SIEDLISKA, MARIA FRANCESCA de. - In religione Maria di Gesù del Buon Pastore, fondatrice delle Suore della S. Famiglia di Nazaret, n. a Roszkowa-Walla (diocesi di Varsavia) il 12 nov. 1842, m. a Roma il 21 nov. 1902.
Benché di famiglia aliena dalla religione cattolica, crebbe dedita ad un'intensa pietà, tanto che alla prima
Comunione si propone di consacrarsi interamente al servizio di Dio. Rifiutate le nozze propostegli dal padre e superate le più gravi difficoltà di salute e di contraddizioni, poté finalmente istituire a Roma, quasi sotto gli occhi e le premure di Pio IX, la sua nuova Congregazione il 1° ott. 1873. Questa mirava allo scopo particolare di occuparsi della educazione dei fanciulli poveri in apposite scuole; di raccogliere orfanelli nei propri asili, ricoverare infermi poveri in ospedali senza alcuna retta, radunare nelle proprie case fanciulle e donne per gli esercizi spirituali, e ciò anche nelle missioni. Le case si moltiplicarono ben presto, specialmente nella Polonia e nell'America settentrionale, guidate e animate dalle frequenti lettere e visite della fondatrice. La causa di beatificazione fu introdotta il 4 dic. 1940.
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**Siena, Arcidiocesi di. -** Città e arcidiocesi, capoluogo di provincia in Toscana. Ha una superficie di 80 kmq. con una popolazione di 85.000 ab. dei quali 84.000 cattolici, distribuiti in 110 parrocchie e 13 vicariati, serviti da 140 sacerdoti secolari e 70 regolari; ha seminario maggiore e minore, il comunità religiose maschili e 33 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 379). La diocesi, che subì forti diminuzioni nei secc. XV e XVI, si stende in forma di rettangolo irregolare, da nord a sud, principalmente sul versante destro dell'Ombronc con gli affluenti Arbia, Merse, Lanzo, Gretano; è attraversata dalle Vie Cassia e Grossetana. Sue suffragane sono le diocesi di Grosseto, Chiusi, Massa Marittima, Sovana e Pitigliano.
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I. Origine e storia
** S. (Saena, Sena, Senae) ha origini oscure. Probabile centro etrusco, divenne ca. il 30 a. C. importante colonia romana, ma ne rimangono pochi ruderi.Il cristianesimo vi si introdusse secondo la tradizione agli inizi del sec. IV per opera del giovane romano Ansano Anicio, martirizzato per la fede sull'Arbia nel 303 e divenuto patrono principale della diocesi. Del martire sono documentati nel sec. VII un monastero e una chiesa (Lanzoni, p. 564). Pare quasi certo che fosse vescovo di S. quel Floriano che nel 313 intervenne al Concilio di Roma, ma la storia della diocesi per i primi secoli è avvolta nel buio. Dopo Floriano si ricordano Eusebio, che partecipò al Sinodo romano del 465; Mauro a quello del 649 e in quel torno concluse un compromesso con il vescovo di Arezzo sul possesso contrastato di diciotto pievi situate in territorio senese (cf. C. Lazzeri, La donazione del tribuno Zenobio, ecc., Arezzo 1938, p. 12 sgg.); Vitaliano che nel Concilio romano del 680 sottoscrisse la nota Lettera all'Imperatore d'Oriente. Il compromesso per le pievi controverse non fu mantenuto e lunghi contrasti con alterne vicende si ripeterono e sfociarono anche in violenze, come per la traslazione a S. del corpo di s. Ansano (1107), fino al sec. XII, senza vantaggio per S., lasciando uno strascico d'animosità tra le due diocesi. Intanto sorgeva a pochi chilometri dalla città il famoso monastero benedettino di S. Eugenio (730) e pochi anni dopo all'estremo limite del contado si alzava l'ancor più famosa abbadìa di S. ROSA, SALVATORE (v.). La vita religiosa metteva buone radici. L'autorità del vescovo, già eminente accanto ai gastaldi longobardi, si rafforzava con i conti franchi.
Con lo sfasiarsi dell'Impero carolingio il vescovo rimase l'unica incontrastata autorità. Il conte imperiale rientrò in S. soltanto con Ottone I e per non durarvi a lungo. Il potere era passato al vescovo che l'esercitava con un consiglio di consoli nobili e chiamando la popolazione davanti alla chiesa per approvare le proposte. Di pari passo con l'evoluzione politica si svolgeva la vita ecclesiastica. Già fin dall'inizio del sec. X il Capitolo della Cattedrale è legato a vita comune con la sua Schola, della quale si sono tramandati i nomi di alcuni maestri, priores schola. Il Capitolo senese si gloria tuttora della appartenenza, sia pure fugace, del dotto s. Bruno di Segni a quella scuola. I canonici senesi fondarono l'ospedale di S. Maria della Scala per i pellegrini malati ed abbandonati, affidandone la cura ad una congregazione di laici, i Frati dello Spedale, ma riservandosi l'approvazione del rettore e la vigilanza sull'amministrazione. Fino alla fine del sec. XIV il Capitolo elisse il vescovo. A S. fu eletto contro l'intruso Benedetto X il papa Nicolò II (1058), segno che essa appoggiava il nuovo movimento di riforma. Ancor prima del conflitto per le investiture, la Chiesa senese aveva ottenuto (ca. 1055) prerogative quasi sovrane sopra un ampio territorio tra l'Arbia e la Merse, che avrebbe formato il feudo del vescovato, durato, tra contrasti e consensi, fino a Pietro Leopoldo (1786).
Del disordine politico e religioso originato dalla lotta a Papato e Impero (quando Gregorio VII affrontava Enrico IV reggeva la Chiesa senese il vescovo s. Ridolfo (1072-84)) approfittarono i grandi feudatari per allargare il loro domini. Ma ormai il movimento per la unificazione della vita comunale non poteva arrestarsi; e sotto la guida del vescovo e dei consoli si andava limitando la potenza dei grandi. Si susseguono le donazioni al vescovo e alla Vergine Maria, al vescovo e al popolo, alla Vergine ed al Comune. Ai feudatari viene imposta la dimora in città. La nuova lotta tra il papa Alessandro III senese e Federico I trovò vescovo di S. l'attivo e zelante Ranieri (1129-67) al quale si deve il prezioso calendario-obituario della Chiesa senese (ca. 1140). Avendo i consoli, premuti dai vicario imperiale, imprigionato alcuni ecclesiastici, il vescovo scomunicò i consoli e pose l'interdetto sulla città e il contado. Il clero restò fedele al Papa, ma il vescovo costretto a fuggire non poté più ritornare (m. nel 1170). Risale a questo tempo la consacrazione della nuova Cattedrale. S. ghibellina ebbe il riconoscimento imperiale delle città libere (1186); libera elezione dei consoli (che S. eleggeva da vari decenni), batter moneta, ecc.; riconoscimento che fu completato con l'istituzione del podestà (1199). Purtroppo il movimento di unificazione comunale fu introdotto da guerre continue tra S. e Firenze, guerre che né lo zelo pastorale dei vescovi Buono (1189-1215) e Buongiglio (1216-52), né la predicazione di pace dei nuovi Ordinati domenicano, francescano, dei Serviti valsero a placca, finché S. riuscì a debellare la rivale guelfa (1260) e a do

minare sulla Toscana per un decennio, dopo essersi data una sapiente costituzione civile (1262). I grossi mercanti e banchieri guelfi arrivarono ad impadronirsi del governo che essi, i «Nove», tennero con saggezza ed energia senza notevoli scosse per un lungo periodo (1292-1355).
L'eredità del b. Andrea Gallerani (ca. 1200-51) fondatore della Casa di Misericordia (ca. 1240) si allargava con la Compagnia dei Disciplinati sotto le vòlte dello Spedale (1295), la quale tuttora continua qualcosa della beneficenza antica sotto il nome di Società di Esecutori di pie disposizioni; il b. Bernardo Tolomei (1272-1348) fondava nel 1319 la Congregazione degli Olivetani; sorgevano le Certose di Maggiano e di Pontignano; il Comune, non soddisfatto di avere una grande cattedrale, ne progettava una maggiore ed il vescovo Donnus de (1313-51), benemerito della fede per la carità e fermezza usata verso i Fraticelli, come benemerito era stato il suo predecessore Buonfiglio (1216-52) nei riguardi degli Albigesi, benediva (1339) la prima pietra della grande Cattedrale che, pure incompiuta, rimane a testimonianza di fede, d'ardimento e di genio.
S. era popolata di chiese, di conventi, di spedali avviati tutti dalla grazia dell'arte. Tre anni dopo la peste micidiale, lo stesso vescovo Donnus beneficava con il suo testamento (1351) 20 parrocchie, 34 conventi, 2 badi, 13 spedali. Il contado non sfigurava affatto nei confronti del centro della diocesi in questa gara di fede e di carità. Eppure profondamente agitato da torbide passioni, caduti i «Nove» il popolo si consumò in lotte continue interne ed esterne che portarono la Repubblica alla rovina (1555) con l'incorporazione nel Granducato mediceo. Durante questi due secoli l'Università di S. fu elevata da Carlo IV (1357) a Studio generale con facoltà al vescovo di conferire le lauree; sorgeva l'opera del b. Giovanni Colombini con i suoi Gesuiti; si vide l'ardore di s. Caterina, la dottrina dei secoli Ilicetani; si benediva con la sua Osservanza; la permanenza in S. di Gregorio XII, mecenate dello Studio cui concesse la cattedra di teologia; la permanenza di Eugenio IV, Gabriele Condulmer, già vescovo di S. (1408); l'incompiuto Concilio ecumenico del 1423; l'episcopato d'Enea Silvio Piccolomini (1450-58), poi Pio II, il quale elevò la sede di S. a metropolitana il 23 apr. 1459; poi quello di Fr. Piccolomini (1460-1501), poi Pio III; quello di Fr. Bandini Piccolomini, energico difensore della fede contro i novatori (1529-88). È la fede restò salda nella chiesa senese, nonostante i casi sporadici di defezione culminati nell'apostasia di B. Ochino.
Caduta la repubblica, S. passava a far parte del Ducato di Toscana. Nel nuovo clima politico le norme tridentine ispirarono felici iniziative, dirette specialmente dai Cappuccini e dai Gesuiti, venuti a S. rispettivamente nel 1536 e nel 1555. L'episcopato del dotto arcivescovo A. Piccolomini (1588-97); dello zelantissimo card. Fr. Tarugi (1597-1607), che tenne un Sinodo provinciale (1599); del card. M. Bichi (1612-14), fondatore del Seminario; di A. Piccolomini (1628-71), che adattò alle mutate condizioni prudenti norme educative, ma incontrò anche fiera resistenza all'attuazione delle prescrizioni canoniche da parte di due cospicue congregazioni laiche gelose di pretesi diritti, onorarono la Chiesa senese. Il Seminario, irrobustito dalla munificenza di Alessandro VII (1660), richiamava giovani da ogni parte della Toscana gareggiando con il Collegio Tolomei diretto dai Gesuiti; a questi dopo la soppressione (1774) successero gli Scolopi.
Le controversie gianseniste sfiorarono appena la diocesi. Ma quando Pietro Leopoldo pretese attuare con le provvise riforme economiche le improvvide riforme religiose, l'arcivescovo P. Borghesi, benemerito, in seguito alla soppressione granducale delle compagnie laicali, del riassestamento delle parrocchie cittadine (1783-86), difese fermamente i diritti della dottrina e disciplina ecclesistica. Ospite di S. fu l'esule Pio VI nel febbr.-maggio 1708. Gli Ordini religiosi soppressi dai Francesi (1808-1809) ritornarono dopo la restaurazione. Il periodo risorgimentale non trovò impreparata la diocesi ai nuovi tempi, che degni prelati come il dotto e generoso arcivescovo G. Mancini (1824-55) ne reggevano il governo. Il Seminario

Collegio continuò la formazione dei giovani chierici e secolari, fino al sorgere di questo secolo, quando si ebbe la separazione del Seminario dal Collegio; e per opera dell'arcivescovo P. Scaccia il Seminario ottenne la facoltà di conferire lauree in teologia (1914-31). L'Università di S. aveva soppresso la teologia nel 1860.
II. PERSONAGGI ILLUSTRI
Onorarono la loro Chiesa e patria senese: Rolando Bandinelli, insigne giurista, poi Alessandro III (1159-81); il card. Riccardo Petroni (ca. 1250-1313), profondo giurista e mecenate; i due papi Piccolomini; Camillo Borghese, oriundo senese, poi Paolo V (1605-21); Fabio Chigi, letterato e diplomatico, papa Alessandro VII (1055-67); Ambrogio Caterino (Lancellotto Politi: 1487-1553) poeta, teologo; Claudio Tolomei (1480-1555), poeta, filologo, politico, vescovo di Corcia (1549-1555); Sisto da S. (1520-69) convertito dal giudaismo, dottissimo esegue biblico; Salustio Bandini (1677-1760) arcidiacono del Duomo, acuto economista; l'abate Giovanni Caselli (1815-91), fisico, inventore del pantelegrafo; mons. Nazzareno Orlandi (1872-1945), pioniere dell'Azione Cattolica, fondatore della Federazione delle Associazioni del Clero in Italia (F.A.C.I.). Ai santi già ricordati fanno degna corona il b. Ambrogio Sansedoni (1220-82); b. Andrea Gallerani (ca. 1200-51); b. Francesco (m. nel 1328) e b. Antonio Patrizi (m. nel 1311); b. Giovacchino Piccolomini (1258-1305) e le bb. Caterina Lenzi, Nera Tolomei, Caterina Colombini, con le altre, delle quali ogni casata senese tiene a menar vanto.III. MONUMENTI INSIGNI
S. abbonda di monumenti.Siena, Arcidiocesi di - Abside del Duomo e facciata della chiesa di S. Giovanni (battistero), progettata probabilmente nel 1382 - Siena.
Siena, Arcidiocesi di - La cupola della Cattedrale (1266). Agli angoli, sopra colonne, statue di santi; nella galleria a colonnette figure di patriarchi, dipinte da Guidoccio Cozzarelli ed altri (sec. xv) - Siena.
Tra questi, primissimo il Duomo, dedicato all'Assunta. Qui dal sec. xii ha lavorato una pleiade di artisti creando in composta armonia capolavori di ogni stile. Il campanile romanico (sec. xiii), la cupola (1266), il pergamo di N. Pisano (1268), la facciata di G. Pisano (1297) e Gio- vanni di Cecco (sec. xiv), il pavimento a graffito su disegni di Beccafumi, Matteo di Giovanni, ecc.; il coro di Fr. del Tonghio e del Riccio; l'altar maggiore del Peruzzi; il tabernacolo del Vecchietta; le statue bronze e marmoree di Giovanni di Stefano, Francesco di Giorgio, Tino di Camaino, Donatello; l'altare Piccolomini di Andrea Bregno (1503), con statue di Michelangelo; la cappella di S. Giovanni con la reliquia del braccio del Battista; la statua del Battista di Donatello; di S. Caterina di Alessandria di Nereccio e quadri del Pinturicchio; la cappella del Voto ove si venera l'arcaica immagine della Advocata Senensium con il S. Girolamo e la Maddalena del Bernini e un servito cesellato da altare, del Cellini; l'annessa libreria Piccolomini con la Vita di Pio II del Pinturicchio, al quale appartiene l'Incoronazione di Pio III sulla parete interna del Duomo.
Il Museo dell'Opera, annesso al Duomo, contiene ricchezze inestimabili: sculture, statue (già nel Duomo), le Tre Grazie, disegni, codici miniati, oreficerie, avoli, ricami, reliquiari, paramenti con la tavola di Duccio, la Maestà (1309-11) fatta per l'altare maggiore del Duomo.
Lo Spedale di S. Maria della Scala di fronte al Duomo, gigantesca costruzione a due e sei piani (sec. xiv), racchiude con i capolavori dell'arte nella chiesa, negli oratori sottostanti e nel suo interno, particolarmente nel Pellegrinato (1440-43) di Domenico di Bartolo e del Vecchietta, la storia di dieci secoli di cristiana carità. La pieve di S. Giovanni costruita (sec. xiv) sotto il presbiterio del Duomo ha il fonte battesimale lavorato da Jacopo della Quercia, Donatello e Ghiberti.
La basilica di S. Domenico (1223-23), oggi Basilica Cateriniana, vanta la cappella delle Volte con il ritratto di S. Caterina di Andrea di Vanni e la cappella di S. Caterina con la testa della Santa e gli affreschi del Sodoma e una maestosa cripta. La basilica di S. Francesco (1246-23), ampia e austera con capolavori di Ambrogio e Pietro Lorenzetti, danneggiata in vari tempi e nella seconda guerra mondiale, è metà di pellegrinaggi per il prodigio delle Sacre Particolare conservatesi intatte dal 1730. Adiacente a S. Francesco è l'oratorio di S. Bernardino con dipinti del Beccafumi, Sodoma, Del Pacchia; con il cuore del Santo e la tavoletta del Nome di Gesù disegnata dallo stesso Santo. La basilica di S. Maria dei Servi (ca. 1260), con la facciata incompiuta rinnovata (1534) e dedicata all'Immacolata, è stata restaurata ai primi di questo
secolo, con dipinti di Matteo di Giovanni, Taddeo di Bartolo, P. Lorenzetti e Fungai.
La chiesa di S. Agostino (1258 sgg.), rimaneggiata in più tempi, ampia e luminosa, ha un trittico di Simone Martini, una Crocefissione del Perugino, la Strage degli Innocenti di Matteo di Giovanni e l'Epifania del Sodoma. S. Maria del Carmine (secc. XIII-XIV), restaurata in questo secolo, possiede un'arcaica Madonna dei Mantellini ed il S. Michele del Beccafumi. La casa di S. Caterina, trasformata in oratori (1464 sgg.), è un santuario al quale accorrono fedeli da tutto il mondo; ha lavori del Sodoma, Pacchia, Neroccio, Fungai, Riccio e ricordi della Santa S. Maria di Provenzano (1596 sgg.) è un'insigne collegio giata, strettamente collegato col tradizionale Palio, ricchissima di preziose suppellettili; è l'unica chiesa barocca della città. S. Maria di Pontegiusta (secc. XV), è singolare costruzione cubica, con capolavori del Marrina, Peruzzi, Fungai. La chiesa dell'Osservanza (basilica di S. Bernardino all'Osservanza, secc. XV), distrutta nella seconda guerra mondiale e completamente rifatta, a breve distanza dalla città, ha l'Incoronazione della Madonna di A. della Robbia, il Reliquiario della tonaca di S. Bernardino di Fr. d'Antonio (1454); S. Elisabetta di Benvenuto di Giovanni; politici di Sano di Pietro e del Sassetta. Tra i luoghi sacri sono anche da ricordare gli oratori delle storiche 17 contrade, ancora intimamente legate alla vita civile e religiosa dei senesi.
Le innumerevoli ricchezze pittoriche e scultoree, sparse nelle chiese del territorio della diocesi, son finite in massima parte nella Pinacoteca cittadina.
IV. Arte senese
Il periodo di maggior splendore delle tradizioni artistiche di S. cade tra la metà del sec. XIII e i primi decenni del XVI, e corrisponde all'incirca a quello che vide l'affermarsi del libero Comune. L'architettura raggiunse il massimo sviluppo e caratteri di schietta autonomia durante l'età gotica: infatti non rivelano accenti di spiccata originalità le poche costruzioni romaniche tuttora conservate in città, come l'abside di S. Cristoforo, la chiesa di S. Pietro alla Magione e quella di S. Maria in Betlem, nelle quali non senza una certa grazia si rielaborano motivi di origine lombarda. È, se mai, il contado a darci una notevole serie di chiese romaniche, tra le quali emergono la collegiata di S. Gi-mignano, la collegiata di Asciano, la pieve di S. Quirico in Osennia nella Val d'Orcia e soprattutto la famosa abbazia di S. Antimo a Castelnuovo dell'Abate, edificata nel sec. XII da maestranze probabilmente monastiche educatesi sui modi di Borgogna.Nel secolo seguente invece è dal territorio senese che si irradiano per tutta la Toscana gli impulsi ad un generale rinnovamento dell'architettura religiosa: la chiesa abbaziale di S. Galgano nella Valle della Merse, costruita tra il 1224 e 1288, oggi in rovina, fu infatti tra le primissime testimonianze di una interpretazione italiana del gotico d'oltralpe e servi da modello a buona parte dell'edilizia chiesastica toscana dei sec. XIII e XIV. Intanto agli stessi monaci cistercensi di S. Galgano, a partire dal 1258, veniva affidata la costruzione della massima impresa costruttiva di S.: la Cattedrale, dedicata a S. Maria Assunta. Essa nell'interno (terminato ca. il 1265-67) riflette con grande eleganza ed armonia di proporzioni forme di transizione romanico-gotiche; nell'esterno (fac

ciata iniziata, da Giovanni Pisano, nel 1284 e completata, dopo una lunghissima interruzione, dal 1376 in poi) nel prolungamento del coro (deciso nel 1317), nella sottostante pieve di S. Giovanni (compiuta nel 1325, con facciata probabilmente progettata nel 1382) e soprattutto nei grandiosi resti del cosiddetto «Duomo nuovo», iniziato da Lando di Pietro nel 1339 quale corpo longitudinale di una vasta Cattedrale di cui quella già costruita doveva costituire il transetto (la costruzione fu interrotta in seguito alla peste del 1348), è espressione arditis-sima del gotico toscano, che a S. 'illeggiadrisce di mirabili motivi decorativi e acquista maggior slancio che non nei contemporanei edifici fiorentini. Mentre altre chiese trecentesche della città, e specialmente quelle degli Ordini monastici come S. Francesco, S. Domenico, il Carmine, pur nell'estrema semplicità delle loro forme denotano il costante alto livello raggiunto dall'edilizia religiosa, non minore importanza acquista a S. l'edilizia civile e privata, che ha in ogni piazza e in ogni via cospicui esemplari tuttora perfettamente conservati. Dal sec. XIII al XIV, S. creò il proprio caratteristico aspetto che ancor oggi costituisce una delle sue maggiori attrattive. Le costruzioni civili presentano quasi tutte, ad elementi ricorrenti, il cosiddetto «arco senese», costituito da un'arcata cieca a sesto ribassato sormontata da un'ogiva falcata: e dalle primitive «case torri» e dai tetri fabbricati con rade finestre e con paramento a blocchi di pietra si passa ai sontuosi palazzi dove la pietra si unisce al laterizio, decorati di architetti, con serenefughe di bifore e quadrifore setacciate e inghirlandati di merli sostenuti da snelle mensole a piramide rovesciata. Massima espressione di questo elegante stile architettonico è il Palazzo Pubblico (1288-1342), con facciata a tre corpi lievemente incurvati a secondare l'andamento della mirabile piazza del Campo, e affiancato dalla snella Torre del Mangia (1338-48): numerosi e splendidi edifici ne riprendono, con infinita varietà di soluzioni particolari, i motivi essenziali (Palazzo Sansedoni, Buonsignori, Tolomei, Marescotti, ora Chigi-Saracini, Salimbeni, del Capitano, ecc.). Tipica è poi l'architettura delle fonti senesi, consistenti in ampi bacini in pietre e laterizi ricoperti da volte a crociera (Fontebranda, Fonte Nuova, ecc.) e delle porte urbane, di proporzioni grandiose, munite di antemurali e cinte di merlature (Porta Romana, Porta Pispini o S. Viene, Porta Tufi).
Gotico e Rinascimento si fondono armonicamente nella Loggia della Mercanzia (di Sano di Matteo; 1417-1420) e nella Cappella di Piazza (1376) completata da Antonio Federighi, cui si debbono pure le ariose Logge del Papa e l'originale Palazzo dei Diavoli. Intanto noti architetti fiorentini del Quattrocento erigono superbe testimonianze del nuovo stile nel cuore di questa roccaforte del gotico: Bernardo Rossellino, che per Pio II trasformò il rustico borgo di Corsignano in un perfetto modello di cittadina rinascimentale, creando l'odierna Pienza, innalza a S. la nobilissima mole del Palazzo Piccolomini, imitato in quello detto «delle Papesse», e Giuliano da Maiano inizia il Palazzo Spannocchi che servirà di modello anche al cosiddetto Palazzo di S. Galgano. Scarse le tracce dirette dall'attività in patria del massimo architetto senese del Quattrocento, Francesco di Giorgio Martin, il suo stile tuttavia si riflette nell'opera di Giacomo Cozzarelli (Chiesa dell'Osservanza, Cupola di S. Spirito, Palazzo del Magnifico): anche di Baldassarre Peruzzi non sono molti i ricordi in S. (Palazzo Pollini, Castello di Belcaro), mentre altri buoni architetti sensi del sec. XVI furono A. M. Lari, G. B. Pelori e Bartolomeo Neroni detto «il Riccio». Col Seicento l'attività edilizia senese, se pur non troppo intensa, si mantenne entro i limiti di un decorso e sobrio equilibrio, come dimostra l'armoniosa mole di S. Maria di Provenzano, progettata dal certosino fra' D. Schifardini ed eseguita da Flaminio del

Turco. Del sec. XVIII son particolarmente caratteristici gli elegantissimi interni di alcuni oratori di contrada e le facciate delle chiese di S. Giorgio e S. Vigilio.
Come per l'architettura, non si può parlare di una scultura senese durante il periodo romanico: infatti soltanto dopo l'attività svolta a S. da Nicola e da Giovanni Pisano si formò, e si sviluppò nei primi decenni del Trecento, una scuola locale di grande importanza, perché rappresentata da notevolissimi maestri come Tino di Camaino, Gano di Fazio, Goro di Gregorio. Agostino di Giovanni, Agnolo di Ventura e Giovanni d'Agostino, mentre di Raimo di Paganello e Lorenzo Maitani, entrambi attivi ad Orvieto, non si conoscono opere sicure in S. Questa splendida tradizione, venuta improvvisamente meno con la peste del 1348, risorse ai primi del sec. XV con il grandissimo Jacopo della Quercia, con Francesco di Valdambrino e con Domenico dei Cori, i quali ultimi due furono soprattutto scultori di statue lignee. Lorenzo Ghiberti e Donatello intanto introducevano il nuovo gusto del Rinascimento a S. modellando, con Jacopo della Quercia, le storie del Fonte battesimale del S. Giovanni: e se Antonio Federighi continuava con una certa accademica freddezza la tradizione quercesa, della lezione di Donatello si facevano alti ed originali interpreti Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta e Francesco di Giorgio Martin.
Con la fine del Quattrocento si andò però diffondendo il gusto di una scultura decorativa di intaglio sottile e minuto, e ricca di motivi classicheggianti, il quale doveva culminare negli elegantissimi virtuosissimi di Lorenzo di Mariano detto «il Marrina» (1476-1534). Nel Cinquecento non si hanno altre notevoli figure di scultori, ove si eccettuò il Beccafumi che, oltre la pittura, praticò con successo la fusione in bronzo: e nel periodo barocco svolsero intensa attività, divulgando lo stile berniniano, i numerosi componenti della famiglia Mazzuoli, dal vecchio Dionisio ai figli Giuseppe e Giov. Antonio fino al nipote Bartolomeo. A S. infine nacque (1817) e lasciò alcune opere il notissimo Giovanni Dupré. Ma la maggior gloria di S. è quella di essere stata la sede di una scuola pittorica che fu, specie durante il sec. XIV, una delle più importanti d'Europa. Il carattere fantasioso e fiabesco della pittura senese, che sembra quasi opporsi al lucido razionalismo di quella fiorentina, si scorge soprattutto nella costante predilezione che i maestri sensi ebbero per l'elemento colore e per la linea intesa come pura e libera espressione di una sensibilità squisitamente musicale e decorativa. In tal modo al robusto e conciso linguaggio di Giotto si vede contrapporsi la gracile e fiorita eleganza lineare di un Simone Martini, e al volu-
Siena, arcidiocesi di - Il Palio (16 ag.) - Siena.
metrismo chiaroscurale e costruttivo dei Fiorentini le
quiete stesure cromatiche di un Ambrogio Lorenzetti.
Poiché dell'attività di ogni singolo maestro si dànno
ampi ragguagli nelle voci ad esse relative, basterà che
se ne citino i nomi secondo la connessione cronologica
e stilistica loro spettante. Così, se la tradizione pittorica
senese si inizia verso la metà (secondo alcuni però nei
primi decenni) del sec. XIII con Guido da Siena, essa
ha il suo più alto e splendido esito tra la fine del sec. XIII
e la prima metà del Trecento con Duccio di Buoninsegna,
Simone Martini e i due fratelli Pietro e Ambrogio Lo-
rrenzetti. Nell'orbita di ognuno di questi maestri si svol-
gono numerose personalità minori, ma tuttavia degne di
nota: da Duccio infatti dipendono Segna di Bonaven-
tura, suo figlio Niccolò e Ugolino di Nerio, e da Simone
Martini, Lippo Memmi, Jacopo di Mino del Pellicciaio,
Naldo Ceccarelli, il delicato miniatore Niccolò Telgaccio
e Andrea Vanni. Una posizione a sé ha il mitico Barna-
nei cui affreschi della collegata di S. Gimignano si col-
gono, originalmente rielaborati, echi tanto di Duccio
quanto del Martini. Ma la maggior parte dei pittori del
tardo Trecento trasse partito dalle esperienze lorenzet-
tiane, per quanto in essi generalmente tali influssi si
componessero in così varia misura con altri motivi di
diversa origine da rendere difficile una classifica rigorosa.
Così, ad es., il cosiddetto «Maestro d'Ovile» è da alcun
designato con l'appellativo esegetico di Ugolino Lorenz-
etti perché nella sua maniera si fondono elementi deri-
vati tanto da Ugolino di Nerio quanto da Pietro Loren-
zetti. Parimenti Lippo Vanni, Niccolò di Buonaccorso e
Luca di Tommè attinsero, sia pure con risultati diver-
sissimi, alle stesse fonti martiniane e lorenzettiane, men-
tre in Bartolo di Fredi e Paolo di Giovanni Fei si scor-
gono persino tardissimi ricordi di modi ducceschi.
Mentre il linguaggio dei primi grandi maestri del
secolo sopravviveva senza sostanziali innovazioni fino ai
primi decenni del sec. XV attraverso la maniera ecleti-
tica del fecondissimo Taddeo di Bartolo e di Martino di
Bartolommeo e i loro seguaci, Stefano di Giovanni detto
il Sassetta si dimostrava informato non solo delle con-
temporanee correnti del gusto gotico internazionale, ma
altresì delle prime rivoluzionarie novità del Rinascimento
fiorentino. Ma queste ebbero scarso esito nel Sassetta
stesso, artista per altro squisitissimo, ché Sanio di Pietro
e Giovanni di Paolo, i quali furono, dopo di lui, i mag-
giori pittori sensi del Quattrocento, seguitarono a svi-
luppare, con autonomia di linguaggio, la preziosa eredità
gotica. Nemmeno con Domenico di Bartolo e con Pietro
di Giovanni d'Ambrogio il nuovo gusto rinascimentale
fece breccia nella cultura figurativa senese, la quale do-
veva assimilarlo assai più tardi attraverso la mediazione
di Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, di Francesco
di Giorgio Martini e di Matteo di Giovanni. Ma ancora
alle soglie del Cinquecento un Nereccio di Bartolomeo
poteva rievocare l'immateriale linearismo di Simone Mar-
tini, quando cioè la pittura senese, ormai priva di per-
sonalità di rilievo, aveva assunto un carattere di garbato
eclettismo, aprendosi ai più vari apporti tra i quali, di
particolare importanza, quello umbro. Nella prima metà del
sec. XVI dominano le personalità del Sodoma e del Becca-
fumi: il primo, di origine piemontese, seguace di Leonardo
e di Raffaello, e il secondo da considerarsi uno dei crea-
tori e dei massimi esponenti del primo manierismo toscano.
Alla fine del Cinquecento operò a S. una miriade di pit-
tori di modesto valore (uno dei migliori fu Francesco
Vanni, delicatamente baroccesco), finché nel secolo suc-
cessivo non si vede emergere Rutilio Manetti, che fu
uno dei più forti interpreti del caravaggismo italiano. Con
lui, sostanzialmente, si conclude la serie dei grandi pit-
tori sensi, perché né il Settecento con i suoi superficiali
Nasini, né l'Ottocento, che pur col Maccari, con l'Aldi,
col Cassioli e col Franchi ebbe una fiorente scuola di
freschisti, furono tali da eguagliare la gloria dei secoli più
antichi. Parallelamente a quelle maggiori, anche le cosid-
dette arti minori ebbero in S. larghissimo sviluppo e per-
venero ad un livello di perfezione difficilmente supera-
bile: non solo, ma anche particolari tecniche si afferma-
rono a S. prima che altrove, sia nel campo dell'oreficeria,
che deve a S. l'invenzione degli smalti translucidi, sia nel-
l'arte vetraria, poiché è senese il più antico e prezioso
esemplare di vetrata istoriata di manifattura italiana (il
grande «occhio» del coro del Duomo, del 1288), sia
nella tarsia lignaria, sia nel commesso marmoreo, che
ha lasciato nel pavimento del Duomo un monumento
unico nel suo genere per vastità di dimensioni e genitalità
fantastica; mentre nella miniatura si riflettevano in tono
minore, ma con squisita raffinatezza, le vicende stilistiche
della pittura. L'arte senese, ove si eccetti l'architettura,
è quasi esclusivamente di soggetto sacro, anche quando
essa non fu destinata a dotare ed abbellire le chiese:
ed il tema prediletto degli artisti senesi, in ogni tempo,
fu quello della Madonna, la quale, solennemente procla-
mata patrona e avvocata della città alla vigilia della battaglia
di Montaperti (1260), fu sempre oggetto di fervidissimo
culto da parte del popolo e dei reggenti della Repubblica. -
Vedi tavv. XXXIV-XXXVI.
Sienisien, Diocesi di. - Nella parte centrale
della provincia del Hopeh, nella Cina settentrionale.
Fu eretta, con il nome di vicariato apost. di Pechino
meridio-orientale (e in seguito designato anche con quello
di Celi meridio-orientale), il 30 maggio 1856, per divi-
sione della diocesi di Pechino, soppressa in pari data, e fu
affidata alla Compagnia di Gesù che, per il lavoro mis-
sionario, vi manda i religiosi della provincia regolare
di Champagne. Il 3 giugno 1921 cedette territorio al
vicariato apost. dello Shantung meridionale (v. YENCHOW),
il 3 dic. 1924 prese nome dalla città di S., il 24 maggio 1933
cedette 10 sottoprefetture NINFE (v.); l'11 apr. 1935 ne cedette altre 7 Taming (v.) e il 24 apr. 1939 con un'ultima divisione

Siena, arcidiocesi di - Il Palio ( 16 ag.) - Siena.
dette vita alla prefettura apost. di Kinghisen (v.). L'11 apr. 1946, con l'erezione della gerarchia episcopale in Cina, fu elevata a diocesi suffraganca di Pechino.
Ha un'estensione di 8400 kmq. Al 30 giugno 1947, su una popolazione totale di ca. 2.000.000 di ab., i cattolici erano 61.600; 44 i sacerdoti cinesi e 8 gli esteri; 35 i seminaristi maggiori e 52 i minori; 12 fratelli laici cinesi e 3 esteri; 110 suore indigene e 12 estere. Gli avvenimenti politici avevano già distrutto o fatto chiudere, alla data surriferita, le opere di assistenza e le scuole.
Al momento della sua erezione, nel 1856, S. comprensiva 41 sottoprefetture civili con 9505 fedeli, distribuiti in 132 cristianità; vi lavoravano tre gesuiti e due sacerdoti secolari cinesi. Nonostante ostacoli di ogni sorta lo sviluppo fu subito notevole e si accentuò ancora dopo la persecuzione dei Boxers (1900), nella quale furono massacrati 5 missionari e 4500 fedeli: nel 1870 i cattolici erano 19.612, saliti a 50.475 nel 1900, a 102.390 nel 1920 e a 130.910 nel 1929.
