CISTERCENSI (SACRO ORDINE CISTERCENSE)

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CISTERCENSI (Sacro Ordine Cistercense). T'ale nome proviene da Cistercium (Cîteaux) dove il 22 marzo 1098 s. ARDIGO, ROBERTO (v.), abate di Molesme (1075-98), fondò la prima abbazia dell'Ordine (benché
ed austera, eliminando gli usi introdotti in molti monasteri; perciò nella prima Charta caritatis si parla della «rectissima via sanctae Regulae» (J. Turk, Charta carit. prior, in Analecta S. O. Cister., I [1945], p. 31). Infatti i primi organizzatori pretesero che nell'ostervanza monastica si avesse presente anzitutto la purezza della Regola, sulla quale aveva specialmente insistito il b. Alberico negli Instituta manachorum Cistercensium de Molimo venientium; e la libertà da ogni ingerenza ecclesiastica e secolare, quale era stata assicurata ai primi C. dal Privilegium Romanum di Pasquale II il 19 ott. 1100. L'Exardium magnum S. O. Cist., della fine del sec. 211, ne dà la enunciazione precisa: "notum fiat posteris nostris, quantam statim in initio fundationis suae ab Apostolica Sede gratiam, favorem et libertatem Cisterciensis ecclesia promeruit n. Era questo un inizio della esenzione che, ancora relativa, crebbe con la conferma della prima Charta caritatis fatta da Callisto II il 23 dic. 1119, fino a divenire assoluta con la bella di Lucio III del 21 nov. 1184. L'unità fra i diversi monasteri dell'Ordine riposa sulla uniformità delle osservanze: «una caritate, una regula similibusque vivamus moribus" (Charta caritatis, I, capp. 53, 55). Di recente J. Turk ha ritrovato la prima Charta caritatis edita e commentata nei citati Analecta (p. i1 sgg.), dove a p. 50 afferma: 1) La prima Charta caritatis fu compilata nel 1118.2) Fu modificata nel 1134-52, ma probabilmente non molto prima del1^{°}ag. 1152. 3) Motivi di questa modificazione furono le mutate circostanze, quali il progresso e la evoluzione dell'Ordine, la aspirazione degli * abbates primarii * ad una maggiore indipendenza nei rapporti con l'abate di Cîteaux e con gli stessi Capitoli

general nel monastero di Citeaux. 4) Autore della prima Charta caritatis fu indubbiamente s. Stefano Harding, abate di Citeaux. 5) La Charta caritatis data da s. Stefano era una legge, non una convenzione fra lui e gli «abbates primarii»; né la Charta caritatis posteriore si può ritenere come un patto fra gli abati. Paese invece è l'influsso degli altri abati nel mutare la prima Charta caritatis. 6) Il potere del Capitolo generale e degli «abbates primarii», stando alla prima Charta caritatis, non era tanta quanta nella seconda: al contrario, l'autorità del monastero di Citeaux e del suo abate era maggiore della prima Charta caritatis che non nella seconda. 7) L'aspirazione degli abbates primarii ad una maggior potestà, non rispondeva alla mente di s. Stefano. Lo sviluppo dell'Ordine, infatti, dimostra che essa riuscì dannosa. 8) La bolla di Clemente IV (1265), va considerata come qualcosa di mezzo fra la prima e la seconda Charta caritatis. Nel suo contenuto la Charta caritatis costituisce il vincolo dell'unità; nel cap. 1, si parla infatti dell'obbligo e del modo di custodire ed osservare la Regola di s. Benedetto in maniera uniforme; nel cap. 2, delle visite, della legge delle figliazioni e della precedenza degli abati; nel 3, del Capitolo generale di tutti gli abati; nel 4, dell'amministrazione del monastero in periodo di sede vacante e della elezione del nuovo abate; nel 5, della rinuncia degli abati e dell'azione disciplinare verso di essi. Con forma di unità cresce il centralismo nell'Ordine, non è assoluto come a Cluny, ma relativo, in quanto ogni abbazia o monastero gode della sua autonomia. L'Ordine dei C. tiene raggruppati i singoli monasteri, ad ognuno dei quali riconosce un abate proprio: tuttavia essi conservano una particolare dipendenza dall'abate dell'abbazia madre e dal Capitolo generale di tutti gli abati. Chi convoca e presiede il Capitolo generale è l'abate di Citeaux quale padre di tutto l'Ordine. L'osservanza si pratica nella solitudine o nell'erroneo. Perché questa solitudine sia rispettata, s. Stefano stabilisce che «nessuno capitano o principe del luogo giammai ponga la sua sede in quella chiesa». Per mantenere lo spirito della semplicità e dell'unione con Dio, vuole che si osservi la povertà anche nella suppellettile ecclesiastica. Così nacque le Consuetudini dei C. che furono redatte nel sec. XII. Esse abbracciano cinque parti: 1) origine del monastero; 2) Charta caritatis; 3) bolla di Callisto II del 23 dic. 1119 che approva la Charta caritatis; 4) statuti del Capitolo generale dei C.; 5) uffici ecclesiastici.
In seguito furono fissati gli statuti dei C. nei Libelli definitivum del 1256, del 1316, del 1350. La «rectissima via sancta Regulae» armonizzò perfettamente fra di loro l'Opus Dei (il divino Ufficio), la lettura spirituale ed il lavoro manuale, dando così alimento al corpo e all'anima nell'ordine naturale e spirituale, secondo la parte di ciascuno. Già Abelardo aveva ben compreso tutto questo, scrivendo a s. Bernardo (PL 178, 340): «Instituti Regulae novum opus de veteri facere compellit». Con questo principio, infatti, i primi C. per riguardo alla «rectitudine» fessendo la Regola, stabilirono e riformarono in primo luogo il modo e l'ordine del servizio divino in tutto secondo le tradizioni della Regola, omettendo completamente le aggiunte ai salmi, le orazioni e le litanie che padri poco discreti avevano fatte di loro arbitrio.
Nella liturgia cluniacense prevaleva la solennità e la pompa, in quella dei C. la semplicità, come manifestazione della vita interiore. In ossequio alla verità i primi C. intrapresero la correzione della Bibbia e la riforma del canto gregoriano. Dimostrazione di questo spirito è l'architettura cistercense. Ma in grande considerazione era tenuta la lettura spirituale che aveva il primo posto dopo il divino Ufficio e prima del lavoro manuale, eccetto nella stagione estiva. Il tempo era occupato nella lettura non solo della sacra Bibbia, ma anche dei Padri e di altri autori che facevano meglio comprendere la vita monastica. Specialmente nel sec. XII fiorirono fra i C. scrittori illustri di opere ascetiche e mistiche. Degni di nota in questo campo i commenti al Cantico dei Cantici ed i trattati De anima. Dalla lettura scaturì una profonda devozione, da molti monaci ed in molti modi coltivata, verso la Passione di Gesù, il S. Cuore, la S. Maecenastica, la Madonna. Fra gli antichi C. vi furono anche illustri storiografi, come Ottone di Frisinga; molti annalisti e cronisti, quali Elinando di Montefreddo e Alberico delle Tre Fontane, gli autori del Chronicon Villariense e degli Annales Waverleiense. I C. furono anche compilatori e divulgatori di leggende, quali la Collectio miraculorum Ioannis prioris Clarevalensis (1179), il Liber miraculorum Gessinii (prima del 1200), Exordium magnum S. Ord. Cist. di Corrado di Eberbach (prima del 1221). L'influsso della pietà eucaristica dei C. si avverte anche nella famosa Queste doni Graal (cf. P. Browe, Die eucharistischen Wunder des Mittelalters, Breslavia 1938, pp. 22-23, 102-106). Non pochi C. sono stati dei buoni teologi. Per favorire lo studio furono fondati molti collegi in Francia, Germania, Inghilterra e Spagna. Celebre è il collegio di S. Bernardo, fondato a Parigi verso il 1242 per iniziativa dell'abate Stefano Laxington. Il lavoro manuale, secondo il cap. 48 della Regola di s. Benedetto, fu tenuto in grande considerazione, e con esso fu dato vigoroso impulso anche alla vita sociale. Spinti dal b. Alberto, i primi C. stabilirono negli Statuta di accogliere, dietro licenza del vescovo, laici con la barba, e di trattarli come loro stessi, fatta eccezione della vita monastica, e di prendere anche i braccianti, perché sapevano che senza la loro collaborazione non sarebbe stato possibile osservare sempre i precetti della regola. Così nel medioevo divennero buoni agricoltori ed apportarono alla civiltà un notevole contributo, specialmente nelle regioni del settentrione, in Boemia ed in Ungheria. Come appare dagli statuti dei Capitoli generali, i C. furono degli ottimi organizzatori che promossero il prosciugamento delle paludi in Italia ed in Olanda, l'estirpamento delle grandi selve in Francia, Germania e Boemia, e anche lo sfruttamento delle miniere di ferro e carbone dei monti Pennines (H. C. Darby, An historical geography of England before 1800, Cambridge 1936, pp. 243 e 257).
L'armonia istituita fra l'Opus Dei, la letteratura spirituale ed il lavoro manuale, ordinata dalle Consecutudines e confermata dal Capitolo generale di ogni anno, ma molto più la personalità di s. Bernardo, inclita gloria dell'Ordine, fecero sì che esso si propagasse meravigliosamente. Alla morte di s. Stefano nel 1134 esistevano già 80 monasteri dei quali 55

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in Francia. In Italia, la prima abbazia fu quella di Tiglieto in Liguria (18 ott. 1120). Vennero poi le fondazioni in Germania (Kamp), in Inghilterra (Waverley), Svizzera (Bonnont), Spagna (Morreuela). Nel 1132 sorse il primo monastero delle monache cistercensi a Tart in Francia cui tennero dietro, specialmente nel sec. XIII, quelli della Francia, Germania, Belgio, Olanda, Spagna e Svizzera (in questa ultima, monasteri di quell'età durano ancora ininterrottamente). Le monache cistercensi vivevano con le medesime Consuetudines dei monaci, anche rispetto alla clausura, la quale, specialmente per l'influsso delle Clarisse, con l'abbandono del lavoro manuale, e per le disposizioni del Concilio di Trento, fu mutata in clausura papale, benché internamente fosse considerata sempre clausura dell'Ordine. Le monache non formano il Second'ordine, ma un solo Ordine con i monaci, con la esenzione dall'autorità del vescovo diocesano, con la approvazione del Sommo Pontefice e con l'accettazione o incorporazione all'Ordine fatta dal Capitolo generale. Erano oltre 1000 monasteri, dove la vita fioriva secondo lo spirito e l'uso dei C., anche se non tutti incorporati all'Ordine. Massima cura essi avevano della vita interiore e mistica, specialmente in Germania, Belgio, Olanda. Le badesse tennero anche dei Capitoli generali a Tart, Tulembras, Las Huelgas presso Burgos, Vallebona (Lerida), ma queste riunioni non erano Capitoli generali in senso stretto, bensì adunanze delle badesse regionali. Molti fra i monaci e le monache cistercensi raggiunsero le vette della santità e 1215 religiosi morirono in fama di santità o vissero una vita esemplare.
L'anno avanti la morte di s. Bernardo (1152) esisteva 339 monasteri di monaci ed alla fine del medioevo ca. 750, in tutti i paesi d'Europa.
Benemeriti della Chiesa furono non solo s. Bernardo, ma anche molti monaci e conversi: tre papi, Eugenio III, già abate delle Tre Fontane, Celestino IV, Benedetto XII, abate di Font Froid in Francia, 44 cardinali, fra i quali Giacomo da Pecorara (1244) e Giovanni Bona (1647), illustre scrittore di ascetica e di liturgia; ca. 580 vescovi (cf. G. Willi, Cist. Pàpste, Kardinale u. Bischofe, in Cist. Chron., 23 [1911], p. 255 sgg.). Molti conversi servirono regolarmente la Curia romana quali bollatori. Abati e monaci si recarono anche fra i maomettani e gli albigesi a predicare il Vangelo.
Molti monasteri furono attratti all'Ordine dei C. dalla buona fama che esso riscuoteva: così il Capitolo generale nel 1147 incorporò la Congregazione di Savigny con 28 monasteri e quella di Obazina con 3 monasteri, nel 1162 il monastero di Dalon con i filiali. Aderirono all'Ordine anche alcuni ordini equestri, come quello di Calatrava in Spagna.
Per i servizi resi alla Chiesa, l'Ordine ebbe molti privilegi. Da Innocenzo III quello dell'esonore dalle decime, modificato poi da Adriano IV, Alessandro III e dal Concilio Lateranense IV. Lucio III concesse il privilegio di esenzione, Innocenzo VIII (bolla Expositi tuae devotionis), che però da alcuni è messa in dubbio, diede facoltà all'abate generale di conferire il suddiaconato e diaconato, di consacrare calici e patente e di benedire gli abati (cf. T. Abele, Die Erteilung der Subdiakonats- und Diakonatsweihe durch den Abt von Citteaux und die Primaräte, in Cist. Chron., 37 [1925], p. 169 sgg.).
Il XII e il XIII furono i secoli d'oro dell'Ordine, ma è facile comprendere come in tanto numero di monasteri e di religiosi non siano mancate debolezze ed errori. Nel sec. XII alcuni monasteri acquistarono, contro gli statuti del b. Alberico, diritto di decima, e non potendo più lavorare direttamente i campi per la loro grande estensione, una parte ne cedettero dietro corresponsione di canoni, in modo che la osservanza delle regole e delle consuetudini ne subì grave danno. Con l'abbandono del lavoro manuale si ruppe l'armonia creata fra il divino Ufficio e la lettura spirituale. In molti monasteri lo studio fu abbandonato e l'Ufficio fu prolungato, con conseguenti altre novità contro gli statuti dell'Ordine. Tut-tavia alcuni monasteri per molto tempo rimasero fedeli all'insegnamento dei Padri, come nel sec. XVI quello di S. Urban. Per intervento dei romani pontefici ed a cura dei Capitoli generali, nel corso dei secoli furono fatti molti tentativi per restaurare la disciplina, come ne fan fede la costituzione di Clemente IV, Paruus fons del 1196, a commento della Charta caritatis; quella di Benedetto XII, Fulgens sicut stella del 12 luglio 1335, sulla riforma dell'Ordine; le definizioni del Capitolo generale del 1601 per la riforma dell'Ordine e delle persone; la costituzione di Alessandro VII del 19 apr. 1666 per una riforma generale dell'Ordine e per dirimere le controversie sorte fra la stretta e la comune osservanza (il suo testo forma tuttora la base degli statuti della Congregazione Auginese).
A ravvivare lo spirito dei Padri, alcuni monasteri esperirono altri mezzi, fra i quali la formazione delle Congregazioni. Aleune di esse restarono intimamente unite alla casa madre di Cîteaux, altre invece se ne separarono. Prima è la Congregazione generale del riformatore Martino di Vargas del 1425 (Congregazione del monte Sion o della regolare osservanza di Spagna), la Congregazione di S. Bernardo in Italia, cioè la lombardo-tosena del 1497, la lusitana del 1567 e la fogliense fondata da Giovanni de la Barrière nel 1589. Queste, la Congregazione aragonese, la romana del 1613 e la calabro-lucana del 1633, introdusse, su essi estranei all'Ordine, mentre la Congregazione della Germania superiore del 1595 restò fedele ai principi e all'abate di Cîteaux. Così l'Ordine, un giorno tanto unito e glorioso, ne risultò diviso, ma lo spirito dei padri visse in molti monasteri con ottimi frutti. Nel sec. XVIII il sistema di vita dei C. era ancora identico a quello dei C. riformati, fatta eccezione del silenzio perpetuo, dell'astinenza completa e del lavoro manuale. Circostanze diverse favorirono questo disolvimento dell'Ordine, quali in Francia la guerra dei Cento anni (1339-1453), le pestilenze e le famose «commende» che, specie nei monasteri di Francia e d'Italia, dove era possibile dare da vivere solo a un esiguo numero di religiosi, portarono detentamente alla osservanza regolare ed agli usi dell'Ordine. Molti abati non intervenivano al Capitolo generale, che in tal modo non poté più esser tenuto regolarmente; si aggiungano le persecuzioni degli hussiti in Boemia, Slesia ed Austria. Per la forza e per la violenza dei laici, ma anche per la fragilità dei monaci, la riforma protestante estinse la vita dei C. in tutti i monasteri di Inghilterra, Scozia, Scandinavia, Olanda, Ungheria ed in non pochi della Germania e della Svizzera. In Austria molte abbazie furono chiuse da Giuseppe II; in Francia e nel Belgio la soppressione fu universale ad opera della Rivoluzione. Nel 1803, per la fine dell'impero germanico, molti monasteri furono soppressi, fatta eccezione di alcuni di monache; nel 1810 tutte le abbazie di Prussia, Polonia e Slesia, nel 1830-35 tutte quelle di Portogallo e Spagna, nel 1841-48 tutti i monasteri della Svizzera furono ugualmente soppressi. Alcuni monasteri si salvarono emigrando, come i C. della stretta osservanza (Trap-pisti). Anche il convento di S. Bernardo a Scaldin e quello di Stella Maris a Wettingen poterono salvarsi.
Attualmente l'Ordine consta di 8 Congregazioni: 1) Sacro Cuore di Gesù (Austria); 2) Auginese (Mehrera, già elveto-germanica); 3) Italica; 4) Belga; 5) Gallica; 6) Ungarica; 7) Purissimo Cuore di Maria in Boemia; 8) Casamari. Qualche monastero non

appartiene a nessuna Congregazione. In 63 monasteri vivono oggi 1500 religiosi.

BIBL.: *Statuta Capitulorum Ord. C. ab anno 1116 ad annum 1786*, ed. J.-M. Canivez, Lovanio 1933 ser.; L. Janauschek, *Ori- ginum Cisterciensium tomus I*, Vienna 1877 (aggiunte di O. Grillen- berger, Vienna 1904); P. Guignard, *Les monuments primitifs de la ré- glé cistercienne*, Digione 1878; E. Hoffmann, *Das Konverseninsti- tus Cisterciensverordens*, Friburgo in Br. 1905; J. Laurency, *Capitu- laires de l'abbaye de Molesme*, 2 voll., Parigi 1907-11; T. Humper- der *bisher vermisste Teil des Exord. Magn. S. O. Cist.*, in Cist. Chron., 20 (1908), p. 101 ser.; A. Malet, *La liturgie cistercienne*, Westmalle 1921; U. Berlière, *L'ascèse bénédictine des origines de la fin du XII* siecle, Parigi 1927; G. Müller, *Vom Cisterzienser Ord. Regens*, 1927; U. Berlière, *L'Ordine monastico dalle origini e se. XII*, trad. it., Bari 1928; T. Humpfer, *Exordium Cistercien- cum summa Chartae caritatis et fundatio quattuor filiarum Cici- sterci*, Vae 1932; G. Marchese, *La badia di Sambucina*; *saggio storico del movimento cisterciense nel mezzogiorno d'Italia*, Lecce 1932; E. Orted, *Cistercierorden* *ad dens Klostre i norden*, 2 voll., Copenaghen 1933; J.-O. Ducourneau, *Les origines cisterciennes*, Li- gue 1933; K. Jiewitz, *Die Studien des Cisterziensverordens in nor- manisch-sizilischen Königreich*, in *Studien n. Mittell. O. S. B.* 52 (1934), pp. 236-51; F. H. Grossly, *The english abbey its life and work in the Middle age*, Londra 1935; H. Talbot, *The cistercien- abeys of Scotland*, 1939; D. D. Knowles, *The monastic Order in England (943-1216)*, 1939; D. D. Knowles, *The religious houses of medi- val England*, 1939; J. Marlier, *Quelques précision sur les con- nencements de Cîteaux*, in *Annales bergenses*, 10 (1944), p. 28 ser.; K. Spahr, *Das Leben des Robert V. Molesme*, *Eine Quelle zur Vorgeschichte V. Cîteaux*, Friburgo 1944; W. Maas, *Les moines défricheurs*, *étude sur les transformations du paysage au moyen âge au confin de la Champagne et de la Lorraine*, Mon- lins 1944; D. Alberieux, *Compendium of the History of the Ci- stercian Order*, 1944; J.-Berthold Mahn, *L'Ordre cistercien et son gouvernement des origines au milieu du XIII* siecle (1898-1265), Parigi 1945; J. Turk, *Charta caritatis prior*, in *Annales Cisterciens et S. O. C.*, 1 (1945), pp. 11-65; I. F. O. Sullivan, *Cistercian settlements in Wales and Monmouthshire*, 1140-1540, Nuova York 1947; Guy de Briquebec, *L'Ordre de Cîteaux et le chant gré- garien*, in *Coll. O. C. Ref.*, 9 (1947), p. 302 ser.; J.-M. Ca- nivez, *Le rite cistercien*, in *Ephemerides lit.*, 63 (1949), pp. 276-31.

CONGREGAZIONE CISTERCIENSE di CASAMARI:
CONGREGAZIONE CISTERCIENSE D'ITALIA. - Ales- sandro VI, nel 1497, stabilì l'unione dei monasteri cistercensi dell'alta Italia in una Congregazione, denominata S. Bernardo; ma essa divenne effettiva solo con un nuovo intervento di Giulio II (1501). Fu chiamata anche Congregazione lombarda. Ur- bano VIII nel 1631 ne approvò gli statuti e l'abate presidente della Congregazione ebbe il primo posto nel Capitolo generale di Cîteaux, dopo i quattro abati primari. Alla Congregazione appartenne, fra l'altro, il celebre monastero delle Tre Fontane a Roma, e, dal 1560 in poi, quello di S. Croce in Gerusalemme. La sede dell'abate presidente era a Chiaravalle Marche.
Intanto il Capitolo generale dell'Ordine del 1613 dispose l'unione dei monasteri cistercensi nell'Italia centrale e del Regno di Napoli, che non si erano uniti alla Congregazione lombarda e Gregorio XV nel 1623 ne rese effettiva la decisione; nacque così la Congregazione romana.
Finalmente, Urbano VIII nel 1632, secondo una deci- sione del Capitolo generale dell'Ordine del 1605, rese efficiente l'unione dei monasteri cistercensi della Cala- bria e della Lucania, istituendo la Congregazione della Madonna di Calabria, o di Flori, o Florense.
Intanto ebbe principio in Francia, per opera di Gio- vanni de la Barrière, una particolare riforma cistercense, con sede all'abbazia di N.-D. de Feuillant, approvata da Si- sto V nel 1586 e da Clemente VIII nel 1592 ed eretta in Con- gregazione. Il fondatore ottenne a Roma una sede nelle vi- cinanze delle Terme diocesianee (1598), ove fu poi co- struita la chiesa di S. Bernardo alle Terme. Urbano VIII, nel 1630, divise questa nuova Congregazione in due rami indipendenti, i Cistercensi di Notre-Dame-de-Feuillant in Francia e i Riformati di S. Bernardo in Italia (43 mo- nasteri) chiamati dal popolo «Bernardoni», che ebbero a Roma, oltre la chiesa di S. Bernardo, la procura generale a S. Vito e la chiesa di S. Pudenziana.
La Rivoluzione Francese e i gravi sconvolgimenti po- litici susseguenti causarono la rovina quasi completa della Congregazione lombarda e provocarono la chiusura di molti altri monasteri. Ragion per cui, Pio VII, nel 1802, un le case italiane superstiti alla Congregazione romana, oggi chiamata Congregazione cistercense d'Italia, inti- tolata a S. Bernardo. La sede dell'abate presidente è a S. Croce in Gerusalemme.
BIBL.: H. Chrysostomus, *Fasciculus sanctorum Ordinis Cisterc., Colonia 1631*, Acta Cap. Gen. Congr. Italiae, Roma 1820; *Constitutiones monarchorum Cisterciensium Italiae*, 1813; M. Caffi, *Dell'abbazia di Chiaravalle in Lombardia*, Mi- lano 1842; G. Moroni, *Dizionario di erudizione storico-ecclesia- stica*, XIII, pp. 215, 217, 219; L. Janauschek, *Originum Cisterciensium tomus I*, Vienna 1877; P. Lugano, *Italia benedettina*, Roma 1929, pp. 487-512; M. Heimbucher, *Die Orden und Kon- gregationen der katholischen Kirche*, 1, 3a ed., Paderborn 1933, p. 341 ser. Giuseppe Löw.

ARCHITETTURA CISTERCIENSE - Il senso di austerità che è a base della riforma cistercense si riflette profon- damente sull'aspetto delle chiese erette dall'Ordine. Le regole contengono anzi numerose norme a questo riguardo: ogni decorazione scultorea, ogni rappre- sentazione simbolica doveva essere bandita, limitato lo sviluppo verticale, improntata alla massima eco- nomia tutta la costruzione, le stesse campane ridotte di numero e di mole. La coincidenza dei primi sviluppi del gotico in Francia fu un fattore decisivo per l'archi- tettura delle nuove chiese che da esso trassero disposi- zioni costruttive, come l'arco acuto adottato sin daquel- la di Cîteaux. Più particolarmente i monaci si attennero allo stile borgognone come più semplice e disadorno, riallacciandosi per la disposizione generale agli anti- chi modelli benedettini, a cominciare da S. Gallo.
Le prime chiese cistercensi presentano quindi una grande semplicità nell'organismo a croce latina o più spesso egizia con tre navate coperte da vòlte a crociera soste- nute da pilastri polisti di quali le semicolonne dal lato della navata centrale proseguono sino ai peducci d'im- posta delle vòlte stesse. All'incontro tra la navata e il transetto si innalza il tiburio con funzione di campanile per consentire agli stessi monaci officianti di suonare le campane, essendo il coro antistante all'altare maggiore. L'abside ha generalmente pianta quadrata.
A sinistra della chiesa e in diretta comunicazione con essa sorge il grande chiostro che costituisce il disimpegno tra tutti gli ambienti del convento: sala capitolare, re- fetorio, locali di studio, ecc.
A questo schema si attengono Chiaravalle Milanese, Fossanova, S. Paolo alle Tre Fontane, ecc.
Data la grande diffusione della riforma di Cîteaux, i C. influiscono su tutta l'architettura religiosa europea del sec. XII, anche come divulgatori delle forme non solo nei paesi confinanti con la loro terra originaria, ma con quelli d'oltre Manica e persino in Scandinavia.
All'inizio del sec. XIII si vanno individuando varie correnti architettoniche in seno allo stesso Ordine per la sovrapposizione alle forme tradizionali di altre locali che talora si traducono in ulteriori semplificazioni co- struttive, come nel Lazio meridionale.
Invece nella Borgogna i monaci seguono gli sviluppi dell'evoluzione stilistica del gusto gotico non solo nelle forme costruttive che sono anzi da essi perfezionate con abilità tecnica, ma anche nei motivi decorativi, in parte da essi accettati. Una nuova ondata di goticismo si dif- fonde così nell'Italia settentrionale e centrale, come ci attestano le chiese abbaziali di S. Galgano e di S. Martino al Cimino, ove si trova associato ad un maggiore slancio un senso più raffinato della decorazione, e quella di S. An- dre a Vercelli nella quale appare anche l'arco rampante.
BIBL.: G. Canestrilli, *L'abbazia di S. Galgano*, Firenze 1896, passim; A. Michel, *Histoire de l'art*, I, II, Parigi 1905 e II, I, ivi 1906, passim; P. Toscana, *Storia dell'arte italiana*, I, Torino 1927, p. 679 ser.; M. Aubert, *L'architetture cister- cienne en France*, 2a ed., 2 voll., Parigi 1946. Mario Zocca

Article illustration
Cistercensi Biformati - L'abate Armand-Jean Le Bouthillier de Rancé. Dipinto di Hyacinthe Rigaud - Abbazia di Notre-Dame de la Trappe.