SUSA, DIOCESI di - Arco eretto da Re Cozio I, in onore di Augusto, l'anno 9 a. C. - Susa.
rente, arrivato da Gerusalemme, le tristi notizie circa la mancata ricostruzione delle mura della città. Tra i due tell dell'acropoli e dell'Apadana (cittadella), vasto quadrilatero sopraelevato sulla pianura, c'è la depressione che costituiva una grande piazza (piazza d'armi e bazar), cuore della città. Nel cosiddetto « quartiere imperiale » si è potuto risalire dall'epoca musulmana a quella sassanide e a quella partica, con ricchi rinvenimenti. Del Palazzo di Dario I, si è potuto identificare il luogo delle mura interne ed esterne, totalmente scomparse.
SUSA, DIOCESI di. - Città e diocesi del Piemonte, nella valle omonima, in provincia di Torino.
L'attuale diocesi comprende tutto il territorio della vallata di S. e conta 51.800 ab., dei quali 51.200 cattolici distribuiti in 62 parrocchie, servite da 108 sacerdoti diocesani e 8 regolari, ha 4 comunità religiose maschili e 4 femminili.
È l'antica « Segusium », sede del re Donno coetaneo ed amico di Cesare ed alleato dei Romani che gli riconobbero grado e potestà regale. Quando dai Romani l'Italia venne divisa in regioni, Marco Giulio Cozio I, figlio di Donno, ebbe la nomina a prefetto della propria regione, in sostituzione del titolo regio. In onore di Augusto, reduce dalle Gallie nell'anno 9 a. C., Cozio innalzava il magnifico arco trionfale che ancora oggi si ammira. Alla morte di Cozio II il Regno segusino fu annesso definitivamente all'Impero e compreso nella provincia della
Gallia Cisalpina (67 d. C.). Alla caduta dell'Impero la valle di S. appartenne agli Eruli, ai Goti di Teodorico, ai Greci di Narsete, ai Borgognoni, finché Carlomagno, vinti i Longobardi alle Chiuse ed a Pavia (774), restituì S. all'Italia. Nel 906 la valle di S. subì ancora una terribile invasione da parte dei Saraceni di Frassineto, scesi in Italia dal Moncenisio: soltanto nel 946 venivano cacciati definitivamente dalla val S. da Arduino Glabrione, conte di Torino e, in seguito alla fortunata impresa, marchese di S. La valle fu così soggetta ai marchesi di Torino fino al 1406, epoca in cui la contessa Adelaide di S. sposò il conte Oddone di Savoia, figlio del Biancamano, unendo così i suoi possedimenti a quelli di Casa Savoia.
Nel 1174 il Barbarossa incendiò S. e la ridusse ad un mucchio di macerie; risorta e rifiorita, S. fu ancora teatro delle guerre tra Francesi e Spagnoli (1536-1707) e ne portò per lungo tempo tutte le dolorose conseguenze. Dopo Marengo, S. divenne sede di sottoprefettura e le cose rimasero così fino al Trattato di Parigi del 30 maggio 1814 per cui i Reali di Savoia entravano in possesso dei loro beni di terraferma.
La diocesi di S. fu eretta il 3 ag. 1772 da Clemente XIV con la bolla Quod nobis TEORIANO (v.). Pio VII fu poi costretto a sopprimerla con la bolla Gravissimis del 17 ag. 1805, unendola nuovamente a Torino, ma, mutati i tempi, la ripristiniò con l'altra bolla Cunctis ubique del 17 luglio 1817. Primo vescovo di S. fu mons. Giuseppe M. Ferraris dei conti di Genola, il quale fece costruire a sue spese il Palazzo vescovile; è in corso la causa di beatificazione del vescovo mons. Edoardo Rosaz, l'apostolo dei poveri e della fanciullezza derelitta: fondò la congregazione delle Suore Terziarie di S. Francesco.
Tra i personaggi celebri oriundi di Val Susa sono da annoverarsi il card. Enrico De Bartolomei, il poeta Norberto Rosa, il sen. Luigi Des Ambros, ministro di Carlo Alberto e di Vittorio Emanuele II, il gen. Michele Bes, l'architetto Meano.
S. possiede un'interessante cattedrale dedicata a s. Giusto Martire, patrono della diocesi, fatta crigere nel 1011 da Olderico Manfredi II, marchese di S. e da sua moglie Berta ed istituita in origine come abbazia indipendente; la chiesa collegiale di S. Giusto venne poi eretta in cattedrale da papa Clemente XIV con bolla dell'anno 1772. Prezioso ornamento della cattedrale di S. Giusto è il trittico della Madonna del Rocciamelone, trittico in bronzo del 1358; ed alla Madonna del Rocciamelone è pure dedicato il famoso Santuario innalzato sul monte omonimo a 3537 m. La chiesa di S. Giovanni

(per gentile concessione del sig. parroco don Eraldo Isolato)
(fot. Pont, comm. arch. sacra)