CAVOUR, CAMILLO BENSO di - Lettera autografa di C. C. a Massimo d'Azeglio (febbr. 1856) - Roma, archivio dell'Istituto per la storia del Risorgimento.
39. ENCICLOPEDIA CATTOLICA
III. La S. Sede né incoraggiò, né si oppose alla missione del Passaglia, ma gli ordinò di mantenere sulla cosa un rigoroso segreto, temendo che venisse sfruttata a suo danno. Come infatti avvenne; poiché non appena il Passaglia fu a Torino, i giornali incominciarono a parlare di trattative di conciliazione in corso. Sicché una nota del foglio ufficiale di Roma venne a smentire le infondate dicerie, e insieme a tagliar corto alla iniziativa, in cui si vedeva così poca buona fede. Da prove schiaccianti risulta che il C. al tempo stesso che andava iniziando queste pratiche, non rifuggiva dal tessere intrighi per corrompere con danaro il card. Antonelli e altri prelati influenti. Le istruzioni poi che egli mandò ai due negoziatori a Roma e i relativi schemi di capitoli (op. cit., pp. 253, 260, 275) appaiono concepiti in uno spirito tutto diverso da quello delle basi combinate con il Passaglia, benché il C. dicesse d'esser rimasto con lui « d'accordo su tutti i punti ». Si assoggettano i chierici alla legge comune senza alcun riguardo al privilegium fori; si nega la personalità civile alle corporazioni e istituti religiosi; si esige che le nomine vescovili avvengano secondo un sistema elettivo da combinarsi fra i due poteri, riservandosi il governo in taluni casi il diritto di voto, nonché il diritto di intervenire nelle prime nomine; si provvede autonomamente alla dotazione dei vescovati, dei capitoli e delle chiese curate; si riducono i vescovati da ca. 260 al numero di 80; si vincolano i beni beneficiari in guisa da non poter essere accresciuti senza il placet dell'autorità civile, ecc. Se a tutto ciò si aggiunga la condizione imposta al Papa (do ut des) di rinunciare al potere temporale, in modo da non lasciar dubbio « sulla realtà ed efficacia di fatto della rinuncia », si potrà giudicare qual valore ideale si possa dare alla formula cavouriana: « libera Chiesa in libero Stato ». Con essa non si fa che affermare la mentalità di Marco Minghetti, il quale, partendo dal principio che solo allo Stato spetti, in senso vero ed esclusivo, il potere legislativo e coattivo, e che ogni altra potestà che vige nell'ambito dello Stato va subordinata a questo, implicitamente esclude la tesi dei due poteri e delle due libertà, e mette la società religiosa, come ogni altra società, sotto il controllo e l'autorità dello Stato; al quale, infatti, pur incompetente nel campo spirituale, compete il diritto di riconoscere la personalità giuridica della Chiesa e quindi di sottoporre a controllo l'attività.Caduta la prova di accordi intrapresa dal C., prima ancora che le trattative avessero principio, tornò in campo il modus vivendi ideato da Napoleone III, avente per base un'intesa diretta fra Parigi e Torino, in virtù della quale il governo del re doveva obbligarsi a garantire l'integrità del piccolo territorio rimasto al Pontefice, lasciando impregiudicati i diritti che la S. Sede reclamava sugli altri territori annessi; e si obbligava inoltre a prendere a suo carico una quota parte del debito pubblico del governo papale in proporzione dei territori annessi. Alla S. Sede, rimanendo estranea agli accordi, non restava che prenderne atto, se lo voleva, quando le venissero comunicati. Dopo di che la Francia rileverebbe le sue truppe da Roma e accorderebbe il suo riconoscimento al Regno d'Italia. Può ben immaginarsi quanto dovesse riuscire ostica al C. una tal convenzione; ma si dovette piegare alla volontà dell'imperatore. Tutto già era pronto, e non mancava che la firma delle alte parti, quando giunse fulminea la morte del grande statista.
È rimasto fin qui avvolto nel mistero se il C. sia morto in grembo alla Chiesa cattolica. Fu allora annunziato ufficialmente che era spirato munito dei Sacramenti: di che Pio IX si rallegrò e, come annunziava La Civiltà Cattolica, non lasciò di fare più suffragi per lui. In molte chiese, in Italia e all'estero, erano stati celebrati uffizii funebri, quando apparve sui giornali una dichiarazione del marchese Gustavo, fratello di Camillo, con cui si smentiva la voce della ritrattazione del conte prima di morire. Parecchi vescovi e nunzi si rivolsero allora a Roma chiedendo istruzioni; e da Roma fu domandato all'autorità ecclesiastica di Torino come erano veramente passate le cose. Ma il p. Giacomo da Poirino, il quale, come precedentemente convenuto, era stato chiamato ad assistere il C. negli ultimi momenti, si chiuse in un misterioso silenzio. Sospettandosi che ciò avvenisse per tema di rappresaglie, fu chiamato a Roma e interrogato personalmente da Pio IX. Il frate, con il vano pretesto che trattavasi di segreto sacramentale, nulla volle dire, limitandosi a dichiarare che, quanto a sé, aveva fatto tutto il suo dovere. Tutto ciò che fu allora detto e pubblicato sui giornali di costrizioni e di minacce alle quali il p. Giacomo sarebbe stato sottoposto per strappargli il segreto, è pura invenzione. Ora si propende a credere che il p. Giacomo fosse stato chiamato al capezzale del morente quando questi era in preda al delirio, e che il suo ministero fu semplicemente pro forma, per pura convenzione politica.
delletti, « Libera Chiesa, ecc. « genesi della formula cavouriana, in Nuova antologia, 29 (1875), p. 566; G. Giacometti, Die Genesis von C.s Formel, Aarau 1919; A. C. Jemolo, op. cit. Rapporti con la massoneria: P. Buscalione, C. e la massoneria, in Rassegna contemporanea, 8 (1914), pp. 213-43; A. Luzio, La massoneria e il Risorgimento italiano, I, Bologna 1925, pp. 265-87; P. Pirri, C. C., Costantino Nigro e il rinascimento della massoneria italiana, in Civ. Catt., 1926, II, pp. 309-24. Morte: M. Mazziotti, Il c. di C. e il suo confessore, Bologna 1916. Scarseggia sull'argomento una buona letteratura cattolica. Pietro Pirri