SODOMA, GIOVANNI ANTONIO BAZZI, DETTO IL

SODOMA, GIOVANNI ANTONIO BAZZI, detto il. Pittore, n. a Vercelli nel 1477, m. a Siena il 15 febbr. 1549.

Fu allogato tredicenne dal padre ad apprendere l'arte presso Martino Spanzotti, col quale si trasferiva nel 1496 a Casale: ma nel 1503 risultava già passato in Toscana dove nel 1504 terminava il suo primo ciclo di affreschi nel refettorio del monastero olivetano di S. Anna in Campagna presso Pienza (Siena). Tra il 1505 e il 1508 eseguì nel chiostro del monastero di Monteoliveto Maggiore (Siena) il 31 storie a fresco della vita di S. Benedetto, in continuazione di un ciclo iniziato da Luca Signorelli (1497-1501), e nello stesso anno stipulava un contratto per la decorazione del soffitto della Stanza della Segnatura in Vaticano. Del 1512 sono gli affreschi nella Villa Farnesina a Roma, con la Storia di Alessandro e Rossana, l'opera sua migliore. In quel tempo però era già divenuto il pittore più famoso in Siena, dove esplicò intensissimi ed ininterrotta (salvo brevi soggiorni a Firenze, Volterra, Pisa, Lucca e Piombino) attività: tra le più importanti commissioni affidatagli sono due affreschi nell'oratorio di S. Bernardino (1518), lo stendardo per la confraternita di S. Sebastiano (1525, ora conservato nella Galleria Pitti), i notissimi affreschi con l'Estasi e lo Svenimento di S. Caterina da Siena e l'Esecuzione di Nicolò di Tuldo nella cappella di S. Caterina in S. Domenico (1526), le immagini dei SS. Ansano e Vittore nel Palazzo pubblico (1529), la decorazione della cappella degli Spagnoli in S. Spirito (1530), il grande affresco sopra la Porta S. Viene (o dei Pispini, 1531), la tavola con la Risurrezione nel Museo nazionale di Napoli (1535), l'affresco nella cappella del Campo (1537-39) e le tavole col Sacrificio di Isacco e la Deposizione nel Duomo di Pisa (1540-41). Oltre a tali opere, sicuramente datate e documentate, vanno ricordate per il periodo giovanile uno stendardo con la Crocifissione recentemente identificato a Montalcino (Museo d'arte sacra), che è forse la sua più antica opera, il tondo con la Natività (n. 512) e la grande tavola con la Deposizione (n. 413) della Pinacoteca di Siena; intorno al 1514 va posto il celebratissimo affresco col Cristo alla Colonna già nel chiostro di S. Francesco, ora nella Pinacoteca di Siena (n. 352), mentre ad un periodo più tardo appartengono altri due capolavori: la grande tavola con l'Epifania nella chiesa di S. Agostino di Siena e la tavola con la S. Maglia e s. Leonardo già nel Duomo e ora nel Palazzo pubblico di Siena (ca. 1530), che suscitò l'ammirazione di Annibale Carracci. Scarse, nella pur vastissima produzione del S., le opere di soggetto profano e mitologico, ma spesso di qualità assai alta come il tondo con l'Allegoria d'Amore del Louvre e la Lucrezia del Museo di Hannover. Nel 1510 il S. sposò Beatrice di Luca Galli da Siena, dalla quale ebbe una figlia che diede in moglie al suo prediletto allievo, il pittore e architetto senese Bartolomeo Neroni detto «il Riccio». Temperamento bizzarro e disordinato, tale da meritargli il nomignolo di «Mattaccio», prodigo e amante dei cavalli, il S. fu nondimeno protetto ed onorato dai potenti, tra i quali Signor S. Maggio, Jacopo d'Appiano principe di Piombino e il pontefice Leone X che lo insignì Cavaliere di Cristo: non accertata è invece la sua nomina a Conte Palatino da parte di Carlo V. L'incostanza del suo carattere di uomo si riflette nella sua produzione d'artista, la quale presenta sensibilità dislivelli qualitativi, dovuti soprattutto alla fretta ed alla scarsa accuratezza con cui talvolta egli lavorava. Il suo percorso stilistico è caratterizzato inizialmente da un'adesione alla tradizione piemontese-lombarda, da poco risnaguita con apporti della scuola umbra e fiorentina: ma ben presto, e soprattutto dopo il soggiorno a Roma del 1512, il S. risentì l'ascendente di Raffaello, e più ancora di Leonardo, del cui «sfumato» egli fu uno dei più intelligenti ed abili interpreti. Narratore fantasioso e piacevole, e dalla tecnica d'utilità si ricca di infinite risorse, il S. diede la più alta misura della sue grandi possibilità quando, confortandosi ad un ideale di classica sobrietà nel rigore della composizione e nell'espressione degli affetti, seppe evitare quel sentimentalismo languido e dolcissimo cui troppo spesso indulse, e che tuttavia gli guadagnò, specie nel secolo scorso, una larghissima popolarità. La sua posizione storica è di somma importanza perché egli fu il rinnovatore e il dominatore del gusto pittorico senese durante tutto il sec. XVI. - Vedi tav. LVII.

BIBL.: G. Vasari, Le Vite... etc., ed. Milanesi, VI, Firenze 1881; G. Frizzoni, L'arte italiana del Rinascimento, Milano 1891; P. P. P. S. L.

di Abramo dalle alture di Hebron (Gen. 18, 16) perché fosse risparmiato Lot dalla distruzione, la vista del fumo che si alzava dalla città «sulla quale piovve zolfo e fuoco dal cielo» (ibid. 19, 24) si adattano meglio alla parte meridionale. La tradizione ha sempre indicato S. e G. al sud della penisola di el-Lisân nel Mar Morto. A questa parte più che al nord conviene l'aspetto di desolazione descritta dai profeti. Il nome di Gebel Usdum, collina di sale sulla destra del Mar Morto, perpetua il nome della città di S., come 'Ajn Gamah, 65 km. più a sud, può ricordare il sito della città di G. Circa l'approccio alla teoria del sud dalla scoperta del cimitero e santuario di Bâb ed Drâ' ad est di el-Lisân, V. LEONTOPOLI.

BAL.: 1. Penrose Harland, Sodom and Gomorrah, in Bihl. archaeologist, 6 (1943), pp. 42-54. Donato Baldi