VITTORIO EMANUELE II, RE d'ITALIA. - N. a Torino il 14 marzo 1820, m. a Roma il 9 genn. 1878. Primogenito di Carlo Alberto di Savoia-Carignano, poi re di Sardegna, e di Maria Teresa di Asburgo-Lorena, trascorse la prima infanzia a Firenze, presso l'avo paterno, e quindi si trasferì a Torino, dove il re Carlo Felice volle impartita al fanciullo, erede presuntivo della corona, un'educazione accurata, specie dal punto di vista religioso e politico.
Ma
V. E
che il padre, appena salito al trono (1831), nominò duca di Savoia - non trasse grande profitto dagli studi, perché il suo carattere esuberante lo portava piuttosto agli esercizi fisici e alla vita militare. Per quanto nutrito di una fede sincera e profonda, cedette ben presto alla prepotente sensualità della sua natura, donde le gravimanchevolezze della sua vita privata. Sposo, dal 12 apr. 1842, dell'arciduchessa Maria Adelaide d'Ausburgo-Lorena (m. nel 1855) che gli dette sei figli (Clotilde, Umberto, Amedeo, Oddone, Maria Pia e Carlo Alberto), nel 1869, in pericolo di morte, regolarizzò con nozze morganatiche la sua quadrilastre relazione con Rosa Vercellana, creata contessa di Mirafiori. Tenuto, giusta le tradizioni sabaude, estraneo alla politica durante la vita del padre, si occupò con passione dei comandi militari affidatigli e nel 1848 si comportò valorosamente alla testa delle sue truppe, specialmente nella giornata di Goito. È calunnia che avesse provocato con la sua inazione la sconfitta di Novara del marzo 1849 per cinque più sollecitamente la corona. Divenuto re per l'abduzione di Carlo Alberto (23 marzo 1849), l'indomani si abboccò a Vignale con il vittorioso maresciallo Radetzky e stipulò con lui un armistizio a condizioni severe ma non disonorevoli, nobilmente rifiutando di abrogare lo Statuto elargito dal padre. V. E. fu così l'unico sovrano europeo a mantenere in essere le Costituzioni concesse nel 1848.
Troppo note sono le vicende del suo regno trentennale: fermamente deciso ad assicurare l'indipendenza dell'Italia e ad unificarla sotto il proprio scettro, seppe indirizzare a questo intento tanto le forze legali che quelle rivoluzionarie ed inserire il problema della libertà italiana nel quadro della politica internazionale, grazie soprattutto all'abilità diplomatica del Cavour, così che il suo nome rimane indissolubilmente legato al cosiddetto «decennio di preparazione» (1849-59), alla spedizione di Crimea del 1855, alla seconda guerra di indipendenza, vinta col concorso di Napoleone III (1859), alle annessioni dei Ducati, delle Legazioni e del Mezzogiorno (1859-60), alla proclamazione del Regno d'Italia (1861), alla campagna del 1866 che condusse — malgrado Custoza e Lissa — alla liberazione del Veneto, nonché alla presa di Roma nel 1870. Sovrano costituzionale, si arrogò sovente il diritto di svolgere una politica personale: così dicasi per l'abile clausola inserita nell'approvazione dei preliminari di Villafranca, tale da lasciare impregiudicato il futuro assetto dell'Italia centrale; per i rapporti direttamente mantenuti con Garibaldi durante l'impresa dei Mille e per gli accordi stipulati segretamente con il Mazzini nel 1864 allo scopo di suscitare rivolte contro l'Austria in Galizia e nei Principati danubiani. Valoroso soldato più che abile condottiero, si batté personalmente a Palestro, ebbe parte precipua nella vittoria di S. Martino, ma la sua azione di comando riuscì del tutto inefficace a Custoza. Dopo il 1870 non esitò, per il bene del paese, a sacrificare i suoi sentimenti ed a recarsi a Vienna e a Berlino per suggellare la nuova politica di amicizia con gli imperi centrali, come anche ad accettare l'avvento al potere della Sinistra (1876), per quanto le sue simpatie fossero piuttosto per il partito soccombente.
In questa sede particolarmente interessano la parte da lui avuta nella politica ecclesiastica del suo regno ed il suo personale atteggiamento nei confronti del Papa: argomenti ai quali hanno recato fondamentali testimonianze i carteggi pubblicati dal p. Pirri. Malgrado le debolezze della sua condotta privata, V. RELIGIONE, sicché le misure del suo governo lesive dei diritti della Chiesa e del Pontificato riuscirono costantemente dolorose alla sua coscienza di cattolico e alla filiale devozione che sempre nutrì per Pio IX. Riuttò a sanzionare nel 1850 la legge che aboliva negli Stati sardi il Foro ecclesiastico e vi si indusse poi a fatica, dopo un'aspra crisi di coscienza, legato dai suoi doveri di re costituzionale. Due anni dopo, perseverando il ministero d'Azzeglio nella legislazione laicista, V. E., a ciò confortato dal diretto intervento di Pio IX, negò la firma sovrana all'introduzione del matrimonio civile, pur approvata dal Parlamento, provocando così le dimissioni del gabinetto: egli affidò allora l'incarico al Cavour, dopo aver inutilmente cercato di dar vita ad un governo Balbo-Revel, più rispettoso dei diritti della Chiesa. Particolarmente acuto si fece il suo dramma interiore nel 1855, allorché si trattò di promulgare una nuova legge mirante alla soppressione di talune corporazioni religiose, anche perché i gravi lutti che lo colpirono in quel periodo e la sua stessa pericolosa malattia apparvero a molti un divino castigo per l'offesa recata alla religione: ma il Re, ritenendo questa volta opportuno il provvedimento, lo sottoscrisse, solo ottenendo ne venissero escluse le Suore Sacramentine, per le quali la Regina sua madre aveva nutrito una speciale predilezione. In seguito, invece, non consta che si opponesse alla legislazione, tanto più eversiva per la Chiesa, del Regno d'Italia.

stessa pericolosa malattia apparvero a molti un divino castigo per l'offesa recata alla religione: ma il Re, ritenendo questa volta opportuno il provvedimento, lo sottoscrisse, solo ottenendo ne venissero escluse le Suore Sacramentine, per le quali la Regina sua madre aveva nutrito una speciale predilezione. In seguito, invece, non consta che si opponesse alla legislazione, tanto più eversiva per la Chiesa, del Regno d'Italia.
Gli avvenimenti dell'autunno 1859 posero V. E. di fronte alla necessità di attenare all'integrità territoriale dello Stato pontificio. Aspramente combattuto fra l'istanza dell'unificazione italiana e il rispetto per il Pontefice, dopo avere energicamente impedito uno sconfinamento di Garibaldi nelle Marche, si rivolse direttamente a Pio IX (missione Stellardi) nella speranza che il Papa si inducesse a concedergli spontaneamente, sotto la forma di un vicaio, il governo delle province dell'Italia centrale. Fu questo il primo di una serie di tentativi perseguiti dal Re — spesso all'insaputa dei suoi ministri — per realizzare l'unità d'Italia con il consenso papale. Il carteggio segreto fra Pio IX e V. E., oltre a documentare la persistente cordialità dei rapporti personali tra il Pontefice e il Sovrano, sembrerebbe testimoniare una sincera ansia del Re di non recare offesa ai principi immutabili della Religione. Taluno storico però ha creduto di poter osservare che V. E. avrebbe abbondato in impegni e promesse per calmare le apprensioni del Papa, benché risoluto a trincercarsi più tardi dietro la facile scusa dei suoi doveri costituzionali: e tale sospetto di duplicità affiora infatti talvolta nelle lettere di Pio IX. Comunque, tali contatti segreti si ripeterono anche dopo l'occupazione delle Marche e dell'Umbria (1860), donde le riservatissime missioni Vegezzi e Tonello del 1865 e 1866 ed il confidenziale incarico affidato dal Re per il papa a Lord Clarendon nel dic. 1867, all'indomani del tentativo garibaldino di Mentana, che V. E. aveva cercato di impedire o almeno di circoscrivere attraverso l'energia azione del gen. Menabrea, da lui chiamato al governo con audace soluzione extraparlamentare della crisi ministeriale in atto. Ancora alla vigilia del 20 sett., V. E. sperò di poter indurre Pio IX alla pacifica rinunzia di Roma; e mentre il gen. Ponza di S. Martino recava al Papa la nota missiva regale con
VITTORIO EMANUELE III
scampata costituì un vero lutto nazionale. Le sue spoglie riposano nel Pantheon di Roma, in un monumento fuso nel bronzo dei cannoni strappati al nemico.