SANGALLO, FAMIGLIA - Soffitto in legno scolpito e dipinto (fot. Alinari)
Antonio S. e M. G. Fiorentino - Viterbo, chiesa della Madonna della Quercia.
ANTONIO IL VECCHIO (detto A. Giambetti). - Fra- tello del precedente, anch'egli n. e m. a Firenze (1463-1534). Seguì il fratello a Roma, dapprima come semplice aiuto, poi ricevendo direttamente incarichi dal papa Alessandro VI. Nel 1493 e 1494 lavorava nel Palazzo Vaticano ed in Castel S. Angelo; l'anno successivo iniziò i lavori di S. Maria di Monserrato secondo uno schema a navata unica absidata e con semplici linee architettoniche, alterate poi dalla sfarzosa decorazione sovrapposta.
Lasciò Roma con il fratello dopo l'elezione di Giulio II, e ritornò in Toscana dove rimase sino alla morte svolgendone una vasta e multiforme attività. Al primo periodo appartiene la chiesa della S. Anna nunziata in Arezzo, ove riprese la costruzione iniziata da Bartolomeo della Gatta, secondo uno schema a tre navate con grande cupola. La chiesa rimase incompiuta, come la ricostruzione dell'antico tempio duecentesco di S. Agostino a Colle Val d'Elsa. Opere queste poco significative; ma nella tarda maturità egli realizza in S. Biagio di Montepulciano (iniziato nel 1518) uno dei capolavori dell'architettura cinquecentesca. Nella pianta a croce greca, al cui centro si eleva la cupola sopra l'alto tamburo, è una piena adesione alle concezioni bramantesche, attraverso la diretta ispirazione dai modelli classici. In quest'opera, mirabile per il pieno equilibrio e la completa rispondenza tra l'armonia spaziale ed il senso plastico, la personalità di A. il Vecchio si libera finalmente da ogni legame con il fratello, segnando il passaggio al pieno Cinquecento.
Di lui si ricordano ancora i vari palazzi eretti in Montepulciano e la fortezza di Civitacastellana.
ANTONIO IL GIOVANE (A. detto Cordini). - Nipote dei due precedenti (figlio di una sorella), n. a Firenze nel 1484, m. a Roma nel 1546. La sua formazione artistica e gli esordi della sua attività restano tuttora sconosciuti; verosimili appaiono i contatti con Bramante, nella cui cerchia A. entrò indubbiamente ancor giovanissimo. La diretta ispirazione bramantesca si riconosce infatti nella sua prima opera, S. Maria di Loreto in Roma (1507), in cui si fondono genialmente elementi tratti dalle costruzioni termali classiche con altri tipicamente lombardi. Il medesimo schema è adottato in S. Maria Porta Paradisi (1520) in cui l'organismo architettonico si semplifica. Alla stessa forma a pianta centrale si riporta anche la tomba di Pietro de' Medici nell'abbazia di Montecassino (1531-32).
Con la costituzione del Ducato di Castro si aprì per A. un vastissimo campo di attività nel Lazio settentrionale, come architetto dei Farnese, ma con la distruzione della capitale del Ducato scomparve il complesso architettonico da lui realizzato, uno dei maggiori del Rinascimento. Ci restano tra le altre sue opere la cosiddetta «Rocchina» nell'isola Bisentina e la strana chiesa di S. Maria di Montemoro presso Montefiascone; mentre la chiesa di S. Tolomeo a Nepi, che per la disposizione intermedia tra la pianta centrale e quella longitudinale avrebbe segnato il preludio al progetto per la Basilica Vaticana, trovò compimento in forma assai più modesta da altri. L'artista esplicò la propria operosità anche in opere minori, ma non meno significative: a Viterbo nella chiesa di S. Maria della Quercia per la quale diede il disegno del mirabile soffitto; a Roma nella cappella Cesi in S. Maria della Pace (1524-29) e nella cappella del card. Alborèse a S. Giacomo degli Spagnoli (oggi S. Cuore di Maria); a Foligno nella cappella del Santissimo (1516) del Duomo, di complessa pianta poligonale. La fama di esperto costruttore lo fece designare come il tecnico più indicato per problemi di consolidamento di particolare difficoltà, come nella basilica di Loreto (1526) e in S. Giovanni dei Fiorentini, dove venne chiamato da Clemente VII; per quest'ultima chiesa A. diede anche diversi disegni. Molto discussa e oggetto di vive critiche, a cominciare dal Vasari, è stata l'opera di A. nella Basilica Vaticana, svoltasi in due distinti periodi: il primo, assai breve, nel 1520 succedendo a Raffaello; il secondo dal 1537 alla morte. A quest'ultimo risale il famoso progetto, tradotto poi dal Labacco nel modello in legno tuttora conservato. Vastissima fu anche l'attività di A. nel campo dell'architettura civile e militare; basta ricordare: il cortile e la facciata principale (tranne il cornicione) del Palazzo Farnese, il Palazzo della Zecca in Via Banco di S. Spirito e il Palazzetto della Farnesina ai Baullari, la porta S. Spirito, tutte in Roma; la scomparsa Rocca Paolina a Perugia e la fortezza di Nepi. La critica moderna ha invece negato o messo in dubbio altre attribuzioni finora tradizionali, come il Palazzo Sacchetti, la chiesa di S. Spirito in Sassia a Roma (forse è del S. soltanto l'interno) ed i chiostri di Montecassino.
Come venne giustamente osservato A. nella sua vastissima produzione appare ineguale perché talora le eccessive preoccupazioni statiche si risolvono a detrimento della espressione artistica; la purezza di forme di S. Maria di Loreto non verrà più da lui raggiunta. Nondimeno, anche per l'influsso esercitato sui contemporanei.

FRANCESCO (F. GIAMBERTI detto anche IL MAR-GOTTA). - Figlio di Giuliano, n. e m. a Firenze (1494-1576). Operò soprattutto come scultore e medaglista, dimostrando temperamento studioso più che immaginoso e geniale nel gruppo della Madonna con il Bambino e s. Anna in Orsanmichele (1522). e nel rilievo del Transito della Vergine nella S. Casa di Loreto (1526), ove collaborò con il Tribolo. Nel monumento al vescovo Marzi nella S. m. Annunziata di Firenze, di poco più tardo, risentì l'infusso sansoviniano. A Montecassino eseguì la parte scultorea del monumento a Pietro de' Medici, di cui aveva dato il disegno il cugino Antonio il Giovane. Sua opera migliore è ritenuto il busto di Giovanni dalle Banche, nel quale riesce a dare con semplicità di mezzi un senso di costruttiva fermezza. Come medaglista F., pur con scarsa eleganza, si distingue per ampiezza di impostazione. Quanto alla sua attività architettonica, è noto che successe a Baccio d'Angolo come architetto di S. Maria del Fiore (1546) e che diede il disegno del campanile di S. Croce (1589), sostituito nel secolo scorso dall'attuale. - Vedi tavv. CXII-CXIII.