PIO XI, PAPA

PIO XI, PAPA. - Ambrogio Damiano Achille Ratti, n. a Desio il 31 maggio 1857 da Francesco e Teresa Galli, ambedue di modesta condizione, m. nella Città del Vaticano il 10 febbr. 1939, mentre stava per compire il 17° anno di pontificato.

I. VITA E ATTIVITÀ FINO AL 1918

Due sacerdoti, d. Giuseppe Volonteri a Desio e d. Damiano Ratti a Asso, lo iniziarono agli studi, che proseguì poi, distinguendosi per profondità d'ingegno e assiduità al lavoro, nei Seminari diocesani di Milano e nel Seminario Lombardo di Roma dove fu ordinato sacerdote il 20 dic. 1879. Si laureò nel 1882 in teologia (13 marzo) presso la Pont. Facoltà della Sapienza, in diritto canonico (9 giugno) presso l'Univ. Gregoriana e in filosofia (23 giugno) presso la Pont. Accad. di S. Tommaso. Di ritorno a Milano fu per 5 anni professore di sacra eloquenza e incaricato di un corso speciale di teologia nel Seminario Maggiore. L'8 nov. 1888 ottenne di essere annoverato fra i dottori della Biblioteca Ambrosiana, il cui prefetto, il grande orientalista A. M. Ceriani (v.), lo prese subito a benvolere per le sue doti non comuni di studioso e di indefesso lavoratore. Oltre vari viaggi scientifici per visitare archivi e biblioteche italiane ed estere, il Ratti riordinò la biblioteca della certosa di Pavia (1898) e nel biennio 1905-1907 la Biblioteca e la Pinacoteca Ambrosiana e il Museo Settala; nel 1895 prese parte attiva alla conferenza di S. Gallo per il restauro dei codici, indetta dal p. F. Ehrle; divenuto espertissimo in quest'arte, ebbe l'incarico dal Capitolo del duomo di Milano di recuperare e restaurare i codici e le pergamene danneggiati nell'incendio dell'Esposizione internazionale di Milano (1906). A lavoro compiuto (15 luglio 1914) fu in grado di riconsegnare all'Archivio capitolare 1634 fogli racchiusi in 43 cassettine. Alla morte del Ceriani, fu eletto prefetto dell'Ambrosiana (8 marzo 1907) e il 28 apr. dell'anno seguente membro effettivo della R. Deput. di storia patria per le antiche provincie e la Lombardia; già dal 1895 era membro dei R. Istit. lombardo e veneto di scienze e lettere e della Soc. storica lombarda. Durante la sua prefettura, la Bibl. Ambrosiana si arricchì di nuovi fondi e preziosi cimeli tra i quali 1610 manoscritti arabi

provenienti dallo Yemen (1909), il fondo dei manoscritti del Bellotti (1910) e la biblioteca di Villa Pernice con manoscritti e stampati di C. Beccaria (1909-12). Il Ratti fu a contatto con le più alte personalità scientifiche dell'epoca e con alcuni santi italiani, come s. Giovanni Bosco (1883), s. Francesca Saverio Cabrini (1898), il b. Contardo Ferrini, di cui fu intimo amico, e il b. Pio X. Fu proprio questo suo predecessore sulla Cattedra di Pietro che lo scelse, per suggerimento del p. F. Ehrle, quale vice prefetto della Biblioteca Vaticana (8 nov. 1911), di cui divenne prefetto in seguito alle dimissioni del p. Ehrle (1° sett. 1914). Il 26 dello stesso mese rinunciava alla prefettura della sua cara Ambrosiana, dove veniva sostituito da mons. Luigi Gramatica. Il Ratti resse la Biblioteca Vaticana in un momento particolarmente difficile a causa del primo conflitto mondiale; ciò nonostante provvede alla fusione dei vari cataloghi degli stampati, curò la continuazione della collezione Studi e Testi e dei cataloghi dei manoscritti, fu promotore dell'ed. fototipica della Geografia di Tolomeo (cod. Urb. gr. 82) e diede incremento al gabinetto del restauro. Rappresentò la Biblioteca Vaticana a Oxford per il VII centenario della nascita di Ruggero Bacone (giugno 1914); lo stesso anno fu fatto canonico vaticano (14 sett.) e protonotario apostolico soprannumerario (28 ott.); il 14 genn. 1915 fu eletto socio ordinario della P. Accademia romana di archeologia.

II. L'UOMO, IL SACERDOTE E LO STUDIOSO

Temperamento riflessivo e volitivo, il Ratti era dotato d'una intelligenza perspicace e d'una felicissima memoria, ma nel parlare si esprimeva con lentezza adoperando frequentemente una caratteristica progressione sinonimica di aggettivi e di avverbi per riuscire maggiormente esatto e persuasivo, ciò che si riscontra pure nei suoi scritti. Tenacissimo nel lavoro, dimostrò sempre piena padronanza di sé nei pericoli e nelle difficoltà. Notissimi il suo tratto cortese e la sua fedeltà all'amicizia e agli impegni. Amò la montagna e fu vero alpinista, cui si devono ardite conquiste, come la punta Dufour del Monte Rosa dal versante di Macugnaga (30-31 luglio 1889) e la discesa del Monte Bianco per il ghiacciato del Dôme (31 luglio 1890); ambedue gli itinerari sono ora chiamati vie « Ratti-Grasselli ». Il sac. L. Grasselli e le guide valdostane G. Gadin e A. Proment furono i compagni preferiti delle sue ascensioni.

Come sacerdote amò intensamente la Chiesa, sentì profondamente la sua dignità di ministro di Dio e il suo dovere di essere innanzitutto un apostolo: fu cappellano della colonia tedesca e della casa delle Dame di Nostra Signora del Cenacolo di Milano, dal 1882 al 1914, ove prodigò se stesso nell'Associazione delle maestre cattoliche, nell'assistenza dei piccoli spazzacamini e in molteplici corsi di predicazione e di catechismi; la sua azione sacerdotale mite ed avveduta portò pace e tranquillità in più di una famiglia milanese e spesso uomini notoriamente avversi alla religione ricorsero a lui per consiglio. Particolarmente apprezzata la sua sacerdotale azione nel 1895 per l'organizzazione dell'insegnamento religioso nelle scuole comunali di Milano e nel 1898 in favore dei poveri padri Cappuccini, vittime innocenti della repressione governativa del moto rivoluzionario milanese. Mai ci fu in lui dissidio tra il sacerdote e lo studioso, anche nei momenti in cui più forte circolava il virus razionalistico e modernistico, turbando la fede di non pochi studiosi. Il Ratti si mantenne estraneo alle appassionate lotte politiche e dottrinarie del suo tempo e volle essere innanzitutto un bibliotecario nel senso più vero della parola, e tale riuscì al dire dei più competenti dotti che ebbero modo di avvicinarlo sia all'Ambrosiana come alla Vaticana: con generosità e squisitezza di modi profuse agli studiosi che a lui ricorrevano i tesori della sua profonda cultura umanistica e le sue esperienze di paleografo espertissimo. Il tempo libero dalle complesse mansioni di bibliotecario delle grandi raccolte bibliografiche in cui lavorò e che presiedette, lo dedicò a dotte ricerche storico-letterarie, soprattutto di storia ecclesiastica lombarda. La sua produzione scientifica comprende ca. una settantina di numeri tra edizioni critiche, monografie, discorsi, articoli e recensioni. Sua costante

cura fu di studiare con sobrietà ed scribia i documenti inediti, che ebbe la fortuna di scoprire, in funzione della storia del periodo cui appartenevano.

Della sua produzione scientifica ci si limita a ricordare: il Liber diurnus del Codice Ambrosiano che fece stampare (1889 sgg.) ma non pubblicò; gli Acta Ecclesiae Mediolanensis ab eius initialis usque ad nostram aetatem, I (inedito), II-IV (Milano 1890, '92, '97), ponderosa raccolta critica degli atti ufficiali della Chiesa milanese fino a tutto il sec. XVIII; l'ed. fototipica dell'Omero ambrosiano: Homeri Diadis pictae fragmenta Ambrosiana (ivi 1905), in collaborazione con A. M. Ceriani; il Missale Ambrosianum duplex (ivi 1913) pubblicato in collaborazione con M. Magistretti; i 25 articoli su s. Carlo pubblicati nel periodico che diresse: S. Carlo Borromeo nel terzo cent. della sua canonizzazione MDCX-MCMX (1908-10): parte del materiale raccolto dal Ratti sul grande arcivescovo milanese è ora presso i Bollandisti; gli studi sul cistercense Ermete Bonomi (1895), su Chiaravalle (1895 sgg.), su s. Agnese di Praga (1896), sul ritratto di s. Ambrogio (1897), sull'omeliario detto di Carlomagno (1900), su Bonvesin de la Riva (1901 sgg.), su Leonardo (1907), su Bonacosa di Beccalòe (1909). L'elenco completo della produzione scientifica del Ratti si trova in Malvezzi e Galbiati (v. BIBLICA); 27 scritti storico letterari del Ratti sono stati raccolti da G. Faraoni-G. Galbiati: A. Ratti (ora P. XI). Scritti storici (Firenze 1932); gli scritti di argomento alpinistico sono stati raccolti da G. Robba-F. Mauro: Scritti alpinistici del sacerdote dottore A. Ratti (ora P. papa XI), raccolti e pubblicati in occasione del cinquantenario della Sez. di Milano del C. A. I. (Milano 1923).

III. IL VISITATORE E NUNZIO APOSTOLICO IN POLONIA

Benedetto XV troncò improvvisamente l'attività scientifica del Ratti nominandolo visitatore apostolico della Polonia e Lituania che erano alla vigilia di diventare nazioni libere e indipendenti; alla Biblioteca Vaticana venne sostituito da Giovanni Mercati, ora cardinale, come pro-prefetto (maggio 1918), poi prefetto (23 ott. 1919). Il 19 maggio 1918 il Ratti lasciò Roma portando seco casse di soccorsi per i prigionieri italiani in Germania, ma prima di raggiungere Varsavia toccò Vienna e Berlino per sondare, a nome di Benedetto XV, possibilità di pace. Il 30 maggio, giorno del Corpus Domini, portava per le vie di Varsavia il Santissimo tra l'entusiasmo della folla. La sua missione era strettamente religiosa, quindi i contatti con le autorità di occupazione degli Imperi dell'Europa centrale furono assai limitati. Dopo aver presieduto la Conferenza dell'episcopato della provincia di Varsavia (19-21 giugno) pellegrinò al santuario nazionale di Jasna Góna presso Czestochowa (15 luglio), iniziando così quella lunga serie di viaggi, faticosi e spesso non esenti da pericoli, accompagnato del suo fido collaboratore mons. E. Pellegrinetti, poi cardinale, allo scopo di rendersi personalmente conto delle necessità religiose e morali di quelle popolazioni in preda alla miseria e a rivalità politico-religiose; con una diuturna e profonda analisi psicologica dell'animo polacco, egli cercò di conoscere quali potevano essere i presupposti per la soluzione dei gravi problemi religiosi e sociali che l'autorità religiosa era chiamata a risolvere con il crollo dei tre Imperi e la repentina proclamazione dell'indipendenza nazionale polacca. Il 30 marzo 1919 la S. Sede riconobbe de iure il nuovo Stato e questo chiese subito l'erezione di una nunziatura e il Ratti quale nunzio. La S. Sede annuì e il primo nunzio, eletto arcivescovo titolare di Lepanto (3 luglio), presentate al capo dello Stato Pilsudski le credenziali (19 luglio) veniva consacrato a Varsavia dall'arcivescovo Kalowski (28 ott.) alla presenza del Presidente della Repubblica, del governo, del Corpo diplomatico, dell'episcopato e di una folla plaudente. L'avvenimento rivestì carattere nazionale; ma intanto la posizione del Ratti diventava sempre più delicata per i problemi, resi talvolta gravissimi a causa di incertezze ed errori dovuti alla poca esperienza politica degli uomini di governo, che egli era chiamato a risolvere o a prospettarne la soluzione a Roma. Alcune sue decisioni, pur cercando di agire concordemente con l'episcopato, suscitarono critiche e violente reazioni come, p. es., varie nomine di vescovi e di ausiliari.

Durante il suo soggiorno in Polonia il Ratti lavorò alacremente: alla ricostituzione delle sedi vescovili e alla nomina dei loro titolari; alla questione dei rapporti fra Chiesa e Stato (tra le opposte tendenze propose la via d'un accordo bilaterale che si concluse poi con il Concordato), alla dotazione del clero e degli istituti religiosi in relazione alla legge sulla riforma agraria (giugno 1919, luglio 1920); alla ripresa degli studi ecclesiastici, favorendo la fondazione dell'Università Pontificia di Lublino (25 luglio 1920); ad alleviare le sofferenze di innumerevoli poveri distribuendo personalmente in incognito nei quartieri popolari di Varsavia i soccorsi del Papa o facendoli distribuire per mezzo dei vescovi.

Nel genn. 1920 visitò, superando non poche difficoltà, Vilno e Kaunas e nel marzo si spinse fino a Riga ove iniziò con il governo lettone le conversazioni che si conclusero poi con il primo concordato firmato da lui pontefice. Il governo finnico lo invitò ad una visita in Finlandia che, date le difficoltà del momento, non poté effettuare; così pure non poté varcare i confini della Russia di cui era pure visitatore apostolico, pur riuscendo a far liberare, nel 1919, l'arciv. di Mohilev, di rito latino, Edoardo von der Ropp, imprigionato dai Sovieti. Molto apprezzato fu l'atteggiamento assunto dal Ratti nell'imminenza dell'invasione sovietica (ag. 1920); chiese al Papa, ma non ne ottenne la facoltà, di non abbandonare Varsavia anche a costo di cadere nelle mani sovietiche. Per infondere coraggio alla popolazione in preda al panico, decise però di non lasciare la città che al momento estremo in cui l'avrebbe abbandonata il ministro degli Esteri, Sapieha (cf. Pellegrinetti, op. cit. in bibl., pp. 18-20).

Tra i gravi problemi che il Ratti dovette affrontare, due furono particolarmente irti di difficoltà: 1) nel 1919 la lotta fratricida tra Polacchi e Ruteni con le repressioni che seguirono la vittoria finale polacca; intervenne più volte per ottenere un temperamento delle repressioni e per assicurare l'assistenza religiosa ai Ruteni; 2) nel 1920 la missione di commissario pontificio in occasione dei plebisciti nell'Alta Slesia e nella Prussia Orientale, zone di Marienwerder e di Allenstein, per prevenire abusi d'ecclesiastici nella lotta plebiscitaria. Tedeschi e Polacchi chiedevano al Ratti più di quanto poteva fare in base ai poteri limitatissimi concessigli; i primi se ne lamentarono a Roma, gli altri lo tacciarono d'inerzia e di filogermismo. La situazione divenne tragica da parte polacca quando il card. Bertram di Breslavia, con un provvedimento che sembrava concordato con il Ratti, mentre non lo era affatto, paralizzò la partecipazione degli ecclesiastici polacchi nella lotta plebiscitaria. I Polacchi ebbero un fortissimo risentimento contro il Ratti; partiti, stampa, Parlamento non risparmiarono contumelie al commissario pontificio che, conscio di aver sempre agito con imparzialità, tacque sopportando con virile fortezza l'ondata di sdegno, che si spense lentamente. Benedetto XV, che approvò pienamente il suo procedere, lo tolse poco dopo da ogni imbarazzo trasferendolo alla sede di Milano (marzo 1921).

IV. ARCIVESCOVO DI MILANO E CARDINALE

Il Ratti contava lasciare la Polonia nel luglio per portare a termine nel frattempo alcune delle pratiche già avviate, ma il 19 maggio venne chiamato d'urgenza a Roma perché sarebbe stato elevato alla dignità cardinalizia nel prossimo Concistoro del 4 giugno 1921. Il Ratti conservò poi sempre un buon ricordo della Polonia e il popolo polacco gli fu per tutto il pontificato profondamente devoto. Creato cardinale con il titolo di S. Martino ai Monti il 13 giugno, il 25 luglio si ritirò per un mese a Montecassino dove preparò le due prime lettere pastorali, una in latino al clero e una in italiano ai fedeli (15 ag.).

Il 26 ag. partì per Lourdes con un numeroso pellegrinaggio italiano; l'8 sett. fece il suo ingresso a Milano, unica assente l'amministrazione comunale socialista. Nell'omilia, il card. Ratti esaltando la figura del Papa disse che «per lui Roma è veramente la capitale del mondo» e accennò ai vantaggi che ne trarrebbe l'Italia «quando fosse tenuto il debito conto del suo essere internazionalmente e sopranazionalmente sovrano» (Novelli, op. cit. in bibl., p. 192). Ne seguì una violenta reazione negli am-

bienti liberali e governativi che ne deformarono il testo (cf., p. es., La Tribuna, del 9 sett.). Per ogni risposta il Ratti fece pubblicare il testo della sua omilia (cf. L'osservatore romano, 11 sett.; Riv. doc. milanese, 24 [1921], pp. 326-34). L'eredità lasciata dal card. Ferrari non era facile, ragione per cui il card. Ratti, prima di procedere a cambiamenti o riforme, si limitò nei cinque mesi del suo governo a esplorare l'ambiente, prodigandosi in visite e in udienze. Tra le cose notevoli compiute in quel breve tempo vanno ricordate: l'importante lettera collettiva dell'episcopato lombardo, redatta in parte dal Ratti (16 nov.), l'organizzazione dell'insegnamento del catechismo nelle aule scolastiche della città di Milano, concesse dall'amministrazione socialista, e l'inaugurazione dell'Università Cattolica del S. Cuore, quale legato pontificio (8 dic.). Dopo il funerale e la commemorazione di Benedetto XV (m. il 22 genn. 1922), il card. Ratti partì per Roma (24 genn.) lasciando per sempre la sua Milano.

V. IL PAPA

Il 2 febbr. ebbe inizio il Conclave che si concluse il 6 al 14° scrutinio con la elezione del card. A. Ratti che assumeva il nome di P. XI. Subito dopo, con un gesto che suscitò l'entusiasmo della folla e che fu interpretato in più modi, tanto la « questione romana » era ancora viva, P. XI si affacciò alla loggia esterna di S. Pietro, rimasta chiusa dal 1870, per impartire la benedizione Urbi et Orbi, gesto che ripeté il 12 in occasione della sua incoronazione. In tal modo aveva inizio il pontificato di P. XI, che fu ricco di eventi d'una portata eccezionale; basti ricordare i tre giubilei: uno ordinario (1925), due straordinari (1929) per il suo L. di sacerdozio, 1933 (per il XIX centenario della Redenzione); l'Eaposizione Missionaria (1925) e quella della stampa cattolica internazionale (1936, per il LXXV dell'Osservatore romano); la soluzione della « questione romana » con i Patti Lateranensi (1929) e la conseguente creazione giuridica ed edilizia dello Stato della Città del Vaticano. Ebbe due cardinali segretari di Stato: il card. P. Gasparri fino al 1° febbr. 1930 e il card. E. Pacelli, ora Pio XII, dal 10 febbr. 1930 in poi, che fu inviato più volte all'estero come suo legato e che nell'ott.-nov. 1936 compì un trionfale viaggio negli Stati Uniti.

Scelse come motto del suo pontificato Pax Christi in regno Christi e fissò i capisaldi del suo programma nell'encicl. Ubi arcano (23 dic. 1922), la quale ha il suo complemento nell'encicl. Quas primas (11 dic. 1925) sulla regalità di Cristo, che implica necessariamente la « piena libertà e indipendenza della Chiesa dal potere civile nell'esercizio della sua divina missione ». P. XI ebbe per norma costante di tracciare il panorama degli eventi lieti e tristi di ogni anno del suo pontificato, sia nelle allocuzioni concistoriali che nei messaggi natalizi. Inoltre, per reagire contro il generale silenzio della stampa laica sui problemi vitali della Chiesa, le sue difficoltà e le persecuzioni di cui era oggetto in diverse nazioni, P. XI ne volle ragguagliare l'opinione pubblica con frequenti accenni negli innumeri discorsi che tenne nelle pubbliche udienze. Come « padre comune e capo di tutta la cristiana famiglia » (espressione a lui consueta) si prodigò moralmente e materialmente per alleviare gli altrui dolori: basti ricordare la campagna di aiuti per la Russia, 1922-23, a conclusione della quale la Pravda del 31 marzo 1923 chiedeva la condanna a morte di P. XI (articolo tradotto da P.-M. d'Herbigny, in Orientalia christiana, 3 [1924], pp. 30-32). Non tacque mai innanzi a violenze o a « fatti compiuti » lesivi della dignità umana e degli interessi supremi della Chiesa, e sparse a larghe mani anche più volte al giorno, specie in occasione

dei 3 giubilei, la parola di Dio ammaestrando, confortando ed incitando tutti. Giova ora dare un rapido sguardo alla sua dinamica attività.

1. Relazioni con gli Stati. — P. XI continuò nelle sue relazioni con gli Stati i metodi e indirizzò del suo predecessore Benedetto XV, di cui conservò il segretario di Stato, card. GASPARRI, PIETRO (v.), ma, dato il suo carattere volitivo ed energico, riuscì molto personale nell'impostazione e nella soluzione dei vari problemi politic

i. Intensificò le rappresentanze diplomatiche presso i vari governi e tentò in un primo momento una benefica azione diretta sui convegni politici internazionali, così frequenti in quel tormentato dopoguerra, perché potessero raggiungere il loro scopo: ma dopo il fallimento della Conferenza economica di Genova (10 apr

12 maggio 1922: cf. lettere all'arciv. di Genova e al card. Gasparri, 7, 29 apr.) non ripeté il tentativo; si contentò in seguito di agire per mezzo dei nunzi, come nella Conferenza di Losanna (20 nov. 1922-24 luglio 1923) e per il Patto di Locarno (ott. 1925), oppure di influire sull'opinione pubblica con un documento o un discorso in cui indicava la via da seguire, come nel caso dell'occupazione franco-belga della Ruhr (1923) o della Conferenza di Ginevra per il disarmo (2 febbr.-23 luglio 1932). Nei riguardi dei trattati stipulati con i vinti della guerra 1915-18 fu per una loro applicazione con giustizia non disgiunta da carità sociale (lettera al card. Gasparri, 24 giugno 1923, sulle riparazioni dovute dalla Germania). Non nutrì in genere eccessiva fiducia nella Società delle Nazioni e fu contrario a parteciparvi, non escludendo però la possibilità di darvi il suo concorso in casi particolari.

Si prefisse di creare un'atmosfera di collaborazione tra la Chiesa e gli Stati, specie con quelli creati dal Trattato di Versailles, sia per lavorare per la pace che per salvaguardare i diritti e gli interessi della Chiesa. A nessuno rifiutò la sua mano e, « dopo una lotta » (sono parole sue), si dimostrò sempre pronto a una generosa conciliazione, sperando che gli impegni assunti venissero mantenuti con lealtà, del che dette costante esempio. Per raggiungere il suo scopo seguì vari sistemi, ma fu specialmente per quello concordatario stimandolo, data la sua solennità di patto bilaterale, più atto a dare maggiori garanzie giuridiche alla Chiesa, anche di fronte alla parte non cattolica della nazione contraente (v. CONCORDATI). Il primo concordato firmato da P. XI fu quello con la Lettonia (30 maggio 1922); l'ultimo, che non sortì esito favorevole, perché non approvato dal Senato, fu quello laborioso con la Iugoslava (1931-38). Tra i concordati che procurarono amarezze più profonde a P. XI fu quello concluso con il Reich di Hitler (20 luglio 1933), che il governo nazionalsocialista violò in tutti i modi, provocando ripetute proteste di P. XI il quale finalmente pubblicò la severissima enciclopedia Mit brennender Sorge (14 marzo 1937) e prese un atteggiamento di fiera intransigenza in occasione del passo diplomatico del Reich contro le dichiarazioni del card. Mundelein sulla politica ecclesiastica tedesca (24-29 maggio 1937) e della visita di Hitler a Roma (3-8 maggio 1938). Oltreché la perfida persecuzione instaurata nel Reich da Hitler, paragonata a quella di Giuliano l'Apostata (cf. discorso ai congressisti del IV Congresso intern. di archeol. crist., 20 ott. 1938), sotto il pontificato di P. XI la Chiesa fu oggetto di vessazioni e persecuzioni in Russia (1922 agg.), nel Messico (1923 agg.) e nella Spagna repubblicana (1931-33) e rossa (1936-39), che denunciò al mondo con varie lettere encicliche (1926, 1932, 1933, 1937) e in occasione di numerosissimi discorsi. Le relazioni con la Francia furono buone, specie dopo associazioni diocesane (v.), però ebbe difficoltà al momento del suo atteggiamento per le riparazioni tedesche (giugno 1923), dell'avvento del governo Herriot che voleva sopprimere l'ambasciata francese presso la S. Sede (genn. 1925) e della condanna dell'Action française (lv. 5 sett., 29 dic. 1926). Serie difficoltà P. XI ebbe pure con altri Stati come la Cecoslovacchia (specie nel 1924-25) e le Filippine (1937) che avevano subito influssi messicani; lavorò inoltre intensamente per tentare di fermare il processo di laicizzazione in atto in

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“PIO XI, PAPA.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 924. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/pio-xi-papa.