CAVOUR, CAMILLO BENSO, CONTE DI

CAVOUR, CAMILlo Benso, conte di. - Statista, n. a Torino il io ag. 1810, m. ivi il 6 giugno 1861. Furono suoi genitori il marchese Michele, vicario di polizia a Torino, uomo d'ancien régime, devoto del trono e dell'altare; e Adele de Sellon, una ginevrina convertita dal calvinismo, assai colta e pia. Fanciullo fu ammesso tra i paggi di Carlo Alberto, e poiché la sua condizione di cadetto non gli consentiva di formarsi una famiglia propria, abbraccio senza vocazione, come tanti altri della sua condizione, la carriera militare; se ne licenzio il 12 nov. 1831 con il grado di sottotenente del genio. Dopo alcuni anni consumati nella vita oziosa e mondana, nel 1835 si applicò con ardente passione al progresso agricolo nelle proprietà patrimoniali di Grinzano, sua residenza abituale, spaziando dalla specula. zione privata a problemi di interesse generale economico e sociale.
La sua religiosità, foggiata sulle tradizioni familiari, di un rigido formalismo, ebbe vibrazioni di entusiasmo sotto l'impressione del La Mennais della prima maniera; vacillò poi sotto l'influenza del Constant e del Guizot, o per dir meglio della mentalità juste milieu, e prese forma di un razionalismo religioso a tendenze evangeliche. Su queste evoluzioni della coscienza religiosa del C. ebbero peso certamente i soggiorni in Svizzera presso la famiglia de Sellon, il fascino della mistica tante Cécile, del pastore Alessandro Vinet, del diletto cugino de La Rive. Egli asseri di aver sentito ridestarsi, in questi ambienti protestanti, quasi per improvviso impulso di natura, un rinnovato senso di religiosità, un più alto concetto del cristianesimo, che ora considera come la forma religiosa più adeguata à l'état actuel de l'humanité : cioè come una sublime forma di religiosità, suscettibile di ulteriore perfezionamento, sotto il soffio di quell'indefinito progresso, nel quale egli, come lo zio de Sellon, nutre una fede inconcussa. Auspicava una grande riforma cattolica, come le grande mystère du siècle. Concetti e sentimenti che avranno nuovo rincalzo a Parigi, a contatto dei maggiori esponenti del movimento cattolico liberale francese, Ozanam, l'abbé Coeur, ecc. Però, secondo il Ruffini, il C. non si riebbe mai dalla crisi che lo portò, poco più che diciottenne, ad un crudo razionalismo, e, nonostante i vari ondeggiamenti, mai riconquistò il pieno possesso nella fede degli avi. Lo Jemolo, e più crudamente ancora il Cappa, riconoscono che le replicate sue professioni di cattolicesimo, e le stesse disposizioni da lui prese nel 1855 affinché non gli fossero negati in punto di morte gli estremi conforti della religione, non vanno intesi come una schietta professione di sentimenti ortodossi, ma piuttosto come atteggiamenti suggeriti da motivi di ordine pratico. " Gli storici, dice lo Jemolo, non ci dicono mai se andasse a Messa e si accostasse ai Sacramenti : ci è noto solo l'episodio dei conforti religiosi in punto di morte». La Chiesa lo interessava come "istituzione storica, organizzazione viva ed operante", e ciò "lo spingeva a guardare alla storia ed al diritto della Chiesa, ad esaminare con attenzione gli istituti, a sceverare quelli che gli sembrassero suscettibili di nuovi benéfici frutti e quelli che gli apparissero rami secchi» (A. C. Jemolo, op. cit., pp. 134 sgg., 504, 554).
Il 5 dic. 1847, quando diede principio al giornale Il Risorgimento, organo del partito liberale moderato, che in un primo momento, fino cioè al tramonto del neoguelfismo, riscosse le simpatie di buona parte del clero costituzionale e riformista, il C. si guardò bene di assumere pose giacobine in materie religiose; tuttavia

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(ftst. Alluari)
Cavour, Camillo Benso, conte di - Ritratto.

prese fin d'allora a propugnare talune idee, che non solo quella frazione del clero, ma neppure taluni dei suoi amici migliori, quali Sclopis, Thaon di Revel, Balbo, si sentivano di condividere. Quando fu proclamato lo Statuto, sostenne la libertà di culto nel senso di una "perfetta eguaglianza" fra la religione cattolica, dichiarata religione dello Stato, e gli altri culti semplicemente tollerati. Del resto C. non si occupò che di rado nel giornale di questioni religiose, riservando a sé le materie economiche. Quelle erano lasciate in pieno dominio di Pier Carlo Boggio, il quale prese di buon'ora a propugnarvi la tesi della separazione dei due poteri: ciò che difficilmente avrebbe potuto fare, se non fosse stato un interprete fedele della sua mente. Nei suoi atteggiamenti pratici si dimostra piuttosto deferente al clero, sorge in difesa delle prerogative di esso, nonché di sacre istituzioni, spezza perfino, in nome della libertà e dell'umanità, una lancia in difesa dei Gesuiti perseguitati, e se attacca l'arcivescovo Fransoni, lo fa con moderazione e con misura. Nel 1831 insorge, in nome della libertà di insegnamento, contro un progetto di legge in cui, per tutelare l'insegnamento teologico dell'università, si voleva interdire quello dei seminari. Nel 1853 appoggia perfino l'esenzione dei chierici dal servizio militare : e ciò per ragioni sociali, cioè affinché alle classi meno abbienti rimanesse più facilmente accessibile la carriera ecclesiastica.
Ma quando si viene a questioni di principi, ci si trova subito di fronte ad una mentalità nettamente laica. Non esitava a dire che qualora decisioni unilaterali da parte dello Stato potessero giovare alla soluzione d'una controversia fra i due poteri, non v'era difficoltà che lo Stato legiferasse; giacché, secondo lui, l'autorità che decide è sempre quella dello Stato. Nel 1850 sostenne le leggi Siccardi, contro l'opposizione dei moderati, e può dirsi che a lui principalmente si deve il loro trionfo. Anzi fu appunto il discorso del 7 marzo 1850 in difesa delle leggi siccardiane il suo primo grande successo parlamentare, che lo portò alla direzione del partito

liberale e lo mise sulla via che si concluse nel febbraio 1852 nel famoso «connubio» con il Rattazzi, e con il distacco definitivo dai cattolici moderati.
Entrato il 20 apr. 1851 a far parte del ministero d'Azeglio con il portafoglio dell'Agricoltura, poi anche della Marina e della Finanza, ebbe solo rare occasioni d'intervenire in cose ecclesiastiche; ma la sua politica, se pur con maggior circoscrizione, non deviò dalle direttive sopra esposte. Il 4 nov. 1852 è incaricato di formare il nuovo gabinetto, e da quel momento finché durerà in vita, egli, tranne qualche crisi momentanea, resterà a capo del governo, arbitro quasi assoluto delle sorti dello Stato. L'astro della sua fortuna che ascende rapidamente, tiene legata a sé l'attenzione, non pure del Piemonte e d'Italia, ma dell'Europa intera. È in tutti la sensazione che quel piccolo uomo irrequieto, non lascerà all'Europa dormire sonni tranquilli, finché non vedrà realizzati i suoi ideali.
La politica ecclesiastica del C. proseguì sulla via già tracciata dal suo predecessore, con quella maggiore risolutezza ed energia che c'era da attendersi da un uomo di quella tempra. Vittorio Emanuele II, che aveva con profondo rammarico veduto la mia piega che aveva presa sotto il governo d'Azeglio, ed amava conservare con Roma quegli amichevoli rapporti che erano tradizionali in casa Savoia, prima d'affidare il mandato al C. volle manifestare anche a lui, come invano aveva fatto col d'Azeglio, i suoi propositi, cioè di «entrare in negoziati con la corte di Roma per risolvere d'intesa con la medesima le questioni pendenti e prima di tutto quella del matrimonio civile». Procurò anche un colloquio fra lui e mons. Charvaz sui modi pratici di raggiungere lo scopo. Egli si riuscì, e non si piegò ad accogliere il mandato, se non con piena libertà di azione. Tut-tavia, senza promettere di ritirare la legge sul matrimonio civile, consentì a non farne questione di Gabinetto; così la lasciò cadere con un solo voto di maggioranza. Ma quanto agli accordi con la S. Sede manifestò subito le sue intenzioni, richiamando da Roma il rappresentante, conte de Sambuy, e lasciando tacitamente cadere le pratiche da lui iniziare per una amichevole sistemazione degli affari. La papadocchia convivenza con Roma non era affatto nei disegni lungimiranti del conte: e finché fu lui al potere, nessuna delle tante questioni che dal '48 in poi aspettavano una soluzione, fu riportata sul tappeto. Di un nuovo concordato (essendo l'antico, dopo tante violazioni, divenuto lettera morta), unico modo per dare ai rapporti fra le due corti un avviamento normale durevole, non volle sentir parlare. E se la politica aggressiva del ministero precedente ebbe un raddolcimento, si continuò tuttavia senza tregua la guerra a colpi di spillo, né mancò qualche grossa battaglia, come quella per la legge di soppressione e incameramento dei beni degli Ordini religiosi, che Pio IX condannò nell'allocuzione Cum saepe del 26 luglio 1855. Fra i pochi istituti che si salvarono dal generale naufragio furono le Visitandine, fondate da s. Francesco di Sales: Philippine de Sales, avvolta paterna del C., era figlia d'un fratello del Santo: ed egli teneva assai a sì nobile discendenza. Dice con ragione lo Jemolo che la politica ecclesiastica del C., quale risulta dalla citata legge dei conti, 29 maggio 1855, è tutt'altro che una rigorosa attuazione di separatismo. Essa «poggia sui concetti che lo Stato valuta quali enti ecclesiastici siano inutili, e li sopprime, quali sufficientemente utili per poter essere conservati, quali meritevoli di protezione»: consiste, cioè, in una vera e propria intenzione dei poteri civili nell'ambito proprio dell'autorità spirituale, cioè in una nuova forma di giuse-pinismo (op. cit., pp. 167-68). Non è il solo caso che riveli l'incorrenza dei criteri adottati in questa materia. Nonostante le sue replicate dichiarazioni di volere libertà per tutti, di vedere con piacere il clero partecipare alle nuove forme di vita costituzionale, di aborrire da ogni persecuzione anticlericale, pure allorquando nel 1857 le elezioni politiche diedero, con l'appoggio del clero, risultati assai favorevoli al partito conservatore, il partito di cui era a capo invalidò la massima parte di quelle nomine; ed egli sostenne alla Camera una proposta di inchiesta sui pretesi abusi del clero, e in un discorso fatto il 30 dic., si scagliò contro quei presunti abusi, come se non fosse un dovere dei pastori ammonire i fedeli ad opporsi ai partiti e ai candidati che propugnano dottrine contrarie alla legge divina. Questo ondeggiamento del pensiero coavuriano si deve al fatto che egli, per quanto uomo di alto e sottile intelletto e di saldi principi, più che teorico, era un pratico, un realizzatore. Di tutto quel fiero dissidio fra Stato e Chiesa che costituisce la nota caratteristica del suo ministero, non era l'aspetto dottrinale, ma quello pratico che l'interessava, per dar vita all'unità nazionale.
Dai più giovani anni il C. vagheggiò di vedere un giorno ricomposta la penisola in unità politica. In realtà, fino a Plombières, l'ideale patriottico del C. era assai più modesto e ancora di marca prettamente piemontese: si limitava cioè all'espansione e ingrandimento del regno sardo a spese dell'Austria e dei ducati. La partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea (1855) aprì un più largo spiraglio alle sue speranze, ma l'esito del Congresso di Parigi del 1856 lo lasciò alquanto deluso. Il famoso incontro del luglio 1858 con Napoleone a Plombières gli fece concepire disegni di una sconfinata arditezza. In quei colloqui fu convenuto che la dominazione e l'influenza dell'Austria dovevano essere eliminato totalmente dall'Italia. Doveva essere costituito un grande Stato sabaudo che assorbiva, con il Lombardo-Veneto, anche le Legazioni e i ducati. Il restante della penisola sarebbe ricostituito in tre principi: l'Italia centrale, che abbracciava la Toscana, l'Umbria e le Marche; lo Stato del Papa ridotto a Roma e ad un piccolo hinterland; e il regno di Napoli, conservato intatto (diceva l'imperatore) in omaggio alla Russia, che ci teneva. Il C. vide subito che i piani incongruenti sognati da Napoleon e gli aprivano la strada a ben altre attuazioni. All'ultimo momento Napoleone III, davanti all'allarme della diplomazia europea e all'impopolarità della guerra in Francia, avrebbe voluto ripiegare, o almeno rinviarne sine die l'esecuzione, ma il C. minacciò le più catastrofiche conseguenze e lo costrinse a mantenere la parola.
L'esito della guerra franco-sarda contro l'Austria (1859), che si concluse con la pace di Villafranca, non permise che l'attuazione parziale di quei disegni, e lasciò grandemente deluse le aspirazioni del C., il quale, date le dimissioni, si ritirò a Leri, in preda a simulato furore. Perugia, che con gli aiuti inviati da Firenze, s'era ribellata al Papa, venne subito sottomessa; le Legazioni, che la testarda ostinazione dell'Austria aveva lasciato completamente sguarnite, caddero facilmente in mano agli insorti. Il trattato di Villafranca e il Congresso di Zurigo stabilirono la restaurazione dei principi italiani negli antichi possessi, ma con la clausola che a ciò non si dovesse far uso della forza; il che rendeva quella condizione affatto inefficiente, e faceva sì che le Legazioni dovessero considerarsi come definitivamente perdute. Infatti, in seguito a suffragio popolare, insieme con la Toscana, Parma e Modena vennero annesse al Piemonte nel marzo 1860.

Le nubi che turbarono le buone relazioni del C. con Napoleone III (con Vittorio Emanuele non ci fu mai buon sangue, soprattutto nel 1859, a causa degli ostacoli creati da lui alle nozze con la contessa di Mirafiori) si dissiparono presto. Nel gonn. del 1860 egli riprese le redini del potere per espresso desiderio dell'imperatore, e non tardarono a maturare di nuovo grandi avvenimenti. Non è fuor di proposito accennare qui ai rapporti del C. con la massoneria italiana risorta nel 1859 a Torino, della quale fu nominato "grande oriente" il suo collaboratore più fido, Costantino Nigra. Mentre il re macchinava, d'accordo con Garibaldi, l'impresa dei Mille e la caduta del trono di Napoli, il C. con l'opera dei comitati della società nazionale andava minando il terreno nel territorio rimasto al Papa, tra il perenne pericolo di sommosse e la minaccia di una invasione. Con il pretesto di ristabilire l'ordine, l'11 sett. il generale Fanti invadeva con 15 divisioni piemontesi le Marche e l'Umbria, e il 18 sett. costringeva il piccolo esercito pontificio comandato dal Lamoricière a capitolare. Napoleone III che, mentre il dramma volgeva al suo epilogo, s'era reso irreperibile, a fatti compiuti riappare sulla scena, reduce da una crociera nel Mediterraneo, lancia al re e al suo ministro i fulmini del suo adegno, e promette soccorsi che arrivano sempre troppo tardi. Intanto, nonostante le più ampie assicurazioni date da Napoleone a Pio IX, fra gli intimi del C. si diceva, anche a chi non lo voleva udire, che egli era stato messo a giorno di tutto, e che ai due inviati da Torino, Farini e Cialdini, aveva espresso il suo benestare, con la frase famosa: Bonac chance, mais faites vite! Ora, vedutosi scoperto, in flagrante crimine di mendacio, l'imperatore montó sulle furic, dichiarò che alle sue parole era stato dato un senso che non avevano, e incominciò da quel momento un periodo di tensione, che non cesserà che con la morte del C. Ciò che più di tutto gli scottava era veder cadere in frantumi tutto quel cervellotico piano di riorganizzazione d'Italia da lui concepito. Il che non impedí che i paesi occupati venissero annessi al Piemonte, che Vittorio Emanuele fosse designato re d'Italia (17 marzo 1861), e Roma proclamata capitale (27 marzo).
Ora si affaccia in tutta la sua gravità il problema della "questione romana". L'anormale situazione in cui si veniva a trovare il capo della Chiesa, ridotto a un territorio minuscolo, con insufficienti risorse, privo di forze militari, stretto all'intorno da un potere ostile, e perciò non sufficientemente garantito nel libero esercizio del suo ministero, esigeva provvedimenti urgenti. Vennero infatti proposti e ventilati dalla Spagna, dall'Austria, e anche dalla Francia vari progetti di un modus vivendi. Tra Napoleone e il C. si discusse a lungo sull'arduo problema senza raggiungere un punto d'intesa : da parte della Francia non tardò a farsi strada uno schema di compromesso, il quale in sostanza giunse in porto con la convenzione del sett. 1864, ma che al C. non era punto gradito. Per il C. la "questione romana" era e doveva rimanere questione italiana e soprattutto questione di libertà; essa doveva risolversi senza che la potenze cattoliche se ne immischiassero, e avrebbe avuto, certo, la soluzione migliore il giorno in cui Roma fosse riunita all'Italia.
In un primo momento porse volentieri orecchio ad idee e suggerimenti conciliativi del dott. Diomede Pantalzoni e dell'ex-geouita Carlo Passaglia, versatissimo non solo in teologia, ma anche in materia di diritto pubblico ecclesiastico. Questi formolarono un piano di conciliazione che, senza urtare con la dottrina cattolica e con la giurisprudenza canonica, si avvicinava il più possibile alla formula cavouriana: "libera Chiesa in libero Stato", formola notoriamente coniata del Montalembert, e dal C. ripresa e interpretata in senso esattamente opposto a quello dell'inventore. Lusingavano ad un tempo C. nella speranza che con le loro alte conoscenze
a Roma e con l'autorità che il Passaglia godeva nel ceto ecclesiastico, non sarebbe stato molto difficile creare intorno ad esso una forte corrente favorevole. Il C. ne fu soddisfatto (Quest. ram., I, Bologna 1930, pp. 93, 105), invitò a Torino il Passaglia, la cosa fu discussa fra loro sotto tutti gli aspetti. Le idee ivi concertate sono riassunte in un foglio che spedi il Passaglia al conte sulla fine del genn. 1861 (ap. cit., p. 239). In compenso della «simeno passiva acquiescenza" del Papa all'annessione di Roma, lo Stato doveva assumersi solenni impegni di garantire la dignità, la libertà, il decoro e l'indipendenza del capo della Chiesa: gli riconosceva prerogative ed onori sovrani, compresa l'insindacabilità e la rappresentanza diplomatica attiva e passiva; provvedeva al decoro e al sostenlamento della corte e del S. Collegio; riconosceva al Papa e ai vescovi diritto di proprietà e libera disposizione dei ben- ecclesiastici; considerava abolita ogni restrizione della giurisdizione ecclesiastica, derivante da concordati o da altri titoli, in particolare sulla elezione dei vescovi.
Il C. si gloriava di voler inaugurare un nuovo metodo nelle relazioni tra lo Stato e la Chiesa fondato sopra un regime di assoluta libertà, quale non si era mai veduto nei secoli passati, tale da chiudere per sempre l'epoca delle competizioni giurisdizionalistiche. E ciò non senza intenzione di mettere in imbarazzo Napoleone, che teneva moltissimo agli articoli organici ancora vigenti in Francia. Senonché, mentre tanto si parlava di libertà, la politica del governo andava prendendo una tinta sempre più vessatoria e anticlericale. Si abolivano i concordati di Lombardia e di Napoli, si mantenevano in vigore vecchie prerogative regaliatiche esistenti nelle Due Sicilie, si estendevano le leggi eversive a tutta l'Italia, si incarceravano preti, vescovi e perfino cardinali.

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Cavour, Camillo Benso di - Lettera autografa di C. C. a Massimo d'Azeglio (febbr. 1846) - Roma, archivio dell'Istituto per la storia del Risorgimento.

La S. Sede né incoraggiò, né si oppose alla missione del Passaglia, ma gli ordinò di mantenere sulla cosa un rigoroso segreto, temendo che venisse sfruttata a suo danno. Come infatti avvenne; poiché non appena il Passaglia fu a Torino, i giornali incominciarono a parlare di trattative di conciliazione in corso. Sicché una nota del foglio ufficiale di Roma venne a smentire le infondate dicerie, e insieme a tagliar corto alla iniziativa, in cui si vedeva così poca buona fede. Da prove schiaccianti risulta che il C. al tempo stesso che andava iniziando queste pratiche, non rifuggiva dal tessere intrighi per corrompere con danaro il card. Antonelli e altri prelati influenti. Le istruzioni poi che egli mandò ai due negoziatori a Roma e i relativi schemi di capitoli (op. cit., pp. 253, 260, 275) appaiono concepiti in uno spirito tutto diverso da quello delle basi combinate con il Passaglia, benché il C. dicesse d'esser rimasto con lui d'accordo su tutti i punti. Si assoggettano i chierici alla legge comune senza alcun riguardo al privilegiu fori; si nega la personalità civile alle corporazioni e istituzioni religiosi; si esige che le nomine vescovili avvengano secondo un sistema elettivo da combinarsi fra i due poteri, riservandosi il governo in taluni casi il diritto di veto, nonché il diritto di intervenire nelle prime nomine; si provvede autonomamente alla dotazione dei vescovati, dei capitoli e delle chiese curate; si riducono i vescovati da ca. 260 al numero di 80; si vincolano i beni beneficiari in guisa da non poter essere accresciuti senza il placet dell'autorità civile, ecc. Se a tutto ciò si aggiunge la condizione imposta al Papa (do ut des) di rinunciare al potere temporale, in modo da non lasciar dubbio «sulla realtà ed efficacia di fatto della rinuncia», si potrà giudicare qual valore ideale si possa dare alla formola cavouriana: «Libera Chiesa in libero Stato». Con essa non si fa che affermare la mentalità di Marco Minghetti, il quale, partendo dal principio che solo allo Stato spetti, in senso vero ed esclusivo, il potere legislativo e coattivo, e che ogni altra potestà che vige nell'àmbito dello Stato va subordinata a questo, implicitamente esclude la tesi dei due poteri e delle due libertà, e mette la società religiosa, come ogni altra società, sotto il controllo e l'autorità dello Stato; al quale, infatti, pur incompetente nel campo spirituale, compete il diritto: di riconoscere la personalità giuridica della Chiesa e quindi di sottoporre a controllo l'attività.
Caduta la prova di accordi intrapresa dal C., prima ancora che le trattative avessero principio, tornò in campo il modus vivendi ideato da Napoleone III, avente per base un'intesa diretta fra Parigi e Torino, in virtù della quale il governo del re doveva obbligarsi a garantire l'integrità del piccolo territorio rimasto al Pontefice, lasciando impieghi di diti i diritti che la S. Sede reclamava sugli altri territori annessi; e si obbligava inoltre a prendere a suo carico una quota parte del debito pubblico del governo papale in proporzione dei territori annessi. Alla S. Sede, rimanendo estranea agli accordi, non restava che prenderne atto, se lo voleva, quando le venissero comunicati. Dopo di che la Francia ricevette le sue truppe da Roma e accorredere il suo riconoscimento al Regno d'Italia. Può ben immaginarsi quanto dovesse riuscire ostica al C. una tal convenzione; ma si dovette piegare alla volontà dell'imperatore. Tutto già era pronto, e non mancava che la firma delle alte parti, quando giunse fulminea la morte del grande statista.
È rimasto fin qui avvolto nel mistero se il C. sia morto in grembo alla Chiesa cattolica. Fu allora annunziato ufficialmente che era spirato munito dei Sacramenti: di che Pio IX si rallegrò e, come annunziava La Civiltà Cattolica, non lasciò di fare più suffragi per lui. In molte chiese, in Italia e all'estero, erano stati celebrati uffici funebri, quando apparve sui giornali una dichiarazione del marchese Gustavo, fratello di Camillo, con cui si smentiva la voce della ritrattazione del conte prima di morire. Parecchi vescovi e nunzi si rivolsero allora a Roma chiedendo istruzioni; e da Roma fu domandato all'autorità ecclesiastica di Torino come erano veramente passate le cose. Ma il p. Giacomo da Poirino, il quale, come precedentemente convenuto, era stato chiamato ad assistere il C. negli ultimi momenti, si chiuse in un misterioso silenzio. Sospettandosi che ciò avvenisse per tema di rappresaglie, fu chiamato a Roma e interrogato personalmente da Pio IX. Il frate, con il vano pretesto che trattavasi di segreto sacramentale, nulla volle dire, limitandosi a dichiarare che, quanto a sé, aveva fatto tutto il suo dovere. Tutto ciò che fu allora detto e pubblicato sui giornali di costruzioni e di minacce alle quali il p. Giacomo sarebbe stato sottoposto per strappargli il segreto, è pura invenzione. Ora si propende a credere che il p. Giacomo fosse stato chiamato al capezzale del morente quando questi era in preda al delirio, e che il suo ministero fu semplicemente pro forma, per pura convenzione politica.

BIBL.: Fonti: L. Chiala, Lettere edite ed inedite di C. C., 6 voll. e indice, Torino 1882-87; Discorsi parlamentari, 11 voll. e indice, 1873-72 a cura di R. Biffoli, Roma 1885; H. Bastgen, Die Römische Frage, 3 voll., Friburgo in Br. 1917-19; Gli scritti del c. di C. pubblicati da D. Zanichelli, 2 voll., Bologna 1922; Discorsi parlamentari, nuova ed. a cura di A. Omodeo e L. Russo, Firenze 1922 sgg., in corso: Commissione editrice, Carteggio C.-Nigra, 4 voll., Bologna 1926-29; La «questione romana» negli anni 1860-61: Carteggio C. - Pantaleoni, Passaglia, Vimercati, 2 voll., 1879; C. e l'Inghilterra: Carteggio C.-V. Emmanuel de l'Asseglio, 2 voll., 1879; Carteggio C.-Salmour, 1879; Ricordi: G. Massari, Il c. di C., Torino 1873; M. Castelli, Il c. di C., ripubblicato da L. Chiala, 1878; D. Berti, Diario inedito di C., con note autobiografiche, Roma 1888; W. De la Rive, Il c. di C., Racconti e memorie, con prefazione di E. Visconti Venosta, Torino 1911; Biografie: F. Ruffini, La Gio- vinesza del c. di C., 2 voll., Torino 1912; P. Matter, C. e l'unità italiane, 3 voll., Parigi 1922-26; D. Zanichelli, C., Firenze 1926; M. Palcologue, Un grand réaliste: C., Parigi 1926; A. Cappa, C., Bari 1932; F. Ruffini, Ultimi studi sul c. di C., 1873-76; Cenni: M. Rosi, s. V. in Diz. del Ris. nas., 11, pp. 623-46; W. Maturi, s. V. in Diz. di politica, 1, pp. 426-34; H. Bastgen, s. V. in Stastlexikon, 1, pp. 1199-1202; F. Lemmi, s. V. ENOCH. Ital., IX, pp. 581-85; Studi particolari: A. C. Jemolo, La questione della proprietà ecclesiastica nel regno di Sardegna, Torino 1911; S. Tessitore, C. e le corporazioni religiose, 1871-1911; A. C. Jemolo, Il «partito cattolico» piemontese nel 1855 e la legge sarda oppressiva delle comunità religiose, Casale 1919; A. Omodeo, Il c. di C. e la questione romana, in La nuova Italia, 1 (1930), fasc. ott.-dic.; P. Pirri, I problemi religiosi nei discorsi politici di C. C., in La Civiltà Cattolica, 1935, 1, pp. 589-98; P. Romano [E. Martire], C. e il protestantesimo, in Rassegna romana, 6 (1933), pp. 40-50; S. Jacini, La crisi religiosa del Risorgimento: la politica ecclesiastica da Villafranca a porta Pia, Bari 1938 (liberale moderato a tendenza apologistica); A. Omodeo, L'opera politica del c. di C. (1848-57), 2 voll., Firenze 1941 (conoscitore profondo della materia, ma imbevuto d'aere anticlericalismo); P. Pirri, Pio IX e Vittorio Emanuele II. La laicizzazione, Roma 1944, Chiesa e Stato, «questione romana»; A. Piola, La Quisitione romana nella storia e nel diritto da C. al Trattato lateranense, Padova 1931; G. Mollat, La question romaine de Pie VI a Pie IX, Parigi 1932; L. Salvatorelli, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino 1948; S. Lener, Chiesa e Stato oggi in Italia: i precedenti, in La Civiltà Cattolica, 1946, IV, pp. 91-104; V. GIUDICE, La questione romana e i rapporti fra Stato e Chiesa fino alla conciliazione, Roma 1948; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948 (ben informato, a tesi laicista); S. Lener, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, in La Civiltà Cattolica. 1949, 1, pp. 295-309 (esame critico dell'opera dello Jemolo). Libera Chiesa in libero Stato: G. Pa-

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