TINO DI CAMAINO DI CRESCENZIO DI DIOTISALVI. - Scultore ed architetto n. a Siena intorno al 1280, m. a Napoli nel 1336 o 1337.
Le prime testimonianze della sua attività sono a Pisa ove T. si recò, verosimilmente quale collaboratore di Giovanni Pisano nel lavoro del pulpito del Duomo, ed ove nel 1312 istoriava il Fonte battesimale. Nel 1315 dopo aver avuto già da qualche tempo la commissione per la tomba di Enrico VII, da elevare sotto la volta della stessa grande chiesa, e dopo essere stato nominato capomaestro della costruzione, era costretto ad abbandonare la città avendo parteggiato per i guelli e combattuto a Montecatini contro i pisani. Nel 1318 T. era a Siena intento con il padre, pur esso scultore, e con altri alla costruzione del Duomo del quale, fra il 1319 ed il 1320, veniva creato capomaestro; quindi si recava a Firenze, ma nel 1325 era già a Napoli ove rimase fino alla morte.
Tra le opere più antiche di T. è l'urna già sull'altare di s. Ranieri nel duomo di Pisa e quindi trasferita nel Camposanto. La scultura forse appartiene al tempo stesso in cui il giovane maestro collaborava con Giovanni al pulpito e la data 1306 sembra la più probabile. Quindi la chiara evoluzione dei modi plastici di T. s'intende confrontando quel marmo, ove con ritmi cadenzati e forme compatte le immagini s'accalcano staccandosi quasi a fatica dal fondo, con le opere successive, quali i residui frammenti del fonte battesimale e la tomba di Enrico VII. Questa, oggi scomposta fra il Duomo, ove è il sarcofago con la figura giacente, ed il Museo dell'Opera, per la vigorosa perentoria vivacità delle immagini, specie quelle dei cinque consiglieri che attorniano l'imperatore assiso in trono, va posta tra le sculture più significative del nostro '300. Qui T. inaugura modi plastici chiaramente distinti da quelli del suo maestro Giovanni; per essi le immagini, sintetiche, tondeggianti, definite entro gravi masse sottolineate nel loro improvviso variare dei piani da profondi incavi rettilinei, hanno analogie con quelle dipinte da Ambrogio Lorenzetti (Toesca). Modi analoghi appaiono nella tomba del card. Petroni nel Duomo di Siena (1319-20), nell'altra di Gastone della Torre nel chiostro di S. Croce a Firenze, mentre nel sarcofago del vescovo Orso che è in Duomo, pure a Firenze, è chiara un'evoluzione dello scultore in senso preziosamente gotico, per cui egli giunge a individuali ricerche di ritmi lineari che accentuano quelli plastici e talvolta ad essi si

Nel 1324 T. è a Napoli e collabora dapprima alla tomba di Caterina d'Austria in S. Lorenzo Maggiore, poi, con l'architetto Gagliardo Primario, eleva l'altra a Maria d'Ungheria che è a S. Maria Donna-regina (1325). Più tardi scolpisce la tomba di Carlo di Calabria (1335) e quella di Maria di Valois in S. Chiara, semidistrutte nell'incendio che divorò la chiesa in seguito ai bombardamenti del 1943. In queste opere, come nelle altre dello stesso tempo che possono essergli attribuite, quali la tomba di Giovanni di Durazzo in S. Domenico, si osserva una maggiore accentuazione di inflessioni gotiche, e una più evidente ricerca di effetti pittorici nelle immagini che si profilano su fondi scuri.
Opere di architettura di T. a Napoli furono il chiostro di S. Martino, le fortificazioni imponentissime dell'attiguo castello di S. Elmo e lavori nel porto.
Staccatosi dal ceppo di Giovanni Pisano T., originalissimo scultore, diffuse i nuovi modi della plastica trecentesca toscana nell'Italia meridionale rinnovando tuttavia colà parzialmente il suo stile. Infatti durante il suo periodo napoletano T. reagendo al clima artistico d'una regione già aperta da almeno mezzo secolo alla cultura ed all'arte francese, accentuava la fluidità dei ritmi lineari, che si sovrappongono con sottile eleganza alla rudezza dei tondeggianti volumi dei suoi marmi e dava vita ad una serie di opere che sono fra le più significative della scultura italiana del suo tempo.