PIEMONTE. -
I. GEOGRAFIA
È la regione storica più occidentale d'Italia (e ne comprende, perciò, anche il punto più occidentale, la Rocca Chardonnett; 60° 32' 59" E. Greenwood), compresa grosso modo fra il crinale alpino, quello appenninico, la valle della Scrivia e quella del Ticino.Il nome (Pedemontium, o «a piè dei monti») non ne esprime bene il carattere: il suo territorio, in parte occupato da montagne o colline, è, per ca. 1/3, al di sopra dei 1300 m., e della stessa pianura padana che vi resta racchiusa possiede la parte più elevata. È anche, fra i compartimenti italiani, il più esteso (comprendendovi la Val d'Aosta), e uno dei più vari per paesaggio: le minori unità regionali vi sono numerose (Val di Susa, Canavese, Monferrato, Langhe, Ossola, Lomellina, oltre la Val d'Aosta, che ne è ora amministrativamente separata).
Sul 9,5% della superficie della Repubblica, il P. raduna 1/8,1% della sua popolazione, addensata soprattutto nelle fertili zone del piano. Di questa popolazione oltre 2/5 sono dediti all'agricoltura, che consente una ricca produzione cerealicola (le province di Vercelli e Novara danno da sole 1/2 del riso prodotto in Italia;

Avversò i cattolici liberali e contribuí alla formazione e promulgazione del Sillabo, del quale difese un'interpretazione positiva
i 4/5 del riso piemontese sono esportati; 1/3 della seggia italiana viene dal P.) ed una anche più notevole di vino (Monferrato, Langhe, Colline del Po), oggetto del pari di fiorente esportazione. I prati irrigui della pianura e i pascoli montani favoriscono l'allevamento (bovini; produzione di carne, burro e formaggi), che è del resto prospero anche in montagna. La povertà di minerali è compensata dall'abbandanza delle risorse idriche, che alimentano numerose centrali elettriche. Il P., che partecipa con il 15% alla produzione industriale italiana, è superato solo dalla Lombardia. Tutte le attività industriali vi sono rappresentate, dalle tessili (cotonificio a Torino; lanerie a Biella), alle siderurgiche (Novi, Mondovì), da quelle della carta (Cuneo, Novara) e della gomma (Torino) alle automobilistiche, che vi contano il più grandioso complesso italiano (Fiat).
I maggiori centri abitati sorgono per lo più nel cuore delle vallate (Susa, Aosta, Varallo, Domodossola) od al loro sbocco nell'oro pedemontano (Cuneo, Mondovì, Saluzzo, Pinerolo, Ivrea, Biella: e specialmente Torino, che con ca. 800.000 ab. è oggi la quarta città della Repubblica).

| Province e capoluogo con relativa popolazioni in 1000 ab. | Superficie in kmq. | Popolazione |
| Alessandria | 87 | 1564 |
| Cuneo | 43 | 6002 |
| Val d'Aosta | 26 | 3263 |
| | 2.8.677 | 3502 |
BIML.: G. Casalis, Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, 28 voll., Torino 1833-56; F. C. Parona, Caratteri ed aspetti geologici del P., ivi 1922; S. Grande, Il P. (collega, La Patria), ivi 1925; id., La regione piemontese, ivi 1928; T.C.I., Guida d'Italia, P., Milano 1930; F. C. Parona, Il P. e i suoi paesaggi, Torino 1935; F. Burzio, P., ivi 1939. Giuseppe Caraci
II. STORIA
Attualmente si chiama P. la zona occidentale della pianura padana compresa tra l'arco delle Alpi e dell'Appennino a nord, ad occidente, a mezzogiorno, mentre ad oriente il confine dalla Lombardia è formato dalla linea rappresentata dal corso del Ticino, dal Po e dal Tidone, in corrispondenza del complesso dei domini della Casa di Savoia, consacrato dal Trattato di Aquisgrana del 1748.La storia della regione incomincia con lo stabilirsi delle prime popolazioni nell'epoca neolitica, probabilmente di quelle stesse popolazioni che la tradizione classica usò chiamare Liguri, e che tra il sec. V ed il sec. III a. C. subirono un profondo rimescolamento per la comparsa di alcune tribù celtiche che si stabilirono nella pianura del Po e dei suoi affluenti. La regione subalpina venne conquistata nel sec. II a. C. dai Romani che occuparono nell'età di Augusto anche le valli alpine. La conquista venne rassodata con l'istituzione di varie colonie, Julia Derthona, Hasta Pompeja, Eporedia, Augusta Praetoria, Augusta Taurinorum, Augusta Bagienorum; i vecchi centri liguri e celtici vennero a loro volta organizzati in municipi romani. Da Mediolanum, da Placentia, da Genua vennero presto costruiti tronchi di vie che portavano ai passi alpini, dell'Alpis Poenina (Gran S. Bernardo), del-Piemonte - Gruppo del Monte Rosa. Veduta sul versante di Macugnaga dalla Punta Gnifetti (m. 4559), in primo piano a sinistra.
L'Alpis Graia (Piccolo S. Bernardo), dell'Alpis Cottia (Monte Cenisio e Monte Ginevro); Julia Derthona, Vercellae, Augusta Taurinorum erano i principali centri delle comunicazioni. Nell'organizzazione augustea la regione pedemontana formò le due regioni della Transpadana (XI) e della Liguria (IX); nella sistemazione costantiniana del sec. IV entrò a far parte della più vasta regione della Liguria con capitale Mediolanum. La ricca documentazione epigrafica e monumentale e la toponomastica, in cui i suffissi latini prevalgono su quelli liguri e celtici, attestano come la civilizzazione romana sia stata nella regione subalpina assai profonda. Per quanto riguarda la cristianizzazione, se non si può escludere che nuclei sporadici di cristiani siano già esistenti nell'età predioceleziane, è da credere che soltanto nell'età di Costantino sia avvenuta la diffusione del cristianesimo nella regione pedemontana: il più antico episcopato della regione è quello di Vercelli, il cui primo vescovo, Eusebio, estendeva le sue cure anche ai fedeli di Novara, di Ivrea, di Aosta, di Tortona, di Torino. Negli ultimi decenni del sec. IV compaiono vescovi anche nelle altre città principali, come a Novara, Guadenzio, a Torino s. Massimo. È probabile che, dopo la morte di Teodosio (399), il nuovo governo imperiale stabilitosi a Milano con Onorio procedesse ad una riorganizzazione delle circoscrizioni civili e che in conseguenza si sia avuto il riassetto delle diocesi e che allora siano state erette le diocesi di Torino, Ivrea, Aosta, Alba, Acqui per opera di s. Ambrogio, o almeno sotto il suo influsso. Così, a Torino, nel 398 si ebbe la riunione di un Concilio provinciale dell'arcidiocesi di Milano. L'evangelizzazione delle popolazioni era al principio del sec. V molto rudimentale: dalle prediche di s. Massimo risulta quale mescolamento vi fosse nel popolo tra credenze cristiane e credenze pagane. Alla fine dell'età imperiale nella regione pedemontana si contavano quattro diocesi a sud del Po: Tortona, Asti, Alba, Acqui; cinque a nord del fiume: Novara, Vercelli, Ivrea, Aosta, Torino. La diocesi più estesa era quella di Torino che comprendeva tutta la zona montuosa delle Cozie, ed in essa la penetrazione cristiana avvenne più lentamente. Le liste dei vescovi, quali sono conservate da cataloghi dell'età medievale, non sono sicure per l'età più antica.
L'invasione longobarda, nella seconda metà del sec. VI, distrusse l'organizzazione provinciale romana. Gli invasori si raccolsero sotto l'autorità di duchi solo a Novara, a Ivrea, a Torino, ad Asti, a Tortona. I bizantini conservarono il possesso della zona appenninica che venne conquistata solo dopo il 638 da Rotari. Intatta invece rimase l'organizzazione delle diocesi.
La conquista, però, merovingia delle vallate di Aosta e di Susa, portò alla conseguenza che la diocesi di Aosta sentisse assai grande l'influsso della zona borgognona, sebbene i vescovi abbiano continuato ad intervenire ai
PIEMONTE - Mondine al lavoro in una risaia vercellese.
Sinodi provinciali di Milano. Invece, dopo l'occupazione franca, la valle di Susa con la valle della Moriana, che pure aveva fatto parte della diocesi di Torino, venne annessa alla diocesi di Vienne, e in un secondo tempo le due valli formarono la diocesi di Moriana. Per la vita religiosa pedemontana nell'età longobarda è da segnalare il primo fiorire dei monasteri benedettini in varie città: in zona franca sorge nel 726 Novalesa (v.).
Quanto alla vita politica longobarda sembra che nella regione subalpina i duchi, specie quelli di Torino, abbiano accennato ad una vera opposizione contro i duchi di Ticino (Pavia). Al principio del sec. VII, forse nell'età di Liutprando, i re dovettero sostituire i duchi, tendenti all'autonomia, con gastaldi, più sicuri interpreti dei loro voleri. Il crollo del Regno longobardo, così nel 754-76 come nel 774, si delineò subito, appena avvenuta l'invasione franca, nelle vallate alpine.
Con la conquista di Carlomagno, scomparsi i duchi ed i gastaldi longobardi, si installarono nelle città pedemontane i conti franchi che spesso condussero con sé gruppi fedeli di guerrieri. Tutte le città episcopali diventarono anche sedi di conti. I comitati pedemontani fecero però parte di un grande ducato di Neustria; caduto nell'uso amministrativo il nome romano di Liguria il paese si chiamò comunemente Longobardia Neustria. Nel sec. X gran parte della regione fu compresa politicamente nella Marca Ivrea; sfasciaziata questa sotto Berengario II, si da essere limitata dal corso del Po, a sud del fiume tra il Po ed il mare, si formarono le tre marche di Torino (Arduinica), di Savona (Aleramica), di Genova (Obertenga). Nella prima metà del sec. XI furono egemoni nella regione i margravi di Torino; il matrimonio tra Adelaide di Torino, erede del margravi Odierigo Manfredi, con Oddone, figlio di Umberto Biancamano conte di Savoia, segnò il primo tentativo di unificazione dei paesi dei due versanti alpini. Tra la fine del sec. XI ed il principio del XII, l'egemonia passò agli Aleramici di Savona; ma poi le marche scomparvero per lo spartirsi dei domini tra i vari rami famigliari. Il sec. XII vede il formarsi di marche-sati e contese con carattere prevalentemente patrimoniale.
Accanto al termine generale di Lombardia (= Longobardi) incominciano a comparire i nomi specifici di territori: Lomellina, Canavese, Astese, e sopra di tutti quello di P., usato dal sec. XI al XII per indicare la zona alta ai piedi delle Alpi Cozie, o l'altopiano degradante da Cuneo verso Saluzzo e Pinerolo. Nella regione appare un notevole risveglio della vita economica e sociale già nel sec. X. La difesa contro le scorrerie degli Ungheri e dei Saraceni determina la costruzione di numerosi castelli che non solo sono una difesa, ma anche centri di nuove attività economiche ed anche commerciali. Vi si adoperano i vescovi ed i conti; della nuova vita sono prova i numerosi monasteri che sorgono; all'attività
cluniacense corrisponde l'attività cistercense e poi quella certosina; bonifiche e dissodamenti di terreni sterili, sviluppo della pastorizia e produzione di lana, progresso delle colture, formano un merito indiscusso del monachesimo subalpino. Anche il feudalesimo svolge in questo campo un'opera importante: il formarsi del piccolo feudalesimo dei milites secundi, che diventano nel sec. XI e XII veri proprietari, per quanto condizionati, delle terre, determina un nuovo interesse per l'agricoltura, unico sostegno della vita, non essendo vantaggiosa la guerra in paese così povero.
La formazione delle signorie feudali cittadine dei vescovi provoca il movimento comunale. In Asti, Tortona, Alba, Torino, Ivrea, Vercelli, Novara gli elementi feudali locali si organizzano sotto gli auspici dei vescovi. Dalle lotte tra le nuove organizzazioni comunali ed i vecchi nuclei feudali derivano i tentativi di coordinazione delle forze politiche della regione pedemontana nel sec. XIII. Dapprima, Federico I, facendo appello in special modo alle istri piefudali, cercò di avvicinare le città comunali ad un tentativo di organizzazione burocratica, poi i conti d'Angiò Carlo I e Carlo II, facendo centro sul P. tra le Alpi e il Tanaro in industriario di inquadrare tutte le città della pianura, poi i marche di Monferrato (v.) da Guglielmo VII Aleramico a Giovanni II Paleologo si sforzarono di allargare i loro domini si da abbracciare le città delle vallate fluviali. Ultimi, sfruttando l'esperienza e l'insuccesso degli altri, si adoperarono i conti di Savoia. Padroni delle valli di Aosta e di Susa, pretendendo di ricostituire l'antica marca di Torino, si sforzarono di ricuperare questo importante centro strategico della regione. Nel 1248 Federico II riconobbe queste pretese concedendo ai Savoia il possesso di Torino e di Ivrea. Durante due secoli, da Amedeo IV ad Amedeo VIII, i conti di Savoia, con le armi e con la diplomazia, parteciparono a tutti i contrasti tra i principi subalpini, i marche di Saluzzo e di Monferrato, i visconti di Milano, gli Angioini di Nizza e di Cuneo e riuscirono ad affermare la loro egemonia, eliminando dalla regione pedemontana gli Angioini, restringendo l'area dei visconti, rendendo vassalli i Paleologi di Monferrato, gli Aleramici di Saluzzo. Se gli Angioini si erano detti conti di P., Amedeo VIII creò per il figlio il principato di P., raccogliendo sotto questo nome tutti i domini sabaudi piemontesi. Sede del principe di P. è la minuscola sua centrale Torino; qui si organizza nel sec. XV l'Università creata dai Savoia per corrispondere alle esigenze del loro Stato; qui si organizza anche il Consiglio ducale sabaudo di qua dai monti. Costretto il duca di Milano Filippo Maria a cedere Vercelli e tutto il suo territorio ad occidentale della Sesia, costretto il marchese di Monferrato a cedere Chivasso ed i domini circostanti, il duca di Savoia è padrone di tutta la fascia subalpina da Mondovi a Biella. I domini visconti si restringono alla sola valle inferiore del Tanaro, da Asti ad Alessandria; i marche-sati di Monferrato e di Saluzzo giocano di equilibrio per salvare la loro esistenza. La politica sabauda infatti nel sec. XV ha come programma minimo l'annessione di tutte le terre fra le Alpi ed il Ticino: vi si oppongono le resistenze concordi dei re di Francia e dei duchi di Milano. Sotto gli auspici dei funzionari ducali, il termine P. si allarga, sotto la forma un po' vaga dapprima di «partes Pedemontis», e giunge nel sec. XV sino a Vercelli. Incomincia nello Stato sabaudo il processo di amalgama dei vari elementi regionali, che è anche processo di formazione della nazione piemontese. Mentre Saluzzo è legata alla politica francese, Monferrato a quella milanese, attorno ai Savoia si forma una tradizione di vita piemontese autonoma, che esercita la sua forza di attrazione sugli elementi che sono ancora fuori. Questa concezione piemontese si afferma anche nello Stato contro l'elemento savoiardo. Le borghesie comunali piemontesi vogliono che lo Stato sabaudo abbia in esse la sua base e non più nella feudali savoiarda.

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Durante il conflitto tra Francia e Spagna per il predominio, sotto l'invasione francese, i nuclei statali piemontesi minacciano di perire. Il programma francese di annessione del P. alla Francia fallisce però con il Trattato di pace di Cateau-Cambrésis. Lo Stato sabaudo ricompare indipendente, ma ora i territori di Savoia sono veramente dominati accessori, seppure gloriosi per le tradizioni dinastiche. Lo Stato sabaudo è essenzialmente piemontese: Carlo Emanuele I vi annette il marchesto di Saluzzo con il Trattato di Lione (1601). Vittorio Amedeo I vi annette parte del marchesto di Monferrato con il Trattato di Cherasco (1631). Vittorio Amedeo II riesce ad assorbire tutto il Monferrato, nel 1708, con il Trattato con l'Impero contro la Francia nella guerra di successione di Spagna; e nello stesso tempo occupa la Valsesia integrando il territorio di Vercelli che Amedeo VIII aveva avuto solo sino ai piedi delle Alpi, come con l'annessione di Alessandria e di Valenza riesce a dominare tutto il corso del Tanaro. Gli avvenimenti della politica europea nei decenni seguenti, le due grandi guerre di successione di Polonia e d'Austria, resero possibile alla politica sabauda la ripresa del programma di Amedeo VIII di espansione ad oriente della Sesia, in quella che allora si diceva ancora Lombardia.
Carlo Emanuele III, che veramente aspirava al dominio di tutta la Lombardia e che nel 1734, occupata Milano, assunse il titolo di duca di Milano, dovette accontentarsi di avere, con il Trattato di Vienna (1738), Novara ed il suo territorio tra Sesia e Ticino, e a sud del Po, Tortona, e con il Trattato di Aquisgrana (1748) portò il confine al Lago Maggiore, al Ticino, e a sud del Po al Tidone, annettendo l'alto Novarese, il Vigevanasco, la Lomellina ed il territorio di Bobbio-Voghera (o Pavese oltre Po). Anche questi territori vennero ora considerati come appartenenti al P. e non vi è dubbio che il loro contributo allo Stato sabaudo-piemontese fu, dal 1748 alle guerre del Risorgimento, assai cospicuo. Erano infatti territori ricchi e popolosi che nell'economia piemontese assai povera ebbero una parte importante: le popolazioni stentarono dapprima ad adattarsi al regime piemontese dopo essere state per tanti secoli parte integrante dell'organismo lombardo-milanese. Ma la dinastia sabauda, dal sec. XVI al XVIII, aveva dedicato le maggiori cure all'organizzazione del suo Stato. L'amministrazione civile, il sistema finanziario, l'esercito, la cultura, la Chiesa, l'Università furono gli strumenti di cui la dinastia, fattasi in sette secoli veramente indigena, si servì per plasmare l'unità piemontese che poteva permettere di attendere ad una politica di maggiori ambizioni. La Chiesa, sotto la protezione dei principi sabaudi, si sviluppò e si organizzò in modo da dominare tutta la vita del paese. I quadri dell'organizzazione ecclesiastica ebbero le magi

PIEMONTE - Palazzo Madama con le torri romane, il corpo posteriore del 1400 e la facciata di F. Juvara (1718-21) - Torino.
Nel sec. XVIII si rivela in P. una coscienza nazionale. I piemontesi sentono di essere una felice creazione degli sforzi militari e politici dei loro principi, ma sanno anche di avere contribuito potentemente, con i pati-
(per cortesia della dott. N. Gabrielli)
PIEMONTE - Intorno dell'atrio della Cattedrale, consacrata nel 1107. Casale Monferrato.
giori cure del governo. Le diocesi originarie avevano subito nel medioevo poche modificazioni per assecondare le modificazioni dell'assetto politico. Alla fine del sec. XII, dopo la fondazione di Alessandria, con territori tolti alle diocesi limitrofe, si era costituita la diocesi di Alessandria, nel 1388 si era eretta la diocesi di Mondovì, nel 1474 quella di Casale, nel 1511 quella di Saluzzo, nel 1529 quella di Vigevano, nel 1592 quella di Fossano. Il sec. XVIII vide sorgere le diocesi di Pinerolo (1748), di Biella (1772) e di Susa (1772); ultima a costituirsi fu la diocesi di Cuneo nel 1817. Creazione particolare era stata il vescovato di Bobbio per opera di un imperatore, Enrico II, nel 1014. I principi della dinastia sabauda, pure affermando doti di profonda pietà e di alta riverenza verso la religione, difesero però sempre i diritti di superiorità dell'autorità civile sulla Chiesa, ma non ammiserò mai che i sudditi intervenissero polemicamente a discussioni sui rapporti tra i due poteri. In P. la Chiesa collaborò per la formazione della nazione piemontese e della sua indipendenza: il b. Sebastiano Valfrè nelle grandi guerre della fine del sec. XVIII incitò le popolazioni al dovere militare, mostrando come tutti dovessero sacrificarsi per la vita della Patria e del principe che la rappresentava.
Nel sec. XVIII si rivela in P. una coscienza nazionale. I piemontesi sentono di essere una felice creazione degli sforzi militari e politici dei loro principi, ma sanno anche di avere contribuito potentemente, con i pati-
1363
PIEMONTE - Portale della chiesa di Santa Fede (seconda metà del sec. XII) - Cavagnolo.
menti e le miserie di tanti secoli, a costituire da tanti elementi etnici diversi una vera nazione, come da tante regioni fisicamente diverse si era costituita quella che poteva apparire una unità regionale. La nazione piemontese aveva una sua anima, una vita piena di aspirazioni ad essere qualche cosa nella vita di tutte le popolazioni della penisola. Il P. aveva la coscienza di essere un valore nazionale italiano capace di assumere in sé i frutti della secolare attività spirituale italiana. Così la vita intellettuale piemontese si impregnava sempre più profondamente di italianità; Torino era vagheggiata non più soltanto come capitale del P., ma come capitale morale d'Italia: si pensava ad un risorgimento in cui la classe colta piemontese fosse alla testa di tutta la nazione italiana. La costituzione del P. e come unità territoriale e come unità morale appariva già allora non come un punto di arrivo insuperabile, ma come una fase attraverso la quale si doveva giungere ad una maggiore unità territoriale morale italiana. Il municipalismo appariva dunque superato nel travaglio spirituale del P. del sec. XVIII: il Risorgimento del sec. XIX doveva risolvere il problema che la generazione a cui appartiene Vittorio Alfieri aveva imposto con la maggiore chiarezza.
III. REGIONE CONCILIARE
Raggruppa le province ecclesiastiche di Torino e di Vercelli. L'arcidiocesi di Torino, metropolitana, ha come suffraganei vescovati di Acqui, Alba, Aosta, Asti, Cuneo, Fossano, Ivrea, Mondovì, Pinerolo, Saluzzo e Susa. Per gli appelli ordinari ha a Mondovì il tribunale di secondo grado. Alla provincia ecclesiastica di Vercelli appartengono, oltre la metropolitana, le diocesi di Alessandria, Biella, Casale Monferrato, Novara e Vigevano. Gli appelli ordinari vanno al tribunale di Novara elevato al secondo grado.
Secondo l'Istruzione della S. Congr. dei vescovi e Regolari, 24 ag. 1889, che per l'Italia non viene modificata dal can. 292 § 1, i vescovi delle due province si radunano ogni anno sotto la presidenza del prelato di grado e anzianità più elevati e celebrano la Conferenza vescovile. Nel decr. della S. Congr. concistoriale, 15 febbr. 1919, il P. veniva espressamente esentato dall'obbligo di tenere il Concilio plenario regionale, perché nelle due province ecclesiastiche non sembrava difficile poter andare i prescritti concili provinciali. Ma nella successiva circolare del 22 marzo 1919 si dava facoltà ai vescovi, se lo credessero, di andare un concilio di tutta la regione, previo assenso apostolico. Di fatto si fece uso di questa facoltà e si celebrò il Concilio plenario piemontese nell'ott. del 1927.
Con il motu proprio Qua Cura dell'8 dic. 1938 fu creato a Torino il tribunale ecclesiastico regionale con competenza esclusiva per le cause di nullità matrimoniale, che ha il suo ordinario tribunale di appello al tribunale regionale lombardo di Milano e riceve gli appelli dal tribunale regionale ligure di Genova. Il funzionamento e le modalità di questo tribunale speciale sono regolati dalle Norme della S. Congr. dei Sacramenti, 10 luglio 1940, nonché dalle disposizioni interne particolari approvate dai vescovi della regione. Agostino Pugliese
IV. ARTE
I. Età antica
Mentre sussistono numerosi i documenti della preistoria (incisioni rupestri nella regione del Monte Bego, sepolcri neolitici nella Valle di Aosta (Montiovet) e di Susa (Vayes), palafitte di Trana, Mercurago, e necropoli del novarese: Ameno, Orta, Castelletto Ticino, Varallo Pombia, ecc.), e della civiltà romana (Aosta [v.]: mura urbiche, Porta Pretoria, arco trionfale, criptoportico; Susa: porta e cinta; Torino: tracciato a reticolato, Porta Palatina, Porta Pretoria, teatro; Aqui: acquedotto; Asti: mura e porta, bronzi; necropoli di Derthona, Pollentia, Libarna; ponti nella Valle d'Aosta e strade), relativamente scarse sono le testimonianze dell'arte cristiana e dell'alto medioevo. Nonostante la regione fosse evangelizzata dai vescovi Siro, Eusebio, Massimo e Gaudenzio, e nonostante l'enorme impulso da loro dato alla cultura e alla religione, ben poco resta di questo periodo.I monumenti più notevoli di architettura superstiti sono il battistero di Novara del sec. V (v. Monumenti), e le chiese di S. Maria di Naula a Piane Sesia e S. Massimo a Collegno, di cui si conservano le fondazioni al disotto della costruzione romanica: il battistero di Settimo Vittone (sec. VII), la chiesa di S. Giovanni ad Asti, ritenuta erroneamente una cripta, la cripta di S. Secondo nella stessa città, S. Michele in Clivolo a Borgo d'Ale, S. Orso di Aosta (inizio sec. IX). Il materiale decorativo si trova murato in edifici più tardi a Castelvecchio di Testona, a Vezzolano, a S. Orso di Aosta, nel chiostro della cattedrale di Novara, o reimpiegato in costruzioni più recenti, o raccolto e conservato nei musei. Lapidi funerarie longobarde si trovano a S. Pietro di Avigliana. Mancano le testimonianze della pittura anteriore al sec. IX, rarissime quelle dal 13 all'inizio dell'XII: i frammenti dell'abside di S. Michele in Clivolo a Borgo d'Ale, derivanti dall'arte di Treviri, quelli di S. Maria di Castelvecchio a Mongrando, ora nel Museo di Biella, che hanno rapporti con la corrente di Tours, le Storie degli Apostoli nel sottotetto di S. Orso di Aosta, vicine ai modelli di S. Giovanni di Münster del 998, i frammenti del Giudizio Universale a S. Quintino di Spigno collegati come i lacerti di S. Costanzo di Dronero allo stile di

Piemonte - Portale della chiesa di Santa Fede (seconda metà del sec. xit) - Cavagnolo.
Corbie, l'abside di S. Ferreolo a Grosso, dipendente dalla miniatura di Rasisbona. Due dittici eburnei consolari del sec. v esistono Aosta (v.). Numerosi codici dell'alto medioevo si conservano nelle Biblioteche capitolari di Vercelli, Novara, Aosta, Ivrea e molti sono raccolti in quella Nazionale di Torino, fra cui pregevolissimi alcuni irlandesi provenienti dal monastero di Bobbio. In P. esistevano nell'alto medioevo almeno due importanti scriptoria, Vercelli (v.), Ivrea (v.). Rarissimo lavoro orientale dell'alto medioevo è il piede del reliquiario di S. Margherita in cristallo di rocca della cattedrale di Casale, e preziosa per gli ornati la cassetta in avorio con applicazioni in bronzo del xix sec. nel duomo di Ivrea.
2. Periodo romanico
Dalla fine del sec. x al XIII, nel periodo romanico, l'architettura si afferma in P. con caratteri originali e risonanze che vanno oltre la regione. Il rinnovamento architettonico che si riscontra in P. procede paralleamente a quello che si verifica nell'arte lombarda, ma l'introduzione della copertura a volta, a differenza di questa, non si trova che nelle piccole costruzioni o nelle navate laterali e nelle cripte, mentre quasi sempre continua l'uso delle capriate visibili. L'originalità delle chiese romaniche è data dalle navate strette ed alte, dall'abside molto profonda, dal senso verticale dello spazio, che è messo in evidenza soprattutto nell'interno. Verticalismo che sussiste fin dall'epoca paleocristiana, ancora preminente nel battistero di Novara, nella chiesa di S. Lorenzo di Settimo Vittone del sec. VIII e in S. Michele in Clivolo a Borgo d'Ale e che perdura nelle massime costruzioni romaniche (ad es., la badia di Vezzolano, il duomo di Aosta e la sagra di S. Michele) espressione tipica del carattere settentrionale.Della fine del sec. x sono l'abbazia di S. Quintino di Spigno, consacrata nel 991, e la cattedrale di Ivrea fondata nel 969 e. Agli stessi anni risale l'erezione della chiesa e del campanile di S. Andrea a Torino; del 1006 è la torre di S. Benigno di Fruttuaria, del 1037 la fabbrica


della cattedrale di Acqui con cripta a cinque navate; dell'inizio dello stesso secolo, S. Pietro della stessa città, S. Giustina di Sezzè, il duomo di Susa, S. Martino di Cirìè.
L'esterno è quasi sempre formato da muratura a vista e con il materiale trovato in situ: pietra squadrata verde e grigia nelle vallate alpine o ciottoli (p. es., sagra di S. Michele), mattone nella pianura (p. es., duomo di Novara), tufo (p. es., S. Lorenzo di Montiglio), o mattone alternato al tufo nel Monferrato (p. es., S. Maria di Vezzolano), con bellissimi effetti policromi. Ma i monumenti più importanti di questo periodo sono il basamento e l'abside della sagra di S. Michele, l'atrio del duomo di Casale dalle volte arditissime, S. Maria di Vezzolano costruita sulle rovine di una chiesa carolingia. Fra i campanili, poderosi per la mole massiccia, si ricordano quelli di S. Benigno di Fruttuaria e di S. Stefano di Biella, di S. Orso di Aosta. La scultura, elemento integrante dell'architettura romanica, corre lungo l'architrave o la centina dei portali, sugli amboni (stupendo quello dell'Isola di S. Giulio in pietra nera con i simboli degli Evangelisti stilizzati a forte rilievo), nei capitelli, ora con motivi essenzialmente ornamentali (S. Fede di Cavagnolo, S. Lorenzo di Montiglio), ora con figurazioni simboliche (facciata di S. Maria di Vezzolano, porta d'ingresso alla chiesa della sagra di S. Michele), ora con motivi desunti dal Vecchio Testamento o dalla liturgia (chiostro di S. Orso di Aosta del 1133, nartecce interno dell'abbaia di Vezzolano, già terminato nel 1139). Anche le finestre delle absidi hanno talora stupende sculture ad altorilievo che le incorniciano. Notevolissima è la decorazione della porta detta dello Zodiaco alla sagra di S. Michele, eseguita da Niccolò, autore del portale destro di S. Zeno a Verona. Di alta qualità sono pure i rilievi delle lunette di S. Andrea di Vercelli, attribuiti a un seguace di Benedetto Antelami. La documentazione della pittura di questo periodo è molto ricca, i cicli più importanti si trovano a S. Michele di Oleggio, a S. Siro di Novara, a S. Tommaso di Briga Novarese, a S. Giovanni di Piobesi. I ricchissimi tesori delle chiese del P. vennero dispersi durante i secoli, ma si conserva ancora qualche documento dell'antico splendore: a S. Gaudenzio di Novara il dittico in avorio del sec. xii, nella Cattedrale della stessa città la rilegatura in rame dorato dell'Evangelario n. I, nel Tesoro di Vercelli la bellissima legatura all'evangelario di S. Eusebio, in oro e argento, pietre preziose e smalti del sec. xii, alla Novalesa la cassa di s. Eldrado in lamina
PIEMONTE - Interno della cupola della cappella della S. Sindone. Opera di G. Guarini (1668-94) - Torino, Cattedrale.
d'argento sbalzato, a S. Stefano Belbo la croce d'argento. Inoltre i grandi Crocifissi in lamina d'argento e di rame sbalzato delle cattedrali di Vercelli e di Casale del sec. XI; i picchiotti in bronzo del duomo di Susa e della chiesa di Sannazzaro Sesia, gli smalti limusini e renani dei reliqui quiri di Villanova Baltea, Vercelli, o decoranti gli stalli del coro di S. Sebastiano di Biella o raccolti nei Musei di Vercelli e di Torino.
Notevole diffusione ebbero i musici pavimentali, quasi sempre su fondo bianco con tessere di marmo nero, di rado ravvivate con toni rossi o verdi. Gli esempi più considerevoli sono nel presbiterio del duomo di Aosta con le rappresentazioni dei fiumi del Paradiso (sec. XII). Importanti sono pure i frammenti provenienti dalla chiesa di S. Maria Maggiore, ora nel Museo civico di Vercelli e quelli del duomo di Casale. Altri si trovano nel presbiterio della cattedrale di Novara, al Museo civico di Torino e nel Seminario di Ivrea.
3. Il gotico
Le forme gotiche penetrano molto presto nell'architettura affermandosi già all'inizio del sec. XIII (interno e fianchi di S. Andrea di Vercelli) persistendo fino alla fine del Quattrocento (duomo di Saluzzo, 1491-1501).Gli archi ogivali sono frequentemente usati nelle costruzioni, insieme agli snelli fasci di colonne. Per breve tempo compaiono ad Asti ed a Alba gli archi ribassati e testimoniare la dominazione angioina. Di rado è usata nell'abside la pianta rettilinea (S. Maria di Casanova, S. Maria di Rivalta Scrivia, S. Francesco di Cassine), frequente è invece quella poligonala a raggiera (S. Francesco di Susa, S. Antonio di Ranverso, S. Giovanni di Saluzzo, S. Domenico di Chieri e di Alba, S. Secondo di Asti).
Nelle facciate predomina l'uso della ghimberga slanciata terminante sotto il tetto. L'altezza è pressappoco quella delle chiese romaniche; di rado è tale da richiedere l'uso degli archi rampanti (S. Andrea di Vercelli, abbazia di Staffarda, abside di S. Giovanni di Saluzzo). In questo periodo vennero coperte da vòlte molte chiese romaniche che avevano le capriate a vista (duomo di Casale, sec. XIII; S. Orso e duomo di Aosta, sec. XV), abbassando l'originale altezza degli edifici che conservano nel sottotetto le antiche finestre e le decorazioni pittoriche.
La decorazione è sobria e si limita agli architetti intrecciati; soltanto verso la metà del sec. XV ha inizio la fioritura di ornati nei fregi, negli sguardi delle finestre (abside di S. Giovanni di Saluzzo in pietra verde e facciata della parrocchiale di Chivasso, a trafori complicati con raffigurazioni di santi entro edicole). I campanili, sempre altissimi e traforati da bifore e da trifore, terminano con agli cuspidi piramidali, qualche volta in cotto
invertito, fiancheggiate da esili pinnacoli: tipici quelli di S. Domenico di Rivoli e di S. Giovanni a Saluzzo.
L'edilizia civile ebbe grandissimo sviluppo: numerose case nelle vie principali, quasi sempre munite di porticati; case-forti, castelli sorsero in ogni centro abitato. Nella Valle di Aosta, in quella di Susa, nel Monferrato, nelle Langhe, sono ancora frequenti castelli e torri, alcune mozzate, altre ancora di altezza considerevole (Asti, Alba). Fra le case, quella detta «della ferrata» ad Avigliana, quella dei principi d'Acaia a Pinerolo, quella del Conte Verde a Rivoli, sono significative per la sovrabbondanza degli ornati, numerosi in tutta la regione. Castelli imponenti per la mole nella Val d'Aosta (Fénis, Issogne, Verrès, Introd, Graines, Ussel) e nel Monferrato (Montiglio, Montemagno, Lerma, Cremolino, Montaldeo, Tagliolo, Silvano d'Orba, Gaglianico nel Bielese). Caratteristici sono i ricetti piemontesi, alcuni ancora in buone condizioni (Busano, Candelo, Salassa, Ogliarico).
La scultura gotica ha lasciato poche opere in marmo o in pietra, esclusi i fonti battesimali ed alcuni rilievi e la-stre tombali a Casale, Asti, Vercelli, Torino; di alta qualità il gruppo della Vergine con il Bambino sulla facciata del duomo di Chieri. Un gran numero di intagli policromi lignei e di statue, molte delle quali si trovano nella Val d'Ossola, di Susa e soprattutto ad Aosta; altri sono raccolti nei Musei civici di Torino, Vercelli, Asti. Fra i Crocifissi si ricordano quelli di Fénis, di Challant St-Victor, della S. Trinità di Casale, del Museo civico di Torino. Notevoli gli stalli del duomo di Chieri con motivi desunti dalla flora locale, altri a ornati ed intrecci geometrici (duomo di Susa, S. Giovanni di Saluzzo); altri a complicati rilievi e trafori con figurazioni fantastiche (abbazia di Staffarda), altri rappresentanti santi e profeti (cattedrale di Aosta, S. Orso nella stessa città); infine quelli intagliati da Baldino Surso di Pavia nel 1477 per il S. Giovanni d'Asti.
Interessanti frammenti di pittura gotica trecentesca di derivazione lombarda si trovano a S. Andrea di Montiglio, nella cappella del Battista a S. Francesco di Cassine, nel chiostro di Vezzolano; altri con elementi francisci ad Arnaz, nella Val d'Aosta, altri di derivazione emiliana a S. Pietro di Avigliana e a S. Antonio di Ranverso, oltre a vari dipinti di Barnaba da Modena a Tortona, Alba, Torino. Nella prima metà del Quattrocento domina lo stile gotico con influenze lombarde nel Novarese, Vercellese e nell'Alessandrino (Cassine, casa Zoppi, arte di Bonifacio Bombo), nelle altre località prevale l'influenza francese: Torino, Susa, Aosta (p. es., la Deposizione di G. Beltrami da Pinerolo nella chiesa di S. Giovanni di Piobesi, del 1441).
La corrente più importante è quella che si ricollega allo stile di Giacomo Jaquerio, che si differenzia dai Francesi per i colori più freddi e più argentei (presbiterio e sacrestia di S. Antonio di Ranverso, Crocifissione e santi del castello di Fénis, abside di S. Pietro di Pianezza, sala baronale del castello della Manta).
Molto belle le vetrate della cattedrale e di S. Orso di Aosta, della fine del Quattrocento, in parte opera di artisti locali. Insigni capolavori di oreficeria gotica decorano i tesori delle chiese. Il più antico è il reliquiario di S. Andrea della bottega di Ugo Oignies (cattedrale di Chieri); inoltre numerosi calici (Aosta, Alba) e bracci reliquiari (Aosta, Chieri, Casale, Vercelli), la cassa di S. Grato di Giovanni di Malines (Aosta, Cattedrale), le statue in argento della Vergine e di S. Giuliano (duomo di Chieri), di orafi fiamminghi della seconda metà del Quattrocento, il reliquiario donato da Anna di Alençon al duomo di Casale, di artista francese.
Lombarde sono la bella Croce donata nel 1466 dal card. Teodoro Paleologo allo stesso duomo; l'ostensorio dei fratelli Ostini, milanesi, al duomo di Asti nel 1466.

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Fra i codici miniati si ricordano gli Statuti di Torino, di derivazione bolognese, ed il codice Malabaila, oltre a quelli valdostani (Aosta, Cattedrale e S. Orso) di influenza dello Jaquerio.
4. Il Rinascimento
Il Rinascimento penetra tardi in P.; le forme lombarde sul finire del sec. xv si affermano, p. es., ad Alba, Biella, Novara, Vercelli, e all'inizio del sec. xvi, p. es., a Revello, a Saluzzo (casa Cavassa) e ad Aosta, dove il portale del Duomo è ispirato alle forme bramantesche di Lombardia. Fra le costruzioni più notevoli si ricorderà l'interno di S. Sebastiano di Biella, la parrocchiale di Roccaverano, edificata su disegno del Bramante, il santuario bramantesco della Pietà a Canobbio e quello della Madonna di Campagna a Pallanza e di S. Croce di Boscamarengo. Interessanti le costruzioni militari, la rocca di Casale, innalzata nel 1469 e la cittadella di Torino, costruita da Francesco Paciotto di Urbino. TEORIANO (v.), ha nell'interno un verticallismo ancora schiettamente gotico. Nella seconda metà del Cinquecento Pellegrino Tibaldi lavora a Torino ed a Novara nelle chiese dei SS. Martiri e di S. Gaudenzio. La scultura in pietra ed in marmo è di chiara derivazione lombarda: il portale di S. Domenico di Casale dei seguaci dell'Amadeo, la lunetta sulla facciata della collegata di Arona del Mantegazza, l'altare della Natività nel deambulatorio del duomo di Saluzzo, il monumento di Galeazzo Cavassa di Benedetto Briosco e le statue dell'abside nella chiesa di S. Giovanni, il mausoleo di Ludovico II di Saluzzo, della stessa città. Antonio Carlone è autore dell'altare di S. Teonesto nel duomo di Alba, e lombardi sono pure gli autori dell'altare di S. Evaristo nel duomo di Casale e le sculture in cotto della facciata del duomo di Aosta. Il veronese Matteo Sammicheli ha lavorato molto in P.: altari, monumenti funerari suoi si trovano a Saluzzo, nel duomo di Torino e a S. Domenico di Casale. Molto belle le sculture michelangiolesche del mausoleo di Pio V a Bosco Marengo.La pittura assimila elementi stilistici delle regioni confinanti e di quelle con cui erano più frequenti i rapporti commerciali, adattandoli all'ambiente. Vi è negli ultimi decenni del Quattrocento una corrente ancora goticheggiante con influenze tedesche e fiamminghe, di cui restano, oltre che opere di Defendente Ferrari, l'ultimo esponente attivo ancora nel 1530, varie altre di maestri anonimi di qualità superiore (il Maestro della Disputa Fontana, quello della Maddalena, ecc.). Contemporanei a questi sono Martino Spanzotti, Gaudenzio Ferrari, Macrino d'Alba, Gandolfino d'Asti, Girolamo Giovannone, tutti perfettamente aggiornati con le nuove stile di razioni del Rinascimento attraverso i maestri lombardi. Il più importante ciclo della pittura piemontese della fine del Quattrocento è quello del castello di Issogne, dove sono presenti tutte le varietà dello stile piemontese di quel periodo. Le personalità più notevoli FERRARIENSIS (v.) i quali hanno lasciato negli affreschi di S. Bernardino di Ivrea, il primo, ed in quelli di Varallo (S. Maria delle Grazie, Sacro Monte) e di Vercelli (S. Cristoforo), il secondo, i capolavori della pittura piemontese del Cinquecento. Nella seconda metà del secolo il santuario di S. Croce a Bosco Marengo si arricchisce di sculture fiorentine e di dipinti di Giorgio Vasari e di altri maestri toscani. Bellissimi esemplari di paramenti in velluto contro tagliato, in broccato d'oro soprarrizzo con ricami policromi, sono conservati nei tesori delle cattedrali di Aosta, Asti, Biella, Casale, Novara, Vercelli, tipici quelli in rilievo dei paramenti sacri valdostani. Notevoli per qualità le oreficerie cinquecentesche, fra cui la croce processionale in argento del vescovo Ferreri a Vercelli ed il pastorale in argento dello stesso vescovo dell'orafo Gian Galeazzo Cambi di Cremona del 1520, la croce del duomo di Asti dell'orafo Feta di Cremona del 1505.
Fra i mobili si ricordano gli stalli ed il leggio di S. Sebastiano e S. Girolamo di Biella del 1523, i sedili della sala capitolare di S. Giovanni di Saluzzo e della sacrestia del duomo di Chieri del 1530, la porta della parrocchiale di Revello, quella della casa parrocchiale di Villanova Solaro del 1520. Del 1590 è la porta dell'Ospedale Maggiore di Vercelli di Giovanni Sali, ora al Museo civico di Vercelli.
Alla fine del Cinquecento l'architetto Ascanio Vittozzi di Orvieto, chiamato dai Savoia per la costruzione di nuove fortificazioni, traccia il primo piano regolatore di Torino, dando il disegno non solo dell'attuale planimetria di Piazza Castello, di Via Roma e dei prospetti dei relativi fabbricati, ma prevedendo il primo allargamento della città, ancora chiusa dentro la ormai troppo ristretta cerchia della cinta romana.
5. L'età moderna
Il primo piano regolatore del centro di Torino servirà di esempio all'urbanistica europea. L'uniformità dei progetti per le case di una stessa piazza e di una stessa via dà armonia all'insieme ed un carattere di assoluta originalità alla città. Ma il Vittozzi non si limitò a questi problemi urbanistici, diede il disegno per le chiese del Corpus Domini, della S.m.a Trinità e dei Cappuccini, queste ultime due a pianta centrale, come il progetto del santuario di Vicoforte, e la chiesa del cimitero di Cavaglià. L'opera del Vittozzi venne continuata dai suoi seguaci fra cui Carlo di Castellamonte, autore del progetto di Piazza S. Carlo, della Certosa di Collegno, del Castello della Venaria, del Palazzo Taffini di Savigliano. Egli ebbe come aiuti e continuatori il figlio Amedeo, autore, fra l'altro, del Palazzo reale iniziato nel 1646, del Castello del Valentino, dell'ospedale di S. Giovanni, e Maurizio Valperga, collaboratore per la sistemazione di Piazza S. Carlo e di S. Teresa. Sono da ricordare inoltre il Negri di Sanfront, il Lanfranchi, il Baroncelli, il Bertòla, il Garoe ed il Ricca.Sul lago d'Orta il Richini creò per i milanesi, là rifugiati per sfuggire al contagio della peste, la bella chiesa di S. Rocco a Miasino, ad Arona il santuario di S. Carlo ed il Seminario. Eleganti sono le architetture progettate da Galeazzo Alessi per il S. Monte di Varallo e quelle degli architetti lombardi per il S. Monte d'Orta. A Casale Sebastiano Guala si impone nella maestosa chiesa di S. Filippo a pianta centrale e nell'annesso monastero, a S. Stefano ed in alcune cappelle al S. Monte di Crea.
Nella sistemazione urbanistica della città gli architetti piemontesi hanno saputo allineare i prospetti con un senso armonico di orizzontalità e di uniformità (p. es., Via Po), nell'insieme degli isolati, mentre le aperture continuano ad essere tracciate con un criterio verticale dello spazio e con un ritmo fra i pieni ed i vuoti assai più ristretto che nell'Italia centrale, per esigenze corrispondenti al temperamento ed alle necessità estetiche tipicamente piemontesi.
Quando il Guarini giunge in P., nel 1668, porta le sue innovazioni ardite con piante molto flesse, cupole ad archi complicatamente intrecciati, effetti di luce e ombra molto più accentuati e violenti di quelli usati dagli architetti locali (facciata e scaloni del Palazzo Carignano, chiesa di S. Lorenzo e cappella della S. Sindone). Si sbizzarische nelle decorazioni delle finestre, delle lesene e dei capitelli e predilige il mattone o la pietra scura. Il Guarini conclude l'architettura piemontese del Seicento. Intanto lavorano a Torino vari scultori lombardi e luganesi. La scultura è ancora legata alle formole manieristiche del tardo Cinquecento in Tommaso Carlone; ricerca effetti luministici negli stucchi di Alessandro Casella e del Sommasso al Valentino e a Palazzo Carignano, ha forme larghe ed ampollose nelle opere di Dionigi Bussola a Casale (Misericordia) ed al S. Monte di Orta e in quelle dei fratelli Tabacchetti a Varallo e a Crea. La pittura non presenta opere di eccezionale rilievo e si orienta verso il luminismo caravaggesco in Antonio d'Enrico, detto il Tanzio, di Varallo, che è la personalità più notevole del Seicento piemontese, nel casalese Niccolò Musso, nel saviglianese Giovanni Molinieri e nel più modesto Crosio di Trino. Un altro gruppo segue le orme dei bolognesi, in special modo del Guercino; fra questi si distinguono il
PIEMONTE - Scena di mercato. Particolare degli affreschi del portico del castello di Issogne (fine del sec. XV) - Valle d'Aosta.
Brambilla, il Maccagno e Bartolomeo Caravoglia. A Torino, Francesco del Cairo e il Morazzone sono al servizio della Corte sabauda, dove convengono anche gli stranieri Giovanni Claret, Claudio Dauphin, Giovanni Miel e molti ritrattisti venuti da Francia. Ma la qualità non è mai elevata. Pullulano le opere dei manieristi moncalveschi soprattutto nell'Astigiano e nel Monferrato.
Fra i decoratori, oltre il fr. Andrea Pozzo, che lavorò ai SS. Martiri di Torino (facciata interna) e alla Missione di Mondovì, sono da ricordare i Recchi di Como, il Bianchi Isidoro con i figli Pompeo e Francesco, e i fratelli Fea di Saluzzo. In quest'epoca si accentua l'interesse per il mobilio e l'arredamento per l'interno che dà luogo a forme tipicamente locali, a motivi geometrici. Cominciano a prendere grande sviluppo i laboratori artigiani, dove stipettati, menuisieri, ebanisti, doratori e stuccatori, fra cui emergono i Botto di Savigliano, lavorano alacremente negli interni: soffitti, pavimenti, zoccoli, porte e mobili del nuovo Palazzo reale.
Si lavora intensamente anche nelle chiese a costruire nuovi mobili ed arredi: fra gli innumerevoli esempi si ricordano gli armadi della sacrestia dei SS. Martiri, di S. Francesco di Paola e S. Domenico di Torino; quello di Ponzano Monferrato (ora al Museo civico di Torino) e di S. Domenico in Rivoli, i confessionali di S. Teresa e di S. Francesco di Paola a Torino, di S. Filippo e di S. Evaristo a Casale Monferrato.
Nel 1714, Juvara (v.) si reca a Torino chiamato da Vittorio Amedeo II e vi impone in breve la sua personalità creatrice dotata di qualità eccezionali nella facciata e nello scalone di Palazzo Madama, nella chiesa del Carmine, nell'imponente e scenografico cortile del santuario d'Oropa, contrapponendo al pesante luminismo secentesco la luminosità di un'architettura arias, che dà leggerezza e grandiosità all'impianto costruttivo. Lo Juvara crea a Torino la nuova architettura settecentesca europea. Una foltissima schiera di architetti che hanno lasciato opere in ogni località del P. pullula attorno a lui attingendo alla sua arte: Francesco Martinez, il Nicolò di Robilant, l'Aliaudi di Tavigliano, il Planteri, il Michela, il Borra, il Quarini, il Rana. Taluni di essi hanno spunti originali e personalità ben definite. Fra questi Benedetto Alfieri; il monoregale Gallo che ha lasciato il suo capolavoro nella cupola ellittica del santuario di Vico coforte; lo Scapitta casalese a S. Caterina di Casale e nella parrocchiale di Murisengo. Bernardo Vittone è la figura più importante dopo Juvara, originale nella pianta articolata delle sue chiese, soprattutto nelle cupole bizzarre, p. es., a S. Maria di Piazza a Torino, a S. Michele di Rivarolo, nella parrocchiale di Borgo d'Ale. Con l'architetto O. Magnocavallo, che predilige le forme palladiane e che muore nel 1787, è già in atto il neoclassicismo, il quale trionferà in pieno nella prima metà dell'Ottocento a Torino nel quartiere dei nobili, a destra di Piazza Vittorio Veneto, con edifici progettati dal Bonsignore, dal Caronesi, dal Talucchi, dall'Antonelli. A Casale, Vercelli, Novara le forme neoclassiche si sono imposte per la sobria dignità delle proporzioni. La scultura settecentesca è prevalentemente subordinata all'architettura e presenta caratteri decorativi.
Molto diffusa è la scultura lignea policroma che conta fra i molti artisti alcuni veramente notevoli: S. Clemente, C. Plura, i Botto, il Peruccia, già pervasi della fragile grazia settecentesca. Il Ladatte, famoso orafo e bronzista, eccelle per la grazia raffinata, per la tecnica eccellente (l'orologio ed i bronzi nel Palazzo reale, i petti della chiesa del Carmine, il cervo che sovrasta il padiglione centrale della Palazzo di Stupinigi). Con il Bernero, i fratelli Collino, ultimi esponenti della scultura piemontese del Settecento, iniziano con forme agili e movimentate per concludere nel neoclassicismo. Fra gli orafi e gli argenti piemontesi, molto apprezzati anche all'estero, si ricorderà il Boucheron, che esegui fra l'altro una lampada di argento scellato donato dalla regina di Spagna al santuario della Madonna dei Fori a Bra. Anche la pittura, come la scultura, ha una funzione prevalentemente decorativa e subordinata all'architettura; si sbizzarisca e ricoprire volte e pareti, e a decorare nelle chiese le grandi pale d'altare. Numerosi frescanti vennero chiamati per queste decorazioni, fra cui i veneti Crosato, Lorenzini, Bortoloni, Bellotto, Ricci e Nogari; i romani Valeriani, Trevisani, Maratta, Conca; i napoletani Solimena, Giaquinto, De Mura ed i lombardi Legnanino a Torino e Carlo Carlone ad Asti. I due pittori piemontesi che si distinguono fra gli altri sono C. Beaumont, legato alle forme napoletane e francesi, operante alla corte di Torino, e P. F. Guala a Casale e nel Monferrato, più vicino ai moduli bolognesi e lombardi. A questi si aggiungono i paesaggi di V. A. Cignaroli, le nature morte dei Rapous e della Gili, le bambocciate dell'Olivero e dei Graneri. Fra i ritrattisti, il Guala si ricollega alla pittura di tocco. Il Grassi di Casale e la Clementina derivano dall'arte francese.
La pittura presenta forme particolarmente eleganti e vaporose nella Valsesia e sul lago d'Orta dove artisti di notevole talento, non ancora valorizzati, hanno lasciato affreschi stupendi per freschezza di colore e per originalità di composizione: C. Borsetti di Alagna e F. Gianoli di Campertogno, lo Zanatta ed il grande miasinese Cantalupi, che arieggia la vaporosità veneta e i moduli piazzetteschi. La decorazione degli interni crea capolavori di eleganza in alcune sale del Palazzo reale di Torino (appartamento della Regina), nella Palazzo di Stupinigi e nei saloni dell'Accademia Filarmonica di Torino, nel palazzo dei conti Fossati di Bellino ad Asti, in quelli Gozzani di S. Giorgio e Treville a Casale. Una delle caratteristiche piemontesi di questo periodo è il rivestimento a specchi delle pareti e dei soffitti: gli esempi più belli sono nel Palazzo Carignano, nel Palazzo reale, nella Galleria degli specchi all'Accademia Filarmonica. Tra gli ebanisti si ricordano il Primotti, il Piffetti, il Bonzanigo, il Tanadei. Sorgono in questo periodo le famose fabbriche di ceramica di Vino e di Torino, la manifattura di arazzi a Palazzo reale, che dura ca. ottant'anni con i cartoni di maestri rinomati, la fabbrica di cristalli di Chiusa Pesio.
La pittura, che alla fine del Settecento aveva dato scenografi valenti fra cui Bernardo Galliari e Luigi Vacca, e buoni minatori fra cui il Ramelli ed il Lavj, si esaurisce all'inizio del sec. XIX; resiste degnamente in funzione ornamentale dove raggiunge, nelle decorazioni del Palazzo Magnocavallo, dei fratelli Galliari a Casale e della Villa di Pollenzo di Palagio Palagi, valore di stile.

Fra gli intagli, si ricorderà il coro di S. Secondo di Asti del 1714, i mobili della sacrestia della chiesa dell'arcivescovado di Torino, gli stalli della cattedrale della stessa città eseguiti dall'intagliatore Stroppiana nel 1742, le cantorie e l'organo del duomo di Asti del 1770 di Bartolomeo Varale da Moncalvo, gli stalli della cattedrale di S. Antonio di Casale, il pergamo di S. Domenico della stessa città c. i mobili stupendi della sacrestia della cattedrale di Vercelli. Fra le oreficerie settecentesche, notevole l'ostensorio del duomo di Asti, dell'orafo G. A. Groppa, del 1770.
Gli scultori del primo Ottocento G. Spalla, A. San Giorgio, G. Bogliani si orientano verso i moduli neoclassici. Fra tutti emerge il Marocchetti, la figura più interessante del P. in questo periodo, che ha lasciato i suoi capolavori nei monumenti equestri di Carlo Alberto e di Emanuele Filberto a Torino. Nella seconda metà del secolo si distinguono gli scultori Vela e Tabacchi e la pittura si rinnova con Antonio Fontanesi e con i suoi seguaci Delleni, Calderini ecc. e con la scuola di Rivara: Pittarra, Avondo, Reycond. All'inizio del Novecento l'architettura razionale si afferma nelle officine Fiat al Lingotto e di recente nei bellissimi stabilimenti Olivetti ad Ivrea. A Torino, nel 1919, ha iniziato un rinnovamento d'avanguardia della pittura per iniziativa di Casorati, continuato poi nel 1930, su più larga base, da Chessa, Menzio, Levi, Paolucci, Galante e Boswell.
Bim.: Theatrum Statuum regiae celsitudinis Sabaudiae ducis, Amsterdam 1682; G. Casalis. Dic... degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, Torino 1833-36; C. Promis, Gli ingegneri Promis in P., in Misc. di storia II. 12 (1872); A. Manno, Bibl. stor. degli Stati della monarchia di Savoia, Torino 1884-1934; A. Stella, Pittura e scultura in P., Roma 1911; V. Cicala, Ville e Castelli d'Italia, I. P. e Liguria, Milano 1911; G. Chevalley, Le ville piemontesi, Torino 1912; A. Baudin di Vesme, Per le fonti della storia dell'arte piemont., in Atti dell'XI Congr. di Storia dell'arte, Roma 1922; A. E. Brinckmann, Theatrum novum Pedemontii, Düsseldorf 1931; P. Verzone, L'architett. romanica nel Novarese, Novara 1935; id., L'archit. romanica nel Vercellese, Vercelli 1934; C. Nigra, Orta Barocca, Novara 1935; id., Torri, castelli, case, fori del P. dal Mille al sec. XVI, Novara 1937; A. Midana, L'Arte del legno in P. nel Sei e Settecento, Torino 1938; d. V. Viale, Gotico e Rinascimento in P., Torino 1939; E. Olivero, L'Architett. religiosa preromana e romanica nell'Arcidiocesi torinese, Torino 1941; P. Verzone, L'archit. religiosa dell'alto medioevo nell'Italia settentr., Milano 1942; A. M. Brizio, La pittura piemontese dall'età romantica al '50, ivi 1942; N. Gabrielli, Pitture romaniche, ivi 1944; Boll. della Soc. piemont. di archeol. e belle arti; Atti della Soc. piemont. di archeol. (vol. XI, 1938-39); XIV (1933) contengono l'Arte negli Stati sabaudiani nei secc. XVI-XVII secondo i mss. di A. Baudin di Vesme); Boll. della Soc. storica di Novara; Boll. della Soc. di Studi stor. di Cuneo; Riv. di storia d'arte e archeologia di Alessandria, V. BIBLICA. delle voci: ALESSANDRIA; AOSTA; BIELLA; CASALE; IVREA; PI-NEROLO; SUSA; TORINO; TORTONA; VERCELI.
V. FOLKLORE
La tradizione popolare si è, ovviamente, meglio conservata nelle diverse vallate alpine, ma anche alcuni importanti centri urbani sono rimasti fedeli agli antichi usi, specie per le grandi feste calendaria.Un fatto folkloristico molto importante è la sopravvivenza, in parecchi paesi del P., delle abbazie, cioè di associazioni giovanili, la cui formazione risale al medioevo e la cui principale funzione è attualmente quella di organizzare le feste tradizionali, specialmente per il carnevale e il calendimaggio. Tra le forme più antiche conservate attraverso tali associazioni, è la danza della spada, che ancora si esegue in vari paesi e con diversi nomi: il ba' cubert di Fenestrelle, la lachera di Rocca Grimalda (Alessandria) e gli spadonari di S. Giorgio (Torino), di S. Vincenzo, e di Venaus in Val di Susa; in queste danze è tuttora ben riconoscibile l'antico significato propiziatorio per la fertilità dei campi. All'azione delle abbazie o di simili associazioni giovanili si deve anche se in varie città del P. il carnevale ha conservato

Piemonte - Cofano orientale (secc. 1x-x) - Ivrea, Tesoro del Duomo.
molti dei suoi aspetti tradizionali: famoso è tuttora il carnevale d'Ivrea, al cui centro sta la figura della muragna, regina della festa, e che dà luogo alla battaglia delle arance, svolgentesi, durante il corteo, con estrema violenza. In alcuni paesi del Monferrato, sempre nel carnevale, si conserva la festa del piti, cioè del tacchino, al quale da cavalieri in gara viene staccata la testa; la baldoria si chiude con il testamento del piti, forma tradizionale di satira cittadinesca. Ad Asti è stato anche ripristinato il palio, ravvivando un costume che risaliva al sec. XIII. Aspetti caratteristici presentano anche alcune festività religiose: nel Biellese, ancora si rappresentano drammi sacri, quali il Pastore Gelindo per il Natale, la Passione per la Settimana Santa e il Giudizio Universale nell'estate; si tratta di composizioni di gusto barocco o arcadico, ma eseguiti da paesani, e con la partecipazione allo spettacolo di tutto il popolo.
L'arte popolare del P. rivela le sue caratteristiche specialmente negli oggetti di legno, scolpiti dai pastori o da artigiani locali; sono sgabelli da mungere, culle, rocche, arcolai, cassoni nuziali e anche statuette di santi, che recano l'impronta di un gusto innato, un po' rozzo ma intensamente espressivo: tra i motivi ornamentali si ritrova anche quello, antichissimo, della ruota solare; particolare attenzione, sempre tra gli oggetti in legno, merita la grolla, cioè la coppa da vino valdostana, che trae il nome dal mistico Graal e che serve per le tradizionali bevute da la ronde in comitive di amici.
Ricco è anche il patrimonio della letteratura popolare, sia nelle leggende a fondo storico o sacro, oppure relative a maghi, streghe, fantasmi, uomini selvatici, ecc., sia nei canti popolari, in cui prevalgono le canzoni epico-liriche, come testimonia l'importantissima raccolta pubblicata da Costantino Nigra. Infine sono da ricordare, oltre a quelle già citate, le danze popolari, come la corenta e la manfrina o monferrina, diffusasi, quest'ultima, anche lontano del suo centro d'origine. - Vedi tavv. LXXXVII-LXXXIX.