SIENA, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi, capoluogo di provincia in Toscana. Ha una superficie di 800 kmq. con una popolazione di 85.000 ab. dei quali 84.000 cattolici, distribuiti in 110 parrocchie e 13 vicariati, serviti da 140 sacerdoti secolari e 70 regolari; ha seminario maggiore e minore, 11 comunità religiose maschili e 33 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 379). La diocesi, che subì forti diminuzioni nel secc. XV e XVI, si stende in forma di rettangolo irregolare, da nord a sud, principalmente sul versante destro dell'Ombrone con gli affluenti Arbia, Merse, Lanzo, Gretano; è attraversata dalle Vie Cassia e Grossetana. Sue suffraganee sono le diocesi di Grosseto, Chiusi, Massa Marittima, Sovana e Pitigliano.
I. ORIGINE E STORIA
S. (Saena, Sena, Senae) ha origini oscure. Probabile centro etrusco, divenne ca. il 30 a. C. importante colonia romana, ma ne rimangono pochi ruderi.Il cristianesimo vi si introdusse secondo la tradizione agli inizi del sec. IV per opera del giovane romano Ansano Anicio, martirizzato per la fede sull'Arbia nel 303 e divenuto patrono principale della diocesi. Del martire sono documentati nel sec. VII un monastero e una chiesa (Lanzoni, p. 564). Pare quasi certo che fosse vescovo di S. quel Floriano che nel 313 intervenne al Concilio di Roma, ma la storia della diocesi per i primi secoli è avvolta nel buio. Dopo Floriano si ricordano Eusebio, che partecipò al Sinodo romano del 465; Mauro a quello del 649 e in quel torno concluse un compromesso con il vescovo di Arezzo sul possesso contrastato di diciotto pievi situate in territorio senese (cf. C. Lanzeri, La donazione del tribuno Zenobio, ecc., Arezzo 1938, p. 12 sgg.); Vitaliano che nel Concilio romano del 680 sottoscrisse la nota Lettera all'Imperatore d'Oriente. Il compromesso per le pievi controverse non fu mantenuto e lunghi contrasti con alterne vicende si ripeterono e sfociarono anche in violenze, come per la traslazione a S. del corpo di S. Ansano (1107), fino al sec. XII, senza vantaggio per S., lasciando uno strascico d'animosità tra le due diocesi. Intanto sorgeva a pochi chilometri dalla città il famoso monastero benedettino di S. Eugenio (730) e pochi anni dopo all'estremo limite del contado si alzava l'ancor più famosa abbadia di S. ROSA, SALVATORE (v.). La vita religiosa metteva buone radici. L'autorità del vescovo,
già eminente accanto ai gastaldi longobardi, si rafforzava con i conti franchi.
Con lo sfasciarsi dell'Impero carolingio il vescovo rimase l'unica incontrastata autorità. Il conte imperiale rientrò in S. soltanto con Ottone I e per non durarvi a lungo. Il potere era passato al vescovo che l'esercitava con un consiglio di consoli nobili e chiamando la popolazione davanti alla chiesa per approvare le proposte. Di pari passo con l'evoluzione politica si svolgeva la vita ecclesiastica. Già fin dall'inizio del sec. X il Capitolo della Cattedrale è legato a vita comune con la sua Schola, della quale si son tramandati i nomi di alcuni maestri, priores scholae. Il Capitolo senese si gloria tuttora della appartenenza, sia pure fugace, del dotto s. Bruno di Segni a quella scuola. I canonici senesi fondarono l'ospedale di S. Maria della Scala per i pellegrini malati ed abbandonati, affidandone la cura ad una congregazione di laici, i Frati dello Spedale, ma riservandosi l'approvazione del rettore e la vigilanza sull'amministrazione. Fino alla fine del sec. XIV il Capitolo elesse il vescovo. A S. fu eletto contro l'intruso Benedetto X il papa Nicolò II (1058), segno che essa appoggiava il nuovo movimento di riforma. Ancor prima del conflitto per le investiture, la Chiesa senese aveva ottenuto (ca. 1055) prerogative quasi sovrane sopra un ampio territorio tra l'Arbia e la Merse, che avrebbe formato il feudo del vescovato, durato, tra contrasti e consensi, fino a Pietro Leopoldo (1786).
Del disordine politico e religioso originato dalla lotta tra Papato e Impero (quando Gregorio VII affrontava Enrico IV reggeva la Chiesa senese il vescovo s. Ridolfo [1072-84]) approfittarono i grandi feudatari per allargare i loro domini. Ma ormai il movimento per la unificazione della vita comunale non poteva arrestarsi; e sotto la guida del vescovo e dei consoli si andava limitando la potenza dei grandi. Si susseguono le donazioni al vescovo e alla Vergine Maria, al vescovo e al popolo, alla Vergine ed al Comune. Ai feudatari viene imposta la dimora in città. La nuova lotta tra il papa Alessandro III senese e Federico I trovò vescovo di S. l'attivo e zelante Ranieri (1129-67) al quale si deve il prezioso calendario-obituario della Chiesa senese (ca. 1140). Avendo i consoli, premuti dal vicario imperiale, imprigionato alcuni ecclesiastici, il vescovo scomunicò i consoli e pose l'interdetto sulla città e il contado. Il clero restò fedele al Papa, ma il vescovo costretto a fuggire non poté più ritornare (m. nel 1170).
Risale a questo tempo la consacrazione della nuova Cattedrale. S. ghibellina ebbe il riconoscimento imperiale delle città libere (1186); libera elezione dei consoli (che S. eleggeva da vari decenni), batter moneta, ecc.; riconoscimento che fu completato con l'istituzione del podestà (1199). Purtroppo il movimento di unificazione comunale fu intorbidato da guerre continue tra S. e Firenze, guerre che né lo zelo pastorale dei vescovi Buono (1189-1215) e Buonfiglio (1216-52), né la predicazione di pace dei nuovi Ordini domenicano, francescano, dei Serviti valsero a placare, finché S. riuscì a debellare la rivale guelfa (1260) e a do-

(fot. Grassi, Siena)
(fot. Grassi, Siena)
L'eredità del b. Andrea Gallerani (ca. 1200-51) fondatore della Casa di Misericordia (ca. 1240) si allargava con la Compagnia dei Disciplinati sotto le volte dello Spedale (1295), la quale tuttora continua qualcosa della beneficenza antica sotto il nome di Società di Esecutori di pie disposizioni; il b. Bernardo Tolomei (1272-1348) fondava nel 1319 la Congregazione degli Olivetani; sorgevano le Certose di Maggiano e di Pontignano; il Comune, non soddisfatto di avere una grande cattedrale, ne progettava una maggiore ed il vescovo Donusdeo (1313-51), benemerito della fede per la carità e fermezza usata verso i Fraticelli, come benemerito era stato il suo predecessore Buonfiglio (1216-52) nei riguardi degli Albigesi, benediva (1339) la prima pietra della grande Cattedrale che, pure incompiuta, rimane a testimonianza di fede, d'ardimento e di genio.
S. era popolata di chiese, di conventi, di spedali avvivati tutti dalla grazia dell'arte. Tre anni dopo la peste micidiale, lo stesso vescovo Donusdeo beneficiava con il suo testamento (1351) 20 parrocchie, 34 conventi, 2 badie, 13 spedali. Il contado non sfigurava affatto nei confronti del centro della diocesi in questa gara di fede e di carità. Eppure profondamente agitato da torbide passioni, caduti i « Nove » il popolo si consumò in lotte continue interne ed esterne che portarono la Repubblica alla rovina (1555) con l'incorporazione nel Granducato mediceo. Durante questi due secoli l'Università di S. fu elevata da Carlo IV (1357) a Studio generale con facoltà al vescovo di conferire le lauree; sorse l'opera del b. Giovanni Colombini con i suoi Gesuati; si vide l'ardore di s. Caterina, la dotta pietà degli Ilicetani; di s. Bernardino con la sua Osservanza; la permanenza in S. di Gregorio XII, mecenate dello Studio cui concesse la cattedra di teologia; la permanenza di Eugenio IV, Gabriele Condulmer, già vescovo di S. (1408); l'incompiuto Concilio ecumenico del 1423;
l'episcopato d'Enea Silvio Piccolomini (1450-58), poi Pio II, il quale elevò la sede di S. a metropolitana il 23 apr. 1459; poi quello di Fr. Piccolomini (1460-1501), poi Pio III; quello di Fr. Bandini Piccolomini, energico difensore della fede contro i novatori (1529-88). E la fede restò salda nella chiesa senese, nonostante i casi sporadici di defezione culminati nell'apostasia di B. Ochino.
Caduta la repubblica, S. passava a far parte del Ducato di Toscana. Nel nuovo clima politico le norme tridentine ispirarono felici iniziative, dirette specialmente dai Cappuccini e dai Gesuiti, venuti a S. rispettivamente nel 1536 e nel 1555. L'episcopato del dotto arcivescovo A. Piccolomini (1588-97); dello zelantissimo card. Fr. Tarugi (1597-1607), che tenne un Sinodo provinciale (1599); del card. M. Bichi (1612-14), fondatore del Seminario; di A. Piccolomini (1628-71), che adattò alle mutate condizioni prudenti norme educative, ma incontrò anche fiera resistenza all'attuazione delle prescrizioni canoniche da parte di due cospicue congregazioni laiche gelose di pretesi diritti, onorarono la Chiesa senese. Il Seminario, irrobustito dalla munificenza di Alessandro VII (1660), richiamava giovani da ogni parte della Toscana gareggiando con il Collegio Tolomei diretto dai Gesuiti; a questi dopo la soppressione (1774) successero gli Scolopi.
Le controversie gianseniste sfiorarono appena la diocesi. Ma quando Pietro Leopoldo pretese attuare con le provvede riforme economiche le improvvede riforme religiose, l'arcivescovo P. Borghesi, benemerito, in seguito alla soppressione granducale delle compagnie laicali, del riassetto delle parrocchie cittadine (1783-86), difese fermamente i diritti della dottrina e disciplina ecclesiastica. Ospite di S. fu l'esule Pio VI nel febbr.-maggio 1798. Gli Ordini religiosi soppressi dai Francesi (1808-1809) ritornarono dopo la restaurazione. Il periodo risorgimentale non trovò impreparata la diocesi ai nuovi tempi, che degni prelati come il dotto e generoso arcivescovo G. Mancini (1824-55) ne reggevano il governo. Il Seminario-

(fot. Bait)
II. PERSONAGGI ILLUSTRI
Onorarono la loro Chiesa e patria senese: Rolando Bandinelli, insigne giurista, poi Alessandro III (1159-81); il card. Riccardo Petroni (ca. 1250-1313), profondo giurista e mecenate; i due papi Piccolomini; Camillo Borghese, oriundo senese, poi Paolo V (1605-21); Fabio Chigi, letterato e diplomatico, papa Alessandro VII (1655-67); Ambrogio Caterino (Lancellotto Politi: 1487-1553) poeta, teologo; Claudio Tolomei (1480?-1555), poeta, filologo, politico, vescovo di Corcira (1549-1555); Sisto da S. (1520-69) convertito dal giudaismo, dottissimo esegeta biblico; Sallustio Bandini (1677-1760) arcidiacono del Duomo, acuto economista; l'abate Giovanni Caselli (1815-91), fisico, inventore del pantelegrafo; mons. Nazareno Orlandi (1872-1945), pioniere dell'Azione Cattolica, fondatore della Federazione delle Associazioni del Clero in Italia (F.A.C.I.). Ai santi già ricordati fanno degna corona il b. Ambrogio Sansedoni (1220-82); b. Andrea Gallerani (ca. 1200-51); b. Francesco (m. nel 1328) e b. Antonio Patrizi (m. nel 1311); b. Giovacchino Piccolomini (1258-1305) e le bb. Caterina Lenzi, Nera Tolomei, Caterina Colombini, con le altre, delle quali ogni casata senese tiene a menar vanto.III. MONUMENTI INSIGNI
S. abbonda di monumenti.
(fot. Facostere, Torino)
(fot. Exil)
Il Museo dell'Opera, annesso al Duomo, contiene ricchezze inestimabili: sculture, statue (già nel Duomo), le Tre Grazie, disegni, codici miniati, oreficerie, avori, ricami, reliquiari, paramenti con la tavola di Duccio, la Maestà (1309-11) fatta per l'altare maggiore del Duomo.
Lo Spedale di S. Maria della Scala di fronte al Duomo, gigantesca costruzione a due e sei piani (secc. x-xiv), racchiude con i capolavori dell'arte nella chiesa, negli oratori sottostanti e nel suo interno, particolarmente nel Pellegrinaio (1440-43) di Domenico di Bartolo e del Vecchietta, la storia di dieci secoli di cristiana carità. La pieve di S. Giovanni costruita (sec. xiv) sotto il presbiterio del Duomo ha il fonte battesimale lavorato da Jacopo della Quercia, Donatello e Ghiberti.
La basilica di S. Domenico (1223 sgg.), oggi Basilica Cateriniana, vanta la cappella delle Volte con il ritratto di S. Caterina di Andrea di Vanni e la cappella di S. Caterina con la testa della Santa e gli affreschi del Sodoma e una maestosa cripta. La basilica di S. Francesco (1246 sgg.), ampia e austera con capolavori di Ambrogio e Pietro Lorenzetti, danneggiata in vari tempi e nella seconda guerra mondiale, è meta di pellegrinaggi per il prodigio delle Sacre Particole conservatesi intatte dal 1730. Adiacente a S. Francesco è l'oratorio di S. Bernardino con dipinti del Beccafumi, Sodoma, Del Pacchia; con il cuore del Santo e la tavoletta del Nome di Gesù disegnata dallo stesso Santo. La basilica di S. Maria dei Servi (ca. 1260), con la facciata incompiuta rinnovata (1534) e dedicata all'Immacolata, è stata restaurata ai primi di questo

La chiesa di S. Agostino (1258 sgg.), rimaneggiata in più tempi, ampia e luminosa, ha un trittico di Simone Martini, una Crocefissione del Perugino, la Strage degli Innocenti di Matteo di Giovanni e l'Epifania del Sodoma. S. Maria del Carmine (secc. XIII-XIV), restaurata in questo secolo, possiede un'arcaica Madonna dei Mantellini ed il S. Michele del Beccafumi. La casa di S. Caterina, trasformata in oratori (1464 sgg.), è un santuario al quale accorrono fedeli da tutto il mondo; ha lavori del Sodoma, Pacchia, Neroccio, Fungai, Riccio e ricordi della Santa. S. Maria di Provenzano (1596 sgg.) è un'insigne collegiata, strettamente collegata col tradizionale Palio, ricchissima di preziose suppellettili; è l'unica chiesa barocca della città. S. Maria di Fontegiusta (sec. XV), è singolare costruzione cubica, con capolavori del Marrina, Peruzzi, Fungai. La chiesa dell'Osservanza (basilica di S. Bernardino all'Osservanza, sec. XV), distrutta nella seconda guerra mondiale e completamente rifatta, a breve distanza dalla città, ha l'Incoronazione della Madonna di A. della Robbia, il Reliquiario della tonaca di S. Bernardino di Fr. d'Antonio (1454); S. Elisabetta di Benvenuto di Giovanni; politici di Sano di Pietro e del Sassetta. Tra i luoghi sacri sono anche da ricordare gli oratori delle storiche 17 contrade, ancora intimamente legate alla vita civile e religiosa dei senesi.
Le innumerevoli ricchezze pittoriche e scultoree, sparse nelle chiese del territorio della diocesi, son finite in massima parte nella Pinacoteca cittadina.
scov. di S., ivi 1901; A. Lisini, Il Costituto del Comune di S. del 1262, volgarizzato nel 1309-10, 2 voll. ivi 1903; V. LUCINA, Il duomo di S., ivi 1911-39; N. Mengozzi, Il feudo del vesc. di S., ivi 1911; W. Heywood-A. L. Olcott, Guide to S., ivi 1924. E. Carli, Il museo dell'Opera e la Libreria Piccolomini di S., ivi 1946. Per la contesa tra i vescovi di S. e Arezzo, V. E. Besta, in Arch. Stor. it., 5ª serie, 37 (1906), pp. 61-92. Per i monasteri: Cottineau, II, coll. 3030-32. N. Ottokar, S., Firenze 1944; V. Passeri, Genesi e primo sviluppo del comune di S., in Boll. senese stor. patr., 51-54 (1944-47), p. 31 sgg.; G. Prunsi, Lo studio senese, ibid., 56 (1949), p. 53 sgg. Venanzio Savelli
IV. ARTE SENESE
Il periodo di maggior splendore delle tradizioni artistiche di S. cade tra la metà del sec. XIII e i primi decenni del XVI, e corrisponde all'incirca a quello che vide l'affermarsi del libero Comune. L'architettura raggiunse il massimo sviluppo e caratteri di schietta autonomia durante l'età gotica: infatti non rivelano accenti di spiccata originalità le poche costruzioni romaniche tuttora conservate in città, come l'abside di S. Cristoforo, la chiesa di S. Pietro alla Magione e quella di S. Maria in Betlem, nelle quali non senza una certa grazia si rielaborano motivi di origine lombarda. È, se mai, il contado a darci una notevole serie di chiese romaniche, tra le quali emergono la collegiata di S. Gimignano, la collegiata di Asciano, la pieve di S. Quirico in Osenna nella Val d'Orcia e soprattutto la famosa abbazia di S. Antimo a Castelnuovo dell'Abate, edificata nel sec. XII da maestranze probabilmente monastiche educatesi sui modi di Borgogna.Nel secolo seguente invece è dal territorio senese che si irradiano per tutta la Toscana gli impulsi ad un generale rinnovamento dell'architettura religiosa: la chiesa abbaziale di S. Galgano nella Valle della Merse, costruita tra il 1224 e 1288, oggi in rovina, fu infatti tra le primissime testimonianze di una interpretazione italiana del gotico d'oltralpe e servi da modello a buona parte dell'edilizia chiesastica toscana dei secc. XIII e XIV. Intanto agli stessi monaci cistercensi di S. Galgano, a partire dal 1258, veniva affidata la costruzione della massima impresa costruttiva di S.: la Cattedrale, dedicata a S. Maria Assunta. Essa nell'interno (terminato ca. il 1265-67) riflette con grande eleganza ed armonia di proporzioni forme di transizione romanico-gotiche; nell'esterno (fac-

Gotico e Rinascimento si fondono armonicamente nella Loggia della Mercanzia (di Sano di Matteo; 1417-1429) e nella Cappella di Piazza (1376) completata da Antonio Federighi, cui si debbono pure le ariose Logge del Papa e l'originale Palazzo dei Diavoli. Intanto noti architetti fiorentini del Quattrocento erigono superbe testimonianze del nuovo stile nel cuore di questa roccaforte del gotico: Bernardo Rossellino, che per Pio II trasformò il rustico borgo di Corsignano in un perfetto modello di cittadina rinascimentale, creando l'odierna Pienza, innalza a S. la nobilissima mole del Palazzo Piccolomini, imitato in quello detto « delle Papesse », e Giuliano da Maiano inizia il Palazzo Spannocchi che servirà di modello anche al cosiddetto Palazzo di S. Galgano. Scarse le tracce dirette dell'attività in patria del massimo architetto senese del Quattrocento, Francesco di Giorgio Martini, il suo stile tuttavia si riflette nell'opera di Giacomo Cozzarelli (Chiesa dell'Osservanza, Cupola di S. Spirito, Palazzo del Magnifico): anche di Baldassarre Peruzzi non sono molti i ricordi in S. (Palazzo Pollini, Castello di Belcaro), mentre altri buoni architetti senesi del sec. XVI furono A. M. Lari, G. B. Pelori e Bartolomeo Neroni detto « il Riccio ». Col Seicento l'attività edilizia senese, se pur non troppo intensa, si mantenne entro i limiti di un decoroso e sobrio equilibrio, come dimostra l'armoniosa mole di S. Maria di Provenzano, progettata dal certosino fra D. Schifardini ed eseguita da Flaminio del

Come per l'architettura, non si può parlare di una scultura senese durante il periodo romanico: infatti soltanto dopo l'attività svolta a S. da Nicola e da Giovanni Pisano si formò, e si sviluppò nei primi decenni del Trecento, una scuola locale di grande importanza, perché rappresentata da notevolissimi maestri come Tino di Camaino, Gano di Fazio, Goro di Gregorio, Agostino di Giovanni, Agnolo di Ventura e Giovanni d'Agostino, mentre di Ramo di Paganello e Lorenzo Mainani, entrambi attivi ad Orvieto, non si conoscono opere sicure in S. Questa splendida tradizione, venuta improvvisamente meno con la peste del 1348, risorse ai primi del sec. XV con il grandissimo Jacopo della Quercia, con Francesco di Valdambrino e con Domenico dei Cori, i quali ultimi due furono soprattutto scultori di statue lignee. Lorenzo Ghiberti e Donatello intanto introducevano il nuovo gusto del Rinascimento a S. modellando, con Jacopo della Quercia, le storie del Fonte battesimale del S. Giovanni: e se Antonio Federighi continuava con una certa accademica freddezza la tradizione quercesca, della lezione di Donatello si facevano alti ed originali interpreti Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta e Francesco di Giorgio Martini.
Con la fine del Quattrocento si andò però diffondendo il gusto di una scultura decorativa di intaglio sottile e minuto, e ricca di motivi classicheggianti, il quale doveva culminare negli elegantissimi virtuosi di Lorenzo di Mariano detto « il Marrina » (1476-1534). Nel Cinquecento non si hanno altre notevoli figure di scultori, ove si eccettui il Beccafumi che, oltre la pittura, praticò con successo la fusione in bronzo: e nel periodo barocco svolsero intensa attività, divulgando lo stile berniniano, i numerosi componenti della famiglia Mazzuoli, dal vecchio Dionisio ai figli Giuseppe e Giov. Antonio fino al nipote Bartolomeo. A S. infine nacque (1817) e lasciò alcune opere il notissimo Giovanni Duprè. Ma la maggior gloria di S. è quella di essere stata la sede di una scuola pittorica che fu, specie durante il sec. XIV, una delle più importanti d'Europa. Il carattere fantasioso e fiabesco della pittura senese, che sembra quasi opporsi al lucido razionalismo di quella fiorentina, si scorge soprattutto nella costante predilezione che i maestri senesi ebbero per l'elemento colore e per la linea intesa come pura e libera espressione di una sensibilità squisitamente musicale e decorativa. In tal modo al robusto e conciso linguaggio di Giotto si vede contrapporsi la gracile e fiorita eleganza lineare di un Simone Martini, e al volu-

Poiché dell'attività di ogni singolo maestro si danno ampi ragguagli nelle voci ad esse relative, basterà che se ne citino i nomi secondo la connessione cronologica e stilistica loro spettante. Così, se la tradizione pittorica senese si inizia verso la metà (secondo alcuni però nei primi decenni) del sec. XIII con Guido da Siena, essa ha il suo più alto e splendido esito tra la fine del sec. XIII e la prima metà del Trecento con Duccio di Buoninsegna, Simone Martini e i due fratelli Pietro e Ambrogio Lorenzetti. Nell'orbita di ognuno di questi maestri si svolgono numerose personalità minori, ma tuttavia degne di nota: da Duccio infatti dipendono Segna di Bonaventura, suo figlio Niccolò e Ugolino di Nerio, e da Simone Martini, Lippo Memmi, Jacopo di Mino del Pellicciaio, Naddo Ceccarelli, il delicato miniatore Niccolò Tegliacci e Andrea Vanni. Una posizione a sé ha il mitico Barna, nei cui affreschi della collegiata di S. Gimignano si colgono, originalmente rielaborati, echi tanto di Duccio quanto del Martini. Ma la maggior parte dei pittori del tardo Trecento trasse partito dalle esperienze lorenzettiane, per quanto in essi generalmente tali influissi si componessero in così varia misura con altri motivi di diversa origine da rendere difficile una classifica rigorosa. Così, ad es., il cosiddetto «Maestro d'Ovile» è da alcuni designato con l'appellativo esegetico di Ugolino Lorenzetti perché nella sua maniera si fondono elementi derivati tanto da Ugolino di Nerio quanto da Pietro Lorenzetti. Parimenti Lippo Vanni, Niccolò di Buonaccorso e Luca di Tommè attinsero, sia pure con risultati diversissimi, alle stesse fonti martiniane e lorenzettiane, mentre in Bartolo di Fredi e Paolo di Giovanni Fei si scorgono persino tardissimi ricordi di modi ducceschi.
Mentre il linguaggio dei primi grandi maestri del secolo sopravviveva senza sostanziali innovazioni fino ai primi decenni del sec. XV attraverso la maniera eclettica del fecondissimo Taddeo di Bartolo e di Martino di Bartolommeo e i loro seguaci, Stefano di Giovanni detto il Sassetta si dimostrava informato non solo delle contemporanee correnti del gusto gotico internazionale, ma
altresì delle prime rivoluzionarie novità del Rinascimento fiorentino. Ma queste ebbero scarso esito nel Sassetta stesso, artista per altro squisitissimo, che Sano di Pietro e Giovanni di Paolo, i quali furono, dopo di lui, i maggiori pittori senesi del Quattrocento, seguitarono a sviluppare, con autonomia di linguaggio, la preziosa eredità gotica. Nemmeno con Domenico di Bartolo e con Pietro di Giovanni d'Ambrogio il nuovo gusto rinascimentale fece breccia nella cultura figurativa senese, la quale doveva assimilarlo assai più tardi attraverso la mediazione di Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, di Francesco di Giorgio Martini e di Matteo di Giovanni. Ma ancora alle soglie del Cinquecento un Neroccio di Bartolomeo poteva rievocare l'immateriale linearismo di Simone Martini, quando cioè la pittura senese, ormai priva di personalità di rilievo, aveva assunto un carattere di garbato eclettismo, aprendosi ai più vari apporti tra i quali, di particolare importanza, quello umbro. Nella prima metà del sec. XVI dominano le personalità del Sodoma e del Beccafumi: il primo, di origine piemontese, seguace di Leonardo e di Raffaello, e il secondo da considerarsi uno dei creatori e dei massimi esponenti del primo manierismo toscano.
Alla fine del Cinquecento operò a S. una miriade di pittori di modesto valore (uno dei migliori fu Francesco Vanni, delicatamente baroccesco), finché nel secolo successivo non si vede emergere Rutilio Manetti, che fu uno dei più forti interpreti del caravaggismo italiano. Con lui, sostanzialmente, si conclude la serie dei grandi pittori senesi, perché né il Settecento con i suoi superficiali Nasini, né l'Ottocento, che pur col Maccari, con l'Aldi, col Cassioli e col Franchi ebbe una fiorente scuola di freschisti, furono tali da eguagliare la gloria dei secoli più antichi. Parallelamente a quelle maggiori, anche le cosiddette arti minori ebbero in S. larghissimo sviluppo e pervennero ad un livello di perfezione difficilmente superabile: non solo, ma anche particolari tecniche si affermarono a S. prima che altrove, sia nel campo dell'oreficeria, che deve a S. l'invenzione degli smalti translucidi, sia nell'arte vetraria, poiché è senese il più antico e prezioso esemplare di vetrata istoriata di manifattura italiana (il grande «occhio» del coro del Duomo, del 1288), sia nella tarsia lignaria, sia nel commesso marmoreo, che ha lasciato nel pavimento del Duomo un monumento unico nel suo genere per vastità di dimensioni e genialità fantastica; mentre nella miniatura si riflettevano in tono minore, ma con squisita raffinatezza, le vicende stilistiche della pittura. L'arte senese, ove si eccettui l'architettura, è quasi esclusivamente di soggetto sacro, anche quando essa non fu destinata a dotare ed abbellire le chiese: ed il tema prediletto degli artisti senesi, in ogni tempo, fu quello della Madonna, la quale, solennemente proclamata patrona e avvocata della città alla vigilia della battaglia di Montaperti (1260), fu sempre oggetto di fervidissimo culto da parte del popolo e dei reggitori della Repubblica. - Vedi tavv. XXXIV-XXXVI.