VITTORIO EMANUELE III, RE D'ITALIA

VITTORIO EMANUELE III, RE d'ITALIA. - N. a Napoli l'11 nov. 1869, m. in Alessandria d'Egitto il 28 dic. 1947. Figlio unico di Umberto I e di Margherita di Savoia, ebbe alla nascita il titolo di principe di Napoli.

Rigidamente educato sotto la guida del col. Osio, alternò agli studi i viaggi e le cure dei comandi militari che gli vennero successivamente affidati. Il 24 ott. 1896 sposò la principessa Elena Petrovic-Njegoš del Montenegro e ne ebbe cinque figli: Jolanda, Mafalda, Umberto, Giovanna e Maria. Per l'assassinio di Umberto I (29 luglio 1900) V. Regno e impresse, pur nell'assoluto e scrupoloso rispetto della Costituzione, un indirizzo personale alla politica italiana. Coadiuvato dal Giolitti, che fu lo statista nel quale rispose la massima fiducia, egli favorì all'interno le più illuminate esperienze sociali a profitto delle classi lavoratrici e dello sviluppo economico del paese, non meno che il reinserimento delle forze cattoliche nella vita nazionale. Nel campo delle relazioni internazionali, ferma restando l'adesione dell'Italia alla Triplice Alleanza, promosse un ravvicinamento alle potenze della Triplice Intesa (Francia, Inghilterra e Russia), così da poter negoziare con Parigi, Londra e Pietroburgo il consenso all'occupazione italiana della Libia (1911-12). Scoppiata la prima guerra mondiale, V. E. raccolse, al di fuori e al di sopra del Parlamento, l'istanza della Nazione favorevole all'intervento contro gli Imperi centrali: iniziate le ostilità (24 maggio 1915), egli fu il «Re soldato», che, lungi dall'atteggiarsi a strategia, identificò le sue funzioni di comandante supremo con la presenza continua sul fronte di combattimento, a diretto contatto con la truppa. Fu peraltro suo merito personale l'aver designato il gen. Diaz a sostituire il Cadorna dopo Caporetto e l'aver convinto gli alleati (convegno di Peschiera, 7 nov. 1917) della possibilità di difendere la linea del Piave, garantendo che l'esercito italiano avrebbe continuato a combattere. Egli divenne così il «Re vittorioso», con la gloria di avere restituito alla patria i suoi confini naturali. Nel turbinoso dopoguerra seppe mantenere la corona al di sopra delle lotte di parte, ma, venuta a mancare, per motivi che sarebbe troppo lungo analizzare, una soluzione costituzionale della crisi in cui era caduta la nazione, accettò il fatto compiuto dell'insurrezione fascista e affidò il governo a Benito Mussolini (ott. 1922): la fiducia votata dalle Camere al nuovo ministero riconduce, se non altro formalmente, la «marcia su Roma» nella legalità. Fu proprio il suo rispetto per gli organi costituzionali, sia pure innovati e trasformati dal regime con accorgimenti giuridici di mera forma, che impedì a V. E. di opporsi al sorgere e all'affermarsi della dittatura mussoliniana, dalla quale, come risulta da numerose testimonianze, egli personalmente repugnava: donde l'accusa di «compromissione» con il fascismo che gli avversari del regime ebbero a muovergli più tardi. Il Re che nel 1929 vide, senza comprendere appieno la portata morale e politica del grande evento, risolta la Questione Romana con gli Accordi lateranesi, che dopo la campagna del 1935-36 assunse il titolo di imperatore d'Etiopia e nel 1939 quello di re d'Albania, venne progressivamente esautorato dal «duce», che sembrava godere del consenso nazionale.

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(fol. Alinari)

(« diarchia »), e non riuscì ad impedire l'ingresso dell'Italia nel secondo conflitto mondiale. Però, non appena Mussolini fu posto in minoranza persino da un organo tipicamente dittatoriale, quale era il Gran Consiglio del fascismo, V. E. gli revocò il mandato presidenziale e lo sostituì col maresciallo Badoglio (25 luglio 1943). Gli eventi bellici condussero all'armistizio dell'8 settembre, dopo di che il sovrano si trasferì nel Mezzogiorno, unico mezzo per assicurare la continuità del governo legittimo. Fatto segno agli attacchi della opinione pubblica che ne reclamava l'abdizione immediata, V. E. fu pressoché forzato dagli alleati a trasmettere i suoi poteri al Principe ereditario (10 apr. 1944), ma ottenne di darvi decorrenza con la liberazione di Roma (4 giugno). Da questa ultima data V. E. si estraniò completamente dalla vita politica, decidendo di abdicare il 9 maggio 1946 per rendere più facile l'esercizio del potere ad Umberto II nell'imminenza del « referendum » istituzionale, e l'indomani partì esule per l'Egitto.

Le passioni sono ancora troppo vive per formulare un giudizio sereno sulla personalità politica di V. E. a partire dal 1922, mentre sul primo ventennio del suo regno la storia si è pronunziata in senso favorevole. A lui sono poi riconoscere le tute virtù individuali, affetti familiari pronunciatissimi, chiare attitudini di studioso, concretati nella pubblicazione del Corpus Nummorum Italicorum. È altresì da modificare, almeno in parte, la diffusione opinione del suo « anticlericalismo ». Per quanto avesse ricevuto una formazione rigorosamente « laica », V. E. pervenne per maturazione personale alla fede: fu allora sufficientemente praticante, volle religiosamente educati i figli, si dimostrò rispettoso del culto e dei suoi ministri e, morendo, chiese i supremi conforti, che ricevette con pietà.

BIBL.: copiosissima è la bibl. su V. E., a cominciare dal noto libretto di L. Morandi, Come fu educato V. E., 1° ed., Torino 1901. Si citano: V. Borgo, Giornate di guerra del Re soldato, Milano 1931; G. Volpe, V. E. III, ivi 1939; A. Valori, V. E. III, ivi 1940. Tra le pubblicazioni più recenti, tacendo quelle a carattere polemico, basterà ricordare: U. D'Andrea, La fine del Regno, Torino 1951, con ult. bibl. Sulla personalità del sovrano; C. Richelmy, Cinque Re, Roma 1952. Sulla sua religiosità: R. Uberti, V. E. III e la Fede, in Realtà politica, Roma 1° dic. 1951. Renzo U. Montini