravi questioni dell'eresia luterana e della convocazione del concilio. E giusto però riconoscere che, se egli si lasciò spesso guidare da motivi politici e diede prova della sua abituale irresolutezza, dimostrò anche notevoli doti di prudenza, per non rendere irreparabile la divisione religiosa, finché vi era qualche, sia pure illusoria, speranza di poterla evitare.
L'invio del card. Campeggio ( 8 genn. 1524), come legato in Germania, pareva preludere all'attuazione di riforme, delle quali il cardinale era sostenitore convinto; dopo le deliberazioni della Dieta di Norimberga (1524), il Papa, mentre si opponeva alla convocazione di un concilio nazionale tedesco, minaccioso all'unità della Chiesa, mostrò di aderire al disegno di Carlo V, di un concilio ecumenico e promise di accogliere almeno in parte i grammaina della nazione tedesca. Ma, proprio quando la Dieta di Spira (1526) si dimostrava tollerante ai novatori e lasciava ad ogni Stato la pericolosa facoltà di determinare il proprio atteggiamento religioso, C. era impegnato nella lotta con Carlo V, sicché rimaneva indisturbato il formarsi in Germania delle Chiese di Stato luterane. Quando i novatori, mal soddisfatti delle decisioni, pure in tanta parte loro favorevoli, della nuova Dieta di Spira (1529), formularono la famosa protesta, C., a Bologna, promise all'imperatore la convocazione del concilio, disposto anche a concessioni assai larghe ai protestanti, nell'intento di evitare che l'imperatore stesso si erigesse a giudice. Illudendosi però, anche per l'apparente moderazione della Confessione di Augusta, sulle disposizioni reali dei novatori, esigeva che questi accettassero il concilio e lo accettasse il re di
Francia, che poteva fare contrappeso alle ingerenze imperiali. La convocazione del concilio fu annunziata come prossima in un'enciclica del 10 dic. 1531, mentre l'Aleandro, nunzio in Germania, doveva tentare con prudenza un accordo con i protestanti. E anche quando, di fronte alla conclusione della Lega smalcaldica e alla crescente minaccia dei Turchi, l'imperatore conchiuse con i protestanti la pace religiosa di Norimberga (1532), che tollerava la confessione augustana fino alla riunione del concilio, C. non sollevò proteste, lasciando l'impressione di avere approvato l'accordo. Nel secondo convegno di Bologna, egli rinnovò l'impegno di indire il concilio, e inviò infatti nel genn. del 1533 brevi ai principí cristiani per ottenerne l'adesione; ma inutilmente Ugo Bangoni, suo nunzio in Germania, tentò di ottenere la sottomissione dei protestanti alle decisioni del concilio futuro; il re di Francia poi si chiarí avverso alla convocazione; e C., che non ne sperava alcun utile risultato, s'indusse a differirla (marzo 1534), sollevando, non solo nella corte imperiale, ma fra i cattolici più ardenti della Germania, fiere e non tutte giustificate proteste.
Di fronte all'apostasia dal cattolicesimo di Alberto di Brandeburgo, gran maestro dei Cavalieri teutonici (1525), e ai provvedimenti che condussero al progressivo distacco della Danimarca e della Svezia da Roma, C. dimostrò la solita tendenza conciliativa, illudendosi che la rottura si potesse evitare o riparare facilmente. Nella Svizzera non seppe né provvedere tempestivamente a riforme, né aiutare validamente i cattolici, e sperò vanamente che gli eretici tornassero all'unità della fede.
Quando Enrico VIII, re d'Inghilterra, per contrarre nuove nozze con Anna Boleyn, mise innanzi scrupoli di coscienza sulla validità della dispensa di Giulio II per il suo matrimonio con Caterina d'Aragona e chiese insieme l'annullamento di questo e la dispensa dall'affinità con Anna per le relazioni precedenti con la sorella di lei, C., chiuso allora in Castel S. Angelo, non volle dare un immediato e aperto rifiuto. In quel momento terribile il re era quasi il solo amico rimastogli; ed era, d'altronde, troppo da temere che quest'antico defensor fidei si volgesse ora a valorizzare gli elementi anticatolici esistenti nell'Inghilterra e trascinasse questa, sull'esempio della Germania e dei paesi del nord, fuori dall'obbedienza romana. C. cercò quindi di temporeggiare, e da Orvieto ( 17 dic. 1527) concesse dispensa per il matrimonio con la Boleyn, nel caso che quello con Caterina fosse dichiarato nullo. Ma rifiutò recisamente di rimettere la decisione nelle mani del card. Wolsey, favorevole all'annullamento; delegò al legato Campeggio e al Wolsey stesso il giudizio sulla questione, senza impegnarsi però a confermarne la sentenza; e mentre, cedendo alle sollecitazioni del Wolsey, concedeva una decretale, che faceva sperare, o forse promettava, l'annullamento, pose come condizione che fosse solo mostrata al re per rafforzare la vacillante posizione del cardinale, ma non ne fosse fatto altro uso, né sulla base di essa fosse fondato il giudizio, e non si volle spingere a concessioni ulteriori e definitive. Certo, a questo suo contegno insolitamente risoluto non fu estraneo il timore di offendere troppo gravemente Carlo V, che aveva fatto sua la causa della zia Caterina; ma è pur vero che egli, anche quando era in contrasto con Carlo, non s'indusse a sacrificare la santità del matrimonio, neppure innanzi al pericolo dello scisma e al vantaggio, che agli interessi, anche religiosi, del pontificato poteva venire da una più stretta unione col re. Poi, quando per la pace di Barcellona fu sicuro dell'appoggio di Carlo V, C. accolse l'appello di Caterina e avocò alla Roca di Roma la causa, che in Inghilterra si sarebbe conchiusa a suo danno ( 16 luglio 1529). Oscillò ancora, lasciò che si traesse in lungo il processo; ma proibì al re di contrarre nuovo matrimonio, finché la causa non fosse giudicata ( 1531 e 1532). Né i pareri delle università francesi, abilmente sollecitate dal Cranmer, né la minaccia di interdizione delle «sonate» e di provvedimenti severi contro chi rimanesse fedele a Roma, valsero a snuuoverlo. Il re sposò in segreto la Boleyn (25 genn. 1533), fece dal Cranmer, intruso come arcivescovo nella sede di Canterbury, dichiarare invalido il suo matrimonio con Caterina e volle che Anna fosse coronata.
Il Papa proclamò nullo il nuovo matrimonio e scomunicò Enrico, se non si separasse da Anna e riprendesse Caterina (II luglio 1533). E ai decreti del Parlamento inglese, che distaccavano da Roma la Chiesa d'Inghilterra, sottoponendola al re (genn. 1534), rispose con la definitiva sentenza, che dichiarava la validità del primo matrimonio ( 24 marzo 1534). E può ben essere che la prudente lentezza di C. desse ad Enrico VIII speranza di una decisione favorevole alla sua passione per la Boleyn e l'incoraggiasse quindi a persistere; ma è anche da dubitare assai se un contegno più risoluto del Papa avrebbe potuto impedire la crisi, o non anzi l'avrebbe accelerata, e se non sia quindi da attribuire a C. la lode di avere fatto quanto era in lui per evitare cosi grave danno alla Chiesa.
Le condizioni dei tempi e l'orrendo saccheggio, che pose fine alla splendida Roma del Rinascimento, impedirono a C. di rispondere alle speranze, che letterati ed artisti avevano riposte in un papa mediceo. Tuttavia egli diede favore a uomini di lettere, come al Sadoleto che fu nei primi anni suo segretaria, al Sannazzaro che gli dedicò il De partu Virginis, al Giovio, al Berni, ad altri molti, che, per altro rispetto, non erano tutti degni del favore di un Papa. Nel Guicciardini, a cui diede nel 1524 la presidenza di Romagna e più tardi altri uffici, premib certo piuttosto l'uomo politico devoto ai Medici che lo storico insigne; al Machiavelli, che gli aveva presentato la sue Storie fiorentine, diede non lauto sussidio; con Erasmo ebbe relazioni amichevoli.
Nel campo dell'arte fece decorare la sala di Costantino da scolari di Raffaello, in parte su disegni del maestro; continuò la fabbrica di S. Pietro affidata al Peruzzi; compi il cortile di S. Damaso e le tre vie da Campomarzio a piazza del Popolo. Innalzò a Roma la Zecca, per la quale lavorava il Cellini, mentre Giovanni Bernardi incideva le sue medaglie bellissime. A Orvieto fece costruire da Antonio da Sangallo il Pozzo di S. Patrizio e a Loreto continuare da Andrea Sansovino e da altri scultori insigni la decorazione della S. Casa. Soprattutto, ebbe il merito di commettere a Michelangelo la "Sagrestia nuova» di S. Lorenzo con i monumenti famosi, l'erezione della biblioteca Laurenziana e, negli ultimi mesi del pontificato, il Giudizio universale della Sistina.
Frequentemente infermo durante il suo pontificato, mori dopo sei mesi di malattia "cristianamente et quietamente" il 25 sett. 1534, e fu sepolto in un pesante monumento, opera di Baccio Bandinelli, nel coro di S. Maria sopra Minerva. - Vedi Tav. CXV.
Giovanni Battista Picotti
