CAVOUR, CAMILLO BENSO, CONTE DI

CAVOUR, CAMILLO BENSO, conte di. - Statista, n. a Torino il 10 ag. 1810, m. ivi il 6 giugno 1861. Furono suoi genitori il marchese Michele, vicario di polizia a Torino, uomo d'ancien régime, devoto del trono e dell'altare; e Adele de Sellon, una ginevrina convertita dal calvinismo, assai colta e pia. Fanciullo fu ammesso tra i paggi di Carlo Alberto, e poiché la sua condizione di cadetto non gli consentiva di formarsi una famiglia propria, abbracciò senza vocazione, come tanti altri della sua condizione, la carriera militare; se ne licenziò il 12 nov. 1831 con il grado di sottotenente del genio. Dopo alcuni anni consumati nella vita oziosa e mondana, nel 1835 si applicò con ardente passione al progresso agricolo nelle proprietà patrimoniali di Grinzano, sua residenza abituale, spaziando dalla speculazione privata a problemi di interesse generale economico e sociale.

La sua religiosità, foggiata sulle tradizioni familiari, di un rigido formalismo, ebbe vibrazioni di entusiasmo sotto l'impressione del La Mennais della prima maniera; vacillò poi sotto l'influenza del Constant e del Guizot, o per dir meglio della mentalità juste milieu, e prese forma di un razionalismo religioso a tendenze evangeliche. Su queste evoluzioni della coscienza religiosa del C. ebbero peso certamente i soggiorni in Svizzera presso la famiglia de Sellon, il fascino della mistica tante Cécile, del pastore Alessandro Vinet, del diletto cugino de La Rive. Egli asserì di aver sentito ridestarsi, in questi ambienti protestanti, quasi per improvviso impulso di natura, un rinnovato senso di religiosità, un più alto concetto del cristianesimo, che ora considera come la forma religiosa più adeguata à l'état actuel de l'humanité: cioè come una sublime forma di religiosità, suscettibile di ulteriore perfezionamento, sotto il soffio di quell'indefinito progresso, nel quale egli, come lo zio de Sellon, nutre una fede inconcussa. Auspicava una grande riforma cattolica, come le grande mystère du siècle. Concetti e sentimenti che avranno nuovo rincalzo a Parigi, a contatto dei maggiori esponenti del movimento cattolico liberale francese, Ozanam, l'abbé Coeur, ecc. Però, secondo il Ruffini, il C. non si riebbe mai dalla crisi che lo portò, poco più che diciottenne, ad un crudo razionalismo, e, nonostante i vari ondeggiamenti, mai riconquistò il pieno possesso nella fede degli avi. Lo Jemolo, e più crudamente ancora il Cappa, riconoscono che le replicate sue professioni di cattolicesimo, e le stesse disposizioni da lui prese nel 1855 affinché non gli fossero negati in punto di morte gli estremi conforti della religione, non vanno intesi come una schietta professione di sentimenti ortodossi, ma piuttosto come atteggiamenti suggeriti da motivi di ordine pratico. « Gli storici, dice lo Jemolo, non ci dicono mai se andasse a Messa e si accostasse ai Sacramenti: ci è noto solo l'episodio dei conforti religiosi in punto di morte ». La Chiesa lo interessava come « istituzione storica, organizzazione viva ed operante », e ciò « lo spingeva a guardare alla storia ed al diritto della Chiesa, ad esaminare con attenzione gli istituti, a sceverare quelli che gli sembrassero suscettibili di nuovi benefici frutti e quelli che gli apparissero rami secchi » (A. C. Jemolo, op. cit., pp. 134 sgg., 504, 554).

Il 5 dic. 1847, quando diede principio al giornale Il Risorgimento, organo del partito liberale moderato, che in un primo momento, fino cioè al tramonto del neoguelfismo, riscosse le simpatie di buona parte del clero costituzionale e riformista, il C. si guardò bene di assumere pose giacobine in materie religiose; tuttavia

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(fot. Alinari) CAVOUR, CAMILLO BENSO, conte di - Ritratto.
prese fin d'allora a propugnare talune idee, che non solo quella frazione del clero, ma neppure taluni dei suoi amici migliori, quali Sclopis, Thaon di Revel, Balbo, si sentivano di condividere. Quando fu proclamato lo Statuto, sostenne la libertà di culto nel senso di una « perfetta eguaglianza » fra la religione cattolica, dichiarata religione dello Stato, e gli altri culti semplicemente tollerati. Del resto C. non si occupò che di rado nel giornale di questioni religiose, riservando a sé le materie economiche. Quelle erano lasciate in pieno dominio di Pier Carlo Boggio, il quale prese di buon'ora a propugnarvi la tesi della separazione dei due poteri: ciò che difficilmente avrebbe potuto fare, se non fosse stato un interprete fedele della sua mente. Nei suoi atteggiamenti pratici si dimostra piuttosto deferente al clero, sorge in difesa delle prerogative di esso, nonché di sacre istituzioni, spezza perfino, in nome della libertà e dell'umanità, una lancia in difesa dei Gesuiti perseguitati, e se attacca l'arcivescovo Fransoni, lo fa con moderazione e con misura. Nel 1851 insorge, in nome della libertà di insegnamento, contro un progetto di legge in cui, per tutelare l'insegnamento teologico dell'università, si voleva interdire quello dei seminari. Nel 1853 appoggia perfino l'esenzione dei chierici dal servizio militare: e ciò per ragioni sociali, cioè affinché alle classi meno abbienti rimanesse più facilmente accessibile la carriera ecclesiastica.

Ma quando si viene a questioni di principi, ci si trova subito di fronte ad una mentalità nettamente laica. Non esitava a dire che qualora decisioni unilaterali da parte dello Stato potessero giovare alla soluzione d'una controversia fra i due poteri, non v'era difficoltà che lo Stato legiferasse; giacché, secondo lui, l'autorità che decide è sempre quella dello Stato. Nel 1850 sostenne le leggi Siccardi, contro l'opposizione dei moderati, e può dirsi che a lui principalmente si deve il loro trionfo. Anzi fu appunto il discorso del 7 marzo 1850 in difesa delle leggi siccardiane il suo primo grande successo parlamentare, che lo portò alla direzione del partito

liberale e lo mise sulla via che si concluse nel febbr. 1852 nel famoso « connubio » con il Rattazzi, e con il distacco definitivo dai cattolici moderati.

Entrato il 20 apr. 1851 a far parte del ministero d'Azeglio con il portafoglio dell'Agricoltura, poi anche della Marina e della Finanza, ebbe solo rare occasioni d'intervenire in cose ecclesiastiche; ma la sua politica, se pur con maggior circospezione, non deviò dalle direttive sopra esposte. Il 4 nov. 1852 è incaricato di formare il nuovo gabinetto, e da quel momento finché durerà in vita, egli, tranne qualche crisi momentanea, resterà a capo del governo, arbitro quasi assoluto delle sorti dello Stato. L'astro della sua fortuna che ascende rapidamente, tiene legata a sé l'attenzione, non pure del Piemonte e d'Italia, ma dell'Europa intera. È in tutti la sensazione che quel piccolo uomo irrequieto, non lascerà all'Europa dormire sonni tranquilli, finché non vedrà realizzati i suoi ideali.

La politica ecclesiastica del C. proseguì sulla via già tracciata dal suo predecessore, con quella maggiore risolutezza ed energia che c'era da attendersi da un uomo di quella tempra. Vittorio Emanuele II, che aveva con profondo rammarico veduto la mala piega che aveva presa sotto il governo d'Azeglio, ed amava conservare con Roma quegli amichevoli rapporti che erano tradizionali in casa Savoia, prima d'affidare il mandato al C. volle manifestare anche a lui, come invano aveva fatto col d'Azeglio, i suoi propositi, cioè di « entrare in negoziati con la corte di Roma per risolvere d'intesa con la medesima le questioni pendenti e prima di tutto quella del matrimonio civile ». Procurò anche un colloquio fra lui e mons. Charvaz sui modi pratici di raggiungere lo scopo. Egli si ricusò, e non si piegò ad accogliere il mandato, se non con piena libertà di azione. Tuttavia, senza promettere di ritirare la legge sul matrimonio civile, consentì a non farne questione di Gabinetto; così la lasciò cadere con un solo voto di maggioranza. Ma quanto agli accordi con la S. Sede manifestò subito le sue intenzioni, richiamando da Roma il rappresentante, conte de Sambuy, e lasciando tacitamente cadere le pratiche da lui iniziate per una amichevole sistemazione degli affari. La pacifica convivenza con Roma non era affatto nei disegni lungimiranti del conte: e finché fu lui al potere, nessuna delle tante questioni che dal '48 in poi aspettavano una soluzione, fu riportata sul tappeto. Di un nuovo concordato (essendo l'antico, dopo tante violazioni, divenuto lettera morta), unico modo per dare ai rapporti fra le due corti un avviamento normale durevole, non volle sentir parlare. E se la politica aggressiva del ministero precedente ebbe un raddolcimento, si continuò tuttavia senza tregua la guerra a colpi di spillo, né mancò qualche grossa battaglia, come quella per la legge di soppressione e incameramento dei beni degli Ordini religiosi, che Pio IX condannò nell'allocuzione Cum saepe del 26 luglio 1855. Fra i pochi istituti che si salvarono dal generale naufragio furono le Visitandine, fondate da s. Francesco di Sales: Philippine de Sales, avola paterna del C., era figlia d'un fratello del Santo: ed egli teneva assai a sì nobile discendenza. Dice con ragione lo Jemolo che la politica ecclesiastica del C., quale risulta dalla citata legge dei conventi, 29 maggio 1855, è tutt'altro che una rigorosa attuazione di separatismo. Essa « poggia sui concetti che lo Stato valuta quali enti ecclesiastici siano inutili, e li sopprime, quali sufficientemente utili per

poter essere conservati, quali meritevoli di protezione »: consiste, cioè, in una vera e propria intrusione dei poteri civili nell'ambito proprio dell'autorità spirituale, cioè in una nuova forma di giuseppinismo (op. cit., pp. 167-68). Non è il solo caso che riveli l'incorrenza dei criteri adottati in questa materia. Nonostante le sue replicate dichiarazioni di volere libertà per tutti, di vedere con piacere il clero partecipare alle nuove forme di vita costituzionale, di aborrire da ogni persecuzione anticlericale, pure allorquando nel 1857 le elezioni politiche diedero, con l'appoggio del clero, risultati assai favorevoli al partito conservatore, il partito di cui era a capo invalidò la massima parte di quelle nomine; ed egli sostenne alla Camera una proposta di inchiesta sui pretesi abusi del clero, e in un discorso fatto il 30 dic., si scagliò contro quei presunti abusi, come se non fosse un dovere dei pastori ammonire i fedeli ad opporsi ai partiti e ai candidati che propugnano dottrine contrarie alla legge divina. Questo ondeggiamento del pensiero cavouriano si deve al fatto che egli, per quanto uomo di alto e sottile intelletto e di saldi principi, più che teorico, era un pratico, un realizzatore. Di tutto quel fiero dissidito fra Stato e Chiesa che costituisce la nota caratteristica del suo ministero, non era l'aspetto dottrinale, ma quello pratico che l'interessava, per dar vita all'unità nazionale.

Dai più giovani anni il C. vagheggiò di vedere un giorno ricomposta la penisola in unità politica. In realtà, fino a Plombières, l'ideale patriottico del C. era assai più modesto e ancora di marca prettamente piemontese: si limitava cioè all'espansione e ingrandimento del regno sardo a spese dell'Austria e dei ducati. La partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea (1855) aprì un più largo spiraglio alle sue speranze, ma l'esito del Congresso di Parigi del 1856 lo lasciò alquanto deluso. Il famoso incontro del luglio 1858 con Napoleone a Plombières gli fece concepire disegni di una sconfinata arditezza. In quel colloqui fu convenuto che la dominazione e l'influenza dell'Austria dovevano essere eliminate totalmente dall'Italia. Doveva essere costituito un grande Stato sabaudo che assorbiva, con il Lombardo-Veneto, anche le Legazioni e i ducati. Il restante della penisola sarebbe ricostituito in tre principali: l'Italia centrale, che abbracciava la Toscana, l'Umbria e le Marche; lo Stato del Papa ridotto a Roma e ad un piccolo hinterland; e il regno di Napoli, conservato intatto (diceva l'imperatore) in omaggio alla Russia, che ci teneva. Il C. vide subito che i piani incongruenti sognati da Napoleone gli aprivano la strada a ben altre attuazioni. All'ultimo momento Napoleone III, davanti all'allarme della diplomazia europea e all'impopolarità della guerra in Francia, avrebbe voluto ripiegare, o almeno rinviarne sine die l'esecuzione, ma il C. minacciò le più catastrofiche conseguenze e lo costrinse a mantenere la parola.

L'esito della guerra franco-sarda contro l'Austria (1859), che si conchiuse con la pace di Villafranca, non permise che l'attuazione parziale di quei disegni, e lasciò grandemente deluse le aspirazioni del C., il quale, date le dimissioni, si ritirò a Leri, in preda a simulato furore. Perugia, che con gli aiuti inviati da Firenze, s'era ribellata al Papa, venne subito sottomessa; le Legazioni, che la testarda ostinazione dell'Austria aveva lasciate completamente sguernite, caddero facilmente in mano agli insorti. Il trattato di Villafranca e il Congresso di Zurigo stabilirono la restaurazione dei principi italiani negli antichi possessi, ma con la clausola che a ciò non si dovesse far uso della forza; il che rendeva quella condizione affatto inefficiente, e faceva sì che le Legazioni dovessero considerarsi come definitivamente perdute. Infatti, in seguito a suffragio popolare, insieme con la Toscana, Parma e Modena vennero annesse al Piemonte nel marzo 1860.

Le nubi che turbarono le buone relazioni del C. con Napoleone III (con Vittorio Emanuele non ci fu mai buon sangue, soprattutto nel 1859, a causa degli ostacoli creati da lui alle nozze con la contessa di Mirafiori) si dissiparono presto. Nel genn. del 1860 egli riprese le redini del potere per espresso desiderio dell'imperatore, e non tardarono a maturare di nuovo grandi avvenimenti. Non è fuor di proposito accennare qui ai rapporti del C. con la massoneria italiana risorta nel 1859 a Torino, della quale fu nominato «grande oriente» il suo collaboratore più fido, Costantino Nigra. Mentre il re macchinava, d'accordo con Garibaldi, l'impresa dei Mille e la caduta del trono di Napoli, il C. con l'opera dei comitati della società nazionale andava minando il terreno nel territorio rimasto al Papa, tra il perenne pericolo di sommosse e la minaccia di una invasione. Con il pretesto di ristabilire l'ordine, l'11 sett. il generale Fanti invadeva con 15 divisioni piemontesi le Marche e l'Umbria, e il 18 sett. costringeva il piccolo esercito pontificio comandato dal Lamoriciere a capitolare. Napoleone III che, mentre il dramma volgeva al suo epilogo, s'era reso irreperibile, a fatti compiuti riappare sulla scena, reduce da una crociera nel Mediterraneo, lancia al re e al suo ministro i fulmini del suo sdegno, e promette soccorsi che arrivano sempre troppo tardi. Intanto, nonostante le più ampie assicurazioni date da Napoleone a Pio IX, fra gli intimi del C. si diceva, anche a chi non lo voleva udire, che egli era stato messo a giorno di tutto, e che ai due inviati da Torino, Farini e Gialdini, aveva espresso il suo benestare, con la frase famosa: Bonne chance, mais faites vite! Ora, vedutosi scoperto, in flagrante crimine di mendacio, l'imperatore montò sulle furie, dichiarò che alle sue parole era stato dato un senso che non avevano, e incominciò da quel momento un periodo di tensione, che non cesserà che con la morte del C. Ciò che più di tutto gli scottava era veder cadere in frantumi tutto quel cervellotico piano di riorganizzazione d'Italia da lui concepito. Il che non impedì che i paesi occupati venissero annessi al Piemonte, che Vittorio Emanuele fosse designato re d'Italia (17 marzo 1861), e Roma proclamata capitale (27 marzo).

Ora si affaccia in tutta la sua gravità il problema della «questione romana». L'anormale situazione in cui si veniva a trovare il capo della Chiesa, ridotto a un territorio minuscolo, con insufficienti risorse, privo di forze militari, stretto all'interno da un potere ostile, e perciò non sufficientemente garantito nel libero esercizio del suo ministero, esigeva provvedimenti urgenti. Vennero infatti proposti e ventilati dalla Spagna, dall'Austria, e anche dalla Francia vari progetti di un modus vivendi. Tra Napoleone e il C. si discusse a lungo sull'arduo problema senza raggiungere un punto d'intesa: da parte della Francia non tardò a farsi strada uno schema di compromesso, il quale in sostanza giunse in porto con la convenzione del sett. 1864, ma che al C. non era punto gradito. Per il C. la «questione romana» era e doveva rimanere questione italiana e soprattutto questione di libertà; essa doveva risolversi senza che la potenze cattoliche se ne immischiassero, e avrebbe avuto, certo, la soluzione migliore il giorno in cui Roma fosse riunita all'Italia.

In un primo momento porse volentieri orecchio ad idee e suggerimenti conciliativi del dott. Diomede Pantaloni e dell'ex-gesuita Carlo Passaglia, versatissimo non solo in teologia, ma anche in materia di diritto pubblico ecclesiastico. Questi formolarono un piano di conciliazione che, senza urtare con la dottrina cattolica e con la giurisprudenza canonica, si avvicinava il più possibile alla formula cavouriana: «libera Chiesa in libero Stato», formula notoriamente coniata del Montalembert, e dal C. ripresa e interpretata in senso esattamente opposto a quello dell'inventore. Lusingavano ad un tempo C. nella speranza che con le loro alte conoscenze

a Roma e con l'autorità che il Passaglia godeva nel ceto ecclesiastico, non sarebbe stato molto difficile creare intorno ad esso una forte corrente favorevole. Il C. ne fu soddisfatto (Quest. rom., I, Bologna 1930, pp. 93, 105), invitò a Torino il Passaglia, la cosa fu discussa fra loro sotto tutti gli aspetti. Le idee ivi concertate sono riassunte in un foglio che spedì il Passaglia al conte sulla fine del genn. 1861 (op. cit., p. 239). In compenso della «almeno passiva acquiescenza» del Papa all'annessione di Roma, lo Stato doveva assumersi solenni impegni di garantire la dignità, la libertà, il decoro e l'indipendenza del capo della Chiesa: gli riconosceva prerogative ed onori sovrani, compresa l'insindacabilità e la rappresentanza diplomatica attiva e passiva; provvedeva al decoro e al sostentamento della corte e del S. Collegio; riconosceva al Papa e ai vescovi diritto di proprietà e libera disposizione dei ben. ecclesiastici; considerava abolita ogni restrizione della giurisdizione ecclesiastica, derivante da concordati o da altri titoli, in particolare sulla elezione dei vescovi.

Il C. si gloriava di voler inaugurare un nuovo metodo nelle relazioni tra lo Stato e la Chiesa fondato sopra un regime di assoluta libertà, quale non si era mai veduto nei secoli passati, tale da chiudere per sempre l'epoca delle competizioni giurisdizionalistiche. E ciò non senza intenzione di mettere in imbarazzo Napoleone, che teneva moltissimo agli articoli organici ancora vigenti in Francia. Senonché, mentre tanto si parlava di libertà, la politica del governo andava prendendo una tinta sempre più vessatoria e anticlericale. Si abolivano i concordati di Lombardia e di Napoli, si mantenevano in vigore vecchie prerogative regalistiche esistenti nelle Due Sicilie, si estendevano le leggi eversive a tutta l'Italia, si incarceravano preti, vescovi e perfino cardinali.

(Int. Enc. Catt.)

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“CAVOUR, CAMILLO BENSO, CONTE DI.” Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), p. 709. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/cavour-camillo-benso-conte-di.