SUSA, DIOCESI DI

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SUSA, DIOCESI di. - Città e diocesi del Piemonte, nella valle omonima, in provincia di Torino.
SUSA, DIOCESI di. - Città e diocesi del Piemonte, nella valle omonima, in provincia di Torino.

L'attuale diocesi comprende tutto il territorio della vallata di S. e conta 51.800 ab., dei quali 51.200 cattolici distribuiti in 62 parrocchie, servite da 108 sacerdoti diocesani e 8 regolari, ha 4 comunità religiose maschili e 4 femminili.

È l'antica «Seguisum», sede del re Donno coetaneo ed amico di Cesare ed alleato dei Romani che gli riconobbero grado e potestà regale. Quando dai Romani l'Italia venne divisa in regioni, Marco Giulio Cozio I, figlio di Donno, ebbe la nomina a prefetto della propria regione, in sostituzione del titolo regio. In onore di Augusto, reduce dalle Gallie nell'anno 9 a. C., Cozio innalzava il magnifico arco trionfale che ancora oggi si ammira. Alla morte di Cozio II il Regno seguiso fu annesso definitivamente all'Impero e compreso nella provincia della

SUSA, DIOCESI di - Mìssale benedicimus, 30-40°. Messa della prima parrocchiale.

SUSANNA - S. sotto le sembianze di una pecora insidiata da due lupi. Affresco sulla fronte dell'arcosolio di Celerina (metà del sec. IV) - Roma, cimitero di Pretestato.

a Salbertrand ha un portale del tipo in uso nel Delfinato. Fra i monasteri più antichi annovera: Novalesa (v.) e l'abbazia della Sagra di S. AMARI, MICHELE (v.).

- Vedi tav. CVII.

BIBL.: G. Sacchetti, Mem. della chiesa di S., Torino 1788; L. Cappellano, Il marchesto di S. e il Piemonte nel sec. XI, 1877; G. Brayda, Il medioevo in Val di S., 1885; C. Cipolla, Le più antiche carte diplomatiche del monastero di S. Gusto in S., Roma 1866; F. Ferrero, L'arco di S., Torino 1866; L. F. A. Peracca, L'alta Val S., 1893; A. Pozza, Pagine di stor. mediev. ussina, Marostica 1903; M. Buffa, S. nei tempi antichi e moderni, Susa 1904; F. Genin, S. antica, Saluzzo 1905; P. Kieffer, S. Gusto di S., Torino 1906; G. E. Bonino, La culla della dinastia sabauda, 1907; P. Bacco, Mem. stor. riguardanti S. e Avigliana (manoscritto esistente nella Biblioteca civica di S.); Cottineau, II, col. 3106.

SUSANNA. - Protagonista di un racconto che fa parte del complesso Daniele (v.), figlia di Helcia (che si suol accostare a quello di Jer. 29, 3), moglie dell'israelita Ioakim in Babilonia, lodata per bellezza e virtù.

Il nome figura nei Settanta Σουαβννάς dall'ebr. σύζαη «giglio»; forse è forma aramaizzata in «nā», mentre il fiore era σύζαητά.

La tragica vicenda in cui venne a trovarsi ritrae da vicino alcune speciali condizioni del giudaismo nell'esilio. I vari gruppi deportati, eccetto per quanto riguardava la loro posizione politica di sudditi e tributari e i rapporti di affari con estranei, da regolarsi sul diritto locale, si governavano con leggi e capi propri. Tra i Giudei gli «anziani», già autorevoli nella tradizione passata, finirono con l'essere di fatto le vere guide delle comunità esiliate, come si rileva da Ezechiele (8, 1; 14, 1; 20, 1) e da Geremia, che li rimprovera di soprusi (29, 22-23).

Due anziani governavano appunto la comunità a cui apparteneva Ioakim, il quale, essendo agiato, metteva la sua casa a disposizione dei due capi per le udienze. Al pomeriggio sua moglie S. andava nel giardino annesso alla casa con qualche fanciulla del servizio; in quell'occasione i due anziani la osservavano e finirono con l'invaghirsene. Scopertisi a vicenda, presero accordi nel preciso intento di dare sfogo alla loro passione. L'occasione fu offerta una volta dal fatto che, avendo S. rimandato le ancelle per prendere un bagno, si trovò sola; subito i due le furono vicini e le posero l'alternativa: o concedersi, o essere da loro tratta in giudizio con un'accusa infamante, di cui essi avrebbero reso testimonianza giurata; l'allon

tanamento delle fanciulle sarebbe stato un buon indizio contro di lei. S. avvertì il pericolo, ma dichiarò che preferiva morire senza aver offeso Dio. E gridò. Gridarono anche gli anziani; accorse gente. Ma i due formularono l'accusa: la donna stava peccando con un giovanotto, il quale, sorpreso, era fuggito veloce. S. venne tratta a giudizio, condannata a morte per adulterio e condotta al supplizio. A questo punto avvenne l'improvviso cambiamento di scena: il giovinetto Daniele, che si trovava tra la folla, proclamò l'iniquità del fatto; ascoltato dal popolo, persuase tutti a riprendere il processo (anche un tale intervento di giudizio popolare è conforme alle usanze del momento), in cui i due anziani risultarono in contraddizione tra loro, e furono essi stessi condannati. S. fu proscolto ed esaltata.

L'originale del racconto era semitico, ma ora rimane solo la versione greca. Il passo è quindi «deuterocanonico». Nella Bibbia greca generalmente il brano è preposto con il titolo proprio S. al libro di Daniele: il fatto è supposto anteriore a Dan. 1, 1. Nella versione latina invece è aggiunto in fondo, come cap. 13.

Il valore etico-esemplare del racconto appare da sé, offrendo il modello della donna virtuosa, che preferisce la morte al peccato e di fronte al pericolo «grida». Artistiche e momenti poiché di una tecnica raffinata il modo con cui è condotta la vicenda, dalla tensione alla rapida risoluzione.

Giovanni Rinaldi