CAPPONI, Gino. - Scrittore e uomo politico, n. a Firenze il 13 sett. 1792, m. ivi il 3 febbr. 1876. Educato nell'ambiente provinciale della Toscana granducale, amplía i propri orizzonti spirituali nei viaggi
europsi : fondamentali per il suo studio delle istituzioni educative i viaggi in Belgio, Olanda, Germania e Svizzera. La sua vita di uomo politico si restringe alla presidenza del Consiglio dei ministri toscano nell'ag.-ott. 1848 (sul quale ha lasciato una gustosa memoria dal titolo Settanta giorni di ministero).
Notevole tempra di storico, ha scritto acute pagine Sulla dominazione dei Langobardi in Italia (1844-59) entrando nella nota polemica romantica, anche se oscillante sul concetto di razza. Notevoli anche la Storia di Pietro Leopoldo e l'Introduzione all'istoria civile de' papi ovvero Saggio sull'istoria del cristianesimo ne' primi due secoli (postumi), nonché la Storia della Repubblica di Firenze (1875) i cui limiti vanno sottolineati in un accademismo formale e in un empirismo storico.
La sua visione della miseria e della dignità dell'uomo, il suo concetto di religione, la sua stessa opposizione alla potenza politica del papato non escono dal cattolicesimo, anche se ad un certo momento della sua vita avesse vagheggiato una riforma religiosa incentrata nella Redenzione intesa più come fatto naturalistico che soprannaturale e nella negazione della efficacia dei Sacramenti ex opere aperate; nel 1846 aveva pure sostenuto l'essenza solo negativa delle formulazioni dogmatiche; d'altra parte fu sempre convinto assertore della trascendenza (pungenti righe scrisse contro il panteismo dei sansimoniani).
Un posto ragguardevole occupa il C. nella storia della pedagogia italiana, per la sua opposizione all'esprit géométrique del razionalismo illuministico, come pure all'automatismo pedagogico e alla dissoluzione della società religiosa di Gian Giacomo Rousseau. Il C. è tra i più coscienti teorici romantici quando afferma: «mi sembra, quanta poca fiducia io riponga in quella sorta di educazione, che imparata ne' libri, si regge sull'arte; come incredulo io mi sia alle promesse degli educatori, e all'empirismo dei metodi. Questi con la troppa regolarità costringono le vive forze della natura, con la mollezza le intorpidiscono; e gli uomini dissociati dal predominio dell'interesse rinchiudendo nella solitudine di una superbia infeconda, preparano un popolo più che mai fiacco, disamorato, meccanico» (G. C., Sull'educazione e scritti minori, a cura di E. Codignola, Firenze 1921, p. 87).
Pur con le sue oscillazioni di pensatore il C. è tra le figure più suggestive e quadrate del riformismo politico e del cattolicesimo liberale dell'Ottocento.
Massimo Petrocchi