SAN MARINO. - Uno dei più piccoli (60,357 kmq.) ed il più antico (almeno dal secc. IX) Stato indipendente d'Europa.
I. GEOGRAFIA
Il suo territorio, chiuso fra le province di Forlì e di Pesaro-Urbino, è costituito da una serie di colline dominate dall'acqua cresta del Titano (749 m.), sulle quali trovano posto le colture (cereali, vite, olivo) che formano, con l'allevamento (bovini e suini) e l'attività artigiana (ceramiche), la base dell'economia locale. La popolazione ammonta a 12.300 ab., dei quali 1850 nella capitale S. M., che sorge a 6.433 m. d'altezza.La Repubblica, che è unita all'Italia da trattati di amicizia e da convenzioni economiche, è retta da due Capitani reggenti, eletti ogni sei mesi, che governano coadiuvati da alcuni Consigli e Congressi, anch'essi elettivi e di frequente rinnovati. Il territorio è amministrativamente diviso in 10 castelli.
II. STORIA
La leggenda del secc. IX-X fa risalire le origini della Repubblica del Titano a S. MARIANO, (v.), tagliapietre proveniente dall'isola di Arbe, il quale, insieme con il suo compagno Leone, sarebbe approdato, verso la metà del secc. IV, sulla spiaggia di Rimini per lavorare al restauro del porto e delle mura devastate dai Liburni; ma poi, per il duro lavoro e per sfuggire, egli cristiano, alla persecuzione di Diocleziano, si ritirò con Leone in uno speco del monte, ove non tardarono a seguirlo altri compagni di lavoro e di fede. Una nobildonna riminese, Felicita, donò a Marino il monte per averla egli convertita alla fede di Cristo.S. Gaudenzio, vescovo di Rimini, avrebbe conferito a Marino il diaconato. Il romitaggio si trasformò in una piccola comunità religiosa indipendente e ben presto sulla sommità del monte fu eretto un sacello in onore di S. Pietro e un monastero, intorno a cui si moltiplicarono gli abituri, primo nucleo della futura città di S. M.
Le invasioni barbariche, che desolarono l'Italia, rispettarono S. M., che, per la sua inaccessibile posizione e per la sua squallida povertà, nulla offriva ai predoni. Ma le successive incursioni dei Saraceni, dei Magiari e dei Normanni costrinnero i Sammarinesi a rafforzare le loro naturali difese costruendo le tre torri, la Rocca o Guaita, la Cesta o Fratta e la Montale, che, congiunte da solide mura, resero inespugnabile il nascente baluardo della libertà. Essi allargarono anche il primitivo dominio a spese dei conti Carpegna e dei monaci di S. Gregorio in Conca.
Si costituiva intanto l'Arengo, o assemblea dei capi famiglia, e si scrissero gli Statuti, di cui il più antico che si sia conservato risale al 1295; l'ultimo è del 1599 e, nelle sue linee fondamentali, è tuttora in vigore.
I primi pericoli che S. M. dovette superare vennero
SAN MARINO - La Cattedrale, su disegno dell'arch. D. Serra (1826-38). San Marino.
dai vescovi feudatari delle sedi vicine di Rimini e di Montefeltro, i quali avanzavano diritti di signoria sul Tiano, la cui indipendenza fu riconosciuta dalla S. Sede nel 1291. Anche il vescovo-conte feretrano, che aveva insistito a lungo nelle sue pretese territoriali, vi rinunciò definitivamente nel 1368. Verso la metà del sec. XV dovette difendersi contro Sigismondo Malatesta, che aveva tentato di scalare la Rocca. Si unì allora con Pio II, con Federico duca di Urbino e con Alfonso di Aragona, re di Napoli. Alla fine della guerra vittoriosa ebbe in premio Fiorentino, Montegiardino, Serravalle e Faetano.
L'Arenzo dei capi famiglia fu sostituito a metà del '400 col Gran Consiglio chiuso, composto di sessanta cittadini. Cesare Borgia, duca di Romagna, tenne nel 1593, per ca. sei mesi, la Repubblica del Titano. Dopo un quarantennio il papa Paolo III inviò cinquecento soldati per impossessarsi di S.M., ma l'indipendenza sanmarinese ne uscì incolume e superò ogni posteriore insidia.
Il Gran Consiglio restrinse a 45 il numero dei suoi membri e i nobili vi ottennero vari privilegi; ne nacque un regime aristocratico-oligarchico, l'amministrazione della giustizia fu affidata a un giudice forestiero, il commissario delle leggi; fu ristretto il diritto d'asilo; fu emanato un Editto (1707), che puniva gli oziosi con l'esilio perpetuo.
Quando Urbano VIII aggregò il Ducato d'Urbino allo Stato della Chiesa (1631), riconfermò l'indipendenza di S. M., cui accordò protezione e privilegi doganali. Nel sec. XVIII il card. Giulio Alberoni, legato pontificio per la Romagna, improvvisamente (1739), occupò la Repubblica del Titano che gli dava tanta noia quale «macchia» nel mezzo dello Stato pontificio, per annetterla allo Stato della Chiesa. La fiera resistenza degli abitanti, unita alla loro prudente arte diplomatica, costrinse le truppe papali a ritirarsi il 5 febb. 1740, giorno che tuttora si solennizzò: Clemente XII ordinò che fossero restituite a S. M. le tradizionali franchigie, e stipulò un trattato di perpetua amicizia. Quando il card. Luigi Valenti Gonzaga, legato nella Romagna, tornò ad assediare S. M. (1786), incontrò la disapprovazione di Pio VI e la libertà della Repubblica fu salva: se ne commemora il ricordo il giorno del santo Patrono (V domenica dopo Pasqua).
Napoleone, conquistata la Lombardia, chiese a S. M. il permesso di passare per il suo territorio e offrì cannoni, frumento e parte dei territori conquistati negli Stati vicini. Per suggerimento del cittadino Antonio Onofri, il Consiglio accettava, pagandoli, mille quintali di grano, a causa della carestia che infieriva, ma ricusava i territori offerti. Anche il Metternich faceva riconoscere nel Congresso di Vienna l'esistenza legittima di S. M.
Durante il Risorgimento d'Italia lo Stato del Titano offrì larga ospitalità agli esuli italiani. Anche Garibaldi sperimentò l'ospitalità di S. M. quando, inseguito dai Francesi e dagli Austriaci, sconfinò nel suo territorio (31 luglio 1849), ove sciolse la sua legione. Due anni dopo (giugno 1851), per aver protratto l'asilo ad alcuni deputati della Costituente romana, S. M. fu occupata dalle forze austro-pontificie: il suo territorio fu sgomberato solo in seguito alla consegna dei rifugiati politici.
Negli eventi del 1859-60, S. M. si mantenne neutrale; formatasi l'unità italiana, godette di una pace incontrastata, attendendo a darsi leggi ed ordinamenti conformi ai nuovi bisogni dei suoi cittadini.
Speculatori forestieri tentarono di impiantarvi una casa da giuoco, una nuova Montecarlo (1868), accompagnando la loro domanda con larghe offerte, tra cui la costruzione di una ferrovia per Rimini, ma i Capitani reggenti risposero che nella Repubblica sarebbe cessata quell'onestà di cui era tanto fiera. La prova fu ritenuta invano nel 1879. Solo nel 1949 il governo di S. M. sebbene a malincuore, dovette ricorrere all'espediente finanziario della casa da giuoco, che venne però chiusa definitivamente due anni dopo.
Un trattato di amicizia e di buon vicinato esiste tra la Repubblica e l'Italia: stipulato il 22 marzo 1862, fu rinnovato nel 1877, nel 1897, nel 1914 e nel 1948. La pacifica rivoluzione democratica del 25 marzo 1906 ripristinò il primitivo sistema di elezione al Generale Consiglio Principe, senza distinzione di categorie tra nobili e plebei, rinnovabile di un terzo ogni tre anni. Nel sett. 1920 fu adottato il suffragio universale con la rappresentanza proporzionale.
Gli avvenimenti della penisola si ripercuotono sovente nella piccola Repubblica. Nel 1915 essa interruppe i rapporti diplomatici con i due Imperi centrali, e una schiera di suoi volontari combatté a fianco dell'esercito italiano. Pure sul Titano si affermò il fascismo, che vi tramontò come altrove il 25 luglio 1943; le libertà tradizionali vennero restaurate. Anche nella seconda guerra mondiale numerosi furono i profughi (ca. 100 mila) che vi si rifugiarono. Vi si accamparono, dopo i Tedeschi, gli Alleati.
III. CONDIZIONE GIURIDICA DELLA CHIESA
Pur avendo da parte sua un rappresentante diplomatico presso la S. Sede, con il rango di Ministro, la Repubblica di S. M. non ha accreditato presso il proprio governo un rappresentante diplomatico della S. Sede ed ecclesiasticamente soggetta alla giurisdizione di due diocesi italiane, Rimini e Montefeltro.Il territorio si trova infatti al confine tra la regione conciliare romagnola e quella marchigiana. La maggior parte però è compresa in quest'ultima regione conciliare, formando parte del territorio della diocesi di Montefeltro con un vicariato foraneo proprio (S. M.) comprendente

dai vescovi feudatari delle sedi vicine di Rimini e di Montefeltro, i quali avanzavano diritti di signoria sul Titano, la cui indipendenza fu riconosciuta dalla S. Sede nel 1291. Anche il vescovo-conte feretrano, che
SAN MARTINO – SAN MARTINO AL MONTE CIMINO
SAN MARTINO AL MONTE CIMINO - Interno della badia (sec. XIII).
Le parrocchie di S. Marino, di Acquaviva, dedicata a S. Andrea Apostolo, di S. Giovanni sotto le Penne, di Borgomaggiore, dedicata ai s. Antimo e Marino, di Chiesanuova, dedicata a S. Giovanni Battista, di Domaniago, dedicata a S. Michele Arcangelo, di Ferentino, dedicata a S. Bartolomeo apostolo, e di Montegiardino, dedicata a S. Lorenzo martire. Due sole parrocchie fanno parte della diocesi di Rimini e quindi della regione conciliare romagnola e sono comprese nel vicariato foraneo di Verucchio: Falciano, dedicata a S. Pietro apostolo, e Serravalle, dedicata a S. Andrea apostolo.
Come è noto la Repubblica non possiede un codice civile proprio (c’è solo il Codice penale promulgato nel 1878); in materia di diritto civile e di diritto pubblico le leggi fondamentali sono contenute nel II e IV. I. degli Statuti del sec. XVI, basati sul diritto romano e sul diritto canonico. Quest’ultimo regola perciò quasi tutto quanto riguarda i rapporti tra autorità civile e religiosa e quanto riguarda il diritto matrimoniale. La legislazione successiva però, pur non mutando sostanzialmente i rapporti, ha risentito di nuovi orientamenti politici o giurisprudenziali, non sempre favorevoli alla Chiesa. In questi ultimi tempi è da ricordare fra l’altro il favore accordato dai tribunali sanmarinesi a divorzisti italiani, che in base al Trattato di amicizia e buon vicinato della Repubblica con il Regno d’Italia, 31 marzo 1939 (art. 5, nn. 1 e 7, § 11), ricorrevano la per ottenere annullamenti matrimoniali da far deliberare in Italia. Il governo social-comunista, prevalso nelle elezioni politiche del 5 sett. 1943, 11 marzo 1945, 27 febb. 1949, ha poi fatto progetti per l’introduzione del matrimonio civile, finora però non trasformati in legge.
Pietro Palazzini
IV. Arte
La città è circondata dalle antiche mura – iniziate nel sec. XIII, successivamente ampliate e re-staurate di recente – che terminano alle tre torri o «penne» della Guaita, della Fratta e del Montale, oltre le quali lo strapiombo del monte rendeva superflua ogni fortificazione: poste su tre creste lungo il crinale, le tre torri danno caratteristico aspetto al profilo del monte; esse sono l’emblema della Repubblica, che le ha rappresentate nel suo stemma.La città ha vie strette e ripide e – tranne pochi palazzi- zotti del ‘500 e del ‘600 – semplici case in cui ogni elemento antico è stato accuratamente valorizzato. Unico monumento medievale superstite è la chiesa di S. Francesco, trecentesca, rimaneggiata in varie epoche e trasformata internamente nel ‘700, nella quale restano un interessante frammento dell’antica decorazione ad affresco (di scuola riminese del tardo Trecento) e qualche pala d’altare (di scuola umbra del Quattrocento, di Girolamo da Cotignola, del Guercino). Conservava probabilmente carattere romanico l’antica pieve dedicata al santo fontaner, posta nel luogo più alto della città, che fu demolita al principio dell’Ottocento per la costruzione di una più vasta basilica, compiuta nel 1838 dall’architetto Serra di Bologna in forme neoclassiche; accanto ad essa, del tutto trasformato, è l’antico sacello di S. Pietro, la cui fondazione è attribuita dalla tradizione allo stesso s. Marino. Nel 1884 fu terminata la costruzione del nuovo Palazzo comunale, su disegno dell’architetto romano F. Azzurri, ispirato a modelli medievali, riflesso delle tendenze storicistiche del tempo. La città possiede anche un piccolo museo, costituito da materiale di vario carattere, ma con alcuni pezzi notevoli; e la Biblioteca, importante per la storia locale e per la storia del Risorgimento italiano. Vedi tav. CXV.
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