SARDEGNA

SARDEGNA. - È, per ampiezza (24.089 kmq.), con le isole adiacenti, la seconda isola del Mediterraneo ed il terzo dei compartimenti italiani.
SARDEGNA. - È, per ampiezza (24.089 kmq.), con le isole adiacenti, la seconda isola del Mediterraneo ed il terzo dei compartimenti italiani.

I. GEOGRAFIA

La sua posizione nel Mediterraneo, il notevole sviluppo delle sue coste e la presenza di buoni porti naturali ne avrebbero potuto fare una regione eminentemente marittima, se la sua storia millenaria.
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Sardegna - Il Nuraghe S. Antime, attribuito ad epoca ellenistica - Torralba (dintorni).

ricterandovi il facile accesso di invasori e pirati, non avesse respinto gli abitanti verso l'interno, sceggendoli ancor più dal contatto con gli altri popoli mediterranei.

L'Isola è prevalentemente montuosa, ma il rilievo vi è assai frazionato; massicci isolati (Gennargentu, Gallura) si alternano con altopiani (Logudoro, Nuorese), colline (Sarcidano, Ogliastra), solchi fluviali (Tirso, Flumendosa, Coghinas) e più o meno estese pianure (Murra, Campidano), dando luogo ad una suddivisione in numerose minori unità regionali, che si sono conservate e si conservano con tenace persistenza (Gallura, Nuoro, Logudoro, Barbagie, Ogliastra, Sarcidano, Sulcis, Sarrabus, Iglesiente, ecc.).

La S. è l'unico compartimento italiano la cui popolazione sia ancora ben lontana dalla sua capacità di popolazione (la superficie occupata dagli incolti e dai pascoli è del 61%). L'agricoltura vi ha sistemi estensivi poco progrediti, ed i suoi prodotti (cereali, vite, olivo) hanno un'importanza modesta; molto più diffusa, invece, la pastorizia, che, sebbene volta essenzialmente al bestiame brado (per numero di ovini e caprini la S. occupa il primo posto in Italia), non trascura i bovini ed i cavalli e fa sentire il suo peso nelle esportazioni (carni, lattini, formaggi). Cospicuo è anche il prodotto delle tonnare costiere. La S. è inoltre la più ricca regione mineraria italiana, fornendo, fra l'altro, quasi tutto il nostro quantitativo di zinco, di piombo, d'argento e d'ammonio; ma le industrie isolate sono ancora in uno stato primitivo. Sebbene non poco sia stato fatto, molto resta ancora da fare (bonifiche, ferrovie, attrezzatura portuale) per il potenziamento di queste risorse e lo sviluppo dell'economia.

La densità di popolazione è dovunque assai bassa; i centri abitati, pur numerosi per la debole percentuale di popolazione sparsa, sono in genere piccoli: solo Cagliari supera, e di poco, i 100 mila ab.

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| Province | Superficie in kmq. | Popolazioni (census) 1936 (in 1000 ab.) | Densità kmq. | Popolazione del capoluogo (in 1000 ab.) |
| Cagliari | 9297 | 505 | 640 | 69 |
| Nuoro | 7272 | 217 | 249 | 34 |
| Sassari | 7519 | 303 | 350 | 47 |
| SARDEGNA | 24088 | 1025 | 1239 | 51 |

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BIBL.: E. Scheu, S., *Lipsia 1923*; G. Alivia, *Economia e popolazione della S. settentrionale*, Sassari 1931; S. Vardabasso, *Visi noni geomorfologiche della S.*, Cagliari 1934; per un sguardo d'insieme V. Touring Club Italiano, S. (Guida d'Italia), Milano 1929.

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SARDEGNA - Elenco di chiese cassinesi nella S., inciso nel battente di destra della porta di bronzo dell'abbazia di Montecassino al tempo dell'abate Odierio II (1723-26).

II. STORIA

Verso la metà del sec. VI a. C. i Cartaginesi, dopo aver disputato l'Isola ai Greci, se ne assicurarono il possesso e si stabilirono soprattutto nelle zone costiere meridionali e occidentali, mentre le tribù dell'interno restavano libere, protette anche dalla malaria che infestava quelle regioni. Dopo la rivolta dei mercenari di Cartagine, la S. divenne nel 238 a. C. dominio romano, e fu per Roma base strategica e fonte di rifornimento granario. Nel 226 a. C. la S. fu costituita in provincia insieme con la Corsica. Sotto l'Impero la romanizzazione si estese anche all'interno. La prima penetrazione del cristianesimo si può constatare per i primi anni del sec. III ad opera di elementi cristiani deportati nell'Isola dal continente; in seguito dovettero poi sorgere le prime diocesi. La tradizione non confermata designa s. Simplicio come il primo vescovo e commemora i martiri Gavino, Saturnino e Efisio. Durante il regno di Commodo fu esiliato in S. il futuro papa Callisto.

Nel 235 papa Ponziano e Ippolito prete (avversario di Callisto) furono esiliati in S., ove trovarono la morte. Dopo l'Editto di Costantino si ha notizia isolata di un vescovo di Cagliari, Quintasio. Nello stesso sec. IV è da ricordare il vescovo Lucifero di Cagliari che lottò aspramente contro l'arianesimo e contro Costanzo. Lucifero fu vescovo metropolitano della S., mentre S. e Corsica erano dichiarate province suburbicarie della diocesi d'Italia. Conquistata dai Vandali nel 455, la S. soffrì la persecuzione ariana e fu rifugio dei vescovi africani esiliati. Tornata in possesso dell'Impero, divenne sotto Giustiniano una delle sette province della prefettura africana. Bisanzio sfruttò economicamente l'Isola e la lasciò in abbandono; ciò che permise una sempre maggiore affermazione della potenza economica e del potere politico della Chiesa. Gregorio Magno si adoperò a riorganizzare l'Isola nel campo religioso e civile. Poi per tre secoli la S. subì gli attacchi e le depredazioni degli Arabi, ma si salvò con l'aiuto dei Franchi, di Pisa e di Genova. La rottura dei vincoli con Bisanzio accrebbe il predominio della Chiesa, che ebbe parte notevole nella formazione e nella vita dei quattro giudicati (Cagliari, Arborea, Logudoro, Gallura) nei quali dopo il 1000 si divise politicamente l'Isola. Le circoscrizioni diocesane coincisero con i giudicati. L'influsso della Chiesa fu consolidato dai monaci cassinesi che ebbero donazioni (v. BARISONI), acquistarono proprietà, fondarono chiese e monasteri. Nel 1063 fu creato il primo monastero benedettino nel Logudoro. La sovranità della S. Sede fu affermata esplicitamente per la prima volta da Gregorio VII. Con l'appoggio di Roma si andava intanto estendendo nell'Isola il dominio pisano: Urbano II nominò l'arcivescovo di Pisa legato apostolico per la S. La politica di Innocenzo III rafforzò il potere ecclesiastico, ma non eliminò i contrasti determinati dalle misere condizioni del clero secolare e dalla ricchezza e privilegi dei monasteri. Nel 1226 fu celebrato in S. il Sinodo di S. Giusta che applicò i decreti del IV Concilio Lateranense. Intanto Genova, che disputava a Pisa il possesso della S., riusciva a prevalere nel Logudoro e in parte dell'Arborea. Il 4 apr. 1297 Bonifacio VIII infeduto la S. a Giacomo II di Aragona, e la concessione fu confermata da Benedetto XI, da Clemente V e da Giovanni XXII. Nel 1326 Pisa dovette abbandonare l'Isola; ma i Sardi resistettero a lungo: l'estrema vana difesa fu diretta da Eleonora di Arborea (m. nel 1404). Nel sec. XV l'arcivescovo di Cagliari cominciò ad usare il titolo di primate, ma per motivi politici piuttosto che religiosi, perché Cagliari fu il centro più favorito dagli Spagnoli. Dopo la grande rinascita religiosa che seguì alla Riforma cattolica, all'inizio del sec. XVII la contesa di priorità fra Cagliari e Sassari fu risolta di fatto in favore di Cagliari. La Spagna compì una profonda opera di penetrazione e riuscì a sostituire un «costume» spagnolo a quello italiano. Fece anche qualche sforzo per migliorare le condizioni dell'Isola, ma fino all'inizio del sec. XVIII la S. fu agitata da continue lotte fra nobiltà e funzionari regi, fra nobiltà e clero, fra alto e basso clero. Dopo la breve occupazione austriaca, risultato della guerra di successione spagnola, fallito il tentativo di riscossa dell'Alberoni, la S. fu assegnata al Piemonte. Vittorio Amadeo II dovette lottare contro l'ostilità della classe dirigente rimasta fedele alla Spagna, e la sua azione fu resa più difficile dal contrasto fra le sue tendenze assolutistiche e lo spirito autonomistico dei Sardi. Ma gli urti più gravi avvennero nel campo giurisdizionale: l'abusivo enorme estendersi delle immunità (privilegi di fioro, chierici fittizi) ostacolava la ripresa economica dell'Isola e l'instaurazione di una migliore giustizia sociale. Infine l'ambasciatore piemontese D'Ormea, aiutato dal card. Agostino Pipia, sardo, e dal card. Prospero Lambertini, poté concludere con Benedetto XIII un Concordato (25 ott. 1726) che restituì alla S. la pace religiosa e consolidò il potere sabaudo. Pur sostenendo i diritti di regalia, Vittorio Amadeo II, e ancor più il suo successore Carlo Emanuele III, adottarono nei rapporti con la Chiesa una politica di moderazione e di intesa. Dopo Aquisgrana, specialmente ad opera del ministro Bogino (1759-73) il governo sardo molto fece per risanare l'economia dell'Isola, per migliorare le condizioni culturali e finanziarie del clero. L'assolutismo più rigido di Vittorio Amadeo III provocò reazioni contro il «piemontesismo». Durante la Rivoluzione Francese la S.

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SARDEGNA - Picchiotto in bronzo dell'antica porta della Cattedrale con iscrizione che ricorda il vescovo Torgotorio (1228) - Oristano.

SARDEGNA - La cattedrale di Cagliari (sec. XIII-XIV).

economico continuarono in S. anche dopo che nel 1806 Vittorio Emanuele I, cacciato dal Piemonte, vi trovò asilo. Un periodo di riforme ebbe inizio in S. con Carlo Felice che vi fu viceré fino al 1816 e proseguì la sua opera dopo il 1821; ma soprattutto con Carlo Alberto, che riorganizzò gli studi, sistemò strade e città, si adoperò a diffondere la lingua e la cultura italiana e nel 1835 decretò l'abolizione dei feudi. Tutti i provvedimenti del R. miravano a preparare la fusione con il Piemonte, che ebbe luogo nel dic. 1847. Dopo il 1848 la S. subì, talvolta con lentezza del tutto particolare, ma spesso con singolare asprezza, le ripercussioni del lungo dissidio fra Chiesa e Stato che fu sancito solo nel 1929. Nel campo religioso un processo di riorganizzazione venne iniziato nel 1905 di Pio X con la riforma dei seminari e continuato da Pio XI. Nel 1924, a distanza di sette secoli da quello di S. Giusta, fu celebrato il Concilio plenario sardo che stabilì le basi della legislazione diocesana.

La S. ha ottenuto l'autonomia regionale secondo la Costituzione della Repubblica italiana.

BIBL.: G. Manno, Storia di S., Torino 1825-27; E. Besta, La S. medievale, Palermo 1908-1909; D. Filia, La S. cristiana, Sassari 1909, 1913, 1929; A. Solmi, Studi storici sulle istituzioni della S. nel medioevo, Cagliari 1917; A. Bernardino, La finanza sabauda in S., Torino 1921-24; E. Pais, Storia della S. e della Corisca durante il dominio romano, Roma 1923; Lanzoni, 1929, 1956-79; A. Saba, Montecassino e la S. medioevale. Note storiche e codice diplomatico sardo-castinese, Montecassino 1927; C. Bellini, La S. e i Sardi nelle civiltà del mondo antico, Cagliari 1928; E. Era, Tribunali ecclesiastici in S., Sassari 1929; A. Saba, Il Pontificato romano e la S. medievale, Roma 1929; R. Ciasca, Bibl. sarda, 3 voll., 1931-34; A. Marongiu, I Parlamenti di S., 1931-34; A. Mari, Le riforme di Carlo Alberto in S., Lodi 1934; R. Carta Raspi, La S. nell'alto medioevo, Cagliari 1935; R. Palmarocchi, S. sabauda. Il regno di Vittorio Amedeo II, 1936; A. Aramu, Storia della Compagnia di Gesù in S., Genova 1936; autori vari, S. romana, Roma 1939; B. Fascetti, Aspetti dell'influenza e del dominio pisano in S. nel medioevo, in B. Il Quarantotto in S., in II 1848 nella storia italiana ed europea, a cura di E. Rota, Milano 1948; V. ATENA, Templari e cavalieri ospedalieri del S. Giovanni in S., in Humana studia, 2a serie, 2 (1950), pp. 262-82.

III. Arte

Mentre nei tempi preistorici e proto-storici la S. seppe elaborare una cultura autonoma e originale ampiamente documentata dai nuraghi e da manufatti caratteristici come i bronzetti ritrovati anche in Sicilia e in Etruria (tombé prototrussche di Vetulonia), dal periodo della dominazione romana essa cessò di svolgere temi propri; i ritrovamenti archeologici indicano infatti un'adesione sostanziale alle forme della civiltà artistica dei dominatori, in una traduzione condizionata soltanto dall'impiego dei materiali che l'isola poteva fornire.

Tale processo è seguita nel periodo dell'influenza bizantina (sec. VI-X) e delle successive dominazioni genovesi, pisana (la più ricca di opere d'arte) ed aragonese (sec. XI-XV), in particolare per quanto concerne gli edifici d'impiego religioso e militare. Solo per la pittura - come ha dimostrato l'Arru - è possibile parlare, a partire dagli ultimi decenni del sec. XV e fino alla metà del XVI, di una scuola locale con caratteristiche proprie. Il maniero si è elaborato trionfano quindi nelle forme dell'arte napoletana e spagnola, con le quali l'isola ebbe scambi continui e determinati fino all'avvento della dominazione piemontese (sec. XVI-XVIII). Da questo momento l'arte sarda, nelle sue scarse testimonianze valide, s'adegua ai concetti predominanti dell'accademia neo-classica e del Romanticismo, accogliendo, senza rielaborarli, gli echi lontani della penisola. Un notevole risveglio caratterizza invece l'epoca più recente, da quando è incominciata la rivalutazione anche economica della regione.

I principali monumenti dell'epoca bizantina e preromana sono: l'antica chiesa di S. Saturnino (oggi SS. Cosma e Damiano) a Cagliari - già nominata nel sec. VI in una Vita di S. Fulgenzio - e quella di S. Giovanni di Sinis (sec. VIII-X), entrambe originariamente a croce greca e riportate poi al modulo basilicale delle costruzioni romanico-pisane, nel sec. XII. Singolare, per lo schema centrale analogo a quello dei battisteri di Galliano (Cantù) e di S. Tommaso di Amenno S. Salvatore (Bergamo) - e quindi presumibilmente opera di maestro lombardo - la chiesetta di S. Sabina a Silanus (prima del 1000).

Le costruzioni romanico-pisane, che costituiscono l'insieme di maggiore imponenza e di più alto livello artistico, sono state distinte da D. Scano in tre gruppi che corrispondono a tre epoche diverse. La classificazione è stata accettata dal Toscana e dal Bielo. Il gruppo arcaico (sec. XI-XII, prima metà) ha i suoi prototipi in S. Savino di Portotorres, dalla singolare pianta che ripete lo schema delle basiliche imperiali romane avendo due absidi alla estremità della navata centrale e gli accessi dai lati, e in S. Maria del Regno di Ardara. Esso è caratterizzato dal motivo uniformemente ripetuto degli archetipi pensili nelle fiancate, da finestre bifore o trifore campeggianti nelle facciate, da piccoli rosoni. Vi appartengono S. Giusta di Oristano, S. Simplicio di Terranova, S. Maria d'Uta, S. Maria di Trattalis.

Il secondo gruppo presenta false logge nelle fronti e archetipi impostati su colonnine isolate e su pilastrini (sec. XII-XIII). Vi rientrano S. Trinità di Saccargia, S. Maria di Tergu, S. Antico di Bisarcio, S. Michele di Ploiano, S. Pietro di Sorres, S. Pietro di Bulzi. Da questi edifici sembrano procedere i maggiori e posteriori esemplari di Pisa (Duomo, S. Paolo a Ripa d'Arno, ecc.) e di Lucca (S. Giusto, S. Maria del Giudice).

Nelle costruzioni del terzo gruppo (sec. XIII-XIV, seconda metà) ai tradizionali elementi decorativi romanici si aggiungono motivi gotici (bifore ogivali e fasci sagomati con archetiti trilobati sui frontoni), p. es., nelle chiese costruite dalla famiglia dei Donoratico in Villa di Chiesa,

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(1st. Enii)
Sardegna - La cattedrale di Cagliari (sec. xili-xiv).

nei fianchi del duomo di Cagliari, nella chiesa dei Carmelitani a Mogoro. Comune a tutti e tre i gruppi è l'impiego delle fasce diromiche orizzontali e frequente la presenza delle losanghe e dei cerchi raggiati sottesi agli archi. La pianta e le strutture hanno di solito esiguo sviluppo. In questi secoli poche sono le costruzioni religiose che si sottraggano a tali schemi, rivelando orientamenti o derivazioni diverse. Basterà citare S. Pietro in Zuri, in cui il costruttore comacino Anselmo s'adeguà rigorosamente ai criteri costruttivi lombardi e ai modi della relativa decorazione fito-zoomorfica, araldica e simbolica; S. Pantano in Villa Speciosa; S. Maria Maddalena presso Oristano.

Durante il periodo della dominazione aragonese prevale il gotico catalano negli allestimenti interni. Esso stenta invece, almeno in un primo tempo, ad affermarsi negli esterni, dove la tradizionale maniera romanico-pisana resiste a lungo (S. Maria di Tiesi, S. Pantaleone di Martis), anche quando le felici soluzioni del duomo di Alghero (deturpato in epoca moderna da infausti restauri: è tuttavia possibile ancora ammirare nelle forme originarie il portale e l'agile campanile sulla fronte), determineranno un più deciso orientamento verso il nuovo stile (parrocchiali di Semestene, Bonorva, Macomer e Padria). Finirà poi per prevalere ed affermarsi universalmente alla fine del sec. XIV (cattedrali di Oristano e di Iglesias, molte chiese di Cagliari, S. Pietro in Silki a Sassari, il maggior numero delle parrocchiali dell'Isola) e persisterà in stanche ripetizioni, fino all'introduzione del barocco (sec. XVII).

L'edilizia civile, insignificante negli abitati, ha invece rilievo nelle imponenti fortificazioni con le quali i dominatori genovesi, pisani e le principali casate feudali aborigeni hanno inteso garantire il proprio dominio e difendersi specialmente dalle incursioni marittime (sec. XII-XIV). Rimangono, sparsi un po' dovunque, ma soprattutto lungo le coste, castelli diruti e ruderi di solide mura, che attestano la progredita tecnica delle costruzioni militari. Basterà ricordare, per tutte, il formidabile castrum pisano di Cagliari da cui emergono le due torri di S. Pancrazio e dell'Elefante, opere dell'architetto sardo Capula (sec. XIV).

Povera e scarsamente interessanti le testimonianze della scultura locale che non si discostano, per tutto il medioevo, dal formulario decorativo romanico. Solo la vena espressionistica popolare ha saputo talvolta produrre esemplari lignei di pregio, intesi tuttavia ad effetti pittorici nella magniloquenza dei panneggi e nell'accesa e dissonante cromia. Il maggior monumento dell'isola, il magnifico pulpito di quel magister Guillelmus (sec. XII) indicato dai documenti come coadiutore di Bonanno a Pisa, fu trasportato dal Duomo di questa città a quello di Cagliari nel 1312, ma non sembra avere esercitato sensibili influenze sull'arte locale.

La pittura consente invece di tracciare un profilo abbastanza preciso degli orientamenti diversi e delle influenze a cui si adeguarono i centri di propulsione delle cultura locale, individuabili, fin dal sec. IX, in Cagliari, nel giudicato di Arborea, in Torres. Questa città è anzi indicata in una pergamena di quel secolo come la patria degli artisti migliori e più operosi. Le poche tracce superstiti (p. es., nella cattedrale di Ardara, in cui si sa che lavorò un maestro Costantino) documentano l'influenza della iconografia bizantina, tradotta nei modi del linguaggio popolare monastico, non diversamente da quanto avviene nei territori italiani soggetti all'amministrazione orientale. Dal sec. XII al XIV vengono accolti, accanto a questi, motivi e temi della pittura toscana (Saccargia), finché la dominazione aragonese non apre la porta ai pittori catalani, che incominciano dalla seconda metà del sec. XIV ad assumere commissioni nell'isola.

Cagliari diviene il centro dell'irradiazione dell'influenza spagnola. La chiesa e il convento di S. Francesco in Stampace (crollati nel 1872) accolgono e propagano per primi le opere di tale scuola, di cui rimangono, nella pinacoteca di Cagliari, due soli esemplari assegnabili al sec. XIV, una Crocifissione ed un santo cavaliere. La mi

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SARDEGNA - S. Antico di Sulci. Statua di arte popolare. Fenni (Nuoro), Santuario delle acque.

La strada, la tendenza a risolvere nella grafia decorativa ogni problema di volume e di spazio, l'aderenza miniaturistica del colore smaltato, in cui predomina tre accordi (oro, rosso e azzurro), indicano chiaramente la distanza che separa quest'arte dal contemporaneo linguaggio della pittura italiana. Gli artisti locali si adeguano pedissequamente a tali modelli. Nel sec. XV operano in S. i barcellonesi Raffaele Thomas, Giovanni Figuera, Giovanni Barcelo, Jaime Huguet (1448-87). A questo ultimo si assegna la tavola di S. Bernardino nella Pinacoteca di Cagliari (ca. 1451). Dal Barcelo e dall'Huguet prendono le mosse gli artisti che danno vita alla scuola locale, da Pietro e Lorenzo Cavaro (autori rispettivamente delle ancore nelle parrocchiali di Villamar e di Gonnostramatza), al cosiddetto maestro di Castelsardo, fino a Giovanni Muru (S. Maria d'Ardara). Le opere più singolari sono i due «retablos» di Castelsardo e di Tuili, entrambi del maestro di Castelsardo, come ha dimostrato l'Aru.

La scuola si distacca dai modelli catalani per una ricerca di monumentalietà e di astrazione in cui è stata riconosciuta una discutibile influenza di Antonello da Messina e dell'arte dell'Italia centrale. La sua vitalità si estingue alla metà del sec. XVI. Da questo momento l'isola si apre alla influenza italiana, soprattutto per la presenza di artisti toscani (Bacio Gorino, attivo a Cagliari, Codroganus, Carghe, ecc.; quindi, nel sec. XVII, Giacomo Conti attivo a Bonaria), napoletani (Girolamo Imparato, che appose la firma a una tavola nella chiesa del Carmine a Cagliari nel 1594) e romani (Giacomo Altamonti, fine del sec. XVII, che risiedette a Cagliari). Essi influenzarono i maggiori pittori locali (Andrea Lusso di Ollasta, attivo a Martis e a Colangianus, fra il 1590 e 1615; Diego Pinna, di Sassari, della seconda metà del sec. XVII) imponendo i modi del manierismo accademico, che, come si è detto, dominerà incontrastato fino al sec. XIX, attraverso le esperienze del neoclassicismo e della pittura di genere.

Nelle arti minori la fantasia degli artigiani sardi conservò invece, specialmente nei secoli di minor splendor delle arti maggiori, il prestigio della propria eccellenza: manufatti di superiore qualità si trovano tra i legni intagliati (cornici dorate dei secc. XV e XVI, Madonna) e soprattutto nella oreficeria (croci processionali di S. Francesco di Oristano; della cattedrale di Cagliari; reliquiario della cattedrale di Ales, ecc.). Gli artigiani sardi operarono anche fuori dell'isola: il cagliaritano Giovanni Cioni, p. es., eseguì la croce processionale del duomo di Salemi in Sicilia.

BIBL.: R. Ciasca, Bibl. sarda, 3 voll., Roma 1931-34. Fra gli antichi itinerari: L. Alberti, Isole appartenenti all'Italia, Venezia 1567, f. 19; G. F. Fara, De rebus Sardois, Cagliari 1580, con stemmi incisi di tutte le regioni sarde. Fra le varie memorie del can. G. Spano, ha particolare importanza la Storia dei pittori sardi, Cagliari 1870; V. anche G. Pinza, Monum. primit. della S. Roma 1901; C. Bellieni, La S. e i Sardi nella civiltà del mondo ant., Cagliari 1911; A. D. Mackenzie, The dolmens tombs of the giants and nuraghi of S., Londra 1910; E. Pais, La civiltà dei nuraghi e lo sviluppo sociolog. della S., Cagliari 1911; C. Aru. St. della piti. in S. nel sec. XV, Barcellona 1912; id., S. Pietro in Zuria, Reggio Emilia 1926; id., Il Maestro di Castelardo, Bologna 1928; P. Toesca, St. dell'arte it., I. Il medioevo, Torino 1927, p. 685; id., Il Trecento, 1915, pp. 84-85, 116-117; D. Scano, St. dell'arte in S., Cagliari 1920; R. Branca, Artisti sardi, Genova 1931; G. Lillin, Bronzi preromani di S., in Boll. di paletologia it., 1941-42, pp. 178-96.

IV. REGIONE CONCILIARE

Comprende l'intero territorio dell'Isola e le piccole Isole adiacenti con tre sedi metropolitane: Cagliari, Oristano e Sassari e, complessivamente, dodici diocesi, di cui Ampurias e Tempio unite. Nella circoscrizione metropolitana di Cagliari sono comprese le diocesi di Iglesias, Nuoro e Ogliastra; in quella di Sassari sono comprese le diocesi di Alghero, Ampurias e Tempio, Bosa, Ozieri. Oristano ha una sola diocesi suffragana che reca però i due nomi di Ales e Terralba.

La conferenza episcopale si riunisce in Cuglieri (Nuoro), che è sede ancora del Seminario regionale (Pont. Seminario regionale sardo del S. Cuore), retto dai Gesuiti. Il Tribunale regionale di prima istanza, in base al motu proprio Qua cura dell'8 dic. 1938 (AAS, 30 [1938], pp. 410-13) ha sede in Cagliari ed ha come tribunale d'appello il Tribunale del vicariato di Roma.

L'ultimo Concilio plenario fu celebrato il 25 maggio 1924 (cf. Concilium Plenarium Sardum, Roma 1925).

BIBL.: Annuario delle diocesi d'Italia 1951, Torino-Roma 1951, pp. 947-74.

V. FOLKLORE

La S. costituisce anche dal punto di vista del folklore, oltre che della lingua, un'area prevalentemente conservativa: una vera e propria isola demologica. È stata dimostrata la sopravvivenza in essa di alcune forme arcaiche della tradizione, che dovettero un tempo essere diffuse sopra un'area vastissima e risultando tuttora esistenti tra i Baschi o nei Balcani, e tra i primitivi dell'Africa e dell'America: il pane schiacciato; il carro a ruote piene simile all'antico plastrum; le due forme di aratro, quello di Logudoro, di tipo romano, e quello di Gallura, di tipo egiziano; il rombo, usato come giocattolo infantile durante la Quaresima e nella Settimana Santa, che conserva anche un certo carattere sacro; e vari altri attrezzi e usi agricoli. Si ritrova inoltre uguale nei Paesi Baltici la cerimonia del fidanzamento (pricunta) che così si svolge in Gallura: il corteo del fidanzato muove a galoppo sfrenato tra spari di fucilate, come per un assalto ad una forte tazza e si ferma davanti alla casa della ragazza; sulla porta sta il padre di lei col poeta a fianco, ed ha quindi luogo un dialogo, spesso in versi che si svolge secondo lo schema tradizionale: il pretendente dice di essere coi suoi compagni alla ricerca di una colomba o capretta smarrita, e il padre li invita ad entrare e cercare; al giovane vengono presentate ad una ad una tutte le donne di casa, e finalmente la prescelta, tutta vestita a festa, che è riconosciuta come la ricercata colomba o capretta, tra grida di gioia e altri spari all'esterno. Vivo in S. è anche l'uso del corteo nuziale a cavallo, che dà luogo alla corsa della rocca (la curita di la rucca): vi prendono parte due cavalieri, uno per la parte dell'uomo, l'altro della donna e vince chi giunge primo a strappare una conocchia adorna di
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SARDEGNA. — Ornamento di rosario in argento e pietre varie. Arte popolare sarda. — Cagliari, collezione privata.

nastri che la sposa, a cavallo col padre, fa sporgere col braccio allungato; altre volte il palio si corre tra più cavalieri, ad uno dei quali il padre della sposa consegna la rucca, e quegli fugge immediatamente verso la chiesa inseguito dagli altri che tentano di toccare la coda del cavallo per entrare in possesso della rucca; il gioco continua sulla via del ritorno e vincitore è dichiarato quel cavaliere che si trova in possesso della rucca al momento dell'arrivo sul piazzale dello stazzo. Al vincitore la sposa regala uno dei cinque nastri della conocchia come titolo d'onore. Dell'abbigliamento nuziale la corona è uno degli elementi più significativi: in una litografia del Voyage en Sardaigne del La Marmora (1830) gli sposi appaiono entrambi incoronati, come usavasi nei tempi antichi. Anche il cerimoniale della morte si richiama a ritratchissimi. Sopravvivono in S., come in altre regioni mediterranee, l'uso di volgere i piedi del defunto verso la porta, che si ritrova nelle tombe etrusche e nelle necropoli egiziane, e quello di consumare la cena funebre con fave e uova, ritenuti cibi simbolici e consacrati nell'antichità alle anime dei morti. Ma una intensità di diffusione ancora maggiore ha in S. (specie nella Barbagia) l'usanza del lamento funebre, già rispecchiatà negli antichi poemi indiani e in Omero: attittadors sono chiamate le donne che cantano le lodi del defunto e attittadors i loro canti, che un tempo, in caso di assassino, servivano ad esaltare gli animi alla vendetta (lat. * attitiae). L'esistenza, riferita da alcuni viaggiatori per sentito dire, di donne (accabadors) che avrebbero avuto la funzione di far cessare le torture degli agonizzanti soffocandoli, è risultata invenzione fantastica e romanzesca. Anche le numerose pratiche magiche, che accompagnano i momenti principali della vita umana, confermano la persistenza in S. di una mentalità primitiva. Contro le streghe che sotto forma di gatti succhiano il sangue dei neonati, le madri mettono vicino alla culla una falce con molti denti, o una scopa, o chicchi di grano:

le streghe si fermano a contare i denti della falce, o i fili della scopa, o i chicchi, ma non riuscendo a procedere oltre il numero sette, saranno sorprese all'alba e costrette a ritirarsi. Pietre ed erbe speciali si adoperano per scongiurare il malocchio e preservare dalle malattie. In altri casi le materie medicamentose si traggono dagli animali: a Padria gli occhi si curano bagnandoli col sangue di fegato bovino, a Cagliari sfregandoli con un murice a forma di occhio, detto «occhio di s. Lucia», o con una croce e recitando certi scongiuri che sanno solo i pescatori. Riguardo al ciclo dell'anno il carnevale conserva in S. tracce notevolissime del suo originario carattere ritualistico: dalla lenta e danzata processione dei mamutones, pastori e contadini mascherati, con un mazzo di campanacci da due sul dorso e sonagli appesi al collo, e degli isocadores, portatori di soca (lunga fune per le bestie), che escono per le vie del paese il 17 genn., e in altri tempi all'Epifania o a Natale; al bruciamento del fantoccio di carnevale chiamato Giorgio (rimarchevole e forse unica sopravvivenza in Italia del culto primaverile di questo santo), che vien prima portato in giro sopra un cavallo o un asino, seguito da una folla che grida e canta varie strofette; ad es. a Sassari dicono: «Giochi mici cumenti se andaddu», e a Cagliari: «È morto canciofari, canciofà... È morto carnovali, e carnova... Binu nided'ebon, nided'ebon». Meritano di essere ricordati, per il loro fondo magico, gli elementi che compongono il complesso rituale della festa di S. Giovanni: i fuochi votivi accesi con grandi cataste di legno (in Gallura e nell'Anglona adoperano un'erba speciale, dai fiorellini gialli, detta bion-della, il cui profumo tiene lontane le streghe che a notte vanno in giro con le anime degli uccisi), e intorno ai fuochi danzano e saltano giovanetti e ragazze, e diventano compari e comari scambiandosi per tre volte le punte annodate di un fazzoletto, sciogliendo i nodi e sovrapponendo alternativamente le mani, mentre pronunziano formule speciali che variano da paese a paese; e infine la pratica curativa (nota anche altrove) di far passare il bambino emozio per tre volte attraverso la spaccatura di un albero.

Delle feste calendaria le più celebrate sono quelle dei Candelieri a Sassari e a Nulvi (14 a.g.), e la processione del 19 maggio a Cagliari in onore di s. Efisio. In tali occasioni è dato soprattutto di poter ammirare nella loro bellezza e varietà i costumi sardi: singolari quello di Osilo per l'armonia delle linee e dei colori, e quello di Quartu S. Elena per la ricchezza di oro, argento e gemme.

La danza caratteristica dei sardi è il ballo tondo, una specie di ronda che di solito ha luogo all'apertura: i danzatori e le danzatrici formano una lunga catena a circolo, e nel mezzo stanno i suonatori con i loro caratteristici strumenti, la lionedda o la lunedda, la cornamusa e il tamburino.

Anche la poesia popolare presenta un aspetto conservativo ed è connaturata al carattere etnico degli abitanti: lasciando da parte i canti funebri, gli inni ai santi (gòsos) e le ninne-nanne (dun-dun), si ricorda che la forma principale del canto lirico, il mutu, con la sua caratteristica metrica e tecnica poetica (conta quasi sempre di due parti, l'istreria e la torrada, legate tra loro solo per la rima) è ristretto alla S. e non si trova in nessun'altra regione d'Italia.

Elementari sono infine le forme della casa rurale, in relazione con le preminenti attività economiche negli abitanti, che sono la pastorizia e l'agricoltura; la dimora monocellulare o bicellulare segna in S. già un indice di sviluppo rispetto alla capanna rettangolare e al recinto pastorale, la cui persistenza da un capo all'altro dell'isola è espressione della vita economica tradizionale. La quale rivela in alcune costumanze primitive, come quella della ponidura in Gallura, un senso di solidarietà e cortesia, che caratterizza l'anima dei pastori sardi: quando avviene che accidenti naturali (epidemia, inondazione, ecc.) distruggano il gregge ad un pastore, questi può ricostruirselo chiedendo un giovane capo di bestiame a ciascuno degli altri pastori-proprietari. «Vedi tavv. CXXVI-CXXVII.

BIBL.: A. Bresciani, Dei costumi dell'isola di S., comparati con gli antichissimi popoli orientali, Napoli 1850; E. Costa, Costumi sardi, Cagliari 1913; R. Garzia, Nuttus, cagliaritani, 1921.

Bologna 1919; G. Botticelloni, Leggende e tradizioni di S., Giovedì 1922; id., Vita sarda, Milano 1925; M. L. Wagner, La poesia pop. sarda, trad. it., Cagliari 1907; id., La vita rusticana della S. rispecchiatà nella sua lingua, trad. it., 1928; G. Arata e G. Basi, Arte sarda, Milano 1934; C. De Danilowicz, Carta topografica dell'arte rustica e dell'artigianato rurale della S., in Lari, 1930, pp. 403-23; M. Azara, Tradizioni pop. della Gallura, Roma 1943; O. Baldacci, La casa rurale in S., Firenze 1952. Vari spunti di folklore sardo si possono anche ricavare, ma con cautela, dalle relazioni di viaggiatori (La Marmora, Maltzan e altri) e dai romanzi di G. Deledda, Giovanni Bronzini.

SARDI, FILIPPO. «Arcivescovo, n. a Lucca il 18 ott. 1736, m. ivi l'8 marzo 1826. La sua vita è strettamente legata alle vicende politiche dello Stato lucchese, nelle quali ebbe grandissima parte.

Eletto arcivescovo della città natale il 3 ag. 1789, si trovò ad esercitare il suo lungo ministero fra i mutamenti politici che attraversò la piccola repubblica aristocratica per diventare principato sotto il dominio di Elisa sorella di Napoleone e di suo marito Felice Baiocchi (1805-14), con la conseguenza di dover subire il nuovo ordine di cose creato dalla legislazione francese che sovverti tutti gli antichi rapporti. Il S. non mancò di opporsi energicamente quando (1806) si volle esteso anche a Lucca il Concordato del 1803 tra la S. Sede e la Repubblica italiana, nella quale tutela dei diritti vescovi ed ecclesiastici fu confortato dall'approvazione di Pio VII, con cui il S. mantenne una nutrita corrispondenza. Caduto il principato dei Baiocchi, mons. S. fu il maggiore ispirazione dell'azione politica della reggenza provvisoria, impedendo, fra l'altro, ogni rappresaglia nei confronti dei bonapartisti. Insediatisi in Lucca i Borboni di Parma, per la nota clausola del Congresso di Vienna, fu il più ascoltato consigliere di Maria Luisa di Borbone, che resse il ducato per il figlio minore, e che si mise subito in relazione con Pio VII al fine di ristabilire i rapporti fra Chiesa e Stato e ripristinare gli ordinamenti ecclesiastici sconvolti nel governo precedente. Ciò fu compiuto, infatti, con il breve papale dell'8 apr. 1820 e con le speciali disposizioni prese in seguito d'accordo con la S. Sede. Durante questo periodo di restaurazione il S. continuò instancabile nella cura spirituale del suo clero e del suo popolo, e pochi mesi prima del decesso compì per la quarta volta la vita pastorale alle parrocchie alpestri della Garfagnana.

BIBL.: L. M. Cardella, Vita di F. S., Lucca 1832; M. Rosi, L'arcivescovo F. S. e lo Stato di Lucca, in Boll. st. lucchese, 1929, pp. 1-13.

SARDIÇA (Serdica). «Oggi Sofia. Il nome le deriva dalla tribù traccia dei Serdi (Dione Cass., L. 25). Nella sistemazione data da Traiano alla regione dacica dopo la conquista, prese il nome di Ulpia Serdica.

Dal sec. III venne assegnata alla Dacia inferiore. Saccheggiata da Attila fu in seguito dotata, da Giustiniano, di fortificazioni, di cui rimangono le rovine, per la difesa del territorio (Procopio, De Aed., 4, 1; 4, 4). Data la sua posizione nel grande Illirico al confine tra le due porzioni occidentale e orientale dell'Impero, fu sede, come tutta la regione danubiana, di formazioni legionarie reclutate sul posto. Da S. sono datate molte costituzioni imperiali raccolte nel Codice Teodosiano. Nativi di S. furono i due imperatori Galerio e Massimino Daia.

Il concilio di S. - Fu tenuto un Sinodo più probabilmente nel 343 (Mansi, Hefele-Leclercq nel 344, E. Schwartz nel 342), convocato da Costante I e Costanzo II per iniziativa di papa Giulio I. Vi accorsero ca. 180 vescovi fra i quali ca. 80 orientali aderenti al seminario-nesimo. Fu Osio di Cordova a presiederlo coadiuvato dai legati papali, i presbiteri Archidamo e Filossono. Il Sinodo fu una riaffermazione energica dell'ortodossia nicena contro il dilagare del seminarianesimo.

I vescovi seminariani, prendendo occasione dalla presenza nel Sinodo di s. Atanasio, di Marcello di Ancia e di Asclepiade di Gaza, da essi considerati come depositi, formarono non lontano da S. un conciliabolo che scomunicò papa Giulio, Osio e altri e promulgò un nuovo simbolo dogmatico che si riallaccia alla 4a formula antiochena del 341.