VITTORIO EMANUELE I DI SAVOIA, RE DI SARDEGNA

VITTORIO EMANUELE I di SAVOIA, re di SARDEGNA. - N. a Torino il 24 luglio 1759, m. a Moncalieri il 10 genn. 1824. Secondogenito di Vittorio Amedeo duca di Savoia, erede al trono, e di Maria Antonia di Borbone-Spagna, ebbe alla nascita il titolo di duca d'Aosta.

Più che al maggior fratello Carlo Emanuale, principe di Piemonte, V. indole e per l'educazione ricevuta ai tre cadetti - Maurizio duca del Monferrato, Carlo Felice duca del Genevese e Giuseppe Benedetto, conte di Moriana - con i quali ebbe a governatore il grido Casimiro Gabeleone di Salmour, che impartì ai quattro principi una formazione prevalentemente militare, ispirata in politica all'assolutismo monarchico. Il barnabita Giacinto Sigismondo Gerdil, futuro cardinale e vicino ad ascendere al soglio nel Conclave di Venezia del 1800, diresse la loro istruzione religiosa, facendone dei fervorosi cattolici, pur senza il misticismo di Carlo Emanuele. Pure, gli studi di V. E. non furono né vasti né profondi: il che non impedì che assumesse ancor giovanissimo il grado e le funzioni di capitano generale dell'esercito. Cresciuto nella severa moralità della Corte sabauda, a trent'anni contrasse matrimonio con Maria Teresa d'Ausburgo-Lorena (1773-1832), figlia dell'arci-duca Ferdinando, governatore della Lombardia, e di Maria Beatrice, ultima degli Estensi. Da queste nozze nacquero Carlo Emanuele, morto appena treenne, e quattro figlie, Maria Beatrice poi duchessa di Modena, Maria Anna poi imperatrice d'Austria, Maria Teresa poi duchessa di Lucca e la ven. Maria Cristina poi regina di Napoli, così da togliere anche a V. E. la possibilità di perpetua la dinastia, che non aveva avuto eredi dal primogenito. Alla testa delle sue truppe V. E. combatté con valore sfortunato l'invasione francese a partire dal 1792 e cercò invano di opporsi alla debolezza del padre e poi del fratello, salito al trono nel 1796, suggerendo misure di disperata energia per assicurare la difesa dello Stato. Tutto fu inutile: Carlo Emanuele IV si lasciò indurre a spogliarsi del Piemonte e della Savoia a favore della Francia e a prendere la via dell'esilio. Mentre la maggior parte della famiglia reale riparava in Sardegna, V. E. rimase sul continente, ospite di Corti amiche, nella speranza di un rivolgimento politico che gli permettesse di rimettere piede a Torino: il che venne impedito nel 1799 dalla gelosia austriaca. Solamente nel 1860 - quando era già re da quattro anni per l'abduzione di Carlo Emanuale IV - egli raggiunse i suoi a Cagliari, costretto a lasciare il Napoletano dall'avanzata napoleonica. Da allora governò saggiamente l'Isola in attesa di tempi migliori, i quali vennero nel 1814 alla caduta di Napoleone. Il primo Trattato di Parigi restituiva a V. E. i suoi domini, tranne Annecy e Chambéry, ma con la cospicua aggiunta di Genova e della Liguria. Pochi mesi più tardi, la solerzia con la quale egli organizzò un esercito e lo fece marciare contro la Francia durante i cento giorni e gli valse anche la restituzione dei due distretti savoiardi.

Accolto con delirante entusiasmo al suo ritorno in Torino, V. E., mal consigliato dai suoi ministri, commise l'irreparabile errore di ristabilire in pieno gli ordinamenti del 1789, senza tenere conto alcuno delle mutue condizioni politiche. Resuscitare l'assolutismo regio e i diritti feudali significava non comprendere i tempi e deludere le speranze del popolo e della borghesia, che mai erano venuti meno alla loro fedeltà verso il sovrano in esilio. Ma V. E. non sentì le nuove esigenze e credette bastassero a far felici i suoi popoli le riforme elargite con mentalità paternalistica, oppure la ferma politica estera nei riguardi della Francia e dell'Austria. Del suo errore dovette rendersi conto allo scoppio dei moti liberali del 1820-21: riluttante del pari a concedere la richiesta Costituzione come a soffocare con le armi l'insurrezione, preferì abdicare il trono al fratello Carlo Felice e affidare la reggenza all'erede presuntivo Carlo Alberto di Savoia-Carignano, con le conseguenze ben note.

Lasciata la capitale il 14 marzo 1821, prese nuovamente la via dell'esilio; ma pochi mesi più tardi il nuovo Re desiderò ritornasse in patria, onde egli si stabilì a Moncalieri, tenendosi rigorosamente estraneo alla politica per non nemomare l'autorità fraterna. Della sua pietà altamente apprezzata dai pontefici, e specialmente da Pio VII, che lo ebbe carissimo, è monumento insigne il grandioso tempio della Gran Madre di Dio, da lui fatto innalzare in Torino a ringraziamento dell'avvenuta restaurazione del 1814.

BIBL.: N. Bianchi, St. della monarchia piemontese dal 1773 sino al 1861, Torino 1877-85; D. Ferrero, Gli ultimi reali di Savoia del ramo primogenito, Genova 1889; id., I reali di Savoia nell'esilio, Torino 1898; D. Carutti, St. della corte di Savoia durante la Rivoluzione, e l'impero franc., ivi 1892; C. Torta, La Rivoluzione, piemontese del 1821, Milano 1908; A. Segre, V. E. I, Torino 1928, con bibl. Renzo U. Montini