TARSIA

TARSIA. - Pratica artigiana consistente nell'unire in superficie frammenti o lamine di legni diversamente colorati per ottenere, anche mediante l'uso di mastice nero nelle congiunture, effetti simili a quelli della xilografia o della pittura; singoli elementi sono messi in opera sulla scorta di un disegno a motivi ornamentali o con figure.

La t. o intarsio ligneo ebbe grande voga nel tardo medioevo, applicata alla decorazione di piccoli oggetti domestici e arredi sacri e durante il primo Quattrocento, a ornare mobili e soprattutto armadioli e cassoni nuziali, particolarmente nella Lombardia e nel Veneto. Si distinguono, in quel periodo, due tipi entrambi derivanti, per lo stile, dai musaici orientali e cosmateschi: il tipo alla certosina con tessere poligonali, talvolta anche in osso, madreperla e metallo, a motivi di rombi, cerchietti e stellette, e il tipo geometrico, con prevalenza di riquadri e rosette, adottato anche negli stalli corali e nei banconi. Ma già agli inizi della Rinascita si affermava, in Italia, la t. pittorica, e uno dei primi e più notevoli esempi si ha a Siena con gli stalli del Palazzo Pubblico (1429) dovuti a Domenico del Coro, che vi effigiava nei riquadri scene come l'Annunciazione e l'Adorazione dei pastori. Agli effetti luministici di quella nuova maniera concorrevano l'uso di un legno chiarissimo, denominato silio, e l'applicazione di un ferro arroventato sul commesso ligneo onde ricavare per annerimento le ombre. Il massimo sviluppo quattrocentesco di quest'arte si verificò a Firenze anche mercé i disegni forniti da pittori e orafi come il Baldovinetti, Maso Finiguerra, Sandro Botticelli, Filippino Lippi. E non furono estranee a codesto sviluppo le tradizioni architettoniche locali, cioè i commessi marmorei sulle fronti di edifici romanici, gotici e di Leon Battista Alberti (S. Maria Novella e tempietto

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TARSIA - Intarsiatore. Autorizzato di Antonio Barile (1502). Vienna, Österreichischer Museum.
(per cortesia del dott. B. Degenhart)
del S. Sepolcro). Fra i maestri più insigni si annoverano i fratelli Giuliano e Benedetto da Maiano. Il primo collaborò con Francesco di Giovanni, detto il Francione, nella sala dei Gigli a Palazzo Vecchio, effigiando fra l'altro le figure e le opere di Dante e del Petrarca; eseguì le vaghissime sedie corali nel duomo di Pisa e si unì a Domenico del Tasso per adornare squisitamente il coro del duomo di Perugia.

In seguito, la Toscana vide fiorire le invenzioni di Giuliano da Sangallo, figlio del tarsiatore Francesco di Bartolo Giamberti, del pistoiese Ventura Vitoni e di Baccio d'Agnolo, con i figli Giuliano, Filippo e Domenico. Altro notevole maestro dell'Italia centrale fu Domenico d'Antonio Indivino da Sanseverino, che decorò gli stalli della basilica superiore di S. Francesco in Assisi. Nel Palazzo Ducale di Urbino verosimilmente il fiorentino Baccio Pontelli eseguì verso il 1480, sotto la guida di Francesco di Giorgio Martini, lavori mirabili per le porte di parecchie sale e per il celebre studiolo del duca Federico da Montefeltro, dove rifuggono nature morte, motivi geometrici e vegetali, prospettive ingegnosissime e figure allegoriche fra cui le tre Virtù teologali, su disegno, sembra, di Sandro Botticelli. Nell'alta Italia eccelsero il modenese Bartolomeo dei Polli, operante nel coro della certosa di Pavia su disegni del pittore Ambrogio Borgognone, e soprattutto i fratelli Lorenzo e Cristoforo Canozi da Lendinara, che introdussero l'uso dei legni colorati artificialmente, moltiplicando così gli effetti cromatici della t., e lasciarono opere di solenne impronta pierfrancescana nel duomo di Modena (pannelli con le figure dei quattro Evangelisti) e nella Basilica del Santo a Padova (1462-69). La loro innovazione fu coltivata nel sec. XVI con seducente fecondità ornamentale da fra' Giovanni da Verona e da fra' Damiano da Bergamo, entrambi

educati in Venezia alla scuola di fra' Sebastiano da Rovigno. Al primo spettano le magnifiche t. nel coro del cenobio di Monteoliveto (1505) e nella chiesa di S. Maria in Organo a Verona; al secondo, quelle delle porte di S. Pietro a Perugia (1535) e degli stalli di S. Domenico a Bologna (1541-49).

Da notare, fra le risorse decorative di questi maestri, che spinsero al più alto grado il virtuosismo pittoresco, le vedute di edifici e di strade con intenti panoramici, dove si cerca di obbedire alle leggi della prospettiva aerea oltre che lineare. Singolari, inoltre, per la loro complessità figurativa, le t. eseguite nel coro di S. Maria Maggiore a Bergamo (ca. il 1530), su cartoni del pittore Lorenzo Lotto, da Gian Francesco Capodiferro di Lovere, allievo di fra' Damiano da Bergamo. Con l'avvento del manierismo, alla t. lignea si sostituirono, nei mobili d'uso privato, le incrostazioni in pietre dure, mentre gli arredi sacri si appesantivano di aggetti massicci, non certo compatibili con le lineari policromie del Rinascimento.

Soltanto nel periodo rococò la t. tornò a fiorire, principalmente in Francia, per merito dei grandi mobiliari Andrea Carlo Boulle, Carlo Cressent, Riesener e altri, che seppero utilizzare i legni più preziosi, insieme con i metalli e le scaglie di tartaruga, per incrostazioni superficiali ricche di finezze cromatiche e di capricciosi arabeschi. Ne subirono l'influenza, in Italia, gli esperti mobiliari veneziani. Verso la fine di quel secolo e nei primi decenni dell'Ottocento, dopo le bravure minuziose del piemontese Pietro Piffetti, impressero un'orma originale, con le loro castigate ornamentazioni per mobili a motivi di paesaggi e fiori, i lombardi Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini, di fama europea. Nel secolo scorso gli sporadici tarsiatori si limitarono a ricalcare il repertorio figurativo dei tempi passati e una certa ripresa del gusto si registrò negli ultimi decenni insieme con i progressi dell'arte xilografica, come attestano i pannelli a motivi neorinascimentali, approntati da Edoardo Del Neri per la Casa Madre dei Mutilati, a Roma. - Vedi tav. CXXVIII.

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“TARSIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. XI (1953), p. 1071. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/tarsia.