GADDI, TADDEO e AGNOLO. - Pittori fiorentini del sec. XIV. TADDEO (notizie per gli aa. 1327-66) fu discepolo di Giotto e, in certo senso, il più «osservante» dei giotteschi.
Negli affreschi della cappella Baroncelli in S. Croce (1322-38), nelle storie degli armadi della sagrestia di S. Croce (all'Accademia), negli affreschi del refettorio di S. Croce, nella volta dell'abside del S. Francesco di Pisa (1342) ecc., egli si applica ad una traduzione del serrato dramma giottesco in piano stile narrativo, arricchito di particolari illustrativi e di un tono enfatico e pietistico (ebbe rapporti d'amicizia con il b. Simone da Cascia). Una ricerca di monumentalità sul metro, fruttese, di Giotto si riscontra nelle sue tavole (politici di S. Giovanni a Pistoia e di S. Felicita a Firenze, Madonna del 1355 degli Uffizi, ecc.); qualche accento più intimo, con accentuazioni coloristiche senesi, in alcune opere tarde, quali i tondi nella volta della cripta di S. Miniato e la Madonna della Villa delle Rose. Gli affreschi del Camposanto di Pisa con le Storie di Giobbe, attribuirgli dal Vasari, mostrano d'altronde una nuova ampiezza paesistica e una fantasiosa ricchezza cromatica, sostenute da una fervida ispirazione, da far dubitare dell'attribuzione tradizionale.
AGNOLO, suo figlio (attivo dal 1369, m. nel 1396) ebbe più delicato temperamento d'artista ed elaborò, a contatto con varie correnti di gotico più avanzato, un linguaggio che si pone come liquidazione dell'accademia giottesca e inizio del gotico fiorito. Negli affreschi di S. Piero in Palco, nella serie delle tavolette giovanili (Galleria dell'Accademia a Firenze, Vaticano, Filadelfia, Londra), ma specialmente nelle parti autografe degli affreschi del coro di S. Croce (ca. 1380), della cappella Castellani, e della cappella del S. Cingolo nel duomo di Prato (1392-95) - eseguiti con larga collaborazione di aiuti di vario livello - seppe esprimersi in un linguaggio sottilmente ritmico di linea sciolta e fluente, di colore terso, di composizioni aperte e indefinite, avendo coraggiosamente abbandonate la grammatica plastica e la sintassi legata del giottismo. Qualità che si indeboliscono invece nelle ultime tavole del maestro, la pala di S. Miniato (1393-96) e la predella del Louvre.